I danni del porno

I danni del pornoScritto da  Rachele

Sei da solo in casa, è il momento propizio, accendi il pc, poi apri il tuo sito porno di fiducia dando sfogo ai tuoi impulsi. Bene, hai la minima idea di ciò che hai fatto? Se credi che la pornografia sia una cosa buona e giusta, bè caro mio oggi dovrai ricrederti.

La parola pornografia deriva dal greco disegnare(graphè) prostitute(porne), quindi eccitarsi alla vista di immagini sensuali ed erotiche; bene, se ti hanno inculcato che guardare, o peggio masturbarsi, con tale materiale stimoli la fantasia è un errore madornale, anzi le immagini lavorano per te e azzerano ogni immaginazione, esse sono subdole tanto da arrivare a nutrire il tuo inconscio. Cosa c’è di normale nel vedere donne e uomini dai comportamenti orgiastici ricevere e subire violenze, soprusi, ed ogni sorta di pratica degradante?! La sostenitrice anti-pornografia Gail Dines dichiarò: “Pensare che così tanti uomini odiano le donne al punto di eccitarsi alla vista di tali vili immagini è alquanto grave. La pornografia è la propaganda perfetta del patriarcato. Il loro odio non lo troviamo così chiaro da nessun’altra parte”.

Vediamo insieme i danni che colpiscono i frequentatori di siti porno:

-dagli ultimi studi effettuati risulta che la dipendenza da materiale pornografico è stata paragonata alla dipendenza da crack. Essa soprattutto se accompagnata dalla masturbazione modifica la chimica cerebrale e può appunto portare danni cerebrali.
– Negli anni ’50 gli psicologi James Olds e Peter Milner segnarono un punto di svolta nella ricerca sulla modificazione del comportamento: introdussero una innovazione nella Scatola di Skinner in modo tale che la levetta, invece di distribuire alla pressione cibo od acqua, desse uno stimolo direttamente dentro al cervello tramite degli elettrodi lì impiantati. I topi arrivarono a darsi 7000 stimolazioni l’ora dei centri cerebrali del piacere. Tutte le altre attività – bere e mangiare incluse vennero messe da parte. Ogni momento era dedicato all’autostimolazione del centro del piacere.
– Le immagini erotiche eccitanti: queste immagini per la mente inducono la liberazione di molecole psicotrope che stimolano i centri cerebrali del piacere che producono un comportamento ossessivo-compulsivo (dipendenza ) finalizzato al rivivere le sensazioni di piacere con conseguenti cambiamenti neuroplastici della struttura del cervello dovuti al continuo bombardamento chimico
– Gli studiosi del cervello ci dicono che un’immagine passa dall’occhio al cervello in 3/10 di secondo e, che lo si voglia o meno, il cervello ne viene modificato strutturalmente e ne crea un ricordo. Con ogni esperienza visiva «facciamo letteralmente crescere del nuovo cervello». I bambini e chi non sa leggere, decodificano comunque immediatamente le immagini che vedono. Di fatto, le immagini erotiche – come tutte quelle che determinano una forte reazione emotiva – modificano i livelli cognitivi dell’emisfero sinistro

I danni che la pornografia reca al cervello sono tantissimi, addirittura si crede che i pornografi siano coinvolti in una sorta di attività terroristica psicologica: maggiori difficoltà matrimoniali e rischi di separazione e divorzio; minore intimità matrimoniale e appagamento sessuale; infedeltà; maggiore appetito per la pornografia e l’attività sessuale associata a pratiche violente, illegali o pericolose; svalutazione della monogamia, del matrimonio e della paternità e maternità; aumento del numero delle persone con comportamenti sessuali compulsivi e derivanti da dipendenza. Tra i preadolescenti circa l’80% fa uso regolare di materiale porno,e l’età media in cui si inizia a gardare i film è di undici anni. Questa è una piaga devastante che ha una ben precisa ideologia, porta a vedere l’altro, ma specialmente la donna, come mero oggetto di piacere. Ti rallegrerebbe sapere che il futuro ragazzo di tua figlia, dopo essersi nutrito di pornazzi una vita, scarichi su di lei le proprie perverse frustrazioni?

Ricordati che tu diventi ciò che apprendi, e se ti nutri di questo stai messo malissimo, sei un po’ come quel moscone che vuole uscire dalla finestra ma continua a sbattere ripetutamente contro il vetro, ti stai facendo del male, e peggio ancora ne farai alla persona che ami. Pornografia e masturbazione non vanno di pari passo. Se fai uso di materiale erotico sei un goloso, ti mangi le persone, stai usando il coniuge per masturbarti, l’amore è un’altra cosa caro mio. Ricordati che il grembo di una donna non è un cimitero, ma è terra fertile; non devi più permettere a te stesso di nutrirti di certa spazzatura, quella non è la realtà e non puoi aspettarti dalla donna che ami certe acrobazie, è solo finzione, tutt’altro devi aver rispetto del suo corpo, non è il giocattolino dei tuoi miseri orgasmi. Ti rendi conto a cosa stai affidando la tua passione? A cadaveri ambulanti che si accoppiano per compiacere il tuo sguardo! Sì, cadaveri! il porno uccide l’anima, per risuscitarla servono anni e cure di vera disintossicazione. La sessualità è una cosa importante, la Bibbia ci mostra la sua sacralità, il suo valore, essa è fonte di vita! Non cadere in certe trappole, sei un uomo non un’animale. Alcuni studiosi affermano che basta aver guardato una volta sola un film porno per portarsi dietro certe immagini, figurati chi è un frequentatore assiduo! Quindi se hai dei problemi con la pornografia, se ne fai uso, se viene associata alla masturbazione, chiedi soccorso a Dio, recati dal tuo confessore e parlane. Devi uscirne, ma per farlo devi riconoscerti fragile, con i tuoi limiti, devi riconoscerti bisognoso dell’aiuto divino così che la grazia possa sorreggerti.

La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! (Matteo 6,22-23).

FONTI: Lasha Darkmoon – Occidental Observer


www.buonanovella.info

Il complesso (anticattolico) del Primo Maggio

di Satiricus

Guardate, evitiamola di tirarla tanto per le lunghe con le consuete moine da ultra-conservatori neo-borbonici fissati con la palla delle blasfemie e i castighi divini: un cantante sale sul Palchettone del PrimoMaggio e sponsorizza preservativi con un fervore tale che metà dei teologi oggi non riservano alla santa Eucaristia? Ben venga!

Io, se devo scandalizzarmi, mi scandalizzo per il Concertone in sé, non per i suoi ospiti. Che poi la festa del lavoro nel paese di giovani che non lavorano sia impugnata da giovani cantanti di cui ci si ricorda per ciò che non hanno cantato è cosa logica e lineare. Consequenziale invero.

Ma veniamo a noi.

Tecnicamente l’abbaglio di Luca Romagnoli concerne la parte scientifica, e cioè l’effettiva efficacia del condom. Per esempio, RoseBusingye, dall’Uganda, spiegava bene come e perché l’AIDS si vinca educando lepersone ad essere persone, e non imbavagliandone il barballo tale quale si mettesse una museruola a una qualche irragionevole bestia. Con questo metodo, in Uganda, l’epidemia è stata abbattuta di 15 punti percentuali, sostiene Rose.

Però c’è un però. Anzi due. Il primo è che io, da uomo della destra razzista, non mi ci vedo proprio a citare i negri, razza inferiore, per cui credo piuttosto all’appello accorato e rivoluzionario di Romagnoli che alla politica animista di Yoeri Musevene e tribali vari. Il secondo è che non dobbiamo perdere di vista il centro del messaggio di libertà del cantautore, cui non interessa di profilattici e di negre, o entrambi, ma gli interessa di Dio, causa prima della disoccupazione, secondo ragione, mentre, secondo Rivelazione (cui i teologi post-moderni di cui sopra credono a spanne), anche del lavoro in quanto maledizione edenica.

Parliamo di Dio, dunque. Nuova evangelizzazione. E ringraziamo l’artista Luca Romagnoli che invoca senza tema Nostro Signore a un concerto di sedicenti materialisti di vecchia data. Lo fa, inserendosi in una corrente di creatività contemporanea, ben esemplificata da Castellucci (con le sue colate di merda sul volto del Mantegna) e Serrano (che invece taglia corto, e cala direttamente le effigi nei liquami). Come ci ha insegnato magistralmente Socci “Quella di Castellucci, davanti a Gesù, è preghiera!”. Merde! Verrebbe da dire. Ma allora standing ovation per Romagnoli, che fa addirittura preghiera liturgica: “prendetene e usatene tutti!” Manca solo di scoprire che il Palchettone del Concertone è l’ultimainstallazione di arte povera – poveri di sicuro gli spettatori – di Kounellis, e il gioco è fatto.

Io però sono un feticista del dietrologismo e un sostenitore delle libertà, per cui biasimo soprattutto la scelta della RAI di censurare il denudamento di Romagnoli, mandando in onda la pubblicità al posto del glabro spettacolo (cribbio, avrebbero gradito anche gli omosessualisti!). Testimoni oculari hanno dichiarato che sul barballo del cantante ci fosse un messaggio di speranza per i lavoratori – non molto lungo ma almeno sentito – una sorta di manifesto Femen debitamente aggiornato: un Masculen, diciamo. Questo peraltro, qualora fosse vero, invererebbe alcune mie vecchie intuizioni (scusate l’autocitazione). Non lo sapremo mai, purtroppo. Ma rimaniamo con questa evocazione colta di Romagnoli, heideggeriana e neo-gnostica insieme, dove simbolo fallico, messaggio masculen e guaina in lattice concorrono a significare la verità come svelamento, in un crogiuolo tra allusione, iniziazione e impedimento catecontico dell’eiezione libertaria (se non avete capito nulla, vuol dire che siete persone sane; però poi evitate Cacciari, che è peggio).

È tutto. Io, scusate se non c’ero, ma ero impegnato in un sexy bar fuori Pesaro: luci rosse come al Concertone, ma però buona musica, tanta gioventù impegnata e nessuna interruzione pubblicitaria. Mancava il riferimento a Dio, purtroppo. La prossima volta rimedio, prometto: mi porto un pornoteologo.


Da www.campariedemaistre.com

11 settembre 1683, un frate salva l’Europa

di Rino Cammilleri, 25-03-2013

L'ultimo film di Martinelli

Renzo Martinelli è l’unico regista italiano che abbia davvero il coraggio di andare controcorrente. E per «corrente» intendiamo il mainstream di pensiero che, quando non è marxista tout court, non riesce a uscire dalla vulgata politicamente corretta.
In un cinema italiano che, dopo aver dato lezioni al mondo, si è immiserito nelle commediole, i cinepanettoni, l’immigrazionismo e l’agenda gay, Renzo Martinelli è quasi il solo che sia stato capace di misurarsi col genere epico. E storico, come il suo penultimo film Barbarossa con Rutger Hauer, incentrato sulla battaglia di Legnano.
Con al suo attivo film di denuncia come Vajont, o la ricostruzione del sequestro Moro in Piazza delle Cinque Lune, la biografia di Carnera, o l’imbarazzante Porzûs (ricostruzione dell’eccidio della brigata partigiana Osoppo, di cui facevano parte il fratello di Pasolini e lo zio del cantautore De Gregori, per mano di partigiani stalinisti), Martinelli è rimasto colpito dal riaffacciarsi sulla scena mondiale del problema islamico e ha narrato ne Il mercante di pietre, con Harvey Keitel, la vicenda di un occidentale contemporaneo che si converte all’islam radicale e partecipa a un attentato. Ora ritorna sul tema del controverso rapporto con l’islam affondando il bisturi (anche se sarebbe meglio dire la cinepresa) nella storia europea con la sua ultima fatica, Undici settembre 1683, che sarà nelle sale in aprile.

Martinelli, so che lei ha tre lauree ed è appassionato di storia. Perché ha deciso questa volta di inoltrarsi nel XVII secolo?

Ho voluto capire come mai Osama bin Laden avesse scelto proprio un undici settembre per sferrare il suo attacco alla Grande Mela. Vienna, la capitale imperiale nel 1683, era per i musulmani la Mela d’Oro, e proprio col fallito assedio di Vienna da parte degli ottomani l’11 settembre di quell’anno comincia il declino della millenaria minaccia turca nei confronti dell’Occidente.
In pochi anni, con una serie di folgoranti vittorie, il principe Eugenio di Savoia costringerà il sultano alla pace di Carlowitz e l’impero islamico inizierà il suo secolare arretramento, fino a sparire del tutto nel XX secolo. Ecco, sono convinto che Al Qaida abbia scelto l’11 settembre 2001 per attaccare di nuovo l’Occidente in quella che è la sua attuale capitale, New York, la nuova Mela.

Centrale, nel film, la figura di un santo francescano, il beato Marco d’Aviano, interpretato da F. Murray Abraham. Era un cappuccino qualunque, anche se per i credenti era uno che faceva miracoli (guarigioni, profezie, bilocazioni…). Oggi nemmeno i cattolici conoscono il suo ruolo nella salvezza dell’Europa. Scommetto che è stata una sorpresa anche per lei.

Sarà una coincidenza, ma proprio nel 2001 sentii parlare per la prima volta di Marco d’Aviano. Doveva esserci la grande anteprima di uno dei miei film, Vajont, all’aperto. Ma si mise a piovere, scrosci d’acqua senza sosta. Rischiavamo un clamoroso flop. Una persona del luogo però mi disse di star tranquillo, perché avrebbe provveduto il «padre Marco», a cui vennero innalzate preghiere. Ebbene, proprio quando ormai ogni speranza era perduta, smise di piovere e potemmo proiettare col bel tempo. Fu così che decisi di informarmi su chi fosse questo «padre Marco». 

Non era la prima volta che, nel disaccordo totale delle potenze europee, a salvare la civiltà cristiana doveva pensarci il papa. E sempre facendo ricorso a un francescano. Alla fine del XV secolo aveva mandato san Giovanni da Capestrano a liberare Belgrado dai turchi. Ora, mentre Luigi XIV di Francia trescava col sultano in funzione anti-imperiale, il cappuccino Marco d’Aviano, veneratissimo dal popolo, veniva inviato in soccorso all’imperatore Leopoldo, che già meditava di abbandonare Vienna. Fu lui, con la sua autorità morale, a mettere d’accordo i capi cristiani.

Infatti, riuscì a fare accettare il condottiero polacco Jan Sobieski quale comandante supremo. Sobieski, con i suoi «ussari alati», calò dal monte Kahlemberg e, miracolosamente, mise in fuga i turchi. Poche decine di migliaia di combattenti cristiani contro un’armata di trecentomila musulmani. Il gran vizir Karà Mustafà, capo dell’esercito ottomano, ne pagò il fio: fu strangolato col rituale laccio di seta nera. 

Paradossalmente, a quel lontano undici settembre dobbiamo i tradizionali cappuccino e cornetto delle nostre colazioni. Nell’immenso accampamento abbandonato da turchi, i viennesi trovarono moltissimi sacchi di caffè. Avendo finito il pane e rimasti solo con un po’ di pasta per  dolci, foggiarono panini in forma di mezzaluna (croissant) per irridere il nemico, e li intinsero in quel caffè allungato col latte, il cui colore ricordava l’abito di chi li aveva salvati.

Non dimentichiamo che scopo dichiarato dell’offensiva turca era, dopo aver preso Vienna, la stessa Roma. Come Santa Sofia di Costantinopoli era diventata una moschea, così doveva essere per San Pietro. Quella del 1683 doveva essere la jihad definitiva, che avrebbe vendicato la sconfitta di Lepanto nel secolo precedente. 

Ci dica qualcosa sulla confezione del film.

Si tratta di una produzione italo-polacca (i polacchi tengono molto alla vicenda narrata, visto il loro ruolo storico in essa) con partecipazione della Rai. Infatti, un film epico e di ricostruzione storica richiede ingenti investimenti.
Alla sceneggiatura ha messo mano anche Valerio M. Manfredi, scrittore molto noto per i suoi romanzi storici. Undici settembre 1683 sarà nelle sale italiane l’11 aprile nella versione cinematografica. L’anno prossimo la versione estesa verrà trasmessa dalla Rai in due puntate.

 


Da www.lanuovabq.it

Buon Santo Natale

     «Dove stanno andando su questo felice viale alberato? / Tutte le persone in cui mi sono imbattuto sembrano non saperlo. / La città si presenta come una scatola di giocattoli, come un gioco di prestigio: / brillante e scintillante, come per ingannare, come se volesse nascondere qualcosa.» Così cantava un gruppo musicale due anni fa in una canzone dedicata proprio al Natale. Non sembra sia cambiato molto nel frattempo: le vie continuano ad essere addobbate con luminare e le vetrine dei negozi sono più stucchevoli della glassa sul pandoro, pure la gente a guardarsi attorno non è mutata affatto.

     Proviamo a fermare un passante e chiediamogli “A Natale tu, che cosa festeggi? Perché ti dai tanto da fare?”, le risposte saranno sorprendenti e abbatteranno il morale anche del più virtuoso tra noi. Ben che vada verrà citato il cenone, per il resto parrebbe proprio che con un colpo di mano la città prestigiatore abbia rimosso il vero significato, ingannandoci appunto. Chi sarebbe in grado di sorridere per davvero, immerso in questa illusione?

     Una buona medicina a questo sonnambulismo non si ha con buonismi dolciastri e politicamente corretti: tentare di mettersi l’animo in pace con una vuota solidarietà che va tanto di moda è un rimedio peggiore del male, perché uccide lentamente proprio quella spinta che dovremmo scuotere e rinvigorire. Quando una persona è colpita da attacco cardiaco, il medico non massaggia dolcemente il petto del malcapitato.

     L’unica salvezza che abbiamo per evitare una prematura fine alla nostra anima è fermarci almeno un attimo e chiederci seriamente: per chi stiamo facendo tutto? Svolgo bene il mio lavoro per quale motivo? Se vedo un barbone passo via, mi limito ad una carità di facciata oppure faccio qualche cosa di più serio? Sporcarsi le mani non è gratuito: stanca, richiede molte energie e non porta guadagni materiali, inoltre spesso e volentieri ci costringe a scelte impopolari (ad esempio, convincere una giovane madre a non uccidere il bambino che ha in grembo vi renderà come appestati di fronte alla maggioranza della gente); chi ce lo fa fare allora di seguire colui che ci ha dato la Via per raggiungere la Verità con la nostra Vita?

     Però, preferiremmo davvero una vita egoista, assurda e senza spinte a migliorarci e a migliorare gli altri? Saremmo ancora in grado, guardandoci allo specchio, di sorridere? L’egoista non sorride sincero e l’avaro non corregge fraternamente il fratello, sicché il massimo che possiamo attenderci da loro è un “Buone feste” da calendarietto (rigorosamente laico, ovvio!). “Ti ringrazio, Signore, perché non mi hai fatto come loro”: ne siamo sicuri?

     Che fare allora? L’unico rimedio veramente efficace è uno solo, tramandato di generazione in generazione: pregare affinché «Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. (Don Tonino Bello)» Tutto il resto è noia, ma «non è bene che vi sia tristezza nel giorno in cui si nasce alla vita il nostro Salvatore, che, avendo distrutto il timore della morte, ci presenta la gioiosa promessa dell’eternità. (S. Leone magno)» Quindi, Buon Santo Natale a tutti voi!

  


Pubblicato su “SEAS in famiglia”, n° di Dicembre 2012