Il passaggio 247 dell’ "Evangelii Gaudium" a processo?

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Era lo scorso 28 Novembre quando Padre Paul Kramer,uno dei più importanti studiosi di Fatima, rigetta l’elezione di Francesco al soglio di San Pietro e “proclama ufficialmente”(?)  la sede vacante,precisando anche che «il vero Papa é Benedetto XVI,costretto alle dimissioni».

Appresa la notizia, rimasi sbigottito non solo per il processo pubblico a colui che,nonostante tutto, rimane – per me – il Vicario di Cristo, ma anche per l’assurdità delle accuse rivolte, che stanno ricevendo il plauso di alcuni ambienti della Chiesa. Che Dio mi salvi dall’accusa di superbia: Voltaire docet, «non condivido la tua idea, Ma darei la vita perché tu la possa esprimere»!

Prima di entrare nel cuore dell’argomento su cui voglio porre l’attenzione, é doveroso un appunto allo stesso Kramer: il vero Papa,piaccia o no, é quello Regnante, ossia Jorge Mario Bergoglio; é lui il Vicario di Cristo “legittimo”. Per quanto le dimissioni siano suonate strane per molti, sono un gesto di piena libertà di cui si é avvalso il grande Benedetto XVI. Solo la Storia – speriamo una non tanto lontana! – ci renderà le giuste spiegazioni su questa vicenda dall’odore  “celestiniano”.

Di manifesta eresia si parlava in qualche articolo della stessa Radio Spada. “Cosa avrà mai scritto? Ho forse saltato qualche passaggio decisivo?”,mi chiedevo tra me e me temendo il peggio per la sacrosanta dottrina cattolica. Mi affretto a prendere in mano l’Esortazione Apostolica del Papa e,con trepidazione, raggiungo il passaggio 247.

Leggo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebreo, la cui Alleanza con Dio non è mai stata revocata, perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,16-18). Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea, né includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio (cfr 1 Ts 1,9). Crediamo insieme con loro nell’unico Dio che agisce nella storia, e accogliamo con loro la comune Parola rivelata».

Dove sarebbe la manifesta eresia?

Quello che ci si offre alla vista é un passaggio non eretico, ma di una sconvolgente banalità dal punto di vista teologico: se non fosse stato scritto non sarebbe cambiato nulla! Più e più volte ho espresso la mia riserva sul linguaggio spesso ambiguo del Pontefice,oppure sul Suo desiderio “di riformare il papato”: sono dubbi insoluti che ancora mi preoccupano circa il futuro della Santa Romana Chiesa!  Ma non é bene tramutare questi “temporanei” (speriamo!)dubbi in premesse per eventuali processi canonici di eresia. Vi propongo il mio punto di vista, assistito dalla “sapienza” del Magistero Papale durante i secoli.

Punto Primo:«Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea,nè includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio».

Per amore della Verità e della Giustizia e in nome dell’opera di discernimento in vista della quale la Chiesa ha da sempre voluto ammaestrarci, noi cattolici non possiamo guardare all’Ebraismo con gli stessi occhi con cui potremmo guardare,per esempio, ai buddisti. Come recita il detto, “non è bene far di tutta l’erba un fascio”! Sarebbe ingiusto parlare di “paganesimo”. Il Cristianesimo é,infatti,da considerarsi come il compimento dell’Ebraismo. “Non sono venuto ad abolire,ma a portare compimento” dice il Signore Gesú nel Vangelo.

Credono, dunque, in un falso Dio? No, perché come dice Sant’Agostino d’Ippona:« nell’Antico Testamento é nascosto il Nuovo, mentre nel Nuovo é manifesto il Vecchio».  Pertanto,non devono tornare ad abbandonare gli idoli,come coloro che volsero lo sguardo al vitello d’oro mentre Mosé era sul monte! Credono nel Dio giusto,ma non lo conoscono appieno. Può sembrare strano,ma la fede ,in alcuni casi,può essere accompagnata da una cattiva conoscenza, e ció avviene ogni campo: posso credere che il Sole brilli,ma non sapere in che modo esso brilli o perché. Così é come per Dio: gli ebrei credono nel vero Dio,ma non lo conoscono nella maniera perfetta.

E allora che differenza c’é rispetto al Cristianesimo? Possono salvarsi ugualmente gli ebrei? No, perché hanno rifiutato VOLONTARIAMENTE il Logos, la Parola Eterna  di Dio tramite cui é possibile conoscere davvero il Padre. Essi non possono salvarsi perché,come ricorda Gesù,« nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Me». Il loro peccato é stato ed é quello di una superba volontà di “ignoranza”(senza scusanti!) che li allontana dal Padre. Per questo Innocenzo IV nella Sua bolla ” Impia Judeorum perfidia” afferma che Gesú non riuscì a togliere dal cuore degli ebrei il velo che lí accecava e anzi ha permesso che oggi permanessero nella cecita che compenetra Israele. Oppure Niccolò III, in ” Vineam Sorec”, dice che essi non hanno voluto ricevere la grazia portata da Cristo,ma anzi lo hanno ingiustamente ucciso.

Punto secondo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebraico,la cui Alleanza con Dio non é mai stata revocata».

La Vecchia Alleanza  viene rotta dagli ebrei stessi e ristabilita dalla Nuova ed Eterna Alleanza,ossia il Corpo e il Sangue di Cristo sulla Croce. Appeso a quel legno, come anche ricorda San Paolo,Gesú riconcilia col Padre tutti,ebrei e non. Il peccato degli ebrei é stato lavato dal Sangue di Gesú. Cristo stesso riferí a Pietro(pur rivolgendosi ai pagani!) :” Non chiamare profano ciò che é stato purificato».

Anche gli ebrei potranno salvarsi se e solo se riconosceranno il Cristo come Figlio di Dio.

La Vecchia Alleanza non é stata revocata da Dio per il semplice fatto che essa è stata riassorbita nella Nuova ed Eterna Alleanza,cui gli ebrei RIENTREREBBERO  a pieno titolo. L’Alleanza agli ebrei non è stata revocata;che poi gli ebrei la “rifiutino” è un altro discorso.

Itaque,quid est sub solem novum?

Gianluca Di Pietro


Da QUI

Nota a margine: articoli buoni come questo sono sempre più rari sul sito… Pessima cosa, veramente pessima.

Santità e sacerdozio

Santità e sacerdozio

La santità sola ci rende quali ci richiede la nostra vocazione divina, uomini cioè crocifissi al mondo, e ai quali il mondo è crocifisso; uomini che camminano “vivendo nuova vita” (Rm 4,4), i quali, secondo l’avviso di san Paolo (2 Cor 6,5-7) nelle fatiche, “nelle vigilie, nei digiuni, con la castità, con la scienza, con la mansuetudine, con la soavità, con lo Spirito Santo, con la carità non simulata; con le parole di verità”, si manifestino veri ministri di Dio: che unicamente tendano alle cose celesti e si studino con ogni zelo di rivolgere al cielo le anime degli altri. (San Pio XHaerent animo)

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Ma perché l’opera vostra sia davvero benedetta da Dio e copiosi ne siano i frutti, è necessario ch’essa sia fondata nella santità della vita. Questa è… la prima e più importante dote del sacerdote cattolico: senza questa, le altre doti poco valgono; con questa, anche se le altre doti non sono in grado eminente, si possono compiere meraviglie.

Il sacerdote è ministro di Gesù Cristo; è dunque strumento nelle mani del divin Redentore per la continuazione dell’opera sua redentrice in tutta la sua mondiale universalità e divina efficacia, per la continuazione di quell’opera mirabile che trasformò il mondo; anzi il sacerdote, come ben a ragione si suol dire, è davvero alter Christus perché continua in qualche modo Gesù Cristo stesso.

(Pio XIAd catholici Sacerdotii)

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Per esercitare convenientemente il ministero dell’Ordine, non è richiesta solamente una virtù qualunque, bensì una virtù eminente. Coloro che ricevono il sacramento dell’ordine sono, per questo, istituiti al di sopra del popolo; devono quindi anche essere i primi per merito e santità. (San Tommaso d’AquinoSumma theologiae, Suppl. q. 35, a. 1, ad 3)

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Quando vedete, all’altare, il ministro consacrato elevare al Cielo la sacra offerta, non crediate che quell’uomo sia il vero sacerdote, ma rivolgendo i vostri pensieri al di sopra di quello che colpisce i sensi, considerate la mano di Gesù Cristo distesa in modo invisibile. (San Giovanni CrisostomoOmelia LX al popolo di Antiochia)

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Preghiamo Nostro Signore Gesù Cristo per i suoi servitori (…); che doni loro il suo Santo Spirito, per far loro conservare sempre l’abito clericale e difendere il proprio cuore dalle preoccupazioni del secolo e dai desideri mondani; affinché con questo cambiamento esteriore la sua mano divina dia loro un aumento di virtù, conservi i loro occhi da ogni accecamento dello spirito e della carne, e conceda loro la luce dell’eterna grazia. (Pontificale romanum, prima orazione della tonsura)

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Ma sì eccelsa dignità esige dai Sacerdoti che corrispondano con fedeltà somma al loro altissimo officio. Destinati a procurare la gloria di Dio in terra, ad alimentare ed accrescere il Corpo Mistico di Cristo, è assolutamente necessario che così eccellano per santità di costumi, che attraverso di essi si diffonda dovunque il “buon profumo di Cristo” (2 Cor 2, 15).

Il Sacerdote deve dunque studiarsi di riprodurre nella sua anima tutto ciò che avviene sull’Altare. Come Gesù Cristo immola se stesso, così il suo Ministro deve immolarsi con Lui; come Gesù espia i peccati degli uomini, così egli, seguendo l’arduo cammino dell’ascetica cristiana, deve pervenire alla propria ed altrui purificazione.

(Pio XIIMenti nostrae)

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La talare, che è un abito nero, indica la prima disposizione che deve albergare nel clero, e la prima parte della religione del santo clero, che è di essere morto ad ogni amore e ad ogni stima del secolo. (…) La talare contrassegna la religione della terra che consiste nell’essere umiliati, nel portare la propria Croce, nel sacrificarsi senza posa per Dio con Gesù Cristo con una mortificazione continua. (Mons. Jean-Jacques Olier P.S.S., Traité des saints ordres)

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Se si vuol riflettere un istante sulla grandezza del sacerdozio, non ci si stupirà più che la Chiesa abbia sempre ostentato una gran pompa per le ordinazioni… Principalmente per aumentare nel futuro sacerdote la purezza di cuore e la santità dei costumi, e renderlo così meno indegno di offrire alla temibile maestà di Dio il Santo sacrificio della messa. (R.P. Martin de Cochem O.F.M., Explication du saint sacrifice de la Messe)

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Il sacerdote lo capiremo bene solo in Cielo. Se lo comprendessimo sulla terra, ne moriremmo non di spavento, ma d’amore. (Santo Curato d’Ars)

A cura di Marco Massignan

In foto, il messaggio: “La missione del prete: indicare la strada per il Cielo


Da radiospada.org

A titolo personale aggiungo anche il decreto PRESBYTERORUM ORDINIS redatto dal Concilio Vaticano II

AAA Cercasi sacerdote

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Leggere l’ultimo articolo proposto dai Nipoti di Maritain – Che tipo di prete vogliamo? – è un po’ come esser catapultati in una pubblicità del Mulino bianco (ricordate la suadente voce femminile che diceva «nel mulino che vorrei…»?), in cui, però, il mulino è stato sostituito da Santa Madre Chiesa. Che tipo di prete vogliamo? Come se ci fossero dei gusti in materia di preti. Ci possono essere preferenze, certo. Io, personalmente, mi trovo meglio con quelli che mi bastonano in confessionale, ma questo è un altro discorso. L’ideale di prete è uno solo: Gesù Cristo. E ogni sacerdote che voglia prendere seriamente il suo mestiere deve cercare di uniformarsi al Divin Maestro (dici poco…). I nipoti, nel loro identikit, hanno proposto una figura di sacerdote che riesce persino a superare a sinistra Lutero e i suoi seguaci. Prendiamo il punto numero uno: «Non vogliamo qualcuno che si senta una vocazione sacerdotale, che si senta chiamato da Dio». E qui io mi son posto una domanda: se non vogliono uno con la vocazione, come verranno selezionati i preti? Verranno fatte delle elezioni? Ci sarà una sorta di Grande Fratello in cui, attraverso eliminazioni per nomination, rimarrà soltanto un candidato al sacerdozio che verrà poi ordinato in prima serata? Oppure: i vari candidati dovranno sfidarsi in prove di ballo, canto e recitazione come in Amici? Attendiamo risposta. Per ora, quello che è certo, è che quando Marilyn Manson ha saputo che si cercavano sacerdoti senza vocazione, si è subito proposto come direttore spirituale dei Nipoti. «Non vogliamo un prete che non sia rappresentativo della comunità. Contiamo la proporzione maschio/femmina tra i banchi delle chiese e finiamola con la discriminazione». E una volta che si è fatta la conta ed è uscito pure il numero Jolly che si fa? Si chiama un prete maschio se la comunità abbonda di donne, oppure si sceglie una suora mancata – baffo munita e di clergy vestita – quando ci sono un po’ troppi maschietti? «Non vogliamo un prete che “sa tutto”.Il prete deve essere allievo per tutta la sua vita, capace di unirsi alla comunità come il capo famiglia in Matteo 13, che trova «cose antiche e cose nuove» nella riserva del Regno di Dio». Praticamente, i nipoti sono alla ricerca di un Socrate, magari senza barba per non offendere i diversamente barbuti o le donne (quelle, che, ovviamente, nel mondo progressista non sono dotate di barba), che passi la vita a dire di «sapere di non sapere». Ma, mentre ci inchiniamo di fronte al genio di Socrate, lui sì in sincera ricerca della verità, dobbiamo anche dire che un cattolico sa qual è la verità. Sa che la verità è il Cristo, il Cristo crocefisso. «Non vogliamo qualcuno che si veda come alter Christus. Questa arroganza eleva il prete al di sopra del popolo di Dio, corpo di Cristo. Il prete presiede all’altare come rappresentante della comunità ed è quest’ultima a celebrare». Il sacerdote che è immagine di Cristo non è affatto arrogante. Io, che di certo non manco di superbia, tremo al solo pensiero di poter essere un altro Cristo (fortunatamente Dio ha scelto per me altre vie). Arroganti sono coloro che, eterni sagrestani o perpetui, vedono nel prete l’immagine della “Kasta” da abbattere e della borghesia da annientare (ogni riferimento alle frustrazioni dei progressisti, sempre preti mancati, è voluta). L’errore dei Nipoti, in definitiva, è quello di volere una Chiesa fatta a loro immagine e somiglianza, «ma quello che ci occorre è una religione che sia nel giusto quando noi abbiamo torto. Attualmente il problema non è se la religione ci consenta di essere liberi, bensì (nel migliore dei casi) se la libertà ci consenta di essere religiosi» (GKC).

Matteo Carnieletto


Rirpeso da radiospada.org. L’originale dei Nipoti lo trovate QUI. Non spaventatevi se per caso riconoscerete la mia foto: non vi scrivo più da molto e essendo intenzionato a diventare Sacerdote, dopo questo, non credo proprio che presterò più parte al blog. A breve, o almeno spero, una mia analisi del caso.

Lottiamo per difendere l’ovvio

 

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Oggi ci ritroviamo a dover difendere a spada tratta, con i pugni e con i denti, qualcosa che è, e sempre sarà, l’entità più naturale del mondo: la famiglia.

Non troppo tempo addietro i nostri nonni non avevano neanche bisogno di dover mettere “i puntini sulle i” riguardo questo argomento, perché era logico, scontato, normale come respirare, come camminare.

Invece oggi ci ritroviamo a difendere l’ovvio, cercando di rispondere nel modo migliore possibile alle accuse fatte da chi tenta di distruggerla ad ogni costo, senza capire, poveri illusi, che distruggendo la famiglia annienterebbero se stessi.

Ma, come dicevo, sono illusi costoro perché non riusciranno mai a distruggere la normalità, l’ordine sano della natura, della Creazione perché l’uomo e la donna hanno in se stessi, intrinsecamente, il potere di dar vita a una famiglia. Sono famiglia in potenza, e finché ci saranno uomini e ci saranno donne questa capacità non andrà persa.

Ma c’è anche chi di questa normalità, di questa naturalezza si vergogna e maschera le parole per sentir pronunciare il meno possibile quelle che riempiono la bocca dei bimbi fin dalla più tenera età: papà, mamma.

Sillabe così semplici, così facili che infatti il bambino impara subito a balbettare e che racchiudono in sé il mondo intero, si caricano di un dolce e profondo significato perché quelle due paroline sono la semplificazione di un’altra: radici.

Perché dovremmo vergognarci delle nostre radici? Perché dovremmo aver timore di pronunciare certe parole? Il mondo descritto da Orwell in “1984” è il nostro ogni giorno di più: ecco un chiaro esempio di neolingua e, di conseguenza per chi dietro le parole difende un principio, di psicoreato.

Sì, i nostri nonni non avevano affatto bisogno di porsi questi interrogativi perché, in fondo, vivevano in un mondo in cui, nonostante le guerre, i nemici erano ben riconoscibili e tutti sapevano da chi stare alla larga. Il nero era nero, il bianco era bianco, verità da una parte, menzogna dall’altra, giusto di qua e sbagliato di là.

Ma non stiamo a piangerci addosso. Se viviamo in quest’epoca è perché abbiamo le carte in regola per farlo, perché abbiamo gli anticorpi giusti, perché sopravvivremo ancorati come siamo alla Verità, unica, sempre uguale a se stessa fino alla fine dei tempi.

 

Vera Provenzale


Da radiospada.org