L’Onu attacca la Chiesa, ovvero il corvo si avventa contro la colomba

di Alfredo De Matteo

Il recente durissimo, e per certi versi tragicomico, attacco dell’Onu alla Chiesa Cattolica mette bene in luce la deriva morale e intellettuale dell’odierna società civile: un gruppo di esperti del Comitato Onu sui diritti dei bambini ha stilato un rapporto in cui si accusa la Chiesa di aver coperto, e addirittura causato con il Suo insegnamento, gli abusi sessuali commessi in questi ultimi decenni da alcuni ecclesiastici nei confronti di un certo numero di fanciulli.
Tale infame documento non tratta solamente della pedofilia ma affronta anche altri temi riguardanti soprattutto l’omosessualità e l’aborto; in buona sostanza, il j’accuse rivolto alla Chiesa Cattolica è quello di aver favorito, e tuttora di favorire, le violenze sugli omosessuali e le gravidanze “pericolose”, ossia quelle con elevato rischio di mortalità (della madre del bambino, ovviamente …) in relazione alla pratica degli aborti clandestini, sempre a causa di un insegnamento morale che si ostina a ritenere l’omosessualità come una grave depravazione e l’aborto come un abominevole delitto. Non sono mancate neanche le solite accuse circa la condanna della contraccezione da parte della Chiesa, condanna che favorirebbe la diffusione dell’Aids e dunque la morte di milioni di persone. Ora, colui che scrive non intende ribattere punto per punto alle menzogne dell’Onu, la qual cosa appare, dati alla mano, fin troppo facile e comunque già efficacemente documentata da illustri apologeti, bensì focalizzare l’attenzione sulla questione pedofilia, grimaldello utilizzato dai nuovi untori delle odierne democrazie relativiste per “tappare la bocca” ai cattolici nel tentativo di sdoganare l’immoralità e la perversione, ossia costituire e rafforzare quelle strutture di peccato che sono all’origine dell’annientamento morale e materiale dell’umanità intera.

E’ quanto mai opportuno, pertanto, indagare sulle cause della pedofilia ed in particolare sui presupposti filosofici che ne sono alla base, proprio al fine di mettere in luce la perfidia e la disonestà dell’Onu.

1. Una concezione della sessualità umana sganciata da ogni regola e norma morale. La Chiesa insegna che la funzione sessuale è buona e lecita solamente se viene esercitata dai coniugi all’interno del matrimonio e se essa ha come fine la procreazione; ciò significa che la sessualità umana, ed il piacere che ne deriva, è il mezzo attraverso cui l’uomo e la donna compartecipano alla creazione e non un fine. Il mondo (e certamente anche l’Onu) insegna l’inverso e cioè che la procreazione è solo una (spiacevole) conseguenza dell’atto sessuale, il cui vero fine va ricercato nel piacere che l’accompagna. E’ fin troppo ovvio come tale ribaltamento morale abbia delle conseguenze disastrose perché alla legge della natura e dell’amore sponsale esso tende a sostituire la legge (tirannica) del desiderio, del piacere fine a se stesso. In tal modo si apre la strada, inevitabilmente, ad ogni forma di perversione finalizzata alla ricerca spasmodica del piacere venereo, compresa quella dello sfruttamento sessuale dei bambini.

2. La sessualizzazione dell’infanzia. La Chiesa definisce bene gli ambiti della sessualità umana e ne riserva l’esercizio ai coniugi. Il mondo (e certamente anche l’Onu) teorizza invece che in ogni fase della vita, dall’infanzia fino alla vecchiaia, la sessualità umana costituisce una pulsione che va “scaricata”, non repressa né tantomeno procrastinata. Non mancano, purtroppo, documenti ufficiali Onu e di altri organismi sovranazionali, nonché programmi scolastici ministeriali che raccomandano ai bambini l’insegnamento della masturbazione, l’uso disinvolto e disinibito del sesso e la scelta del genere sessuale a cui decidere di appartenere, come se esso non fosse legato ad alcun dato oggettivo di natura.

3. L’instaurazione della legge del più forte, ossia del desiderio elevato a diritto. La Chiesa insegna l’esistenza di una gerarchia dei valori, la necessità di seguire il bene ed evitare il male e di accordare protezione agli individui più deboli ed indifesi. In tale logica, il bambino (e a maggior ragione, il bambino non nato) ha dei diritti inviolabili tra cui quello alla vita. Il mondo (e certamente anche l’Onu) propugna il relativismo etico e morale e pone il desiderio, in particolare quello sessuale, al centro della vita individuale e sociale. Nel nome del desiderio e dell’arbitrio individuale tutto è lecito, anzi doveroso, compreso l’omicidio dell’innocente ed il suo sfruttamento sessuale. Dapprima col divorzio, poi con l’aborto, le legislazioni di molti Stati hanno reso legale la teoria malsana del desiderio come diritto e ciò non ha fatto altro che comportare la sopraffazione del più debole da parte del più forte, di chi è in grado di esercitare e far valere la propria volontà o le proprie esigenze, contro chi invece non è in grado, per diversi motivi, di farlo. Anche tutte le altre aberrazioni sociali, come l’eutanasia dei malati, degli incapaci di intendere e di volere e finanche dei bambini (già legale in alcuni Paesi europei), corrispondono perfettamente ai perversi criteri filosofici propagandati dalla modernità. In questo quadro di offuscamento della ragione e di esaltazione innaturale dei sensi, la pedofilia rappresenta l’approdo inevitabile di una società malata e priva di efficaci meccanismi di protezione dei più deboli.

4. Il consenso come criterio decisivo nello stabilire la liceità morale e giuridica di un comportamento umano. La Chiesa insegna che un determinato atto non diventa buono e lecito quando a compierlo sono due o più persone consenzienti; al contrario, esso ha in sé una connotazione positiva o negativa indipendentemente dalla partecipazione libera di tutti i soggetti coinvolti. Cosicché, ad esempio, i rapporti sessuali promiscui sganciati da precise norme morali non cambiano di segno nel momento in cui vengono consumati all’interno di relazioni consensuali, ma rimangono intrinsecamente disordinati. Il mondo (e certamente anche l’Onu) sostiene invece l’esatto contrario, ponendo come criterio ultimo di discernimento etico e morale proprio il consenso, con conseguenze facilmente prevedibili. Recentemente, la Cassazione ha ribaltato una sentenza del tribunale di Catanzaro che aveva condannato un sessantenne a cinque anni di galera per aver abusato sessualmente (il reo è stato colto, tra l’altro, in flagranza di reato) di una ragazzina di undici anni. La Suprema Corte ha riconosciuto come attenuante il fatto che la piccola era consenziente. Tale assurdo episodio di cronaca sintetizza in modo efficace tutti i presupposti logici fin qui enunciati.

In conclusione, la pedofilia altro non è che la punta emergente dell’iceberg di immoralità e perversione che la stessa agenzia Onu spaccia per conquiste di civiltà. A soffiare sul fuoco dei sensi e della voluttà ci pensa poi la diffusione planetaria della pornografia, la cui industria non conosce crisi e regna sovrana su una società relativista che pone come valore assoluto la soddisfazione immediata ed indiscriminata di ogni impulso o pulsione sessuale.


Da campariedemaistre.com

Il complesso (anticattolico) del Primo Maggio

di Satiricus

Guardate, evitiamola di tirarla tanto per le lunghe con le consuete moine da ultra-conservatori neo-borbonici fissati con la palla delle blasfemie e i castighi divini: un cantante sale sul Palchettone del PrimoMaggio e sponsorizza preservativi con un fervore tale che metà dei teologi oggi non riservano alla santa Eucaristia? Ben venga!

Io, se devo scandalizzarmi, mi scandalizzo per il Concertone in sé, non per i suoi ospiti. Che poi la festa del lavoro nel paese di giovani che non lavorano sia impugnata da giovani cantanti di cui ci si ricorda per ciò che non hanno cantato è cosa logica e lineare. Consequenziale invero.

Ma veniamo a noi.

Tecnicamente l’abbaglio di Luca Romagnoli concerne la parte scientifica, e cioè l’effettiva efficacia del condom. Per esempio, RoseBusingye, dall’Uganda, spiegava bene come e perché l’AIDS si vinca educando lepersone ad essere persone, e non imbavagliandone il barballo tale quale si mettesse una museruola a una qualche irragionevole bestia. Con questo metodo, in Uganda, l’epidemia è stata abbattuta di 15 punti percentuali, sostiene Rose.

Però c’è un però. Anzi due. Il primo è che io, da uomo della destra razzista, non mi ci vedo proprio a citare i negri, razza inferiore, per cui credo piuttosto all’appello accorato e rivoluzionario di Romagnoli che alla politica animista di Yoeri Musevene e tribali vari. Il secondo è che non dobbiamo perdere di vista il centro del messaggio di libertà del cantautore, cui non interessa di profilattici e di negre, o entrambi, ma gli interessa di Dio, causa prima della disoccupazione, secondo ragione, mentre, secondo Rivelazione (cui i teologi post-moderni di cui sopra credono a spanne), anche del lavoro in quanto maledizione edenica.

Parliamo di Dio, dunque. Nuova evangelizzazione. E ringraziamo l’artista Luca Romagnoli che invoca senza tema Nostro Signore a un concerto di sedicenti materialisti di vecchia data. Lo fa, inserendosi in una corrente di creatività contemporanea, ben esemplificata da Castellucci (con le sue colate di merda sul volto del Mantegna) e Serrano (che invece taglia corto, e cala direttamente le effigi nei liquami). Come ci ha insegnato magistralmente Socci “Quella di Castellucci, davanti a Gesù, è preghiera!”. Merde! Verrebbe da dire. Ma allora standing ovation per Romagnoli, che fa addirittura preghiera liturgica: “prendetene e usatene tutti!” Manca solo di scoprire che il Palchettone del Concertone è l’ultimainstallazione di arte povera – poveri di sicuro gli spettatori – di Kounellis, e il gioco è fatto.

Io però sono un feticista del dietrologismo e un sostenitore delle libertà, per cui biasimo soprattutto la scelta della RAI di censurare il denudamento di Romagnoli, mandando in onda la pubblicità al posto del glabro spettacolo (cribbio, avrebbero gradito anche gli omosessualisti!). Testimoni oculari hanno dichiarato che sul barballo del cantante ci fosse un messaggio di speranza per i lavoratori – non molto lungo ma almeno sentito – una sorta di manifesto Femen debitamente aggiornato: un Masculen, diciamo. Questo peraltro, qualora fosse vero, invererebbe alcune mie vecchie intuizioni (scusate l’autocitazione). Non lo sapremo mai, purtroppo. Ma rimaniamo con questa evocazione colta di Romagnoli, heideggeriana e neo-gnostica insieme, dove simbolo fallico, messaggio masculen e guaina in lattice concorrono a significare la verità come svelamento, in un crogiuolo tra allusione, iniziazione e impedimento catecontico dell’eiezione libertaria (se non avete capito nulla, vuol dire che siete persone sane; però poi evitate Cacciari, che è peggio).

È tutto. Io, scusate se non c’ero, ma ero impegnato in un sexy bar fuori Pesaro: luci rosse come al Concertone, ma però buona musica, tanta gioventù impegnata e nessuna interruzione pubblicitaria. Mancava il riferimento a Dio, purtroppo. La prossima volta rimedio, prometto: mi porto un pornoteologo.


Da www.campariedemaistre.com

Manuale di autodifesa per "papisti" ignoranti e sessualmente repressi

di Marco Mancini

“La Chiesa è intransigente sui princìpi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui princìpi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano” (R. Garrigou-Lagrange)

Siete papisti? Avete l’imperdonabile colpa di non discostarvi nel vostro pensiero da quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica? Bene, allora sarete sicuramente fragili e insicuri, fissati sulle nozioni che vi hanno inculcato da bambini, ignoranti e incapaci di approfondimento intellettuale. Non a caso, siete tutti di destra e pronti a subire il richiamo di populismi e totalitarismi. Insomma, siete fascisti. Ma non basta: essendo clericali e bigotti, siete pure ipocriti, insoddisfatti e sessualmente repressi. A dirla tutta, non è neanche tanto sicuro che voi siate veramente cristiani.

Quante volte vi sarà capitato di ascoltare certe scempiaggini? Finché a vomitarle sono gli Odifreddi di turno, uno fa una scrollatina di spalle e passa oltre. Come ha scritto Gómez Dávila, “ciò che si pensa contro la Chiesa è privo di interesse, se non lo si pensa da dentro la Chiesa”. Quando, però, ad affermare le enormità di cui sopra sono certi catto-progressisti, come capita ultimamente, bisogna fermarsi un attimo a riflettere. Leggendo le parole di questi “cattolici democratici”, prendendo atto dell’astio con cui vengono vergate, si può anzitutto avere un saggio di ciò che essi intendano con quella “carità evangelica” di cui si riempiono continuamente la bocca. Non che non conoscessimo, d’altra parte, il trattamento di cui sono vittime sacerdoti e fedeli “tradizionalisti”, cioè semplicemente di sana dottrina, nelle diocesi guidate dai loro caporioni. Ma non abbandoniamoci al vittimismo e procediamo oltre.

Noi “papisti”, dunque, saremmo chiusi, intolleranti, vincolati a un legalismo fanatico e ipocrita: infatti – è la classica accusa – non siamo stati realmente toccati dalla grazia di Cristo, né illuminati dallo Spirito (viene da pensare che a certa gente troppa “illuminazione” abbia forse fulminato il cervello…). La testolina di questi censori non viene neanche sfiorata dal pensiero che nella storia i “papisti” siano stati accusati, ad esempio da un certo puritanesimo di stampo calvinista, anche dell’esatto contrario, cioè di essere eccessivamente tolleranti, corrivi, condiscendenti. Insomma, decidetevi: siamo troppo rigidi o troppo indulgenti?

Il punto è che chi muove queste critiche è lontano anni luce dalla Weltanschauung cattolica, non riesce a cogliere il senso di quella sintesi grandiosa che supera il dualismo degli opposti e che costituisce, come scrisse Chesterton, “il luogo in cui tutte le verità si danno appuntamento”. Ho sentito di recente una frase che mi ha molto colpito: chi non ha compreso veramente il dogma (Concilio di Calcedonia, anno 451) dell’unione ipostatica delle due nature di Cristo, vero Dio e vero uomo, ha compreso poco o nulla del Cristianesimo. Ecco, ho l’impressione che molti di questi cattolici “adulti” abbiano un problema con i fondamentali della Fede, con la cristologia, e per questo fatichino poi a farsi un’idea del resto, vagando nella confusione. Torna attualissima, a riguardo, una delle opere più argute di quel grande cattolico che fu Robert H. Benson, vale a dire i “Paradossi del Cattolicesimo”. Lo so, saggi come questi non escono in omaggio con Famiglia Cristiana (meglio Gandhi, o il Dalai Lama), quindi si può capire che i nostri “cattolici adulti” non li abbiano letti. Scrive dunque Benson che “il Paradosso dell’Incarnazione da solo compendia tutti i fenomeni contenuti nel Vangelo; […] questo supremo Paradosso è la chiave di tutto il resto”.

Sul filo di questo paradosso ci muoviamo noi “papisti”. Noi non ci avventiamo contro il peccatore, non scagliamo la prima pietra, semplicemente perché siamo coscienti di non essere a nostra volta senza peccato. Non ci perdiamo in una precettistica di stampo farisaico, come accade in certe agghiaccianti pagine talmudiche o in certe prescrizioni coraniche, perché sappiamo che “il sabato è stato fatto per l’uomo” (Mc 2, 27) e non viceversa e che “la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (2Cor 3,6). Ma sappiamo anche, al tempo stesso, che Cristo ha detto di essere venuto non a cancellare la legge, ma a darle pieno compimento (Mt 5, 17-19). La sua Grazia ci ha liberato dalla schiavitù della legge e del peccato, ma questo non significa che non esistano più né legge né peccato.

Questo è il più grande dramma del mondo moderno, come aveva già compreso Papa Pio XII: aver perso il senso del peccato. E pare che sia il dramma anche di questi catto-progressisti, quando scambiano la “libertà dei figli di Dio” di cui parla San Paolo con l’anomia. Quando invitano a “ridiscutere” le norme della Chiesa, ad esempio quelle sulla morale sessuale (gira gira, sempre lì si va a parare…) perché “non più sostenibili”. Quando invitano, in perfetto stile maoista, a sparare sul quartier generale, invece di difenderlo. Quando alimentano lo scisma silenzioso che ormai sta attraversando la Chiesa, invece di combattere per essa.

Ci accusano spesso di non essere addentro alla “realtà ecclesiale”, ma di invadere il dibattito pubblico e il web con la nostra intollerante presenza: verissimo, molti di noi sono “cani sciolti” e ne sono fieri. C’è da disperarsi al pensiero dello stato in cui è ridotto l’associazionismo cattolico, divenuto ormai una fucina di apostati, a volte silenziosi, troppo spesso rumorosissimi. Burocrati che continuano a parlarsi addosso nel chiuso delle sagrestie, invece di essere sale della terra e luce del mondo. Che si sentono in diritto di mettere in discussione punti essenziali del Magistero, perché tanto nulla è “definitivo”, a parte – ovviamente – il Concilio Vaticano II: lì, invece, subentra una qualche forma di feticismo.

Non siamo noi “papisti”, ma la Congregazione per la dottrina della Fede a dire che, per esempio, la dottrina cattolica sulla morale sessuale rientra in quel nucleo di verità al quale il fedele cattolico è tenuto a prestare “il suo assenso fermo e definitivo […]. Chi le negasse, assumerebbe una posizione di rifiuto di verità della dottrina cattolica e pertanto non sarebbe più in piena comunione con la Chiesa cattolica”. E noi, da “papisti”, il nostro assenso lo prestiamo consapevolmente, perché sappiamo che non si tratta di moralismo fine a se stesso, ma di qualcosa che ha a che fare con il vero senso dell’essere uomo. Anche se conosciamo perfettamente la nostra debolezza, anche se sappiamo che è difficile resistere alla tentazione e che spesso siamo noi stessi a cadere: ma “laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20). In questo, come in tanti altri campi, nessuno di noi è un santo (o magari qualcuno sì…), ma non facciamo della nostra colpa un vanto. Quanto ai nostri amici progressisti, sono liberissimi di costruirsi una morale a proprio uso e consumo: comincino però a chiedersi se possano ancora dirsi pienamente cattolici.


Da www.campariedemaistre.com

Derive immanentistiche della teologia moderna (I parte)

Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Mario Padovano, nato il 20/08 (giorno di S. Bernardo di Chiaravalle) del 1983 a Benevento, laureando in Lettere e filosofia a Napoli (Federico II) con una tesi su Cornelio Fabro. Realista, studioso di San Tommaso d’Aquino e discepolo di mons. Antonio Livi e don Massiliano Del Grosso, collabora come Co-redattore del SEFT (www.formazioneteologica.it/).

Il sociologismo, il culturalismo e tutte quelle correnti di pensiero che fanno del cristianesimo in se stesso ora un semplice messaggio di giustizia sociale ora una radice culturale di chissà quale continente o paese hanno tutte per denominatore comune il richiamo, per loro fondante, al principio d’immanenza per cui in generale l’annuncio stesso di Cristo è visto e talora vissuto come un prodotto dell’uomo che nelle sue pur finite potenzialità pretende di riporre la stessa speranza di salvezza. 

E se le eresie dei primi secoli si muovevano spinte dagli influssi del neo-platonismo pagano e da elementi giudaizzanti, non si può nascondere la derivazione necessaria delle ricadute moderne in quegli stessi errori dai presupposti di fondo di un antropocentrismo intrinsecamente ateo in cui, ammesso o non ammesso Dio esplicitamente, ciò nondimeno è l’uomo il fine di tutto finanche dell’Onnipotente. Proprio come se Dio non potesse esistere senza il mondo e in particolar modo senza l’uomo, idealisticamente inteso come quell’essere che solo perché razionale si fa contraddittoriamente fondamento ontologico di sé stesso e che «originariamente, ossia senza la sua attività, è assolutamente nulla: deve farsi da sé con la sua attività ciò che deve diventare»[1], per cui «…se l’essenza divina non fosse l’essenza dell’uomo e della natura, allora sarebbe certamente un’essenza che non sarebbe nulla…»[2]. Un criptoateismo[3], dunque, dove pur non volendo forse all’inizio antropomorfizzare Dio si è cercato di divinizzare l’uomo al punto da fare alla fine di Dio stesso proprio «un idolo da loro scolpito» (Is 45,20), completamente soggetto alla contingenza, alla finitezza. E specialmente per quel che riguarda l’hegelismo e i suoi derivati teologici, «in questa immanenza, ormai è chiaro, se dal punto di vista formale il finito è nell’Infinito dal punto di vista reale è l’Infinito che è e circola e si attua nel finito …e l’Uno non si manifesta che nei e mediante i molti»[4]. Pertanto «la natura, la storia, l’umanità non sarebbero altro che i momenti decisivi della manifestazione dell’Assoluto nella coscienza di sé»[5]in cui addirittura è alla medesima autocoscienza umana per se stessa e non a Cristo Gesù vero Dio e vero Uomo a cui si assegna profanamente “il disegno di ricapitolare in sé tutte le cose”, dove «nella forma dell’Io penso è nello stesso tempo il mondo e Dio, il fenomeno e il noumeno, il soggetto e l’oggetto»[6]. È da questo criptoateismo, da questo ateismo virtuale del principio d’immanenza, per dirla ancora con Fabro, e dalla conseguente filosofia religiosa, che si sviluppano quelle rivisitazioni del cristianesimo che fanno di Gesù un semplice profeta o addirittura uno pseudo-mistico d’Oriente con un rapporto certo particolare con Dio ma che non va al di là di una inabitazione della virtù divina in Gesù come in un tempio, al modo di un contatto morale inteso in senso adozionista come συναφϑείς τη σοφία ossia “congiunto con la sapienza”.

E non poteva essere altrimenti in un sistema come quello razionalistico e idealistico dove non c’è spazio per una rivelazione trascendente in quanto nulla può essere in essa tale e tutto immanentisticamente si rivela nella compiutezza stessa dell’autocoscienza umana e ad essa appartiene, per cui Gesù Cristo stesso non può non essere, in questa corrente di pensiero, che un individuo umano tra i tanti, seppur con una sua privilegiata quanto limitata esperienza del divino. Si veda già quanto afferma l’olandese Hulsbosch, sedotto da Teilhard de Chardin che nega manifestamente per diretta applicazione del principio d’immanenza la divinità di Nostro Signore, il quale attingerebbe, per lui, il divino non essendo altro che una semplice manifestazione di Dio che sintetizzerebbe soltanto quella comune di tutte le altre creature al loro modo finito e limitato. Ecco ad esempio come si esprime: «Come uomo visibile Cristo è l’immagine di Dio invisibile. Posso chiamare Cristo creatura e allora dico che Egli è uomo; posso chiamare Cristo rivelazione di Dio e allora dico che è Dio»[7]. Proprio come la manifestazione dello Spirito Assoluto in Hegel, «con un doppio movimento [nientificante!], quello di “svolgere” Dio dall’interno dell’immanenza della coscienza umana e quello di elevare o collocare la medesima coscienza umana all’interno della manifestazione di Dio»[8]. Gesù pertanto non farebbe altro che inserirsi, come afferma anche l’altro teologo novello Schillebeeckx, col suo essere uomo quasi cosmico, culminante manifestazione di Dio nella creazione universale e semplicemente a livello di questa. Manifesto è così il ripudio della stessa formola calcedoniense Una Persona in due nature e la ricaduta in un indifendibile nestorianesimo, con la compromissione della vera Divinità di Cristo.[9]


[1] J.G. Fichte, Werke, ed. Meiner, Leipzig 1908-1912, vol.II, p. 444

[2] G.W.F. Hegel, Philosophie der Weltgeschichte, Einleitung; ed. Lasson, I, p.38

[3] Cfr. C. Fabro, La risoluzione atea dell’idealismo, in Introduzione all’ateismo moderno, Ed. Studium, Roma 1964, p.535

[4] C. Fabro, Principio moderno d’immanenza o di appartenenza e principio tomistico di trascendenza o di causalità, in idem Introduzione all’ateismo moderno, p. 970

[5] R. Pettenuzzo, L’Io di Gesù, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2008, Parte I, p.20

[6] Ibid.

[7] A. Hulsbosch, Jezus Christus, gekend als mens al Zoon God, in Tijdshrift voor Theologie 6 (1966),pp. 250 ss.

[8] C.Fabro, Risoluzione dell’Idealismo, in Introduzione all’ateismo moderno, Edizioni Studium, Roma 1964, p.545

[9] Cfr. E. Schillebeeckx, Gesù. La storia di un vivente, trad. it., Editrice Queriniana, Brescia 1976


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