“A venti anni dall’inizio del Concilio Vaticano II” e “I venticinque anni della «Veterum Sapientia»” del Card. Siri

A VENTI ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO VATICANO II
(da «Renovatio» XVII (1982), fasc. 3, pp. 325-328)

La data dell’11 ottobre 1962, inizio del Vaticano II, non si può ignorare. Non per dare un giudizio, perché fatti di questo genere si interpretano solamente coi secoli; ma perché una ponderazione cauta, oltre che utile, appare doverosa.

1. Il Vaticano II è un fatto teologico. Proprio perché di tale natura, esso deve avere una interpretazione teologica, ossia dal piano perfettamente cattolico e nella sola dottrina che scende dalla parola di Dio, sia tràdita sia scritta. Chi pretende di giudicare il Concilio, non da questo piano, si mette nel falso. Ed è un fatto teologico perché il Collegio Episcopale, riunito cum Petro et sub Petro, gode del carisma di potere supremo ed, occorrendo, del carisma della infallibilità. Gode anche del fatto di essere un avvenimento il quale entra nel piano della divina provvidenza. Sotto questo profilo di Fede, il primo e più sicuro, qualcosa si vede con certezza. Le guerre di questo secolo, per il fatto che coinvolgono eserciti e tutta la popolazione dei Paesi belligeranti con manifestazioni terrificanti, lasciano tracce esplosive nei singoli e nelle collettività per decenni e decenni. Lo vediamo bene. Che sarebbe accaduto nella Chiesa se non si fosse eretta questa grande diga, nella quale entravano corresponsabili i vescovi di tutto il mondo e, ad altro livello, i pensatori cattolici dell’Universo? Se tutte le pazzie non fossero state obbligate a passare per questo crogiolo? Chi vede il Concilio come un principio di dispute dannose e non si accorge che queste hanno avuto un contenimento proprio da esso, capovolge la Storia.
L’avere riunito in un prospetto solo tutto quanto si poteva dire sulla Chiesa, senza fermarsi solo al fatto storico ed alla quadratura giuridica, ha valore profetico, perché uno degli sforzi più diabolici che si sarebbero lanciati contro l’opera di Cristo è proprio a riguardo della Chiesa; essa dovrebbe diventare carismatica, democratica, caotica, … e chi più ne ha più ne metta!
In modo sotterraneo, e non avvertito dai più, da tempo si andava minando la parola di Dio scritta nella Bibbia, per l’ideale di un ritorno ad una semplificazione protestante infedele ed imbelle. Altro documento profetico è in questo senso la Costituzione Dei Verbum. Non si vedeva; ma l’ultima guerra aveva devastato anche le teste. E come!
La netta posizione verso i laici non è una novità: ma l’averla così chiaramente esposta in diversi Documenti, — la Apostolicam Actuositatem, la Gaudium et Spes —, è preziosità tale che solo i nostri posteri potranno valutare.
Se il Concilio lo si guarda come fatto «teologico», bisogna dire: «qui c’è la mano di Dio».

2. Il Concilio può essere considerato come «fatto storico». Il che non diminuisce il valore del «fatto teologico», ma vi dimostra chiaro la «mano di Dio». Infatti. Dio lascia intera la libertà umana e porta alla fine i fatti dove vuole Lui. Fin dal secondo giorno del Concilio, fu chiesto di respingere lo schema preparato circa le fonti della Rivelazione. Lo schema fu respinto e quello presentato in seguito fu migliore e capace di ulteriori perfezionamenti, come di fatto accadde. Ma non c’è alcun dubbio che alcuni vennero al Concilio col proposito di portare la Chiesa a vivere protestanticamente, senza Tradizione e senza Primato del Papa. Per il primo scopo, si fece molta confusione; per il secondo si tentò di giocare l’argomento della Collegialità.
Per capire tutto il fatto, occorre aver presente che per la prima volta, accanto al Concilio, esisteva una pleiade di persone, le quali, non potendo a qualche legittimo titolo sedere in Aula, avevano del tempo da perdere e costituivano il miglior terreno per il pettegolezzo: giornalisti, fotografi, cineasti in servizio per le televisioni di tutto il mondo erano continuamente alla caccia di episodi, di detti, di posizioni azzardate ed imprudenti in fatto di dottrina. Questo mondo vario e superficiale diventò per molti «il volto» del Concilio. Per questo motivo talune tesi, disputate o in se stesse o in qualche sfumatura, apparvero cicloni in modo al tutto artefatto.
Se si confronta il Vaticano II col Vaticano I e il Tridentino, si vede che il Vaticano II fu il più pacifico dei tre. I due precedenti, con fatti ben più gravi, non ebbero tale cassa di risonanza.
Sarebbe falso il voler sostenere che al Vaticano II non ci siano stati contestatori; ma questi si fecero ben poco sentire in aula, preferendo per le loro gesta i corridoi delle Commissioni, le conferenze in qualche sala, ed altri mezzi lontani dalla grande Aula vaticana.
Per capire la stupenda serietà della grande assise bisogna considerare i numeri: in quattro sessioni parlarono solo 500 Padri; duemila cinquecento tacquero sempre e furono la grande saggezza silenziosa del Concilio. Naturalmente, dei cinquecento molti parlarono assai, taluni anche una o due volte la settimana.
Il lavorio interno del Concilio si svolse, oltreché nelle Commissioni, in altre due sedi. La prima fu la Commissione cardinalizia per gli affari straordinari, definita da Papa Giovanni «la testa del Concilio». Constava di otto Cardinali ed era presieduta dal Segretario di Stato. Durò solo per la prima Sessione e fu soppressa da Paolo VI. Da questo punto cominciò l’attività, si può dire settimanale, dei venti cardinali: i 12 componenti il Consiglio di Presidenza del Concilio, i quattro Moderatori del Concilio stesso e i quattro Coordinatori dei lavori. Le sedute di questi venti Cardinali furono l’occasione e la sede dei lavori più faticosi e più utili del Concilio. Chi non conosce i verbali di questo Consiglio, del quale era segretario lo stesso Segretario del Concilio, crediamo non possa scrivere la vera storia del Concilio.
La più preoccupante vicenda fu il dopo-Concilio. Fu allora che cominciò la triste consuetudine di avallare idee particolari col dettato del Concilio. Contro il Concilio. Questi sono solo elementi per chi dovrà scrivere la storia del Vaticano II. Il che, perché possa essere un lavoro sereno, riteniamo sarà possibile solo tra molti anni.
Nessuno può sottrarsi all’ammirazione per questa assise, che ondeggiò numericamente tra i 2.500 e 3.000 Padri, che mai fu rissosa, mai ineducata, mai violenta, anche se talvolta il timbro vibrato di alcuni Padri lasciava capire benissimo la loro interna passione.
Una volta sola uno dei Padri più degni e competenti ebbe troncato il Suo dire, per raggiunti limiti di tempo dal Presidente di turno: considerato tutto, quel gesto poteva essere evitato.
Se si pensa che le sessioni furono quattro dal 1962 al 1965, ci si può domandare: è forse esistita una assise di tale numero, di tale importanza e di tale cornice che abbia dato una tale prova di educazione civile?

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I venticinque anni della «Veterum Sapientia»
(da «Renovatio», XXII (1987), fasc. 1, pp. 5-7)

Il 22 Febbraio 1962 Giovanni XXIII promulgava la «Costituzione Apostolica» «VETERUM SAPIENTIA». Volle dare alla promulgazione una solennità forse mai usata: firmò il Documento sulla mensa della confessione nella Basilica di San Pietro, presente il Sacro Collegio. Scopo della Costituzione era portare avanti lo studio della lingua latina.
Da quel giorno sembra siano passati non 25 anni ma molti secoli. Infatti la data pare sia passata sotto silenzio. Il Documento contiene una Legge vera e propria per tutta la Chiesa: ovunque insegnare e imparare il «Latino».
Per la vita della Chiesa e per la migliore formazione è utile ritornare a riflettere decisamente sulla lingua latina.

1. Nel momento in cui il Verbo si è incarnato, la lingua del potere imperiale, la più diffusa e al punto più alto della sua manifestazione letteraria, nonché dell’ambiente civile, è stata la lingua latina. Questo accostamento non può in alcun modo ritenersi puramente casuale. Nulla è casuale. Nel pieno rispetto della libertà umana, tutto, e per la eterna scienza dei futuri e futuribili in Dio, rientra in un piano divino. Ed anche questo bisogna ammirare.
Alla lingua latina deve unirsi la considerazione attenta e profonda della storia di Roma. È il momento di accorgersi che in nessuno degli imperi noti alla Storia umana si è riprodotto il modulo dell’Impero Romano. Questo Impero è stato troppo considerato solo alla luce, non sempre luminosa, dei suoi storici. Esso appare far essenzialmente parte di una ben più alta storia; e talune sue caratteristiche difficilmente avranno una spiegazione meramente umana. Questa storia si collega, forse essenzialmente, alla scelta di Roma come capitale della Chiesa cattolica. Il latino è troppo congiunto con queste storiche realtà.
Ma la lingua ha caratteristiche sue ineguagliabili, ha la logica che distingue i piani; e anche solo per questo diventa educativa; tanto che, fino alla lassitudine universale del nostro tempo, è sempre stata formativa della mentalità umanistica e civile. La sua concisione espressiva, il suo ritmo rivestono una maestà impareggiabile ed inimitabile. Si direbbe che certi concetti non si esprimono in modo veramente adeguato se non in lingua latina. La sua modulazione classica è affascinante. Ci vollero due secoli di inquinamento rovinoso illuministico per arrivare alla distruzione del nostro tempo. Le possibilità riassuntive nella lapidaria espressione del latino, non sono eguagliate da nessuna lingua umana.

2. Solo il Latino apre la porta a tutta l’antichità cristiana, ai più venerandi Documenti del Magistero Ecclesiastico, alla formulazione del Diritto. La parte più risolutiva di questo è fiorita in questa lingua e in questa storia di Roma, che rimane la Madre del Diritto stesso.

3. La «VETERUM SAPIENTIA» sottolinea bene la possibilità di questa lingua che, per non essere più ovunque «viva», ha l’immobilità dei capolavori antichi e, pertanto, non è soggetta all’evoluzione delle lingue parlate, dando così un contributo alle cose e ragioni che né cambiano né possono cambiare. La grandezza del Latino la si misura accanto alla grandezza immobile della verità obiettiva.

Per queste ragioni meritano plauso quanti, nel nostro tempo, lavorano per mantenere le ragioni di esistenza e di uso del Latino nella nostra e nelle future età.
La considerazione del Latino nell’ambiente di sua nascita e di sua affermazione aiuta ad arrivare ad una complessiva visione della storia umana, che – ripetiamo – non è casuale, ma è tutta finalizzata negli intendimenti del Suo Unico Creatore!


Da cardinalsiri.it

L’Onu attacca la Chiesa, ovvero il corvo si avventa contro la colomba

di Alfredo De Matteo

Il recente durissimo, e per certi versi tragicomico, attacco dell’Onu alla Chiesa Cattolica mette bene in luce la deriva morale e intellettuale dell’odierna società civile: un gruppo di esperti del Comitato Onu sui diritti dei bambini ha stilato un rapporto in cui si accusa la Chiesa di aver coperto, e addirittura causato con il Suo insegnamento, gli abusi sessuali commessi in questi ultimi decenni da alcuni ecclesiastici nei confronti di un certo numero di fanciulli.
Tale infame documento non tratta solamente della pedofilia ma affronta anche altri temi riguardanti soprattutto l’omosessualità e l’aborto; in buona sostanza, il j’accuse rivolto alla Chiesa Cattolica è quello di aver favorito, e tuttora di favorire, le violenze sugli omosessuali e le gravidanze “pericolose”, ossia quelle con elevato rischio di mortalità (della madre del bambino, ovviamente …) in relazione alla pratica degli aborti clandestini, sempre a causa di un insegnamento morale che si ostina a ritenere l’omosessualità come una grave depravazione e l’aborto come un abominevole delitto. Non sono mancate neanche le solite accuse circa la condanna della contraccezione da parte della Chiesa, condanna che favorirebbe la diffusione dell’Aids e dunque la morte di milioni di persone. Ora, colui che scrive non intende ribattere punto per punto alle menzogne dell’Onu, la qual cosa appare, dati alla mano, fin troppo facile e comunque già efficacemente documentata da illustri apologeti, bensì focalizzare l’attenzione sulla questione pedofilia, grimaldello utilizzato dai nuovi untori delle odierne democrazie relativiste per “tappare la bocca” ai cattolici nel tentativo di sdoganare l’immoralità e la perversione, ossia costituire e rafforzare quelle strutture di peccato che sono all’origine dell’annientamento morale e materiale dell’umanità intera.

E’ quanto mai opportuno, pertanto, indagare sulle cause della pedofilia ed in particolare sui presupposti filosofici che ne sono alla base, proprio al fine di mettere in luce la perfidia e la disonestà dell’Onu.

1. Una concezione della sessualità umana sganciata da ogni regola e norma morale. La Chiesa insegna che la funzione sessuale è buona e lecita solamente se viene esercitata dai coniugi all’interno del matrimonio e se essa ha come fine la procreazione; ciò significa che la sessualità umana, ed il piacere che ne deriva, è il mezzo attraverso cui l’uomo e la donna compartecipano alla creazione e non un fine. Il mondo (e certamente anche l’Onu) insegna l’inverso e cioè che la procreazione è solo una (spiacevole) conseguenza dell’atto sessuale, il cui vero fine va ricercato nel piacere che l’accompagna. E’ fin troppo ovvio come tale ribaltamento morale abbia delle conseguenze disastrose perché alla legge della natura e dell’amore sponsale esso tende a sostituire la legge (tirannica) del desiderio, del piacere fine a se stesso. In tal modo si apre la strada, inevitabilmente, ad ogni forma di perversione finalizzata alla ricerca spasmodica del piacere venereo, compresa quella dello sfruttamento sessuale dei bambini.

2. La sessualizzazione dell’infanzia. La Chiesa definisce bene gli ambiti della sessualità umana e ne riserva l’esercizio ai coniugi. Il mondo (e certamente anche l’Onu) teorizza invece che in ogni fase della vita, dall’infanzia fino alla vecchiaia, la sessualità umana costituisce una pulsione che va “scaricata”, non repressa né tantomeno procrastinata. Non mancano, purtroppo, documenti ufficiali Onu e di altri organismi sovranazionali, nonché programmi scolastici ministeriali che raccomandano ai bambini l’insegnamento della masturbazione, l’uso disinvolto e disinibito del sesso e la scelta del genere sessuale a cui decidere di appartenere, come se esso non fosse legato ad alcun dato oggettivo di natura.

3. L’instaurazione della legge del più forte, ossia del desiderio elevato a diritto. La Chiesa insegna l’esistenza di una gerarchia dei valori, la necessità di seguire il bene ed evitare il male e di accordare protezione agli individui più deboli ed indifesi. In tale logica, il bambino (e a maggior ragione, il bambino non nato) ha dei diritti inviolabili tra cui quello alla vita. Il mondo (e certamente anche l’Onu) propugna il relativismo etico e morale e pone il desiderio, in particolare quello sessuale, al centro della vita individuale e sociale. Nel nome del desiderio e dell’arbitrio individuale tutto è lecito, anzi doveroso, compreso l’omicidio dell’innocente ed il suo sfruttamento sessuale. Dapprima col divorzio, poi con l’aborto, le legislazioni di molti Stati hanno reso legale la teoria malsana del desiderio come diritto e ciò non ha fatto altro che comportare la sopraffazione del più debole da parte del più forte, di chi è in grado di esercitare e far valere la propria volontà o le proprie esigenze, contro chi invece non è in grado, per diversi motivi, di farlo. Anche tutte le altre aberrazioni sociali, come l’eutanasia dei malati, degli incapaci di intendere e di volere e finanche dei bambini (già legale in alcuni Paesi europei), corrispondono perfettamente ai perversi criteri filosofici propagandati dalla modernità. In questo quadro di offuscamento della ragione e di esaltazione innaturale dei sensi, la pedofilia rappresenta l’approdo inevitabile di una società malata e priva di efficaci meccanismi di protezione dei più deboli.

4. Il consenso come criterio decisivo nello stabilire la liceità morale e giuridica di un comportamento umano. La Chiesa insegna che un determinato atto non diventa buono e lecito quando a compierlo sono due o più persone consenzienti; al contrario, esso ha in sé una connotazione positiva o negativa indipendentemente dalla partecipazione libera di tutti i soggetti coinvolti. Cosicché, ad esempio, i rapporti sessuali promiscui sganciati da precise norme morali non cambiano di segno nel momento in cui vengono consumati all’interno di relazioni consensuali, ma rimangono intrinsecamente disordinati. Il mondo (e certamente anche l’Onu) sostiene invece l’esatto contrario, ponendo come criterio ultimo di discernimento etico e morale proprio il consenso, con conseguenze facilmente prevedibili. Recentemente, la Cassazione ha ribaltato una sentenza del tribunale di Catanzaro che aveva condannato un sessantenne a cinque anni di galera per aver abusato sessualmente (il reo è stato colto, tra l’altro, in flagranza di reato) di una ragazzina di undici anni. La Suprema Corte ha riconosciuto come attenuante il fatto che la piccola era consenziente. Tale assurdo episodio di cronaca sintetizza in modo efficace tutti i presupposti logici fin qui enunciati.

In conclusione, la pedofilia altro non è che la punta emergente dell’iceberg di immoralità e perversione che la stessa agenzia Onu spaccia per conquiste di civiltà. A soffiare sul fuoco dei sensi e della voluttà ci pensa poi la diffusione planetaria della pornografia, la cui industria non conosce crisi e regna sovrana su una società relativista che pone come valore assoluto la soddisfazione immediata ed indiscriminata di ogni impulso o pulsione sessuale.


Da campariedemaistre.com

Il passaggio 247 dell’ "Evangelii Gaudium" a processo?

dipietrinoeg

Era lo scorso 28 Novembre quando Padre Paul Kramer,uno dei più importanti studiosi di Fatima, rigetta l’elezione di Francesco al soglio di San Pietro e “proclama ufficialmente”(?)  la sede vacante,precisando anche che «il vero Papa é Benedetto XVI,costretto alle dimissioni».

Appresa la notizia, rimasi sbigottito non solo per il processo pubblico a colui che,nonostante tutto, rimane – per me – il Vicario di Cristo, ma anche per l’assurdità delle accuse rivolte, che stanno ricevendo il plauso di alcuni ambienti della Chiesa. Che Dio mi salvi dall’accusa di superbia: Voltaire docet, «non condivido la tua idea, Ma darei la vita perché tu la possa esprimere»!

Prima di entrare nel cuore dell’argomento su cui voglio porre l’attenzione, é doveroso un appunto allo stesso Kramer: il vero Papa,piaccia o no, é quello Regnante, ossia Jorge Mario Bergoglio; é lui il Vicario di Cristo “legittimo”. Per quanto le dimissioni siano suonate strane per molti, sono un gesto di piena libertà di cui si é avvalso il grande Benedetto XVI. Solo la Storia – speriamo una non tanto lontana! – ci renderà le giuste spiegazioni su questa vicenda dall’odore  “celestiniano”.

Di manifesta eresia si parlava in qualche articolo della stessa Radio Spada. “Cosa avrà mai scritto? Ho forse saltato qualche passaggio decisivo?”,mi chiedevo tra me e me temendo il peggio per la sacrosanta dottrina cattolica. Mi affretto a prendere in mano l’Esortazione Apostolica del Papa e,con trepidazione, raggiungo il passaggio 247.

Leggo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebreo, la cui Alleanza con Dio non è mai stata revocata, perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,16-18). Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea, né includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio (cfr 1 Ts 1,9). Crediamo insieme con loro nell’unico Dio che agisce nella storia, e accogliamo con loro la comune Parola rivelata».

Dove sarebbe la manifesta eresia?

Quello che ci si offre alla vista é un passaggio non eretico, ma di una sconvolgente banalità dal punto di vista teologico: se non fosse stato scritto non sarebbe cambiato nulla! Più e più volte ho espresso la mia riserva sul linguaggio spesso ambiguo del Pontefice,oppure sul Suo desiderio “di riformare il papato”: sono dubbi insoluti che ancora mi preoccupano circa il futuro della Santa Romana Chiesa!  Ma non é bene tramutare questi “temporanei” (speriamo!)dubbi in premesse per eventuali processi canonici di eresia. Vi propongo il mio punto di vista, assistito dalla “sapienza” del Magistero Papale durante i secoli.

Punto Primo:«Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea,nè includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio».

Per amore della Verità e della Giustizia e in nome dell’opera di discernimento in vista della quale la Chiesa ha da sempre voluto ammaestrarci, noi cattolici non possiamo guardare all’Ebraismo con gli stessi occhi con cui potremmo guardare,per esempio, ai buddisti. Come recita il detto, “non è bene far di tutta l’erba un fascio”! Sarebbe ingiusto parlare di “paganesimo”. Il Cristianesimo é,infatti,da considerarsi come il compimento dell’Ebraismo. “Non sono venuto ad abolire,ma a portare compimento” dice il Signore Gesú nel Vangelo.

Credono, dunque, in un falso Dio? No, perché come dice Sant’Agostino d’Ippona:« nell’Antico Testamento é nascosto il Nuovo, mentre nel Nuovo é manifesto il Vecchio».  Pertanto,non devono tornare ad abbandonare gli idoli,come coloro che volsero lo sguardo al vitello d’oro mentre Mosé era sul monte! Credono nel Dio giusto,ma non lo conoscono appieno. Può sembrare strano,ma la fede ,in alcuni casi,può essere accompagnata da una cattiva conoscenza, e ció avviene ogni campo: posso credere che il Sole brilli,ma non sapere in che modo esso brilli o perché. Così é come per Dio: gli ebrei credono nel vero Dio,ma non lo conoscono nella maniera perfetta.

E allora che differenza c’é rispetto al Cristianesimo? Possono salvarsi ugualmente gli ebrei? No, perché hanno rifiutato VOLONTARIAMENTE il Logos, la Parola Eterna  di Dio tramite cui é possibile conoscere davvero il Padre. Essi non possono salvarsi perché,come ricorda Gesù,« nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Me». Il loro peccato é stato ed é quello di una superba volontà di “ignoranza”(senza scusanti!) che li allontana dal Padre. Per questo Innocenzo IV nella Sua bolla ” Impia Judeorum perfidia” afferma che Gesú non riuscì a togliere dal cuore degli ebrei il velo che lí accecava e anzi ha permesso che oggi permanessero nella cecita che compenetra Israele. Oppure Niccolò III, in ” Vineam Sorec”, dice che essi non hanno voluto ricevere la grazia portata da Cristo,ma anzi lo hanno ingiustamente ucciso.

Punto secondo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebraico,la cui Alleanza con Dio non é mai stata revocata».

La Vecchia Alleanza  viene rotta dagli ebrei stessi e ristabilita dalla Nuova ed Eterna Alleanza,ossia il Corpo e il Sangue di Cristo sulla Croce. Appeso a quel legno, come anche ricorda San Paolo,Gesú riconcilia col Padre tutti,ebrei e non. Il peccato degli ebrei é stato lavato dal Sangue di Gesú. Cristo stesso riferí a Pietro(pur rivolgendosi ai pagani!) :” Non chiamare profano ciò che é stato purificato».

Anche gli ebrei potranno salvarsi se e solo se riconosceranno il Cristo come Figlio di Dio.

La Vecchia Alleanza non é stata revocata da Dio per il semplice fatto che essa è stata riassorbita nella Nuova ed Eterna Alleanza,cui gli ebrei RIENTREREBBERO  a pieno titolo. L’Alleanza agli ebrei non è stata revocata;che poi gli ebrei la “rifiutino” è un altro discorso.

Itaque,quid est sub solem novum?

Gianluca Di Pietro


Da QUI

Nota a margine: articoli buoni come questo sono sempre più rari sul sito… Pessima cosa, veramente pessima.

Il peccato non è un mito

«Certi nuovi teologi mettono in dubbio il peccato originale, che è la sola parte del cristianesimo che può essere veramente provata». Così scriveva più di un secolo fa, con il suo gusto del paradosso, Gilbert Keith Chesterton. E così la pensa don Giuseppe Tanzella-Nitti, ordinario di teologia fondamentale alla Pontificia Università della Santa Croce., anche sulla scorta del dibattito fra Vito Mancuso e Pierangelo Sequeri che «Avvenire» ha ospitato lo scorso 27 ottobre.
Professor Tanzella-Nitti, il peccato originale è da considerarsi un accadimento misterioso avvenuto nella storia o un mito pedagogico che la Chiesa ha elaborato per spiegare l’inclinazione al male dell’uomo e non è da riferirsi a un fatto reale?
«L’esistenza di un peccato all’origine del genere umano si accorda con quanto l’uomo può verificare empiricamente, nella storia dei popoli e nella sua esistenza personale. È paradossale che un essere intelligente, capace di pensiero filosofico e di progresso tecnico-scientifico, che se volesse potrebbe impiegare le proprie risorse e la propria intelligenza per aumentare la qualità di vita dei popoli, eliminando tante sofferenze e cooperando come in una sola famiglia, applichi invece il suo genio e la sua razionalità per combattere, distruggere, umiliare e uccidere. Non si tratta di un retaggio della nostra biologia animale: ad essere onesti è molto di peggio. Non è pura bestialità, ma intelligenza che concepisce il male e lo persegue razionalmente. Qualcosa non funziona in noi. Mentre gli altri animali suonano sempre con lo stesso registro, noi siamo capaci di interpretare le note più sublimi e quelle più ignobili. Qualcosa è misteriosamente avvenuto alle origini e qualcosa continua ad avvenire in ognuno di noi: siamo depositari di una promessa maggiore di quanto siamo capaci di mettere in pratica. Il testo sacro può essersi servito anche del linguaggio del mito per trasmettere questa verità originaria, ma essa rimane tanto reale quanto l’esperienza quotidiana di ciascuno, come già osservava il poeta pagano Ovidio: video meliora proboque, deteriora sequor».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma però che «la dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant’Agostino contro il pelagianesimo». Uno potrebbe dire che la fondazione biblica di questa verità è debole e la Chiesa ci abbia ricamato sopra.

È normale che in alcune epoche possa esserci sproporzione fra lo sviluppo teologico di una dottrina e la sua controparte biblica, perché la prima dipende dal contesto storico in cui ci si muove. Ed è normale che la riflessione sul peccato e sulla redenzione sia maggiore nel cristianesimo che non nell’ebraismo, perché è Cristo ad aver vinto il peccato sulla croce. Oltre a Genesi 3, l’idea che “il peccato è entrato nel mondo” è nota ai libri sapienziali, alla Lettera ai Romani, ma soprattutto Gesù ci fa capire che “in principio non era così”. Nel parlare del peccato originale, la Scrittura parla anche, in modo paradigmatico, del peccato in genere, indicando il mistero di chi, rifiutando Dio, vuol mettersi al Suo posto. La dottrina sul peccato originale va vista entro l’intera realtà, drammatica, del peccato, non qualcosa che possiamo estrarre e misurare con le pinzette da laboratorio. Il Magistero va considerato nel suo insieme, con la dovuta ermeneutica. La presentazione autorevole oggi più fruibile circa l’esistenza di un peccato di origine è quella offertaci dalla Gaudium et spes al numero 13, che invito a rileggere con attenzione.
È giusto dire che con il peccato originale nasciamo tutti “peccatori” e che ogni bimbo nasce in uno stato di “inimicizia con Dio”?
Si tratta di capirsi sul significato dei termini. Il termine inimicizia pone l’enfasi sulla gravità del peccato, in genere, e non intende umiliare nessuno, tanto meno i bambini che sono sempre creature predilette da Dio. L’inimicizia fa riferimento alla colpa (che non c’è nel peccato originale storicamente trasmesso) piuttosto che alla pena. Se la colpa (rifiuto di Dio) può causare inimicizia, la pena (beni perduti) causa piuttosto misericordia come lo stesso linguaggio comune ci ricorda. La storia dei nostri peccati, e dunque anche del peccato originale, più che rivelare l’ira di Dio, rivela la sua misericordia».

Qual è il grado di assenso che è richiesto a un cattolico riguardo al peccato originale? Detto altrimenti, si può essere cattolici e non credere al peccato originale nei termini in cui è definito dal Magistero?

«Il peccato originale non compare nei Simboli della fede, ma viene considerato fra gli insegnamenti contenuti esplicitamente nella Rivelazione, al pari dei dogmi cristologici: così lo ha inteso la Chiesa nei secoli e così lo intende ancora il documento del 1998 della Congregazione per la dottrina della fede Inde ab ipsis primordiis. A questo tipo di insegnamenti (il primo e più importante dei tre tipi indicati da quel documento) ogni fedele deve assentire con fede teologale. Il nucleo della verità da credere è ben espresso dal citato passo della Gaudium et spes, il numero 13: il peccato ha fatto ingresso storicamente nel mondo a motivo di una libertà male esercitata da parte dell’uomo e ciò ha recato con sé delle conseguenze. L’esegesi biblica e le nostre conoscenze paleoantropologiche ci aiuteranno, se possibile, ad esplicitare meglio il contesto di quanto crediamo, ma non rimuoveranno la sua necessità per comprendere quale sia la nostra condizione storica di fronte a Dio. Dove ciò sia avvenuto, quando e come; o quali precise conseguenze abbia determinato sulla nostra natura, se facendoci perdere qualcosa che già avevamo o impedendoci di ottenere ciò a cui eravamo chiamati, il Magistero solenne della Chiesa non lo definisce e la teologia può esplorarlo solo fino ad un certo punto. Appartiene al mistero delle origini, come il mistero della stessa creazione. Un mistero che può esserci solo narrato».

 

Articolo di Andrea Galli


Da www.avvenire.it

SEDEVACANTISMO. Un pericolo gravissimo per la salvezza delle anime

Ripropongo qui di seguito un testo di Don Curzio Nitoglia che illustra brevemente ma con precisione il grave errore dottrinale del sedevacantismo. Nella presente versione ho eliminato frasi decontestualizzate che invece davano contro al Concilio Vaticano II, de facto inutili alla comprensione globale del testo; chi fosse comunque interessato può trovare il link alla versione integrale a fondo pagina.


Intitolare questo brevissimo articolo con questo allarme lo impone il fatto che il SEDEVACANTISMO […] è l’elaborazione di una teoria profondamente erronea che si nutre dell’ignoranza di coloro che la predicano e la seguono, […].

La certezza dell’errore di questa tesi è confermata dalla natura stessa della Chiesa e del ministero Petrino in correlazione all’indefettibilità della giurisdizione, quale elemento fondante e perpetuo della stessa Chiesa così emerge dalla tradizione e dalla Costituzione Apostolica “Pastor AEternus” promulgata nel Concilio Vaticano I dal Sommo Pontefice Pio IX.

Infatti nella stessa è scritto:

 

Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. LEO M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui]. E poiché le porte dell’inferno si accaniscono sempre più contro il suo fondamento, voluto da Dio, quasi volessero, se fosse possibile, distruggere la Chiesa, Noi riteniamo necessario, per la custodia, l’incolumità e la crescita del gregge cattolico, con l’approvazione del Sacro Concilio, proporre la dottrina relativa all’istituzione, alla perennità e alla natura del sacro Primato Apostolico, sul quale si fondano la forza e la solidità di tutta la Chiesa, come verità di fede da abbracciare e da difendere da parte di tutti i fedeli, secondo l’antica e costante credenza della Chiesa universale, e respingere e condannare gli errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.

 

Già in questo paragrafo sono affermati alcuni principi da abbracciare e difendere come verità di fede da parte di tutti i fedeli e sono:

  1. Nel Beato Apostolo Pietro è fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento dell’unità della Chiesa. Leggiamo con attenzione le parole “intramontabile e visibile” legate a Pietro come fondamento dell’unità della Chiesa che per definizione è UNA, santa, cattolica e apostolica. Il carattere dell’unità è intrinseco alla Chiesa stessa ed è garantita dalla persona visibile del Papa.
  2. Il Sacro Concilio propone la dottrina relativa alla PERENNITA’ del sacro Primato Apostolico. Infatti la sede apostolica durante la vacanza che deriva dalla morte di un Papa è retta dalla giurisdizione dei cardinali ed in questo mantiene la sua perennità. Il sedevacantismo nega che vi siano veri cardinali essendo questi stati nominati tutti da falsi Papi. Quindi falsi Papi, falsi cardinali cioè fine della perennità del primato apostolico: chiaro scostamento dalla dottrina cattolica.

Inoltre:

 

Proclamiamo dunque ed affermiamo, sulla scorta delle testimonianze del Vangelo, che il primato di giurisdizione sull’intera Chiesa di Dio è stato promesso e conferito al beato Apostolo Pietro da Cristo Signore in modo immediato e diretto…E al solo Simon Pietro, dopo la sua risurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e di guida su tutto il suo ovile con le parole: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17). A questa chiara dottrina delle sacre Scritture, come è sempre stata interpretata dalla Chiesa cattolica, si oppongono senza mezzi termini le malvagie opinioni di coloro che, stravolgendo la forma di governo decisa da Cristo Signore nella sua Chiesa…

 

Analizzando questo paragrafo si nota come la forma di governo della Chiesa, che non è una realtà pneumatica ma  un’istituzione visibile così voluta da Gesù Cristo, è connaturata al potere di giurisdizione del Sommo Pontefice. Il sedevacantismo contraddice in modo pertinace la natura stessa della Chiesa a cui Cristo conferì il carattere dell’istituzione basata sulla giurisdizione del Papa, stravolgendo così la forma di governo voluta da Cristo Signore ed inaugurando alla stregua dei protestanti una Chiesa pneumatica, invisibile, non istituzionale basata solo sull’adesione intima della fede.

Continuiamo:

 

Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema.

 

Qui nel condannare l’errore modernista del primato di onore, il Concilio Vaticano I introduce in modo chiaro ed esplicito il concetto che la Chiesa ha un capo visibile, tesi contraddetta dai sedevacantisti in netta opposizione alla dottrina cattolica. Ma è proprio nel capitolo II intitolato PERPETUITA’ DEL PRIMATO DEL BEATO PIETRO NEI ROMANI PONTEFICI, che riluce tutta la splendida dottrina sulla natura del primato petrino, totalmente ignorata dal sedevacantismo.

Leggiamo:

 

Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. EPHESINI CONCILII, Act. III]. Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. LEO M., Serm. III al. II, cap. 3]. È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. IREN., Adv. haer., I, III, c. 3 et CONC. AQUILEI. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI] .

Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.

 

Questo paragrafo è talmente chiaro che chiunque voglia professare le tesi sedevacantiste deve farlo ignorando la “Pastor Aeternus” e quindi il Concilio Vaticano I. E spieghiamo perché:

  1. E’ affermato chiaramente e senza ombra di dubbio che ciò che Cristo ha istituito nel beato Apostolo Pietro duri per sempre nella Chiesa fino alla consumazione dei secoli, per esplicito volere di Cristo stesso che l’ha istituita. Di fatti il Sommo Pontefice è colonna della Chiesa anche dal punto di vista istituzionale quale capo visibile. Egli è infatti definito fondamento della Chiesa Cattolica: una casa senza fondamenta è già crollata; questo è impossibile per la promessa di Gesù Cristo circa le porte degli inferi che non prevarranno mai. Anzi è proprio in forza di questa visibile istituzione fondata sulla giurisdizione di Pietro che siamo certi dell’indefettibilità della Chiesa visibile. Allo stesso modo di come noi contempliamo una Chiesa visibile sfigurata dal modernismo, il discepolo prediletto, contemplava sulla Croce il Cristo morente, pur sapendolo Dio e quindi per definizione immortale. Fu per mezzo della fede nella divinità invincibile di Dio che Giovanni contemplava un Dio morto sulla croce.
  2. Il secondo punto forse è anche più importante del primo perché è scritto che  chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Il Sommo Pontefice ottiene il primato su tutta la Chiesa non in forza della sua retta dottrina, o della sua non adesione al pensiero modernista ma in forza dell’istituzione dello stesso Cristo. Questo dovrebbe far molto riflettere chi abbandona la barca di Pietro gettandosi nelle fauci dell’intellettualismo.

NON TRAMONTA DUNQUE CIO’ CHE LA VERITA’ HA DISPOSTO
e questo vale per tutti, […].


Da QUI

Grazie alla vita

Scritto da  Suor Maria Giovanna

È tempo di una precisazione: potremmo avere la tentazione di considerare le virtù come qualcosa di a-storico, di non condizionato dalla cultura o dalla vita materiale.

È invece vero il contrario: lo svolgersi concreto della vita umana in un contesto e in un momento dati, le possibilità tecniche e le risorse a disposizione, plasmano il modo in cui incarniamo questi atteggiamenti e valori e la priorità che attribuiamo ad alcuni di essi.

Pensiamo alla nostra vita: usiamo macchine e ci aspettiamo (con ragione, dati i costi!) che funzionino a puntino; premiamo un bottone o inseriamo una card e riceviamo una prestazione, esattamente quella prevista (se non succede, proviamo disappunto); molti dei rapporti quotidiani con altre persone sono rapporti di scambio, in cui le prestazioni reciproche sono regolate da profili di ruolo, contratti, accordi, mansionari. È sempre più raro sperimentare, nel rapporto con oggetti e persone, l’esistenza di possibilità. Così tende ad estendersi a tutti i rapporti quello che è già accaduto in relazione all’universo fisico: più ne conosciamo le leggi più ci aspettiamo che tutto avvenga secondo la categoria della necessità: dev’essere così, non può essere altrimenti.

C’è il pericolo che questo modello meccanico si imponga come misura delle relazioni umane: e che sia sempre più difficile sperimentare spazi di libertà nel dare e nel ricevere, di gratuità e di gratitudine. Un piccolo esempio sotto gli occhi di tutti: è cresciuta a dismisura la prassi del regalo di Natale quasi-obbligato, dietro cui si muove una sorta di organizzazione del dono che alimenta la pressione ai consumi. Chi di noi non ha avvertito almeno qualche volta come una fastidiosa costrizione quest’abitudine dilagante? E quanto resta in molti di questi regali dell’autentica esperienza del fare o ricevere un dono?

La virtù della riconoscenza ha a che fare con tutto questo.

Tre condizioni la rendono possibile. Prima di tutto: «si può ringraziare soltanto una persona: un grazie e un prego sono possibili soltanto fra un io e un tu». Non si ringrazia un potere impersonale, una macchina o un ente che erogano una prestazione. In secondo luogo: «la riconoscenza è possibile soltanto nello spazio della libertà»: non si ringrazia per il realizzarsi di una legge di natura o per il riconoscimento di un diritto. Anzi, come osserva Guardini, «quanto più il sentimento per i fenomeni umani si trasforma in quello di un generale funzionalismo, tanto minore rimane lo spazio per quel libero schiudersi del cuore che dice: Ti ringrazio. Dove cessa la libertà sparisce la gratitudine». La terza condizione per la riconoscenza è che chi dona lo faccia con rispetto verso colui che riceve: tante forme di aiuto sono soltanto l’esibizione del potere e della superiorità di chi aiuta. «Merita di essere chiamato aiuto solo quello che rende possibile la riconoscenza».

Ci sono poi delle esperienze di riconoscenza particolarmente intense, anche se non si traducono in un grazie detto a parole: talvolta vorremmo ringraziare qualcuno semplicemente perché esiste, non perché ha fatto questo o quello; oppure di fronte alla bellezza di uno scenario della natura, di una musica, di un’opera d’arte, ci sentiamo talvolta colmi di gratitudine.

La riconoscenza nella forma di questa «gratitudine circa l’essere» ci conduce al cuore dell’autentica esperienza religiosa: sentire il bisogno di ringraziare indica che il mondo e noi stessi non siamo natura ma “opera”, azione di Dio. Tutto ciò che è, esiste in quanto pensato e voluto; io esisto in quanto pensato e voluto, potrei non esserci. Il mondo è continuo dono di Dio a noi; anche il fatto che io sono è un continuo dono fatto a me stesso; l’uno e l’altro doni capaci di suscitare meraviglia e di far sgorgare la lode (ne sono eloquente testimonianza tante pagine della Scrittura e in particolare i salmi). “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa” ripetiamo ogni domenica nel Gloria.

Ricevere con riconoscenza nei rapporti interpersonali diventa dunque educarci ad una posizione adeguata nei confronti di Dio. E forse possiamo sperimentare quanto potente sia il ringraziare come fonte di guarigione del cuore, quando siamo in stallo o ci perdiamo nei nostri meandri.

Infine: non sarà preziosa questa esperienza se Dio stesso ha voluto farla propria, diventando in Gesù piccolo e bisognoso di tutto, mettendosi quindi nella condizione di ricevere?

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La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco (finale)

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RIASSUNTO ITINERARIO

“Il cuore dell’uomo è un abisso”, chi potrà raggiungere le sue profondità per mettere in luce la verità del suo mistero?

Solo la dolorosa e faticosa zavorra delle nostre fragilità e povertà possono aiutarci ad entrare nel nostro abisso per trovare in esso la via della vita. E’ questo, in sintesi, il grande messaggio che sembra comparire dai testi più conosciuti ed emblematici prodotti da Francesco di Assisi. Al meccanismo di svelamento della verità per giungere alla vita descritto dal Santo in diversi passaggi delle Ammonizioni, si è voluto aggiungere la lettura di tre famosi testi nei quali la proposta sapienziale diventa modo di organizzare e vivere le difficili e contraddittorie relazioni sociali. Sia nel racconto autobiografico della conversione fatto all’inizio del Testamento, che nella lettera ad un ministro ed nella parabola della perfetta letizia, si hanno complementari verifiche della preziosità delle esperienze di fragilità e povertà quali vie privilegiate alla verità e alla vita manifestatasi in pienezza nel mistero di Cristo.

Le “Puntate” precedenti:

La Fragilità nelle Ammonizioni  PARTE I

La Fragilità negli Scritti di San Francesco PARTE II

La Fragilità nella “Lettera ad un Ministro” PARTE III

La Fragilità nel racconto della “Perfetta Letizia”   PARTE IV

Conclusioni  PARTE V

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Da www.buonanovella.info

Parte I e II QUI; parte III, IV e V QUI