Santità e sacerdozio

Santità e sacerdozio

La santità sola ci rende quali ci richiede la nostra vocazione divina, uomini cioè crocifissi al mondo, e ai quali il mondo è crocifisso; uomini che camminano “vivendo nuova vita” (Rm 4,4), i quali, secondo l’avviso di san Paolo (2 Cor 6,5-7) nelle fatiche, “nelle vigilie, nei digiuni, con la castità, con la scienza, con la mansuetudine, con la soavità, con lo Spirito Santo, con la carità non simulata; con le parole di verità”, si manifestino veri ministri di Dio: che unicamente tendano alle cose celesti e si studino con ogni zelo di rivolgere al cielo le anime degli altri. (San Pio XHaerent animo)

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Ma perché l’opera vostra sia davvero benedetta da Dio e copiosi ne siano i frutti, è necessario ch’essa sia fondata nella santità della vita. Questa è… la prima e più importante dote del sacerdote cattolico: senza questa, le altre doti poco valgono; con questa, anche se le altre doti non sono in grado eminente, si possono compiere meraviglie.

Il sacerdote è ministro di Gesù Cristo; è dunque strumento nelle mani del divin Redentore per la continuazione dell’opera sua redentrice in tutta la sua mondiale universalità e divina efficacia, per la continuazione di quell’opera mirabile che trasformò il mondo; anzi il sacerdote, come ben a ragione si suol dire, è davvero alter Christus perché continua in qualche modo Gesù Cristo stesso.

(Pio XIAd catholici Sacerdotii)

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Per esercitare convenientemente il ministero dell’Ordine, non è richiesta solamente una virtù qualunque, bensì una virtù eminente. Coloro che ricevono il sacramento dell’ordine sono, per questo, istituiti al di sopra del popolo; devono quindi anche essere i primi per merito e santità. (San Tommaso d’AquinoSumma theologiae, Suppl. q. 35, a. 1, ad 3)

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Quando vedete, all’altare, il ministro consacrato elevare al Cielo la sacra offerta, non crediate che quell’uomo sia il vero sacerdote, ma rivolgendo i vostri pensieri al di sopra di quello che colpisce i sensi, considerate la mano di Gesù Cristo distesa in modo invisibile. (San Giovanni CrisostomoOmelia LX al popolo di Antiochia)

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Preghiamo Nostro Signore Gesù Cristo per i suoi servitori (…); che doni loro il suo Santo Spirito, per far loro conservare sempre l’abito clericale e difendere il proprio cuore dalle preoccupazioni del secolo e dai desideri mondani; affinché con questo cambiamento esteriore la sua mano divina dia loro un aumento di virtù, conservi i loro occhi da ogni accecamento dello spirito e della carne, e conceda loro la luce dell’eterna grazia. (Pontificale romanum, prima orazione della tonsura)

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Ma sì eccelsa dignità esige dai Sacerdoti che corrispondano con fedeltà somma al loro altissimo officio. Destinati a procurare la gloria di Dio in terra, ad alimentare ed accrescere il Corpo Mistico di Cristo, è assolutamente necessario che così eccellano per santità di costumi, che attraverso di essi si diffonda dovunque il “buon profumo di Cristo” (2 Cor 2, 15).

Il Sacerdote deve dunque studiarsi di riprodurre nella sua anima tutto ciò che avviene sull’Altare. Come Gesù Cristo immola se stesso, così il suo Ministro deve immolarsi con Lui; come Gesù espia i peccati degli uomini, così egli, seguendo l’arduo cammino dell’ascetica cristiana, deve pervenire alla propria ed altrui purificazione.

(Pio XIIMenti nostrae)

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La talare, che è un abito nero, indica la prima disposizione che deve albergare nel clero, e la prima parte della religione del santo clero, che è di essere morto ad ogni amore e ad ogni stima del secolo. (…) La talare contrassegna la religione della terra che consiste nell’essere umiliati, nel portare la propria Croce, nel sacrificarsi senza posa per Dio con Gesù Cristo con una mortificazione continua. (Mons. Jean-Jacques Olier P.S.S., Traité des saints ordres)

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Se si vuol riflettere un istante sulla grandezza del sacerdozio, non ci si stupirà più che la Chiesa abbia sempre ostentato una gran pompa per le ordinazioni… Principalmente per aumentare nel futuro sacerdote la purezza di cuore e la santità dei costumi, e renderlo così meno indegno di offrire alla temibile maestà di Dio il Santo sacrificio della messa. (R.P. Martin de Cochem O.F.M., Explication du saint sacrifice de la Messe)

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Il sacerdote lo capiremo bene solo in Cielo. Se lo comprendessimo sulla terra, ne moriremmo non di spavento, ma d’amore. (Santo Curato d’Ars)

A cura di Marco Massignan

In foto, il messaggio: “La missione del prete: indicare la strada per il Cielo


Da radiospada.org

A titolo personale aggiungo anche il decreto PRESBYTERORUM ORDINIS redatto dal Concilio Vaticano II

Interpretare le interpretazioni interpretate di Papa Francesco

Ultimamente ha preso piede una moda interna alla cattolicità della quale mi sono lamentato l’altro giorno, consistente nell’interpretare a proprio piacimento le parole del Papa per poterlo denigrare, spesso e volentieri anche con toni offensivi. Il fenomeno merita di essere analizzato e urge trovare una soluzione alla domanda: per quale motivo tali fraintendimenti si verificano costantemente e sistematicamente?

Innanzitutto, posto che il Papa quando parla sia in buona fede (PS: anche solo pensare il contrario è peccato e indice di disonestà intellettuale, ma non perché è il Papa e se non fosse lui potrei fucilare liberamente, semplicemente perché è una persona e pensare ciò di una persona è sbagliato e inficia già in partenza ogni ragionamento costruttivo), vediamo che dice/scrive delle cose, e questo è innegabile (a meno che non stiamo tutti sognando i documenti magisteriali degli ultimi sei mesi). I concetti che esprime sono espressi in un certo linguaggio e con un certo stile, nettamente diversi e per certi versi inferiori a quelli del suo immediato predecessore, e pure questo è innegabile.

Ora, il nodo è questo: quanto questo tipo di linguaggio a tutti gli effetti è utile, serve al suo scopo, ossia condurre alla Salvezza? Perché è questo quello a cui dobbiamo tendere tutti noi, ognuno nei modi che gli sono più appropriati a seconda del proprio essere: San Benedetto non sarebbe divenuto tale se non si fosse reinventato il monachesimo; San Francesco sarebbe rimasto un cavaliere fallito se non avesse abbandonato tutto in cambio della perfetta letizia; San Giovanni della Croce avrebbe vissuto nella disperazione più totale se non si fosse messo a riformare l’ordine carmelitano, ecc… Tutte esperienze molto diverse tra loro, una goccia nel mare in quanto ad esempi, ma che di devono far tenere innanzitutto presente una cosa fondamentale: la porta della salvezza è sì stretta, ma non è esclusivista. Come in autostrada vi sono diversi tipi di caselli, dal telepass al classico biglietto manuale, così è anche per il Regno dei Cieli: la strada è quella ma ognuno è chiamato a sforzarsi di prenderla al meglio delle sue possibilità.

Tornando al problema del linguaggio, in un editoriale recente Don Ariel di Gualdo lamenta le stesse cose (http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/sulla-dialogante-carezza-del-santo-padre-a-eugenio-scalfari/) parlando più specificamente dell’oramai famosa lettera di Papa Francesco a Eugenio Scalfari; il sacerdote fa giustamente notare che alla pubblicazione di questa su Repubblica è seguito tutto un rincorrersi di “articoli di acrobatico commento comparsi sulle varie riviste cattoliche e tutti caratterizzati da un unico comune denominatore: offrire una risposta di spiegazione, di quelle mirate a spiegare la fondatezza e la correttezza delle teorie sull’atomismo espresse da uno scienziato — in questo caso il Santo Padre — che in quanto scienziato ha dato certe cose per scontate e forse non è stato molto chiaro per il grande pubblico, per questo le sue parole necessitano di essere prima spiegate e poi interpretate, a ben considerare che oggi, quella chiarezza che non lascia spazio a equivoci e a possibili fraintendimenti, pare non essere più una necessaria virtù, forse neppure per il magistero pontificio”.

L’affermazione di Don Ariel, ahinoi, è sensata e coglie nel segno: l’unione di 1) un linguaggio poco preciso e chiarificatore; 2) un giornalismo laicista e poco attento a sua volta all’uso di un linguaggio chiaro e distinto; 3) lettori a loro volta -vuoi per limiti intrinseci, vuoi per libera scelta di volontà- distorsori a prescindere delle parole altrui; l’unione di tutto ciò non può che portare ad un pour pourri in cui anche solo la buona volontà di intravedere uno spiraglio di luce può essere schiacciata impietosamente. Tutto qui dunque? Uno deve rassegnarsi a sorbirsi supinamente ciò che viene propinato, gettando al macero qualsivoglia tipologia di spirito critico?

Urge trovare soluzioni con metodo progressivo: il primo step potrebbe essere quello di constatare che le parole del Papa siano rintracciabili, prive di qualunque interpretazione e ritaglio giornalistico, sul sito del Vaticano, di modo che sia possibile leggersi in santa pace ciò che ha detto/scritto senza che il punto 2 crei disturbi e interferenze. Purtroppo però nemmeno così otteniamo l’uovo di Colombo: a creare impiccio resta sempre il punto 1, ossia la mancanza di un linguaggio che sia chiaro e distinto, immediatamente comprensibile ma al contempo profondo e sviscerante l’essenza delle cose, nonché il punto 2, ossia la capacità e la volontà dei singoli di comprendere ciò che è stato scritto.

Come step numero 2, quindi, è bene analizzare il linguaggio in sé, le parole che vengono usate dal Papa: a detta di molti è il punto focale dell’intera faccenda, ma per il sottoscritto tale visione è falsa e si capirà subito il perché. Come ho già detto, se da una parte lo stile ed i toni di papa Francesco sono di tutt’altro tipo rispetto a quelli usati da Papa Benedetto XVI, meno informali e più “di pancia” rispetto a quest’ultimo, è ingiusto d’altra parte affermare tout court che il suo sia un parlare distorto e ambiguo. O meglio: è volutamente ambiguo, ma in senso buono: come non dobbiamo mai dimenticare, Papa Francesco è un gesuita e pure astuto, “si sta rivelando sempre di più un vero “generale” degno dell’Ordine a cui appartiene, dentro il quale si è formato e di cui è ben conosciuta nella storia della Chiesa l’astuzia missionaria o, se preferite, come si dice oggi, “pastorale”.” (http://www.papalepapale.com/develop/come-gatto-francesco-ha-giocato-col-topo-eugenio-sulla-lettera-a-repubblica/). Non è un povero ignorante o affetto da demenza senile, ogni parola è comunque calibrata, vi è riflessione e attenzione su ciò che egli dice e fa, cosa che non è possibile affermare di molte altre persone invero. Se il Papa non parla continuamente come un dizionario non lo fa per ignoranza o per cattiva fede, insomma. Questo non porta alla soluzione, dato che è necessario fare propria o perlomeno comprendere tale impostazione mentale per avere chiaro il discorso e questo non è certamente facile né immediato, ma richiede impegno ed esercizio, fatica.

Purtuttavia, ciò non risolve completamente il primo punto, che è destinato a restare insoluto per la sua intrinseca relazione con il terzo, ossia con la capacità di comprensione e con la volontà di capire delle persone stesse. Riguardo alle doti intellettuali di ognuno, poco da fare: se l’intelletto scarseggia ragionamenti troppo raffinati non verranno mai compresi, per quanto impegno e buona volontà il comunicatore vi impieghi nel discorso in cui si cimenta.

Riguardo alla volontà del singolo, invece, è a mio avviso che ha sede il nodo insoluto e insolubile della questione: il porsi in un certo modo, con una certa forma mentis e certe pregiudiziali, influenza inevitabilmente non il messaggio in sé che viene trasmesso ma la sua comprensione. A titolo di esempio: quando uno è in preda all’ira per delle certe parole a lui rivolte, a nulla valgono i discorsi di coloro che tentano di rabbonirlo, anzi potrebbero addirittura a seconda del carattere far peggiorare la situazione emotiva, contribuendo all’aggravarsi del tutto e all’inasprirsi della tensione. Così è con le parole del Papa: anche se venissero lette da un organo di comunicazione privo di filtri e interpretazioni, ed anche se la forma mentis di papa Francesco venisse non solo compresa ma anche fatta propria, se a ciò non fosse unita una purità delle intenzioni a nulla varrebbe tutto ciò.

Così come io vedo quale offesa una battuta scherzosa rivolta nei miei confronti perché ce l’ho con quella persona, così le parole “Premesso che la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” suoneranno stravolte ai miei occhi se non tengo deliberatamente presente che la coscienza cristiana di cui parla il Papa è una coscienza “ordinata” alla vera conoscenza di Dio e di cosa Dio vuole da ognuno di noi. La frase “chi sono io per giudicare?” verrà presa per un’apertura senza se e senza ma ad ogni tipo di azione, se non faccio lo sforzo in me stesso di comprendere che del giudizio delle intenzioni che lì si parla, giudizio riservato solo a Dio in quanto unico conoscitore del cuore. Se per me Papa Francesco è un offensivo “Ciccio I” o se la Chiesa per me è diventata irrimediabilmente corrotta per colpa del Concilio Vaticano II (che poi che c’entra?), le parole “la verità è una relazione” saranno da me gettate al vento a mio danno, perché non coglierò la profonda dolcezza che v’è dietro. Infine, se scrivo “A Papa Cecco libera nos Domine”, anche con intenti scherzosi, non avrò nemmeno la più pallida idea di cosa abbia voluto significare il Papa con le parole “la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa”.

In conclusione, ancora una volta il problema più grave risiede nel cuore dell’uomo, non nella mente: un cuore grande privo di elevate vette teoretiche ha dato origine a giganti come il Santo curato d’Ars, Santa Giovanna d’Arco, San Francesco d’Assisi, San Filippo Neri, Santa Teresa di Lisieux, Beata Madre Teresa di Calcutta, ecc… Una mente eccelsa ma unita ad un cuore di pietra ha portato a Robespierre e al Terrore, a Lenin e alla Rivoluzione d’Ottobre. Meriterebbe riflettere su queste cose, anziché dare contro per partito preso: l’anima (e l’intelligenza) ci guadagnerebbero.

Persino il Pio V che fingono di conoscere li avrebbe spediti all’Inquisizione. Certi “tradizionalisti”…

di Ariel Levi di Gualdo
1. INTERNET E LA PASTORALE EVANGELICA
Per me l’Internet non è un gioco ma un prezioso strumento di nuova evangelizzazione e come tale intendo usarlo. Diversi sono i miei diretti spirituali che mi contattano attraverso la rete telematica per dare avvio a un nuovo discorso, che da lì a poco proseguirà in altra sede, cosa quest’ultima molto importante, perché eliminare il contatto reale con la persona in carne e ossa potrebbe portare a precipitare in una realtà tutta quanta virtuale quindi in un cattolicesimo surreale. La virtualità telematica serve infatti a rafforzare contatti reali, non a creare rapporti virtuali che spesso trascendono nel vero e proprio surreale. Anche alcuni miei penitenti mi hanno contattato più volte tramite posta elettronica, semmai per chiedermi indicazione su come impostare un approfondito esame di coscienza su questioni poi trattate giorni dopo nel confessionale, durante la celebrazione del Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.
Numerose persone, inclusi giovani sacerdoti e seminaristi, dopo avere letto alcuni miei libri o commenti si sono rivolti a me attraverso questo strumento da varie parti d’Italia, per parlarmi di loro problemi. Da questi scambi ne deriva sempre una conoscenza diretta, non più “schermo a schermo” ma “corpo a corpo”, a tu per tu, perché così deve essere nel mondo del reale che si serve degli strumenti telematici, senza che mai gli strumenti telematici facciano sprofondare l’umano in una realtà tutta quanta virtuale.
Come tutte le lame a doppio taglio, l’Internet può essere usato come strumento di evangelizzazione o come strumento per la distruzione dell’essenza evangelica; come strumento di santificazione o come strumento di dannazione.
La lama dell’Internet può fare corretta informazione dando talvolta notizie importanti, sovente taciute dalla stampa nazionale di tutte le più disparate tendenze che deve stare entro i limiti fissati dai rispettivi padroni, che in un modo o nell’altro, su certi delicati temi di natura politica, economica o anche religiosa, filtrano le notizie o impongono proprio di non dare notizie, o perlomeno certe notizie.
2. INTERNET, LA GIURISPRUDENZA E LA TUTELA DELLA DIGNITÀ DELLA PERSONA FISICA E GIURIDICA

Papa Francesco, appena eletto: subito preso di mira su Internet

Ciò che talvolta duole dell’Internet è che non pochi internettari, forti di un certo anonimato, talora dell’anonimato totale, riescono a dare il peggio di se stessi in modo aggressivo e alle volte molto offensivo, dimentichi che la presunta libertà tua non può mai ledere la dignità e l’onorabilità altrui e che la diffamazione rimane un reato di cui la giurisprudenza non ha tardato a occuparsi. La V sezione della Suprema Corte di Cassazione [sentenza n. 4741 del 27/12/2000] ha affermato che utilizzare «un sito internet per la diffusione di immagini o scritti atti ad offendere un soggetto è azione idonea a ledere il bene giuridico dell’onore nonché potenzialmente diretta erga omnes, pertanto integra il reato di diffamazione aggravata», perché «i reati previsti dagli artt. 594 e 595 del Codice Penale possano essere infatti commessi anche per via telematica. Trasmettere via e-mail, o inviare a più persone messaggi atti ad offendere un soggetto, realizza la condotta tipica del delitto di ingiuria, se il destinatario è lo stesso soggetto offeso, o di diffamazione, se i destinatari sono persone diverse».
Nello specifico caso trattato in questo articolo: chi con pubblici scritti, affermazioni, ironie ingiuriose, quindi con la falsa attribuzione di affermazioni mai fatte e di fatti mai avvenuti, colpisce a vario titolo la sacra persona del Romano Pontefice, oltre ad insultare l’augusto soggetto in sé, reca grave offesa alla Chiesa ma soprattutto all’intero corpo dei suoi fedele sparsi a centinaia di milioni ai quattro angoli del mondo.
3. INTERNET E LA COMUNICAZIONE: PRIMA DI PARLARE E RISPONDERE TOLLE LEGE (PRENDI E LEGGI) COME DISSE LA VOCE ANGELICA DI UN BIMBO A SANT’AGOSTINO

A chi dà giudizi affrettati verrebbe da dire “tolle et lege”.

Permettetemi di rifarmi ancora alla mia esperienza personale, sia pastorale sia lavorativa, posto che l’una e l’altra cosa si fondono assieme formando un tutt’uno. Prima di parlare o di scrivere bisogna leggere, studiare, conoscere e approfondire. Come direttore editoriale di una collana teologica è mio compito e responsabilità leggere anzitutto i lavori proposti da vari autori, che in libertà e onestà devo poi approvare o non approvare per la pubblicazione. Se il lavoro è meritevole di pubblicazione, a quel punto devo leggerlo di nuovo con profondo spirito critico, annotare, se ve ne sono, alcune inesattezze, suggerire eventuali integrazioni, consigliare se necessario diversa impostazione narrativa in alcune parti e via dicendo. Essendo di prassi abituato a fare questo genere di meticoloso lavoro, lascio immaginare ai lettori in che modo abbia reagito quando alcune volte, certi esperti tuttologi, leggendo il solo titolo di un libro stampato si sono lasciati andare a giudizi o peggio a impietose stroncature senza neppure avere sfogliato l’indice dell’opera. Ricordo a tal proposito la volta che dovetti sorbirmi dieci minuti ininterrotti di sproloqui da parte di un alto prelato, che ricevuta in mano la copia omaggio di un mio libro, leggendo il solo titolo sulla copertina me ne disse d’ogni mala sorta. Frenando la mia comprensibile irritazione risposi con caustica amabilità: «Seguendo questa stessa logica, se veramente il Santo Padre avesse scritto un’enciclica intitolata Eros ed Ethos [vedere a tal proposito un discorso di Giovanni Paolo II del 1980, qui ] sulla base del solo titolo di copertina, forse lei avrebbe chiesta la condanna del Santo Padre per contenuti osceni, prima di sfogliare l’enciclica e capire che parlava di tutto all’infuori di ciò che lei immaginava».
4. MOLTO PEGGIO DELL’AIDS, LA SUPERFICIALITÀ E LA FOLLIA COLLETTIVA SONO LE DUE PEGGIORI MALATTIE INFETTIVE DEL XXI SECOLO E INTERNET E’ LA GRANDE PIAZZA DI SFOGO DI QUESTI MALATI
Negli anni Ottanta si sviluppò l’AIDS, malattia che prese presto a essere chiamata “peste” o “flagello” del XX secolo. Cosa sulla quale non sono mai stato d’accordo, pur riconoscendo sia la pericolosità sia la gravità di questo terribile virus e delle tante care persone che ha colpito. Due sono infatti i flagelli e le epidemie che precedono l’AIDS e che conferiscono ad esso non il primo e neppure il secondo bensì il terzo posto: la superficialità e la follia collettiva, che rappresentano a mio parere due malattie assai più spaventose che si sono incrementate nel corso del XX secolo e che nel secolo XXI hanno raggiunto l’apice.
Il mondo della comunicazione internetica è un mezzo di diffusione di questi due pericolosi virus e brulica gente che si arrabbia per cose che tu non hai detto ma che loro hanno capito male, perché avevano fermamente bisogno di capire male per dare poi sfogo a mille psicopatologie più o meno represse. Gente che non si premura affatto di esaminare gli scritti, si limita a spulciarli, od a leggere il titolo e poche righe, per poi partire all’attacco come carri armati. E se per caso gli rispondi: «Mio caro, non solo hai capito male, perché se leggi ciò che ho scritto vedrai che non ho mai affermato ciò che mi attribuisci». Allora sì che si arrabbiano di più ancora e insistono a più non posso. Cosa che si guarderebbero bene dal fare in una pubblica aula di conferenze, o durante un qualsiasi dibattito pubblico, salvo essere presi a fischi da tutti i presenti. Ma l’Internet è anche questo: un grande manicomio dove grazie alla apprezzabile ma pur sempre defettibile legge Basaglia, i pazzi sono ormai tutti quanti a piede libero.
5. QUESTA INTRODUZIONE PER GIUNGERE INFINE AD HABEMUS PAPAM: GEORGIUM MARIUM S.R.E. CARDINALEM BERGOGLIO

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio: come Papa, è stato una sorpresa per molti… ma non per tutti.

Il 1° marzo 2013, su un quotidiano brasiliano che mi aveva fatto un’intervista rispondevo che «se fossi stato un elettore dentro la Cappella Sistina avrei dato il mio voto al Cardinale Jorge Mario Bergoglio» e che «auspicavo la sua elezione perché bisognava guardare al grande polmone cattolico dell’America Latina che oggi fa respirare il corpo della Chiesa  [Correio Braziliense – Brasília, sexta-feira, 1º de março de 2013. Vedere qui]. Oggi devo prendere atto che non tanto ci sono state almeno 77 persone che nel Collegio Cardinalizio hanno in qualche modo esaudito quell’auspicio e quella preghiera; è stato lo Spirito Santo di Dio, che ha esaudito quella preghiera, che certo non è stata la sola.
6. DOPO IL PRIMO AFFACCIO ALLA LOGGIA CENTRALE SI È LEVATO UN CORO D’ESTETICHE PREFICHE: «NON HA INDOSSATO LA MOZZETTA ROSSA!»

Sì, era senza mozzetta rossa. Ma convocare un Concilio Vaticano III per questo motivo non sembra proprio il caso…

Da questo momento in poi userò la parola “tradizionalismo” e “tradizionalisti” secondo l’accezione impropria ormai in uso nel linguaggio corrente, nello stesso modo in cui è impropriamente usata la parola “laico”. Ogni buon cattolico dovrebbe infatti essere un tradizionalista, se per tradizione si intende la salvaguardia e la tutela teologica e dogmatica del deposito della fede e della scrittura sulla quale la tradizione si regge e si sviluppa. Così come la parola “laico”, che nel linguaggio ecclesiale indica tutti quei fedeli cattolici e religiosi consacrati che non hanno ricevuto i sacri ordini; parola invece usata nel corrente lessico per indicare impropriamente non cattolici e non credenti.
Certi ultra progressisti che da alcuni decenni scempiano la sacra liturgia con abusi e creatività d’ogni mala sorta e certi cosiddetti tradizionalisti auto elettisi custodi della vera e unica tradizione liturgica, hanno in comune agli opposti antipodi la stessa cosa: il senso di ribellione all’autorità della Chiesa e all’occorrenza al suo Supremo Pastore. Gli uni come gli altri sono mossi da tutte quelle “migliori intenzioni” di cui sono lastricate le vie dell’Inferno. A maggior ragione valga per gli uni e per gli altri, da qui a seguire per tutto lo scritto, la precisazione “certi” e “alcuni” e giammai “tutti”.
Io non sono mai stato contrario al motu proprio circa il Vetus Ordo Missae, ma questo autentico florilegio isterico di persone che in giro per la rete si stanno dando a pianti d’ogni sorta e che in questi giorni hanno toccato l’apice del cattivo gusto in svariati commenti ingiuriosi vergati nel frequentatissimo blog del sito Messa in Latino, [vedere qui], mi stimolano a un certo ripensamento, come spiegherò più avanti. Molti di questi commentatori sono infatti giunti a trascendere nel vero e proprio oltraggio alla sacra persona del Successore di Pietro; e ciò niente di meno che in difesa della tradizione (!?!). Forse sarà il caso di ricordare a questi soggetti non facili da indurre alla ragione che la tradizione cattolica apostolica romana risiede in Pietro, pietra angolare edificante. Una Chiesa senza Pietro non è pensabile, anzi non può esistere proprio, sebbene taluni si siano inventati persino il sedevacantismo, teoria che trascende nella pura idiozia, perché l’eresia ha una sua dignità di pensiero e di conseguenza ce l’hanno gli eretici dotati di intelletto e talento, cosa che i sedevacantisti non hanno, tanto da non poter essere chiamati nemmeno eretici, poiché relegabili senza pena di offesa nell’ambito della demenzialità pseudo teologica e pseudo ecclesiologica.
So bene che citare a certe persone i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II li indurrebbe a reputare il tutto come richiami a “fonti sospette”, per ciò vedrò di accontentarli citando la costituzione dogmatica di un altro concilio ecumenico, la Pastor Aeternus del Vaticano I, promulgata dal Beato Pontefice Pio IX [vedere qui], utile e preziosa per chiarire anche e soprattutto la figura di Pietro, il suo ruolo, il suo alto ufficio la sua infallibilità quanto si esprime ex chatedra su verità di fede.
Anche la fonte giudicata da certi tradizionalisti sospetta, vale a dire il Concilio Ecumenico Vaticano II, non lascia spazio a dubbi e nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, ricalcando la Pastor Aeternus del Vaticano I, al n. 22 scrive: «Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice Romano, successore di Pietro, quale suo capo» [vedere qui]. Tema sul quale ritornerà il Prefetto della Dottrina della fede Cardinale Joseph Ratzinger sempre basandosi sulla Pastor Aeternus e sulla Lumen Gentium [vedere qui].
Ciò detto, casomai Pietro non fosse gradito a certi “cattolici” custodi autentici della vera e sola tradizione, esiste da sempre una via conosciuta e praticata sin dai primi secoli di vita della Chiesa: l’eresia e lo scisma. Come successe con lo stesso Vaticano I, dal quale si scissero dall’alveo cattolico i cosiddetti vetero cattolici, anch’essi custodi della “vera tradizione” [vedere qui], oggi ridotti a fare “pastoralterapia” … “Joga esicastico” e amenità varie [vedere qui]. I vetero cattolici custodi della vera tradizione cattolica oggi “ordinano” le vescovesse lesbiche che a loro volta “ordinano” preti omosessuali che poi celebrano nozze gay, per dire a cosa spesso può portare la difesa della “vera” tradizione cattolica in ribellione a Pietro e a un Concilio Ecumenico della Chiesa [vedere qui]
Se difatti oltre ai canti gregoriani — di cui da sempre sono sia cultore sia esecutore — certi soggetti che da giorni sparano raffiche verso il nuovo Romano Pontefice in nome della difesa della tradizione, conoscessero un minimo di storia della teologia dogmatica, di storia della cristologia e di dogmatica sacramentaria, saprebbero in qual modo i primi otto secoli di vita della Chiesa siano stati corollati incessantemente da eresie e scismi, basati però, grazie a Dio, su cose serie, dinanzi alle quali verrebbe voglia di parafrasare il titolo di un vecchio libro di Mario Capanna: “Formidabili quegli anni” [ed. Rizzoli, 1980]. Sì, formidabili quei primo otto secoli turbolenti, perché da sempre la Chiesa teme molto più l’idiozia, che non la raffinata eresia portata avanti da figure di talento e di alta cultura come Ario e Pelagio. Dalle eresie ariane e pelagiane combattute da Padri della Chiesa come Atanasio e Agostino, è nata e si è solidificata la nostra migliore teologia, mentre dall’idiozia è nata solo e di prassi sempre altra idiozia, mai la migliore teologia, tanto meno la vera difesa della tradizione cattolica.
7. LA MOZZETTA ROSSA PONTIFICIA È FORSE UN ELEMENTO DOGMATICO DELLA FEDE CATTOLICA?
Francesco I – che più lo guardo e più mi ricorda l’immagine espressiva di un Pio XII con qualche chilo in più addosso – non si è presentato con un paio di pantaloni da minatore e una calabaza de mate in mano da gaucho della pampa argentina, si è presentato con la veste del romano pontefice e ci ha abbracciati con la sua apostolica benedizione.
Il fatto che il Romano Pontefice non abbia messo la mozzetta rossa ha suscitato nelle frange di certi tradizionalisti internetici un caso che ha indotto taluni a richiamare persino elementi apocalittici, sino a tirare in ballo madonne, veggenti, mistici …  ovviamente tutti quanti a sproposito.
Dico, forse la mozzetta con la pelliccetta di ermellino è un elemento fondante del deposito dogmatico della fede cattolica e le scarpe rosse  dimostrano il mistero del Verbo Incarnato, in assenza delle quali cade l’intero mistero dell’incarnazione?
E non venite a replicarmi “ma, la dignità della Chiesa …” ve ne prego! Perché la dignità della Chiesa comincia da una stalla, finisce su una croce di legno e tocca il proprio apice dinanzi alla pietra rovesciate del sepolcro di Cristo risorto. Questa è la nostra fede cattolica, apostolica romana; e chi ritiene che questa fede possa essere compromessa da una mozzetta rossa rifiutata, è pregato di argomentarlo in modo teologico e dogmatico, non certo supportandosi su mere isterie estetiche.
8. LO SCANDALO DELL’IGNORANZA: «IL ROMANO PONTEFICE SI È PRESENTATO COME IL VESCOVO DI ROMA E HA PARLATO DEI POVERI E DI UNA CHIESA POVERA».

S. Pietro. Anche lui si considerava un primus inter pares: vogliamo processare anche lui?

È stato poi lamentato da una certa frangia di tradizionalisti, con allarme non meno apocalittico, che il Santo Padre si è presentato come il Vescovo di Roma e che ha insistito sulla figura del Vescovo. Cos’altro rispondere: anziché studiare l’arte e la corretta tessitura di chiroteche e di cappe magne, andate a studiarvi un po’ di Storia della Chiesa, di sana patrologia e di altrettanta sana ecclesiologia, se ignorate che il Vescovo di Roma è il Romano Pontefice e che nessuno, se non il Romano Pontefice, può essere Vescovo di Roma. È lo stesso Pietro, che si dichiara primus inter pares scrivendo: «Esorto gli anziani (presbytèrous) che sono tra voi, quale anziano come loro (sympresbýteros)… pascete il gregge di Dio che vi è affidato» [I, Pt. 5, 1-4]. Dunque Pietro —pietra edificante della Chiesa — è vescovo tra i vescovi, ma al tempo stesso è il primo dei vescovi e il supremo capo del Collegio Episcopale. Chi sta gridando allo scandalo perché il Santo Padre si è presentato come Vescovo di Roma e ha insistito su questo suo ruolo, conoscerà indubbiamente piviali e dalmatiche, ma di certo mostra di non conoscere il Vangelo, l’ecclesiologia e infine, non ultimo, anche il diritto canonico. Vediamo allora cosa recita il primo degli articoli del Codice di Diritto Canonico che tratta la figura del Romano Pontefice: «Il Vescovo di Roma in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro … » [can. 331]. È Chiaro o qualcuno ha bisogno di “sottotitoli per non udenti”? Ebbene sottolineiamo anche per i “non udenti”: La legge codificata della Chiesa, nella parte in cui tratta la Suprema Autorità della Chiesa, non si apre citando il Romano Pontefice ma il Vescovo di Roma «nel quale permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro. Altrettanto recitava il precedente Codice di Diritto Canonico del 1917.
Il Santo Padre ha parlato dei poveri, forse è un pauperista? Ha messo una croce non d’oro, vuole forse spogliare la Chiesa dei suoi onori?
A prescindere dal fatto che dei poveri ha sempre parlato per primo e anzitutto Nostro Signore Gesù Cristo che scelse a ragion veduta Pietro come pietra per edificare la propria Chiesa. Perché mai il Santo Padre non dovrebbe rivolgersi a quelle grandi sacche di poveri del mondo che nella sua esperienza pastorale in Argentina ha assistito per tutta la vita? Fino a un paio di settimane fa, l’Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires prendeva la metropolitana e il pullman per andare sia nelle villas de la mìseria suburbane (note col termine portoghese di favelas) sia per andare nella sua chiesa cattedrale. A questo andrebbe poi aggiunto un richiamo al più cristiano e pastorale buonsenso, o miei estetici tradizionalisti assisi all’ombra del quieto campanile italico intorno al quale nasce, vive e muore l’intera orbe cattolica. Sapete che cosa vorrebbe dire, ma soprattutto quale immagine devastante darebbe, un vescovo in visita pastorale alla parrocchia di una favela costruita in lamiera e prefabbricato che giungesse con una berlina Mercedes e che durante la sacra liturgia indossasse una preziosissima mitria gemmata, in mezzo a gente dove ancora diversi bambini camminano per le strade a piedi nudi con le fogne a cielo aperto?
Cosa pretendono da lui questi quattro esteti che frignano di sito in sito e di blog in blog, forse che tirasse fuori la sedia gestatoria, la tiara, che rimettesse in processione la nobiltà nera coi flaubelli, che andasse a celebrare una Messa al Pantheon in rito antico per il meglio della nobiltà immorale, godereccia, pluri divorziata e bancarottiera, ed infine reclamasse i territori dello Stato Pontificio basandosi sulla autenticità della Donazione Costantiniana? È forse questo l’onore della Chiesa? O forse, senza una mozzetta rossa con la pelliccetta di ermellino, Pietro non è veramente Pietro e la sua elezione non è valida?
9. UNA FEDE IMMATURA CHE PRETENDE DI RIVENDICARE LA “VERA TRADIZIONE” IGNORANDO CHE LA CHIESA E’ UN CORPO IN EVOLUZIONE

Anacronismi?

La Chiesa è un corpo in cammino che si muove e che deve necessariamente muoversi al passo coi tempi. Ciò che non muta e che mai deve mutare è la sostanza di fondo: il mistero della rivelazione e il suo messaggio di salvezza immutabile sino alla parusia. O come diceva il Dottore della Chiesa Santa Teresa d’Avila: «Dios no se muda jamas», Dio non cambia mai, ma tutto il resto cambia e muta proprio per sostenere la eterna immutabilità di Dio. A mutare in modo sempre appropriato e adeguato coi tempi è la forma dell’annuncio. Pertanto oggi Nostro Signore Gesù Cristo scriverebbe sui giornali, si farebbe intervistare dai giornalisti, andrebbe a dibattere coi moderni scribi e farisei ai più seguiti talk show e pubblicherebbe best seller. Nella Gerusalemme contemporanea non farebbe ingresso a cavallo di un asino ma con una automobile, che sicuramente non sarebbe targata né C.D (Corpo Diplomatico) né S.C.V (Stato Città del Vaticano), forse sarebbe targata V.C.F.E (Verbum Caro Factum Est).
La fede è racchiusa nella tradizione cattolica apostolica romana basata sul deposito dogmatico della divina rivelazione. Mai si mutino però in fede o peggio in dogmi di fede gli strumenti che servono a questo divino annuncio, perché in tal caso siamo di fronte alla più sfrenata idolatria agnostica.
Con l’ironia che talvolta mi fuoriesce dissi un giorno: oggi si passa direttamente dai preti in perizoma rosso ai preti vestiti con abiti ottocenteschi. Sia chiaro a chi non mi conosce di persona: io porto con decoro la talare quando devo portare la talare, soprattutto per celebrare il Sacrificio Eucaristico, amministrare sacramenti e sacramentali, ed il clergyman col collo romano quando è consentito portare il clergyman. Non sopporto i preti a la page in maglione o quelli con la camicia a mezze maniche sbottonata sotto il collo, perché un sacerdote deve essere sempre riconoscibile e mai sciatto. Semplice se vuole, ma sempre con grande decoro e dignità, mai con le pezze addosso. Permettetemi però di sorridere a malincuore dinanzi a giovani preti col mantello, lo zucchetto nero e il saturno in testa con tanto di nappa, perché sono anacronismi belli e buoni ostentati sia per insana estetica sia per insana ideologia.
Il problema è che diverse di queste persone, che oggi si dichiarano variamente impaurite … smarrite … preoccupate … si ostinano a concentrarsi in modo quasi ossessivo su una dimensione in parte politica e in parte estetico-esteriore. Cosa che denota non solo una fede infantile ma peggio il dramma di fondo di uno spirito di chiusura all’azione di grazia dello Spirito Santo di Dio.
Mi duole che di fondo questi “smarriti” manifestino una idea di Chiesa legata a criteri monarchici mondani, oserei dire quasi imperiali. Nell’economia della salvezza c’è un tempo per Pio IX, un tempo per Pio X, un tempo per Pio XII e un tempo per Francesco. E tutti sono risultati a loro modo dei santi uomini giusti al momento storico giusto, per grazia di Dio e per il supremo bene del Corpo Mistico della sua Chiesa.
10. POPULORUM PROGRESSIO: TENTARE DI FERMARE IL TEMPO È COSA ANTI EVANGELICA LESIVA ALLA CHIESA E  AL POPOLO DI DIO 

L’attenzione per la liturgia è importante, ma non deve diventare l’unico criterio con cui guardare ad un Papa.

Come si può pretendere di fermare il tempo quando è il Cristo stesso che a partire dalla discesa dello Spirito Santo nel cenacolo ci ha proiettati nel tempo? O forse qualcuno dimentica il Vangelo della Trasfigurazione, quando l’immancabile, fanciullesco e passionale Pietro dice al Signore: «Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e un’altra per Elia» [Mt. 17, 4]. Pietro voleva fermare quella immagine, quel tempo così bello, renderlo immobile, statico per sempre. Ma non era questa la missione del Verbo Incarnato né la missione dallo stesso affidata ai suoi discepoli e alla sua Chiesa pellegrina sulla terra, proiettata dal presente al continuo movimento verso il futuro.
Non ci si può dichiarare cattolici duri e puri e poi reagire all’elezione del nuovo pontefice in modi così sconvenienti e viepiù per cose futili. La Chiesa non è un fenomeno in parte politico e in parte estetico, non nasce e non muore sotto il campanile italico e meno che mai nell’italietta degli anni Cinquanta, secondo lo stile di quei poveretti che prima di dire “si” o prima di dire “no” si guardano intorno e non sospirano, fino a quando non hanno individuato il carro del vincitore su cui saltare.
La Chiesa è un fenomeno universale col quale molti, troppi provinciali non riescono a fare i conti. E con che cosa difendono la loro chiusura alla grazia di Dio e il loro provincialismo mirato al rifiuto della universalità e del concetto di Populorum Progressio [vedere qui]   sul quale il Sommo Pontefice Paolo VI dette vita nel 1967 a una enciclica che anticiperà certi eventi infausti di un trentennio? Si difendono con la tradizione. Sì, ma quale tradizione?
11. SONO FORSE QUESTI I RISULTATI DEL MOTU PROPRIO: DISGREGARE ANZICHÈ UNIRE?

Il Motu Proprio Summorum Pontificum è stato un dono per la Chiesa. Ma non si può brandire come un’arma…

Se per taluni i risultati del motu proprio fossero davvero questi, ebbene comincerò a pregare affinché sia revocato prima possibile, perché nessuno ha il diritto di usare la liturgia per scopi puramente ideologici, perché non è questa la divina funzione dell’Eucaristia e della liturgia che è centro di unità della Chiesa, non di divisioni; meno che mai di divisioni rette su effimeri criteri estetici e politici, creando in tal modo rottura anziché quella unità del corpo della Chiesa di cui la liturgia sia del vecchio sia del nuovo ordinamento è elemento principe.
Taluni che fino a ieri hanno militato nei partiti di ispirazione marxista e dopo la caduta del Muro di Berlino sono rimasti orfani e hanno avuto bisogno di traslare la loro ideologica militanza in altre ideologie dure e pure, si scelga uno dei tanti partiti politici esistenti di estrema destra o di estrema sinistra e si sfoghino quanto più e quanto meglio loro aggrada, ma non usino e non abusino della Santa Chiesa di Dio e della sacra liturgia centro e motore cristologico di unità della Chiesa universale, per certi scopi e manifestazioni perniciosamente disgreganti.
12. QUEI CERTI TRADIZIONALISTI E LA POESIA DEL PASSERO CANTATA A LESBIA DA CATULLO MUTATA IN UNA LAUDE PASQUALE DEL XII SECOLO

Amori profani: basta non conoscere bene il latino.

Leggendo certi piagnistei di sito in sito e di blog in blog, spicca evidente questa fede estetico-infantile che pare reggersi davvero su quel latinorum che peraltro certi tradizionalisti non conoscono. Lo dico perché l’ho sperimentato: una volta, a un gruppetto di costoro — notare bene erano presenti anche un paio di preti — mi misi a cantare la poesia erotica del passero dedicata da Catullo a Lesbia usando un metro gregoriano, poi chiesi a tutti se piaceva loro quella laude del XII secolo della liturgia pasquale. Tutti, ahimè preti inclusi, mi dissero di sì, ciò dopo che ebbi cantato loro: «Passer, deliciae meae puellae, quicum ludere, quem in sinu tenere, cui primum digitum dare appetenti et acris solet incitare morsus» (Passero, delizia della mia donna, con il quale suole giocare e tenerlo in grembo, e a cui è solita dare la punta del dito quando la cerca e di cui suole provocare le pungenti beccate).
Una fede santa, cattolica e apostolica non può edificarsi sui paramenti del Beato Pontefice Pio IX rispolverati dal museo della sacrestia vaticana e via dicendo, perché in nessun meandro del sacro deposito della fede è scritto che solo il tripudio barocco sia in grado di dare una non meglio precisata dignità alla Chiesa, ma soprattutto unica validità agli atti sacramentali, salvo trascendere nella follia singola o collettiva o finanche nel neopaganesimo.
Tra l’altro, quei paramenti oggi considerati antichi, tali non sono affatto, perché il paramento antico è la casula, il paramento moderno è la attuale pianeta nata solo sul finire del recente XVI secolo. E quando nel XVIII secolo furono prodotte e adottate quelle pianete barocche oggi considerate antiche, alla loro uscita molti gridarono allo scandalo e altri si rifiutarono di usarle, considerata la loro audace modernità troppo simile ai decori da sartoria secolare in voga all’epoca. In una sua lettera indirizzata al vescovo della diocesi nel marzo 1769, l’arcidiacono del capitolo della cattedrale di Reims, Françoise Marie Brison, paragonava quelle pianete moderne, in tessuti e decori, ai vestiti delle dame della corte di Versailles e tosto dichiarava che lui non le avrebbe mai indossate e come lui molti altri presbiteri, diaconi e suddiaconi.
Storia della Chiesa, cari tradizionalisti duri e puri … studiatevi la sana e preziosa Storia della Chiesa, perché dal primo all’ultimo vi ci ritroverete quanti dentro con le vostre istanze, le vostre paure e le vostre odierne lamentale. E se queste mie parole vi suonano come uno schiaffo, fermatevi un attimo a riflettere sul leggero bruciore, perché potrebbe esservi stato donato un atto di vera carità cristiana che implica un preciso invito: tolle lege … perché le cose del passato non stanno affatto come ve le immaginate né come ve le state ostinatamente creando tutte quante a posteriori. Il passato è molto diverso nella sua realtà da come lo immaginate al presente, perché spesso vi create un passato che nella Storia della Chiesa non è mai esistito, ed è la storia che ve lo dimostra, non certo io, che pure un po’ l’ho studiata e un po’ ho cercato di conoscerla.
13. QUANDO IN QUELLA SACRESTIA SBOTTAI: «IO NON INDOSSO BIANCHERIA INTIMA FEMMINILE!»
In modo non diverso dall’arcidiacono della Cattedrale di Reims, a distanza di oltre due secoli e mezzo, quando nella sacrestia di una casa di religiosi dalle voci un po’ troppo stridule per i miei gusti, mi venne presentato un camice plissettato traboccante trine e merletti, risposi: «Non ho mai indossato in vita mia biancherie intime femminili e non avendolo mai fatto da secolare, meno che mai intendo farlo da prete. E pochi minuti dopo celebrai in comunione e in devota obbedienza con la Chiesa universale una Eucaristia assolutamente valida, sulla cui validità certi tradizionalisti avrebbero seri dubbi, avendo io rifiutato un camice da demoiselle che mi ricordava tanto un babydoll e una guepiere. Non ho nulla contro i camici plissettati, ma con pizzi e merletti addosso io non mi sento a mio agio né come uomo né come prete, gli altri facciano come vogliono, in piena e insindacabile libertà.
14. CERTI TRADIZIONALISTI “SMARRITI” CHE VANTANO LA CUSTODIA DELLA TRADIZIONE MA CHE MOSTRANO DI NON CONOSCERE LA STORIA DELLA CHIESA DOVREBBERO CONOSCERE LA VERA FACCIA DEL LORO BENEAMATO SAN PIO V, CHE SENZA ESITARE OGGI LI PRENDEREBBE A SOLENNI BASTONATE

San Pio v: non c’è tradizionalista che non lo citi. Ma chi, tra loro, può dire di conoscerlo bene?

Se c’è un Pontefice che molti tradizionalisti portano più sulla bocca che nel cuore questi è sicuramente San Pio V, il cui nome è legato anche all’omonimo Missale Romano. Anzitutto San Pio V fu sempre bendisposto con gli umili, paterno con la gente semplice e povera, ma duro e severo con tutti coloro che nuocevano all’unità della Chiesa. Tanto da non esitare a scomunicare e a decretare la destituzione della regina d’Inghilterra Elisabetta I, ben sapendo a quali conseguenze tragiche avrebbe esposto i cattolici inglesi.
Per quando riguarda l’idea di povertà, San Pio V si spinse parecchio oltre in quel delicato XVI secolo, osando ciò che nessun suo predecessore avrebbe mai osato, tanto erano radicate in seno alla Chiesa certe insane “tradizioni”. Anzitutto Pio V fu un pontefice terribilmente scomodo, come tali sono sempre stati tutti i riformatori dei costumi. Non esitò a debellare sotto il suo pontificato la piaga purulenta della simonia dalla curia romana e di conseguenza il nepotismo. Quando accorsero al suo soglio vari parenti sperando o chiedendo qualche privilegio, egli rispose lapidario: «Un parente del Romano Pontefice può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce la povertà».
Tra le riforme in campo pastorale promosse da Pio V in fedele applicazione ai canoni del Concilio di Trento, si ricordano l’obbligo di residenza per i vescovi, la clausura dei religiosi, il celibato e la santità di vita dei sacerdoti, le visite pastorali dei vescovi, l’incremento delle missioni, la correzione dei libri liturgici in cui erano finiti codificati veri e propri abusi, la censura sulle pubblicazioni eterodosse. E tutti gli avversi o i ribelli dell’epoca, se andiamo a studiare le cronache di quei tempi, si appellavano, a partire da taluni vescovi, a una non meglio precisata “tradizione”, sostenendo che ormai era prassi e “tradizione” che il vescovo potesse vivere in altra sede fuori dalla propria diocesi, lasciando l’amministrazione della stessa ad altri, che di prassi erano quasi sempre dei famelici secolari legati al vescovo da amicizia, parentela o peggio da intrallazzi politici o finanziari.
San Pio V ordinò alla Chiesa quella sobrietà e quella rigida disciplina che il Santo Padre impose sempre a se stesso come religioso, sacerdote, vescovo, cardinale e poi come Romano Pontefice. Nella sua vita di pontefice visse in tutto e per tutto seguendo l’ideale ascetico del frate mendicante, schivo a qualsiasi pompa solenne e teso alla essenzialità, anche e soprattutto liturgica. Il Messale di San Pio V tanto celebrato e tanto poco conosciuto nella sua storia da certi tradizionalisti, fu in quegli anni una innovazione strepitosa mirata soprattutto alla semplificazione di riti spesso arbitrari, che sovente trasformavano il sacro mistero in un vero e proprio spettacolo, non ultimo di secolare potenza. Il Messale dato da San Pio V alla Chiesa poneva al centro il Sacrificio Eucaristico, bandendo ogni arbitrio e abuso. Ma se è per questo anche il Messale di Paolo VI, seguì gli stessi identici criteri, basterebbe andare a leggere il suo ordinamento generale. Se poi certi preti fanno del Messale ciò che vogliono e come vogliono, questo non è colpa né della riforma liturgica né del concilio né di Paolo VI, ma della scelleratezza di quei preti ai quali non è chiaro che sono servi dei sacri misteri, non primi attori, perchè la liturgia, sospiro dietro sospiro appartiene alla Chiesa, non al celebrante, non a Kiko Arguello, non a Carmen Hernandez … nessuno può rendere la sacra liturgia instabile con creatività personali o con autentiche stravaganze.
15. OGGI CERTI “TRADIZIONALISTI” AVREBBERO GRIDATO ALLO SCANDALO PER LO STESSO PIO V E BASANDOSI SULLE MEDESIME RAGIONI IN BASE ALLE QUALI HANNO CRITICATO FRANCESCO I APPENA ELETTO

Nel Papa, in ogni Papa, c’è il Successore di Pietro. Non idolatriamo la persona: amiamo quello che rappresenta.

Fino a Pio V, i pontefici vestivano il cosiddetto rosso imperiale, anticamente usato dai re e dagli imperatori romani. Provenendo dall’Ordine Mendicante dei Frati Predicatori, i domenicani, alla sua elezione Pio V abolì quelle vesti e seguitò a usare l’abito bianco domenicano, che non intese abbandonare, perché segno del carisma delle sua vocazione. Questo creò sconcerto e vero e proprio scandalo all’interno di quella che all’epoca era una vera e propria corte. Proprio così: San Pio V eletto pontefice seguitò a vestire gli abiti del frate mendicante. Altro che mozzetta rossa bordata d’ermellino prontamente rifiutata, o la croce di metallo al posto di quella d’oro. Pio V fece molto di peggio e molto di più, peraltro in anni nei quali, certi simboli, erano sentiti più fortemente ancora.
Dopo la sua vita vissuta in fama di riconosciuta santità, il successivo pontefice e quelli ancora successivi non osarono cambiare il colore dell’abito per tornare al porpora regale e imperiale. Il suo successore, Gregorio XIII, fece solo una modifica: l’abito domenicano venne fatto uguale all’abito dei cardinali, ma di colore bianco anziché rosso cardinalizio.
Se non si conosce la storia della Chiesa è bene non parlare di tradizione, ma soprattutto, chiunque rivendichi di essere un vero e un buon cattolico, non deve mai perdere di vista un elemento fondante della nostra fede, che è un dogma basato su precise parole pronunciate dalla bocca del Verbo Incarnato:
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa, a te darò le chiavi del Regno dei Cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli …  [Mt. 16, 18-19]
E detto questo il discorso è chiuso. Se poi qualcuno intende aprirlo per mettere in discussione questo fondamento basandosi peraltro su risibili futilità, non può farlo dentro la Chiesa Cattolica, ma solo fuori, come hanno fatto molti, come nel tempo hanno seguitato a fare tanti altri, rivendicando sempre e di prassi di essere i più puri difensori della vera tradizione, dimenticandosi che la tradizione può essere basata solo sulla sacra scrittura e che la sacra scrittura è chiara senza pena di equivoco nel dire per bocca del Redentore: «Tu es Petrus».
16. LA PRUDENTE ATTESA, POI CAPIREMO QUALCHE COSA E SICURAMENTE RENDEREMO GRAZIE A DIO PER FRANCESCO I.

Dopo pochi giorni è già amato da tanti fedeli.

Tra non molto tempo, il Santo Padre, dovrà provvedere a nominare diversi capi dei dicasteri giunti alla soglia dei 75 anni, alcuni hanno già superato quella soglia, qualcuno si avvicina ormai agli ottant’anni, per esempio l’attuale segretario di Stato. Sarà da quello che capiremo, se non tutto, almeno quanto basta, non da una mozzetta rifiutata o da una croce pettorale di metallo.
Oso infine azzardare una piccola profezia: Francesco I, in popolarità e per il grande amore che il popolo di Dio riverserà su di lui, molto probabilmente passerà avanti al Beato Giovanni XXIII e al Beato Giovanni Paolo II, che è tutto dire.
Vedendolo, vedo dinanzi a me in carne e ossa quel Pontefice del futuro di cui mi auspicavo in un mio libro nel quale anni addietro scrissi: « … oggi non basterebbe un uomo di grande autorità che sappia imporsi, perché se privo di certe qualità e di doni molto speciali dello Spirito Santo, potrebbe indurre per reazione la piovra a stritolare tutto, lui per primo, creando guerre e divisioni drammatiche e insanabili; creando veri e propri scismi. Per essere veramente magno è necessario che questo futuro Successore di Pietro sia una figura carismatica appoggiata e protetta dal Popolo di Dio. Esiste infatti una cosa dinanzi alla quale le peggiori aspidi dell’antica corte sanno di non poter osare: la volontà del Popolo di Dio. Nel corso della storia le pie vipere hanno dato vita a tutto, lo dimostra rigo dietro rigo, secolo dietro secolo l’intera letteratura dei Padri della Chiesa. Una cosa sola è a loro impossibile da realizzare: una Chiesa senza Popolo, ossia una Chiesa senza Cristo, che equivale a dire una Chiesa senza corpo. Il Popolo di Dio è quel corpo senza il quale Cristo non avrebbe dove poggiare il suo capo. E per quanto vuoto, il suo sepolcro sarebbe rimasto vuoto per niente, soprattutto per la salvezza di nessuno». [vedere qui]
Ebbene credo sia arrivato come donum Dei altissimi alla Chiesa il Pontefice che sognavo, nei giorni in cui scrivevo queste righe tra il 2008 e il 2010, stampate poi nel dicembre 2011 nel mio libro E Satana si fece Trino.
Lunga vita al Romano Pontefice !


Da papalepapale.com

Lottiamo per difendere l’ovvio

 

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Oggi ci ritroviamo a dover difendere a spada tratta, con i pugni e con i denti, qualcosa che è, e sempre sarà, l’entità più naturale del mondo: la famiglia.

Non troppo tempo addietro i nostri nonni non avevano neanche bisogno di dover mettere “i puntini sulle i” riguardo questo argomento, perché era logico, scontato, normale come respirare, come camminare.

Invece oggi ci ritroviamo a difendere l’ovvio, cercando di rispondere nel modo migliore possibile alle accuse fatte da chi tenta di distruggerla ad ogni costo, senza capire, poveri illusi, che distruggendo la famiglia annienterebbero se stessi.

Ma, come dicevo, sono illusi costoro perché non riusciranno mai a distruggere la normalità, l’ordine sano della natura, della Creazione perché l’uomo e la donna hanno in se stessi, intrinsecamente, il potere di dar vita a una famiglia. Sono famiglia in potenza, e finché ci saranno uomini e ci saranno donne questa capacità non andrà persa.

Ma c’è anche chi di questa normalità, di questa naturalezza si vergogna e maschera le parole per sentir pronunciare il meno possibile quelle che riempiono la bocca dei bimbi fin dalla più tenera età: papà, mamma.

Sillabe così semplici, così facili che infatti il bambino impara subito a balbettare e che racchiudono in sé il mondo intero, si caricano di un dolce e profondo significato perché quelle due paroline sono la semplificazione di un’altra: radici.

Perché dovremmo vergognarci delle nostre radici? Perché dovremmo aver timore di pronunciare certe parole? Il mondo descritto da Orwell in “1984” è il nostro ogni giorno di più: ecco un chiaro esempio di neolingua e, di conseguenza per chi dietro le parole difende un principio, di psicoreato.

Sì, i nostri nonni non avevano affatto bisogno di porsi questi interrogativi perché, in fondo, vivevano in un mondo in cui, nonostante le guerre, i nemici erano ben riconoscibili e tutti sapevano da chi stare alla larga. Il nero era nero, il bianco era bianco, verità da una parte, menzogna dall’altra, giusto di qua e sbagliato di là.

Ma non stiamo a piangerci addosso. Se viviamo in quest’epoca è perché abbiamo le carte in regola per farlo, perché abbiamo gli anticorpi giusti, perché sopravvivremo ancorati come siamo alla Verità, unica, sempre uguale a se stessa fino alla fine dei tempi.

 

Vera Provenzale


Da radiospada.org

Anche oggi il prete è un “altro Cristo”

Di Padre P. Gheddo

Il 5 giugno sono andato a Vercelli per celebrare, in una giornata di fraternità sacerdotale, le ricorrenze dei confratelli diocesani con 60-50-40-25 anni di sacerdozio. Dopo la conferenza di don Armando Aufiero sul recente Beato mons. Luigi Novarese, fondatore dei “Silenziosi Operai della Croce”, nella grande chiesa del Seminario l’arcivescovo mons. Enrico Masseroni (50 anni di ordinazione) ha celebrato la Messa con omelia sul sacerdozio e alla fine ha invitato me (60 anni) a dire due parole ai confratelli vercellesi. Avevo il cuore pieno di gioia e ho espresso due pensieri:

     1) Ringraziamo il Signore che ci ha scelti, ci ha guidati, consolati, illuminati, perdonati (più e più volte) e ha portato ciascuno di noi ad essere “un altro Cristo” come si diceva una volta. Ma lo siamo anche oggi! Io sono, come Gesù, mediatore fra Dio e gli uomini. L’errore più funesto per un prete è di avere un mediocre concetto della sua dignità e missione, di considerarsi un funzionario, un impiegato a servizio della Chiesa, della parrocchia. Non è così. Non esiste al mondo altro personaggio più importante e indispensabile del sacerdote di Cristo. Il mondo non ci crede, ma la fede ci dice che è così. La nonna Anna era una santa donna che aveva allevato ed educato dieci figli e noi tre nipoti. Era semi-analfabeta (solo la prima elementare), ma con una saggezza evangelica che la rendeva gradita a tutti. La chiamavano quando  c’era un ammalato o un morto per andare a pregare, a consolare, a dire una buona parola a tutti. Nell’estate 1949, morì poco dopo a 84 anni, ero seduto vicino a lei e pregavamo assieme. Mi chiede quanti anni mi mancano per diventare sacerdote. Quattro, le rispondo. Lei dice: “Io non ci sarò più, ma ricordati, Piero, che quel giorno tu sarai diventato più grande e più importante di De Gasperi e di Togliatti, di Truman e di Stalin, perché dirai le parole della consacrazione, chiamerai il Signore sull’altare e Lui verrà. Avrai Gesù nelle tue mani e potrai darlo a tutti. Non c’è nulla di più importante in questo mondo”. Quando celebro la S.Messa, chiedo sempre al Signore la grazia di avere la fede della nonna Anna e di commuovermi quando consacro l’ostia e il vino e mi nutro del Corpo e Sangue di Cristo.

     2) Il prete dev’essere un uomo innamorato di Gesù Cristo, per dare al mondo l’immagine dell’unico Salvatore dell’uomo. Solo quando Gesù è l’unico amore della nostra  vita, riusciamo ad amare tutto il prossimo, anche quelli che non ci vogliono bene; a comunicare in modo efficace la Parola di Dio e portare frutti di vita eterna. Come diceva San Paolo: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che fa crescere” (1 Cor. 3,6). Perché solo Dio conosce a fondo le anime e le attira a sé, le converte. Non basta che predichiamo Gesù Cristo, non basta che lo studiamo e preghiamo, dobbiamo amarlo con passione, metterlo sempre al primo posto nelle nostre scelte esistenziali. Innamorarsi di Cristo è un dono di Dio che dobbiamo chiedere ma anche prepararci a riceverlo con una vita trasparente totalmente orientata a Dio, alle realtà spirituali e soprannaturali, distaccandoci a poco a poco da tutti gli affetti e gli ostacoli terreni che impediscono la totale consacrazione a Cristo. Non ci riusciremo mai del tutto, è una via di purificazione che dura tutta la vita e che ci ringiovanisce ogni giorno.

     Il prete è efficace nel suo ministero solo se segue il consiglio di Gesù: “Rimanete uniti a me e io rimarrò unito a voi” (Giov. 15, 4). Questo vale per tutti, cari sacerdoti, ma soprattutto per noi che siamo chiamati ad essere per la gente “un altro Cristo”. Del grande missionario mons. Aristide Pirovano, fondatore e vescovo di Macapà in Amazzonia, un suo confratello di missione mi ha detto: “Era tutto di Dio e tutto degli uomini”.  Don Primo Mazzolari, la “tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana” come diceva Giovanni XXIII, ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

      Ma per comunicare Cristo bisogna averlo nel cuore. Nel 1964 in India mi sono fermato tre giorni col padre Giorgio Bonazzoli a Benares, la città santa dell’induismo. Giorgio aveva studiato la lingua sacra dell’India, il sanscrito e lo insegnava nella “Hindu University”, traducendo anche i Purana (testi sacri indu) dal sanscrito all’hindi e all’inglese. Mandato dal Pime per iniziare il dialogo con i monaci indù, viveva con loro e come loro, nella piccola cella di un monastero in una povertà commovente. Dormiva su una plancia di legno sostenuta da due appoggi, sul duro legno coperto da una stuoia di paglia, con una coperta e un tarello di legno come cuscino. Mangiava vegetariano come i monaci indù, riso bollito condito con sale e peperoncino, verdure e qualche frutto locale. Insegnava all’università e seguiva la regola dei monaci, dialogando con loro. C’è rimasto per 25 anni. Allora in Benares (oggi Varanasi), la presenza cristiana era minima, padre Giorgio viveva proprio isolato nel mondo indù. Ho visto il suo isolamento in un mondo pagano, i pericoli che correva e gli ho detto: “Giorgio, ti ammiro perché tu fai una vita eroica, ma non dimenticarti che sei un prete di Gesù Cristo e devi testimoniarlo con la tua vita”. Mi ha portato nella sua cella e mi ha mostrato la cassetta di ferro con lo specchio davanti che c’è sopra il lavandino, dove in genere si mette il materiale per la barba. Giorgio apre lo sportello e dice: “Vedi, Piero, qui c’è Gesù! Quando sono stanco e tentato anche in modi che tu nemmeno immagini, vengo qui, apro il mio tabernacolo, mi inginocchio e prego. Gesù è sempre con me”. Ha detto queste parole con un accento così appassionato, che mi ha commosso e rassicurato. Il mio caro Giorgio, mi sono detto, a Gesù ci crede e lo ama davvero.


Da gheddo.missionline.org

CELIBATO DEI SACERDOTI, Perchè esiste nella Chiesa latina?

Scheda Catechetica

di Monsignor Raffaello Martinelli

 

IL CELIBATO DEI SACERDOTI È UN DOGMA NELLA CHIESA?

L’obbligo del celibato per i sacerdoti non è un dogma, ma una legge disciplinare della Chiesa. Tale legge è tuttavia molto antica, poggia su una tradizione consolidata e su forti motivazioni.

Certamente la verginità non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio. La riprova è che il celibato vale per la Chiesa Latina, ma non per i riti orientali, dove, anche nelle comunità unite alla Chiesa Cattolica, è norma che vi siano sacerdoti sposati. Questi peraltro si possono sposare prima e non dopo di essere ordinati sacerdoti.

Tuttavia anche nella Chiesa Orientale vige il celibato per i Vescovi, oltre che per i monaci. E inoltre si consente che uomini già sposati siano ordinati preti; chi poi rimanesse vedovo, non può risposarsi.

La Chiesa è fermamente convinta che la vigente legge del sacro celibato debba ancor oggi, per i sacerdoti latini, accompagnarsi al ministero ecclesiastico. Essa, pertanto, ritiene tutt’ora che la via della donazione nel celibato sia la scelta esem­plare per il sacerdozio ministeriale latino.

D’altra parte, non va sottaciuto che i giovani, che chiedono ed accettano liberamente di essere consacrati sacerdoti nella Chiesa latina, ben sanno di doversi impegnare anche nel celibato e assumono questo impegno liberamente e solennemente davanti a Dio e alla Chiesa.

DA QUANDO IL CELIBATO È STATO INTRODOTTO NELLA CHIESA?

Fra gli Apostoli, scelti da Cristo stesso, alcuni erano sposati, altri no, come ad esempio l’apostolo Giovanni.

Risulta che l’obbligo del celibato sacerdotale sia in vigore fin dal IV secolo. Ma nello stesso tempo, va rilevato che i legislatori del IV sec. sostenevano che questa legge ecclesiastica fosse fondata su una tradizione apostolica. Diceva per esempio il Concilio di Cartagine (del 390): “Conviene che quelli che sono al servizio dei divini misteri siano perfettamente continenti (continentes esse in omnibus), affinché ciò che hanno insegnato gli Apostoli e ha mantenuto l’antichità stessa, lo osserviamo anche noi”.

Successivamente il Magistero della Chiesa, attraverso Concili e documenti, ha sempre ribadito ininterrottamente le disposizioni sul celibato ecclesiastico. Lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II ha riaffermato, nella dichiarazione Presbyterorum ordinis (n. 16), lo stretto legame tra celibato e Regno di Dio, vedendo nel primo un segno che annuncia in modo radioso il secondo.

IN QUALI BRANI EVANGELICI SI PARLA DI CELIBATO?

Ne parlano Marco 10,29, Matteo 19,12 (“eunuchi per il regno dei cieli”) e Luca 18,28-30. «Pietro allora disse: “Noi abbiamo lasciato tutte le nostre cose e ti abbiamo seguito”. Gesù rispose: “In verità vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà”» (Lc 18,28-30).

IN CHE SENSO IL CELIBATO È UN DONO?

È anzitutto un dono inestimabile di Dio, “un dono particolare di Dio, mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini” (CIC, Can. 277, § 1). In tal senso, presuppone una vocazione particolare, una chiamata speciale da parte di Dio, e pertanto è un carisma.

È anche un dono prezioso della persona a Dio e al prossimo. Il radicale amore del sacerdote celibe verso Dio si manifesta e si attua nel generoso amore verso i fratelli, nel servizio disponibile verso di essi.

Questo dono, se accolto e vissuto con amore, gioia e gratitudine, è sorgente di felicità e di santità, per il sacerdote stesso e per tutta la Chiesa.

QUALI SONO I MOTIVI A FAVORE DEL CELIBATO?

Va subito detto che le ragioni solamente pragmatiche, funzionali, come ad esempio il riferimento alla maggiore disponibilità, non bastano. Tanto più sono inaccettabili motivazioni collegate in qualche modo sia a elementi di prestigio, di potere, di promozione sociale o di benefici economici, sia al rifiuto o alla paura o al disprezzo del matrimonio.

Occorre nello stesso tempo ricordare che, come disse Cristo stesso, il celibato, con le sue autentiche motivazioni, “non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso” (Mt 19,11).

I motivi veri, profondi sono principalmente tre: teocentrico-cristologico, ecclesiologico, escatologico. Essi motivano la convenienza profonda che esiste tra sacerdozio e celibato.

1) Motivo teocentrico-cristologico: Il celibato poggia sulla Fede in Dio e sull’amore di Dio e per Dio: è accogliere Dio come terra su cui si fonda la propria esistenza. Illuminanti, a questo proposito, sono le parole del santo padre Benedetto XVI: “Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: Dominus pars (mea) – Tu, Signore, sei la mia parte. Può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi, grazie ad un più intimo stare con lui, a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di Fede: la Fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini” (Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’udienza alla Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2006).

Il sacerdote non è dunque una persona priva di amore, anzi egli vive di passione per Dio. Il suo vivere non è da scapolo, ma da sposato in maniera indissolubile a Dio e alla sua Chiesa. Il celibato è una via all’amore e dell’amore; favorisce lo stile di una speciale vita sponsale da parte del sacerdote. Il sacerdote è uomo di Dio perché di lui vive, a lui parla, con lui discerne e decide, di lui è sempre più innamorato. L’inaridimento della vita spirituale molto spesso precede la crisi del celibato.

Ma Dio si è reso visibile e si è fatto presente in Gesù, il Figlio unigenito del Padre, inviato nel mondo: egli “si fece uomo affinché l’umanità, soggetta al peccato e alla morte, venisse rigenerata e, mediante una nascita nuova, entrasse nel Regno dei cieli. Gesù compì mediante il suo mistero pasquale questa nuova creazione” (SC, 19). Gesù Cristo è dunque la novità di Dio. Egli realizza una nuova creazione. Il suo sacerdozio è nuovo. Egli rinnova tutte le cose. Un aspetto importante di questa novità è la vita nella verginità, che Gesù stesso ha vissuto. Egli, infatti, rimase per tutta la vita nello stato di verginità, dedicandosi totalmente al servizio di Dio e degli uomini. Il celibato consente pertanto una totale dedizione al Signore, una configurazione più piena con il Signore Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa, una imitazione del suo stato di vita, una immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la sua Sposa, una maggiore disponibilità all’ascolto della sua Parola e al dialogo con lui nella preghiera. Spiega ancora l’Enciclica Sacerdotalis Celibatus: “Cristo rimase per tutta la sua vita nello stato di verginità, il che significa la sua totale dedizione al servizio di Dio e degli uomini. Questa profonda connessione tra la verginità e il sacerdozio di Cristo si riflette in quelli che hanno la sorte di partecipare alla dignità e alla missione del Mediatore e Sacerdote eterno, e tale partecipazione sarà tanto più perfetta, quanto più il sacro ministero sarà libero da vincoli di carne e di sangue” (SC, 21).

La verginità per il Regno di Dio esiste pertanto nella Chiesa, perché esiste Cristo che la rende possibile, con il dono del Suo Spirito. “In questo legame tra il Signore Gesù e il sacerdote, legame ontologico e psicologico, sacramentale e morale, sta il fondamento e nello stesso tempo la forza per quella `vita secondo lo Spirito’ e per quel ‘radicalismo evangelico’ al quale è chiamato ogni sacerdote e che viene favorito dalla formazione permanente nel suo aspetto spirituale” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 72).

2) Motivo ecclesiologico

Simile a Cristo e in Cristo, il sacerdote si unisce con amore esclusivo alla Chiesa, sposandosi misticamente con essa. “La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta infatti l’amore verginale di Cristo per la Chiesa, e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio”(SC 26). La nuzialità del celibato ecclesiastico esprime ed incarna proprio questo rapporto tra Cristo e la Chiesa.

E in virtù di questo esclusivo legame sponsale, il sacerdote celibe si dedica totalmente al servizio generoso e disinteressato di Cristo e della sua Chiesa, con una ampia libertà spirituale e verso tutti gli uomini, senza alcuna distinzione o discriminazione.

Nella Presbyterorum Ordinis leggiamo che i sacerdoti “si dedicano più liberamente a Lui e per Lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo Regno e la sua opera di rigenerazione divina e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo” (n.16).

L’esperienza comune insegna e conferma come sia più semplice, per chi non è legato da altri affetti, aprire il cuore ai fratelli pienamente e senza riserve.

3) Motivo escatologico

Il celibato sacerdotale è segno e profezia della nuova creazione, ossia, del Regno definitivo di Dio nella Parusia, quando, alla fine di questo mondo, tutti risorgeremo dalla morte. Di questi tempi ultimi, la verginità, vissuta per amore del Regno di Dio, costituisce un segno particolare, poiché il Signore ha annunziato che: “Alla risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo” (Mt 22,30). Nella Chiesa, fin d’ora è presente il Regno futuro: essa non solo lo annuncia, ma lo realizza sacramentalmente contribuendo alla “creazione nuova”. Di questo Regno, la Chiesa costituisce quaggiù il germe e l’inizio, come ci insegna il Concilio Vaticano II (cfr. LG. 5). Il celibato sacerdotale è uno dei modi con cui la Chiesa annuncia e contribuisce a realizzare tale novità del Regno di Dio.

L’ABOLIZIONE DEL CELIBATO AUMENTEREBBE IL NUMERO DEI SACERDOTI?

Come ha anche affermato il Sinodo dei Vescovi del 2005, un allargamento della regola del celibato non sarebbe una soluzione neppure per il problema della scarsità delle vocazioni, come dimostra l’esperienza anche delle altre confessioni cristiane, che hanno sacerdoti o pastori sposati. La scarsità numerica dei sacerdoti è da collegarsi piuttosto ad altre cause, a cominciare dalla cultura secolarizzata moderna.

QUAL È IL RAPPORTO TRA IL CELIBATO SACERDOTALE E IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO?

È un rapporto complementare: l’uno integra, completa l’altro.

Ecco al riguardo tre autorevoli testimonianze:

1) “L’amore sponsale del Risorto per la sua Chiesa, sacramentalmente elargito nel matrimonio cristiano, alimenta, nello stesso tempo, il dono della verginità per il Regno. Questa, a sua volta, indica il destino ultimo dello stesso amore coniugale” (Giovanni Paolo II, Discorso al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, 31 maggio 2001).

2) “La scelta della verginità per amore di Dio e dei fratelli, che è richiesta per il sacerdozio e la vita consacrata, sta infatti insieme con la valorizzazione del matrimonio cristiano: l’uno e l’altra, in due maniere differenti e complementari, rendono in qualche modo visibile il mistero dell’alleanza tra Dio e il suo popolo” (Benedetto XVI, Discorso alla diocesi di Roma, 6 giugno 2005).

3) “Entrambi, il sacramento del Matrimonio e la verginità per il regno di Dio, provengono dal Signore stesso. È lui che dà loro senso e concede la grazia indispensabile per viverli conformemente alla sua volontà. La stima della verginità per il Regno e il senso cristiano del Matrimonio sono inseparabili e si favoriscono reciprocamente” (CCC, 1620).

Il celibe rende consapevoli gli sposati del fat­to che essi non sono solamente in funzione di un rapporto, bensì hanno un loro valore proprio. E gli sposati testimoniano al celibe la necessità di dare alla propria vita una dimensione d’amore incarnato.

IL SACERDOTE È UN UOMO SOLO?

“È vero: il sacerdote, per il suo celibato, è un uomo solo; ma la sua solitudine non è il vuoto, perché è riempita da Dio e dall’esuberante ricchezza del suo Regno. Inoltre, a questa solitudine, che dev’essere pienezza interiore ed esteriore di carità, egli si è preparato, se l’ha scelta consapevolmente e non per l’orgoglio di essere differente dagli altri, non per sottrarsi alle comuni responsabilità, non per estraniarsi dai suoi fratelli o per disistima del mondo. Segregato dal mondo, il sacerdote non è separato dal popolo di Dio, perché è costituito a vantaggio degli uomini, consacrato interamente alla carità e all’opera per la quale lo ha assunto il Signore. A volte la solitudine peserà dolorosamente sul sacerdote, ma non per questo egli si pentirà di averla generosamente scelta. Anche Cristo, nelle ore più tragiche della sua vita, restò solo” (SC, 58-59).

CHE COSA OCCORRE AL SACERDOTE PER MANTENERSI CELIBE?

Occorre:

• una preparazione accurata durante il cammino verso questo obiettivo; e dunque una adeguata formazione:

*sia remota, vissuta in famiglia, sia soprattutto prossima, negli anni del Seminario;

• l’esigenza di una solida forma­zione umana e cristiana, sostenuta da una buona direzione spirituale, sia per i seminaristi sia per i sacerdoti;

• un’esperienza sempre più profonda di Cristo: dalla qualità e profondità di tale relazione con il Signore dipende la tipologia dell’intera esistenza sacerdotale;

• una condivisione sempre più ampia e radicale dei sentimenti e degli atteggiamenti di Gesù Cristo;

• una preghiera costante, che invoca senza tregua Dio come il Dio vivente e si appoggia a lui nelle ore di confusione come nelle ore della gioia. La celebrazione Eucaristica quotidiana, l’Ufficio divino, la Confessione frequente, l’adorazione del Santissimo Sacramento, il rapporto affettuoso con Maria Santissima, gli Esercizi Spirituali, la recita possibilmente quotidiana del santo Rosario… sono alcune forme di questa preghiera che non deve mai mancare nella vita sacerdotale;

• disponibilità a seguire Cristo anche sulla via del Calvario: l’esistenza sacerdotale comporta anche l’accettazione dell’ottica del Crocifisso. La sofferenza, talvolta la fatica, lo sconforto, le delusioni, la noia, perfino lo scacco… hanno il loro posto nell’esistenza di un sacerdote, che tuttavia sa e deve reagire a tutto questo con l’aiuto di Dio;

• un’osservanza puntuale dei “diversi consigli evangelici, che Gesù propone nel Discorso della Montagna e tra questi i consigli, intimamente coordinati tra loro, d’obbedienza, castità e povertà: il sacerdote è chiamato a viverli secondo quelle modalità, e più profondamente secondo quelle finalità e quel significato originale, che derivano dall’identità propria del presbitero e la esprimono” (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 27);

• accompagnamento persistente da parte del Vescovo, di amici sacerdoti e di laici, che sostengano insieme questa testimonianza sacerdotale, con la stima, l’amicizia, il consiglio e la preghiera;

• una vigilanza continua e una prudente cautela nelle sue relazioni con le altre persone;

• una permanente capacità di lavorare senza risparmiarsi perché Cristo sia conosciuto, amato e seguito;

• una vita comunitaria con altri sacerdoti: sant’Agostino riteneva consigliabile che i sacerdoti celibi vivessero insieme in una stessa casa.

Il sacerdote deve utilizzare, in modo continuo e complementare, questi mezzi e modalità, per vivere con serenità e gioia il proprio celibato.

Alla luce di quanto esposto sopra, non sarà perciò difficile condividere quanto scrive il papa Benedetto XVI, nell’Esortazione Apostolica post­sinodale Sacramentum Caritatis sull’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa (22 febbraio 2007), n. 24: “In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il Concilio Vaticano II e con i Sommi Pontefici miei predecessori, ribadisco la bellezza e l’importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l’obbligatorietà per la tradizione latina. Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società”.


Da www.preghiereagesuemaria.it

Il complesso (anticattolico) del Primo Maggio

di Satiricus

Guardate, evitiamola di tirarla tanto per le lunghe con le consuete moine da ultra-conservatori neo-borbonici fissati con la palla delle blasfemie e i castighi divini: un cantante sale sul Palchettone del PrimoMaggio e sponsorizza preservativi con un fervore tale che metà dei teologi oggi non riservano alla santa Eucaristia? Ben venga!

Io, se devo scandalizzarmi, mi scandalizzo per il Concertone in sé, non per i suoi ospiti. Che poi la festa del lavoro nel paese di giovani che non lavorano sia impugnata da giovani cantanti di cui ci si ricorda per ciò che non hanno cantato è cosa logica e lineare. Consequenziale invero.

Ma veniamo a noi.

Tecnicamente l’abbaglio di Luca Romagnoli concerne la parte scientifica, e cioè l’effettiva efficacia del condom. Per esempio, RoseBusingye, dall’Uganda, spiegava bene come e perché l’AIDS si vinca educando lepersone ad essere persone, e non imbavagliandone il barballo tale quale si mettesse una museruola a una qualche irragionevole bestia. Con questo metodo, in Uganda, l’epidemia è stata abbattuta di 15 punti percentuali, sostiene Rose.

Però c’è un però. Anzi due. Il primo è che io, da uomo della destra razzista, non mi ci vedo proprio a citare i negri, razza inferiore, per cui credo piuttosto all’appello accorato e rivoluzionario di Romagnoli che alla politica animista di Yoeri Musevene e tribali vari. Il secondo è che non dobbiamo perdere di vista il centro del messaggio di libertà del cantautore, cui non interessa di profilattici e di negre, o entrambi, ma gli interessa di Dio, causa prima della disoccupazione, secondo ragione, mentre, secondo Rivelazione (cui i teologi post-moderni di cui sopra credono a spanne), anche del lavoro in quanto maledizione edenica.

Parliamo di Dio, dunque. Nuova evangelizzazione. E ringraziamo l’artista Luca Romagnoli che invoca senza tema Nostro Signore a un concerto di sedicenti materialisti di vecchia data. Lo fa, inserendosi in una corrente di creatività contemporanea, ben esemplificata da Castellucci (con le sue colate di merda sul volto del Mantegna) e Serrano (che invece taglia corto, e cala direttamente le effigi nei liquami). Come ci ha insegnato magistralmente Socci “Quella di Castellucci, davanti a Gesù, è preghiera!”. Merde! Verrebbe da dire. Ma allora standing ovation per Romagnoli, che fa addirittura preghiera liturgica: “prendetene e usatene tutti!” Manca solo di scoprire che il Palchettone del Concertone è l’ultimainstallazione di arte povera – poveri di sicuro gli spettatori – di Kounellis, e il gioco è fatto.

Io però sono un feticista del dietrologismo e un sostenitore delle libertà, per cui biasimo soprattutto la scelta della RAI di censurare il denudamento di Romagnoli, mandando in onda la pubblicità al posto del glabro spettacolo (cribbio, avrebbero gradito anche gli omosessualisti!). Testimoni oculari hanno dichiarato che sul barballo del cantante ci fosse un messaggio di speranza per i lavoratori – non molto lungo ma almeno sentito – una sorta di manifesto Femen debitamente aggiornato: un Masculen, diciamo. Questo peraltro, qualora fosse vero, invererebbe alcune mie vecchie intuizioni (scusate l’autocitazione). Non lo sapremo mai, purtroppo. Ma rimaniamo con questa evocazione colta di Romagnoli, heideggeriana e neo-gnostica insieme, dove simbolo fallico, messaggio masculen e guaina in lattice concorrono a significare la verità come svelamento, in un crogiuolo tra allusione, iniziazione e impedimento catecontico dell’eiezione libertaria (se non avete capito nulla, vuol dire che siete persone sane; però poi evitate Cacciari, che è peggio).

È tutto. Io, scusate se non c’ero, ma ero impegnato in un sexy bar fuori Pesaro: luci rosse come al Concertone, ma però buona musica, tanta gioventù impegnata e nessuna interruzione pubblicitaria. Mancava il riferimento a Dio, purtroppo. La prossima volta rimedio, prometto: mi porto un pornoteologo.


Da www.campariedemaistre.com