Salviamo Asia Bibi (vedi appello di tv2000)

Le terre islamiche grondano di sangue cristiano. Ma il mondo se ne frega. Altri sei cristiani ammazzati in Iraq, con 33 feriti, dopo la carneficina del 31 ottobre nella chiesa di Bagdad, dove le vittime sono state cinquanta.

Ma non solo. Domenica sera in Pakistan una madre di due figli, Asia Bibi, operaia agricola di 37 anni, è stata condannata a morte da un tribunale del Punjab, semplicemente perché cristiana: la famigerata “legge sulla blasfemia” infatti in quel Paese manda a morte chiunque sia accusato da musulmani di aver offeso Maometto.


Salviamo Asia Bibi. TV2000 lancia una campagna di solidarietà

Da questa sera tutte le edizioni dei telegiornali di TV2000 saranno contrassegnate da un logo con la foto di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte in Pakistan con l’accusa di blasfemia. La donna, com’è noto, aveva respinto le pressioni delle sue colleghe perché si convertisse all’Islam e aveva difeso con forza le ragioni della propria fede. Picchiata e poi rinchiusa in carcere per oltre un anno, recentemente è stata condannata alla pena capitale da un tribunale del Punjab. In vista del passaggio del caso all’Alta Corte è necessaria una grande mobilitazione internazionale in nome della libertà religiosa, con l’obiettivo di salvare la vita e restituire la libertà a questa donna così coraggiosa e di accendere i riflettori dell’opinione pubblica sulle persecuzioni di cui sono vittime in tutto il mondo tanti cristiani a causa della loro fede.

Chi volesse aderire alla campagna può scrivere un messaggio via sms al numero 331 2933554 o all’indirizzo di posta elettronica salviamoasiabibi@tv2000.it. Ma naturalmente l’auspicio è che la campagna si allarghi e che tanti soggetti si mobilitino utilizzando ogni canale utile.


L’intero articolo lo trovate QUI

MESSAGGIO DI MONS. LUIGI NEGRI PER L’ECCIDIO DI 37 CRISTIANI MASSACRATI ALL’INTERNO DI UNA CHIESA DI BAGHDAD

Diocesi di San Marino-Montefeltro

Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali

Via Seminario,5-47862 Pennabilli

Al termine della  Celebrazione Eucaristica  di tutti i Santi, nella Cattedrale di Pennabilli, Mons. Luigi Negri ha rivolto ai fedeli presenti un messaggio che è anche il contenuto di questo comunicato.

 

“Senza nessuna esitazione ed incertezza, fruendo dell’autorevolezza che viene ad un Vescovo della Chiesa particolare ma che vive il sentimento profondo della Chiesa universale, io mi sento di ascrivere  alla moltitudine dei Santi questi  37 nostri fratelli, fra i quali due sacerdoti, che sono stati massacrati all’interno di una chiesa cattolica in Iraq per un atto di terrorismo  il cui bilancio provvisorio però, secondo una prima stima, fa salire a 50 il numero complessivo delle vittime e ad oltre 80 quello dei feriti.

Si vede chiaro ogni giorno che passa, in barba a tutti gli irenismi e a tutte le ricerche delle moderazioni, che il terrorismo internazionale ha un obiettivo esplicito: la conquista islamica del mondo e, all’interno di questo obiettivo che certamente sarà a più lunga scadenza, un obiettivo più immediato cioè la distruzione del cristianesimo in Terra Santa, nel Medio Oriente e poi, più o meno, in tutti i paesi anche di antica tradizione cristiana.

Sono martiri, noi li pensiamo così; sono martiri che hanno offerto la loro vita quasi senza saperlo, senza aspettarselo, senza deciderlo,  una sorta di nuovi santi innocenti che erano in Chiesa per pregare e non sono più tornati a casa. Io mi auguro che la Santa Chiesa Cattolica non abbia tergiversazioni o incertezze, che abbia il coraggio di indicare in questo un evento assolutamente straordinario di martirio ricevuto da coloro che, ripeto, hanno nel fondo del cuore l’ intendimento di eliminare la vita cristiana, la presenza di Cristo e della Chiesa nel mondo.


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Al Cairo è il Meeting, bellezza – Editoriale Samizdat

Straordinario successo della prima edizione del Meeting de Il Cairo, svoltasi in Egitto il 28 e 29 ottobre 2010.
L’evento ha avuto grandissimo seguito, ma soprattutto ha visto cattolici e mussulmani lavorare insieme. Tutto è nato dall’idea di quattro mussulmani venuti a Rimini quattro anni fa e rimasti colpiti dalla manifestazione. Giornate di grande dialogo, grazie alla scoperta di un “cuore comune” nonostante le differenze religiose. (E. Polverelli)

La kermesse riminese è sbarcata in Egitto. «Una promessa che si compie», per gli egiziani. «La cosa più imprevedibile che ci sia mai accaduta», per gli amici italiani. Tra hostess (con il velo) e ragazzi in polo blu, siamo andati a vedere cosa succede
Il luogo è storico. Aula Magna dell’Università del Cairo. Stessa sala a stucchi e lampadari, stesso podio da cui Barack Obama, l’estate scorsa, ha lanciato il suo appello al dialogo con il mondo islamico. Solo che qui il dialogo si fa davvero storia. In carne e volti. Tra ragazzi in polo blu e ministri in grisaglia, accademici celebri e alti prelati. E scene che hai visto tante volte altrove, ma non avresti mai immaginato di vedere qui.


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Allora parliamo davvero di sesso. E Paradiso.

“Che bello! E’ il teletrasporto!”. Così esclamò mio figlio, dodicenne, appassionato di tecnologie, fantascienza, computer, effetti speciali (va matto per il 3D).

Ma espresse quella sua meraviglia dopo avermi sentito parlare non di tecnologia, bensì di San Tommaso d’Aquino che stavo leggendo per un mio libro su Giovanni Paolo II.

Precisamente stavo chiacchierando con amici delle pagine in cui Tommaso illustra come saremo dopo la resurrezione dei corpi. Dicevo che avranno “sottilità e agilità”, cioè, pur essendo effettivamente di carne, non saranno più sottoposti ai limiti di tempo e di spazio come oggi, ma saranno sotto il perfetto dominio dallo spirito, dell’anima, della mente (e per questo saranno immortali).

Quindi – fra l’altro –potremo spostarci semplicemente col pensiero, superando qualsiasi barriera fisica o distanza (come riferiscono i vangeli di Gesù dopo la sua resurrezione).

Che la nostra futura “agilità” sia la realizzazione dell’odierno sogno (scientifico e fantascientifico) del teletrasporto – come dice mio figlio – non ci avevo pensato, ma è divertente da considerare.

In fondo i fenomeni di bilocazione che sono testimoniati nella vita di alcuni santi, come padre Pio, sono albori del giorno della gloria.

Rivelazione

La questione dei “corpi gloriosi” è in effetti assai poco conosciuta e anche assai poco spiegata dalla Chiesa. Sembra quasi “un tema teologico congelato” come ha scritto il filosofo Giorgio Agamben.

Invece è straordinariamente affascinante e opportunamente il numero appena uscito di “Civiltà Cattolica” gli dedica un saggio di padre Mario Imperatori, il quale critica l’unilaterale predicazione della sola salvezza dell’anima, da parte dei cristiani, sottolineando la necessità di annunciare (più giustamente e completamente) la resurrezione dei corpi.

La mentalità dei credenti è ancora molto gravata e inquinata dall’antico dualismo platonico che contrappone anima e corpo. Ma questo è l’opposto del cristianesimo, ha spiegato il grande Tommaso d’Aquino, che “in senso espressamente antispiritualista” fonda la teologia sulla Scrittura anziché su Platone. Il cristianesimo infatti non annuncia che esiste Dio, ma che Dio si è fatto carne, che è per noi morto e risorto nella sua stessa carne. 

Ecco perché in queste pagine di Tommaso, riproposte dalla rivista dei gesuiti, non c’è nulla della paura del corpo e della sessualità che a volte ha connotato certi ambienti religiosi, più platonici che cristiani. C’è invece in Tommaso la straordinaria esaltazione del corpo e della sessualità umana.

Il senso del sesso

Visto il gran parlare (ossessivo e malato) che si fa di sesso e di corpi, su giornali e tv, vista la tracimazione della questione sessuale nel dibattito pubblico e anche nelle vite private, è veramente interessante leggere queste pagine per sondare fino in fondo che senso abbia il misterioso intrico dei nostri corpi, questa oscura sete di infinito che rende febbrile la carne, questo spasmodico desiderio del piacere che è al tempo stesso un modo per esorcizzare l’invecchiamento e la morte e una ricerca inconsapevole dell’estasi.

Come lo è la droga, che fornisce un’illusione di estasi “liberando” dai limiti e i dolori del corpo.

Noi infatti come sentiamo il corpo? Oscilliamo tra due estremi: da un lato è percepito come una fonte di piacere che diventa perfino ossessiva, totalizzante.

Dall’altra come un limite doloroso, una prigione da cui sfuggire e – in fondo – la fuga rappresentata dalle droghe o dall’alcol, pur diversissima, persegue lo stesso obiettivo cercato dalle religioni orientali.

Invece san Tommaso indica nella rivelazione cristiana la via (l’unica via) della felicità del corpo e dell’anima. Contemporaneamente. Quella felicità piena che sembrerebbe impossibile, quel piacere – anche dei sensi – che non finirà mai.

Ma andiamo con ordine, seguendo le interessanti pagine della rivista dei gesuiti.

Tommaso d’Aquino anzitutto mostra che nello stato originario, la sessualità di Adamo ed Eva – diversamente dalla nostra – era sottoposta alla ragione “il cui ruolo non era affatto quello di reprimere il piacere dei sensi che, al contrario, ne sarebbe risultato addirittura maggiorato”.

Si può fare un paragone per capirci: una persona in condizioni normali, di sobrietà, può gustare e godere di un ottimo vino molto più di un ubriaco che neanche si accorge più della qualità di ciò che beve.

Nel primo caso il piacere è maggiorato, nel secondo caso il consumo è compulsivo, malato e fa star male. E’ questa la conseguenza del peccato originale che ha sottratto il corpo al dominio dell’anima (e l’ha esposto fra l’altro alla malattia e alla morte).

Tommaso afferma peraltro che nell’uomo “l’anima è l’unica forma del corpo” e ciò significa che niente di quel che l’uomo fa è puramente animale, puramente biologico.

Né il mangiare e bere, né l’accoppiamento sessuale. Diversamente dall’animale, che semplicemente esaudisce un bisogno fisico, l’uomo ha dentro una domanda, una mancanza esistenziale, un desiderio di infinito che spiega perché è sempre insoddisfatto e perché nessun “consumo”, nessun possesso, lo appaghi.

La sua è una “fame” assai superiore al bisogno biologico. Infatti nasce dalla testa.

Tommaso trae un’ulteriore conseguenza dalla sua affermazione: la separazione di corpo e anima è “contro natura”. E la loro riunione, con la resurrezione finale, farà sì che godremo molto di più il piacere del Paradiso o soffriremo molto di più le pene dell’inferno, perché percepiremo il piacere o la sofferenza con tutti i nostri cinque sensi.

Il Sommo Piacere

Per questo – come scrive san Paolo – il nostro stesso corpo geme nell’attesa della piena redenzione, o del “sommo piacere”, come dice Dante. Infatti parteciperemo con il corpo stesso alla vita di Dio. E’ quello che la teologia ortodossa chiama “divinizzazione”. I padri della Chiesa ripetono: “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio”. Un destino dunque che – per grazia – è superiore addirittura a quello degli angeli.

I risorti saranno sempre fisicamente maschi e femmine, infatti Tommaso nega la presunta supremazia del maschio e – diversamente da quanto crede Aristotele – afferma che la donna non è affatto un uomo mancato, ma è opera di Dio pari all’uomo e la diversità dei loro corpi appartiene al disegno della creazione.

Anzi è un riflesso di quell’unità nella distinzione che connota le persone divine della Trinità.

Quindi la bellezza femminile, come pure la bellezza maschile, saranno parte della beatitudine eterna. Nei beati ci sarà un vero e proprio “splendore corporale”. Una bellezza tanto maggiore quanto più luminosa è l’anima.

Essi potranno vedere la divinità, cioè godere del “Sommo bene”, nei suoi effetti corporali “soprattutto nel corpo di Cristo, poi nel corpo dei beati e finalmente in tutti gli altri corpi”.

Questa “profonda associazione del corpo umano all’eterna beatitudine” è la sua inimmaginabile esaltazione. I risorti, maschi o femmine – dice Tommaso – “si serviranno dei sensi per godere di quelle cose che non ripugnano allo stato di in corruzione”.

Inimmaginabile beatitudine

Se qualcuno si poneva la domanda sul Paradiso e sul piacere sessuale, come lo conosciamo quaggiù sulla terra, avrà già trovato la risposta.

Ma – per chiarire meglio – la rivista gesuita riporta una fulminante pagina del filosofo ebreo-francese (e convertito) Hadjadj: “Tramite il sesso vogliamo essere sconvolti dall’anima. I genitali erano soltanto il mezzo difettoso di questa penetrazione dell’altro fino all’impenetrabile.

Con la risurrezione, a partire da un’anima che la visione beatifica di Dio fa ricadere sul corpo, è l’intera carne che possiede la penetrabilità fisica dell’altro sesso e l’impenetrabilità spirituale dello sguardo (…).

Inutile quindi unire le parti basse. L’intensità dell’amplesso e l’altezza della parola si sposeranno con questi corpi profondi all’infinito.

Le carni potranno unirsi senza riserve in un bacio di pace, che sarà altresì un inno lacerante al Salvatore”.

E’ il Paradiso.

Antonio Socci

Da “Libero” 7 novembre 2010

http://www.antoniosocci.com/2010/11/allora-parliano-davvero-di-sesso-e-paradiso/

Il trionfo della virtù – Editoriale Samizdat

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Partiamo di lontano.
Quando due anni fa visitai gli Uffizi di Firenze fui un poco sorpreso dallo scoprire che, sul retro del famoso ritratto di Federico da Montefeltro, c’era un’altro dipinto: e precisamente il Trionfo dello stesso Federico. Assiso su un trono in armatura completa, incoronato dalla Vittoria, trasportato su un carro insieme alle quattro virtù cardinali : prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
Mi colpirono due cose:

l’esaltazione tipicamente rinascimentale dell’uomo che si è fatto da sè; e il fatto che comunque il regnante si pone come degno in quanto possessore di queste virtù. Come recita la scritta sul dipinto,

“CLARVS INSIGNI VEHITVR TRIVMPHO./ QVEM PAREM SVMMIS DVCIBVS PERHENNIS./ FAMA VIRTVTVM CELEBRAT DECENTER./ SCEPTRA TENENTEM.” (Trionfo eccelso conduce il chiaro (riferito a Federico da Montefeltro), che la fama duratura delle sue virtù proclama degno reggitore dello scettro alla pari dei più grandi condottieri).
Un grande condottiero fu sicuramente , e il numero delle battaglie di tutti i tipi da lui vinte grazie soprattutto all’astuzia è esorbitante…come pure il numero di figli naturali.
Se il potere del regnante medioevale è garantito da Dio per il suo ruolo, quello del regnante rinascimentale arriva per la proclamata virtù. Ma quando la virtù  – che pure giunge da Dio – non è più riconosciuta necessaria? Quando passa l’ipotesi che la consistenza dell’uomo arriva da se stesso, che il vero è questione di punto di vista? Allora da una parte diventa lecito ogni comportamento; dall’altra ogni comportamento diventa censurabile perché ognuno fa riferimento ad una propria morale. E la virtù è disprezzata e irrisa, se non apertamente osteggiata.
Assistiamo così allo spettacolo di chi esalta la propria impudicizia – e, vi prego, non fermatevi alla prima persona che vi viene in mente – e nel contempo censura quella altrui. Ho detto impudicizia, ma la stessa identica cosa vale, oltre che per il sesso, anche per i soldi ed il potere. Così lo scandalo diventa moralismo: e si fanno infinite acrobazie per dimostrare l’indegnità di una persona senza dire che la riteniamo indegna per cose che noi stessi vorremmo dire e fare. Si sceglie il vizio più adatto a colpire l’avversario. Se non basta il quinto comandamento si passerà al sesto. E non ci si chiede chi quel comandamento comandi.
Alla fine, tra tempeste di fango ed escrementi, rimane solo un cattivo gusto in bocca e niente nelle mani. Il mondo diventa una palude dove ci si arrampica uni sugli altri per non affondare, perché non esistono punti fermi, solidi, su cui appoggiare i piedi.

Le virtù sono l’impersonificazione di quanto è necessario per vivere bene con sè e con gli altri. Chi non le pratica ha punizione in se stesso. Ma chiacchere e maldicenze, anche quando fossero fondate, sono giudizi sugli uomini e non sui ruoli.
Si può essere buoni amministratori essendo deprecabili persone. Si può essere grandi governanti ed essere pieni di ogni possibile vizio. Così come non basta essere puri ed incorruttibili per fare gestire bene le cose pubbliche. D’altra parte è difficile pensare che i cedimenti personali non abbiano riflessi nella cosa pubblica. Il bravo capufficio, amministratore delegato, politico è colui che porta avanti bene il suo lavoro. Se lo si vuole sostituire si giudichino i fatti e si proponga di meglio, se ci si riesce.
E se si vuole cacciare Carlo Martello, ci si assicuri di trovare qualcuno che sia come lui in grado di fermare gli arabi a Poitiers.

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

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Insegnamento

Segnalo qui un interessantissimo post redatto da Ago86; il post originale potete trovarlo QUI


Insegnare A è non insegnare non-A.

Qualunque cosa venga insegnata, crea abito mentale; ma anche non insegnare una cosa crea un modo di porsi nei suoi confronti. Se ti insegnano che A è vero, crederai per forza che non-A è falso, anche se non te lo dicono.

In definitiva ogni insegnamento è di parte, perché non dice “tutto”, ma “tace” alcune cose. Non possiamo credere che si possa essere imparziali, perché qualunque pensiero è già una presa di posizione.

Anche la Verità è qualcosa di parte, nel senso che ti pone fuori dalla falsità. L’imparzialità dunque non può essere intesa in questo senso. E non pensate che questo sia un discorso astratto: ci sono argomenti importantissimi, come la morale, l’etica, il modo di vivere, che non possono essere ignorati relegandoli nel soggettivo, perché una cosa del genere ha implicazioni pubbliche enormi (con buona pace degli atei). In questi argomenti ognuno si crea una propria idea a riguardo, ma se entra in collisione con quelle delle altre, che si fa? Nessun laico sa rispondere a questa domanda. Per questo ritengo che queste cose debbano essere insegnate nelle scuole, visto che sono esse il fondamento della civiltà, non le nozioni.

Una convention di speranza per la scuola italiana – Editoriale Samizdat

La seconda edizione della Convention di Diesse si è tenuta a Pesaro nei giorni 23-24 ottobre 2010.
Docenti «capaci di essere protagonisti» nella scuola di oggi. Ma soprattutto «pronti a esserlo anche in quella che verrà». Questo è stato il filo conduttore dell’appuntamento annuale che Diesse, associazione professionale dei docenti legati alla Compagnia delle Opere, ha tenuto a Pesaro. Un tema attualissimo, visto che da poche settimane ha preso il via la riforma delle superiori.

IL DOPO CONVENTION È GIÀ INIZIATO
25/10/2010
La Convention Scuola di Diesse, tenutasi a Pesaro lo scorso fine settimana ha visto la partecipazione di oltre 600 persone provenienti da ogni parte d’Italia (18 regioni). La manifestazione ha rappresentato un passo significativo nella direzione del rilievo pubblico di un’associazione professionale che sostiene da anni l’azione dei docenti nel nostro Paese.
I lavori delle due intense giornate, dalla fitta trama di approfondimenti di carattere culturale e didattico verificatasi nelle 13 “Botteghe dell’Insegnare”, alla attenzione suscitata dalle iniziative editoriali di docenti e dai materiali per l’insegnamento presentati nella Piazza della Didattica, agli stimoli emersi in occasione dei due convegni e incontri vari compresi nello spazio della manifestazione, costituiscono l’espressione di una posizione che Diesse ha maturato in rapporto alla situazione della scuola oggi.
La scuola è occasione di crescita della persona, non è solo un servizio che risponde al bisogno di collocare da qualche parte i figli mentre i genitori lavorano oppure di introdurre elementi di socialità in contesti e abitudini che ne sono privi. È importante la componente inclusiva del mandato affidato alla scuola, ma questa non è tutto. La persona infatti matura se e quando aderisce ad una ipotesi che la spalanca, mediante un percorso di conoscenza, alla realtà intera. Conoscere significa comprendere, paragonarsi, mettere in atto un lavoro di coltivazione della realtà.
È necessario che oggi la scuola si misuri con due orientamenti apparsi nel quadro di quella che viene definita emergenza educativa. Il primo: la personalizzazione dei curricoli scolastici; il secondo: l’innalzamento della qualità degli insegnamenti mediante la ottimizzazione delle risorse disponibili.
Oggigiorno, saltati determinati parametri di tipo burocratico e centralistico, si coglie l’esigenza che la scuola, e in essa il lavoro dell’insegnante, si ricostruiscano continuamente attorno a persone e a rapporti tra persone che rischiano nel sociale la cultura di cui sono portatori.
Da questo punto di vista l’associazione che proponiamo è un luogo di aiuto alla maturazione della persona perché in essa si sviluppano giudizi e criteri di lettura della realtà che diventano poi operativi.
L’associazione Diesse ripropone al termine della Convention l’impegno a:
1. Valorizzare le espressioni personali di ciascuno.
2. Rappresentare adeguatamente queste istanze nel momento del cambiamento attuale del sistema dell’istruzione, in modo che il tema del particolare lavoro del docente sia avvertito come un valore per tutta la società nel suo complesso.
3. Rafforzare la propria natura di strumento di sostegno e promozione della professione docente, fino alla ridefinizione della configurazione giuridica del suo ruolo e delle sue forme di partecipazione, tramite nuovo sistema di reclutamento, all’attività delle scuole autonome.

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