“A venti anni dall’inizio del Concilio Vaticano II” e “I venticinque anni della «Veterum Sapientia»” del Card. Siri

A VENTI ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO VATICANO II
(da «Renovatio» XVII (1982), fasc. 3, pp. 325-328)

La data dell’11 ottobre 1962, inizio del Vaticano II, non si può ignorare. Non per dare un giudizio, perché fatti di questo genere si interpretano solamente coi secoli; ma perché una ponderazione cauta, oltre che utile, appare doverosa.

1. Il Vaticano II è un fatto teologico. Proprio perché di tale natura, esso deve avere una interpretazione teologica, ossia dal piano perfettamente cattolico e nella sola dottrina che scende dalla parola di Dio, sia tràdita sia scritta. Chi pretende di giudicare il Concilio, non da questo piano, si mette nel falso. Ed è un fatto teologico perché il Collegio Episcopale, riunito cum Petro et sub Petro, gode del carisma di potere supremo ed, occorrendo, del carisma della infallibilità. Gode anche del fatto di essere un avvenimento il quale entra nel piano della divina provvidenza. Sotto questo profilo di Fede, il primo e più sicuro, qualcosa si vede con certezza. Le guerre di questo secolo, per il fatto che coinvolgono eserciti e tutta la popolazione dei Paesi belligeranti con manifestazioni terrificanti, lasciano tracce esplosive nei singoli e nelle collettività per decenni e decenni. Lo vediamo bene. Che sarebbe accaduto nella Chiesa se non si fosse eretta questa grande diga, nella quale entravano corresponsabili i vescovi di tutto il mondo e, ad altro livello, i pensatori cattolici dell’Universo? Se tutte le pazzie non fossero state obbligate a passare per questo crogiolo? Chi vede il Concilio come un principio di dispute dannose e non si accorge che queste hanno avuto un contenimento proprio da esso, capovolge la Storia.
L’avere riunito in un prospetto solo tutto quanto si poteva dire sulla Chiesa, senza fermarsi solo al fatto storico ed alla quadratura giuridica, ha valore profetico, perché uno degli sforzi più diabolici che si sarebbero lanciati contro l’opera di Cristo è proprio a riguardo della Chiesa; essa dovrebbe diventare carismatica, democratica, caotica, … e chi più ne ha più ne metta!
In modo sotterraneo, e non avvertito dai più, da tempo si andava minando la parola di Dio scritta nella Bibbia, per l’ideale di un ritorno ad una semplificazione protestante infedele ed imbelle. Altro documento profetico è in questo senso la Costituzione Dei Verbum. Non si vedeva; ma l’ultima guerra aveva devastato anche le teste. E come!
La netta posizione verso i laici non è una novità: ma l’averla così chiaramente esposta in diversi Documenti, — la Apostolicam Actuositatem, la Gaudium et Spes —, è preziosità tale che solo i nostri posteri potranno valutare.
Se il Concilio lo si guarda come fatto «teologico», bisogna dire: «qui c’è la mano di Dio».

2. Il Concilio può essere considerato come «fatto storico». Il che non diminuisce il valore del «fatto teologico», ma vi dimostra chiaro la «mano di Dio». Infatti. Dio lascia intera la libertà umana e porta alla fine i fatti dove vuole Lui. Fin dal secondo giorno del Concilio, fu chiesto di respingere lo schema preparato circa le fonti della Rivelazione. Lo schema fu respinto e quello presentato in seguito fu migliore e capace di ulteriori perfezionamenti, come di fatto accadde. Ma non c’è alcun dubbio che alcuni vennero al Concilio col proposito di portare la Chiesa a vivere protestanticamente, senza Tradizione e senza Primato del Papa. Per il primo scopo, si fece molta confusione; per il secondo si tentò di giocare l’argomento della Collegialità.
Per capire tutto il fatto, occorre aver presente che per la prima volta, accanto al Concilio, esisteva una pleiade di persone, le quali, non potendo a qualche legittimo titolo sedere in Aula, avevano del tempo da perdere e costituivano il miglior terreno per il pettegolezzo: giornalisti, fotografi, cineasti in servizio per le televisioni di tutto il mondo erano continuamente alla caccia di episodi, di detti, di posizioni azzardate ed imprudenti in fatto di dottrina. Questo mondo vario e superficiale diventò per molti «il volto» del Concilio. Per questo motivo talune tesi, disputate o in se stesse o in qualche sfumatura, apparvero cicloni in modo al tutto artefatto.
Se si confronta il Vaticano II col Vaticano I e il Tridentino, si vede che il Vaticano II fu il più pacifico dei tre. I due precedenti, con fatti ben più gravi, non ebbero tale cassa di risonanza.
Sarebbe falso il voler sostenere che al Vaticano II non ci siano stati contestatori; ma questi si fecero ben poco sentire in aula, preferendo per le loro gesta i corridoi delle Commissioni, le conferenze in qualche sala, ed altri mezzi lontani dalla grande Aula vaticana.
Per capire la stupenda serietà della grande assise bisogna considerare i numeri: in quattro sessioni parlarono solo 500 Padri; duemila cinquecento tacquero sempre e furono la grande saggezza silenziosa del Concilio. Naturalmente, dei cinquecento molti parlarono assai, taluni anche una o due volte la settimana.
Il lavorio interno del Concilio si svolse, oltreché nelle Commissioni, in altre due sedi. La prima fu la Commissione cardinalizia per gli affari straordinari, definita da Papa Giovanni «la testa del Concilio». Constava di otto Cardinali ed era presieduta dal Segretario di Stato. Durò solo per la prima Sessione e fu soppressa da Paolo VI. Da questo punto cominciò l’attività, si può dire settimanale, dei venti cardinali: i 12 componenti il Consiglio di Presidenza del Concilio, i quattro Moderatori del Concilio stesso e i quattro Coordinatori dei lavori. Le sedute di questi venti Cardinali furono l’occasione e la sede dei lavori più faticosi e più utili del Concilio. Chi non conosce i verbali di questo Consiglio, del quale era segretario lo stesso Segretario del Concilio, crediamo non possa scrivere la vera storia del Concilio.
La più preoccupante vicenda fu il dopo-Concilio. Fu allora che cominciò la triste consuetudine di avallare idee particolari col dettato del Concilio. Contro il Concilio. Questi sono solo elementi per chi dovrà scrivere la storia del Vaticano II. Il che, perché possa essere un lavoro sereno, riteniamo sarà possibile solo tra molti anni.
Nessuno può sottrarsi all’ammirazione per questa assise, che ondeggiò numericamente tra i 2.500 e 3.000 Padri, che mai fu rissosa, mai ineducata, mai violenta, anche se talvolta il timbro vibrato di alcuni Padri lasciava capire benissimo la loro interna passione.
Una volta sola uno dei Padri più degni e competenti ebbe troncato il Suo dire, per raggiunti limiti di tempo dal Presidente di turno: considerato tutto, quel gesto poteva essere evitato.
Se si pensa che le sessioni furono quattro dal 1962 al 1965, ci si può domandare: è forse esistita una assise di tale numero, di tale importanza e di tale cornice che abbia dato una tale prova di educazione civile?

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I venticinque anni della «Veterum Sapientia»
(da «Renovatio», XXII (1987), fasc. 1, pp. 5-7)

Il 22 Febbraio 1962 Giovanni XXIII promulgava la «Costituzione Apostolica» «VETERUM SAPIENTIA». Volle dare alla promulgazione una solennità forse mai usata: firmò il Documento sulla mensa della confessione nella Basilica di San Pietro, presente il Sacro Collegio. Scopo della Costituzione era portare avanti lo studio della lingua latina.
Da quel giorno sembra siano passati non 25 anni ma molti secoli. Infatti la data pare sia passata sotto silenzio. Il Documento contiene una Legge vera e propria per tutta la Chiesa: ovunque insegnare e imparare il «Latino».
Per la vita della Chiesa e per la migliore formazione è utile ritornare a riflettere decisamente sulla lingua latina.

1. Nel momento in cui il Verbo si è incarnato, la lingua del potere imperiale, la più diffusa e al punto più alto della sua manifestazione letteraria, nonché dell’ambiente civile, è stata la lingua latina. Questo accostamento non può in alcun modo ritenersi puramente casuale. Nulla è casuale. Nel pieno rispetto della libertà umana, tutto, e per la eterna scienza dei futuri e futuribili in Dio, rientra in un piano divino. Ed anche questo bisogna ammirare.
Alla lingua latina deve unirsi la considerazione attenta e profonda della storia di Roma. È il momento di accorgersi che in nessuno degli imperi noti alla Storia umana si è riprodotto il modulo dell’Impero Romano. Questo Impero è stato troppo considerato solo alla luce, non sempre luminosa, dei suoi storici. Esso appare far essenzialmente parte di una ben più alta storia; e talune sue caratteristiche difficilmente avranno una spiegazione meramente umana. Questa storia si collega, forse essenzialmente, alla scelta di Roma come capitale della Chiesa cattolica. Il latino è troppo congiunto con queste storiche realtà.
Ma la lingua ha caratteristiche sue ineguagliabili, ha la logica che distingue i piani; e anche solo per questo diventa educativa; tanto che, fino alla lassitudine universale del nostro tempo, è sempre stata formativa della mentalità umanistica e civile. La sua concisione espressiva, il suo ritmo rivestono una maestà impareggiabile ed inimitabile. Si direbbe che certi concetti non si esprimono in modo veramente adeguato se non in lingua latina. La sua modulazione classica è affascinante. Ci vollero due secoli di inquinamento rovinoso illuministico per arrivare alla distruzione del nostro tempo. Le possibilità riassuntive nella lapidaria espressione del latino, non sono eguagliate da nessuna lingua umana.

2. Solo il Latino apre la porta a tutta l’antichità cristiana, ai più venerandi Documenti del Magistero Ecclesiastico, alla formulazione del Diritto. La parte più risolutiva di questo è fiorita in questa lingua e in questa storia di Roma, che rimane la Madre del Diritto stesso.

3. La «VETERUM SAPIENTIA» sottolinea bene la possibilità di questa lingua che, per non essere più ovunque «viva», ha l’immobilità dei capolavori antichi e, pertanto, non è soggetta all’evoluzione delle lingue parlate, dando così un contributo alle cose e ragioni che né cambiano né possono cambiare. La grandezza del Latino la si misura accanto alla grandezza immobile della verità obiettiva.

Per queste ragioni meritano plauso quanti, nel nostro tempo, lavorano per mantenere le ragioni di esistenza e di uso del Latino nella nostra e nelle future età.
La considerazione del Latino nell’ambiente di sua nascita e di sua affermazione aiuta ad arrivare ad una complessiva visione della storia umana, che – ripetiamo – non è casuale, ma è tutta finalizzata negli intendimenti del Suo Unico Creatore!


Da cardinalsiri.it

Persino il Pio V che fingono di conoscere li avrebbe spediti all’Inquisizione. Certi “tradizionalisti”…

di Ariel Levi di Gualdo
1. INTERNET E LA PASTORALE EVANGELICA
Per me l’Internet non è un gioco ma un prezioso strumento di nuova evangelizzazione e come tale intendo usarlo. Diversi sono i miei diretti spirituali che mi contattano attraverso la rete telematica per dare avvio a un nuovo discorso, che da lì a poco proseguirà in altra sede, cosa quest’ultima molto importante, perché eliminare il contatto reale con la persona in carne e ossa potrebbe portare a precipitare in una realtà tutta quanta virtuale quindi in un cattolicesimo surreale. La virtualità telematica serve infatti a rafforzare contatti reali, non a creare rapporti virtuali che spesso trascendono nel vero e proprio surreale. Anche alcuni miei penitenti mi hanno contattato più volte tramite posta elettronica, semmai per chiedermi indicazione su come impostare un approfondito esame di coscienza su questioni poi trattate giorni dopo nel confessionale, durante la celebrazione del Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.
Numerose persone, inclusi giovani sacerdoti e seminaristi, dopo avere letto alcuni miei libri o commenti si sono rivolti a me attraverso questo strumento da varie parti d’Italia, per parlarmi di loro problemi. Da questi scambi ne deriva sempre una conoscenza diretta, non più “schermo a schermo” ma “corpo a corpo”, a tu per tu, perché così deve essere nel mondo del reale che si serve degli strumenti telematici, senza che mai gli strumenti telematici facciano sprofondare l’umano in una realtà tutta quanta virtuale.
Come tutte le lame a doppio taglio, l’Internet può essere usato come strumento di evangelizzazione o come strumento per la distruzione dell’essenza evangelica; come strumento di santificazione o come strumento di dannazione.
La lama dell’Internet può fare corretta informazione dando talvolta notizie importanti, sovente taciute dalla stampa nazionale di tutte le più disparate tendenze che deve stare entro i limiti fissati dai rispettivi padroni, che in un modo o nell’altro, su certi delicati temi di natura politica, economica o anche religiosa, filtrano le notizie o impongono proprio di non dare notizie, o perlomeno certe notizie.
2. INTERNET, LA GIURISPRUDENZA E LA TUTELA DELLA DIGNITÀ DELLA PERSONA FISICA E GIURIDICA

Papa Francesco, appena eletto: subito preso di mira su Internet

Ciò che talvolta duole dell’Internet è che non pochi internettari, forti di un certo anonimato, talora dell’anonimato totale, riescono a dare il peggio di se stessi in modo aggressivo e alle volte molto offensivo, dimentichi che la presunta libertà tua non può mai ledere la dignità e l’onorabilità altrui e che la diffamazione rimane un reato di cui la giurisprudenza non ha tardato a occuparsi. La V sezione della Suprema Corte di Cassazione [sentenza n. 4741 del 27/12/2000] ha affermato che utilizzare «un sito internet per la diffusione di immagini o scritti atti ad offendere un soggetto è azione idonea a ledere il bene giuridico dell’onore nonché potenzialmente diretta erga omnes, pertanto integra il reato di diffamazione aggravata», perché «i reati previsti dagli artt. 594 e 595 del Codice Penale possano essere infatti commessi anche per via telematica. Trasmettere via e-mail, o inviare a più persone messaggi atti ad offendere un soggetto, realizza la condotta tipica del delitto di ingiuria, se il destinatario è lo stesso soggetto offeso, o di diffamazione, se i destinatari sono persone diverse».
Nello specifico caso trattato in questo articolo: chi con pubblici scritti, affermazioni, ironie ingiuriose, quindi con la falsa attribuzione di affermazioni mai fatte e di fatti mai avvenuti, colpisce a vario titolo la sacra persona del Romano Pontefice, oltre ad insultare l’augusto soggetto in sé, reca grave offesa alla Chiesa ma soprattutto all’intero corpo dei suoi fedele sparsi a centinaia di milioni ai quattro angoli del mondo.
3. INTERNET E LA COMUNICAZIONE: PRIMA DI PARLARE E RISPONDERE TOLLE LEGE (PRENDI E LEGGI) COME DISSE LA VOCE ANGELICA DI UN BIMBO A SANT’AGOSTINO

A chi dà giudizi affrettati verrebbe da dire “tolle et lege”.

Permettetemi di rifarmi ancora alla mia esperienza personale, sia pastorale sia lavorativa, posto che l’una e l’altra cosa si fondono assieme formando un tutt’uno. Prima di parlare o di scrivere bisogna leggere, studiare, conoscere e approfondire. Come direttore editoriale di una collana teologica è mio compito e responsabilità leggere anzitutto i lavori proposti da vari autori, che in libertà e onestà devo poi approvare o non approvare per la pubblicazione. Se il lavoro è meritevole di pubblicazione, a quel punto devo leggerlo di nuovo con profondo spirito critico, annotare, se ve ne sono, alcune inesattezze, suggerire eventuali integrazioni, consigliare se necessario diversa impostazione narrativa in alcune parti e via dicendo. Essendo di prassi abituato a fare questo genere di meticoloso lavoro, lascio immaginare ai lettori in che modo abbia reagito quando alcune volte, certi esperti tuttologi, leggendo il solo titolo di un libro stampato si sono lasciati andare a giudizi o peggio a impietose stroncature senza neppure avere sfogliato l’indice dell’opera. Ricordo a tal proposito la volta che dovetti sorbirmi dieci minuti ininterrotti di sproloqui da parte di un alto prelato, che ricevuta in mano la copia omaggio di un mio libro, leggendo il solo titolo sulla copertina me ne disse d’ogni mala sorta. Frenando la mia comprensibile irritazione risposi con caustica amabilità: «Seguendo questa stessa logica, se veramente il Santo Padre avesse scritto un’enciclica intitolata Eros ed Ethos [vedere a tal proposito un discorso di Giovanni Paolo II del 1980, qui ] sulla base del solo titolo di copertina, forse lei avrebbe chiesta la condanna del Santo Padre per contenuti osceni, prima di sfogliare l’enciclica e capire che parlava di tutto all’infuori di ciò che lei immaginava».
4. MOLTO PEGGIO DELL’AIDS, LA SUPERFICIALITÀ E LA FOLLIA COLLETTIVA SONO LE DUE PEGGIORI MALATTIE INFETTIVE DEL XXI SECOLO E INTERNET E’ LA GRANDE PIAZZA DI SFOGO DI QUESTI MALATI
Negli anni Ottanta si sviluppò l’AIDS, malattia che prese presto a essere chiamata “peste” o “flagello” del XX secolo. Cosa sulla quale non sono mai stato d’accordo, pur riconoscendo sia la pericolosità sia la gravità di questo terribile virus e delle tante care persone che ha colpito. Due sono infatti i flagelli e le epidemie che precedono l’AIDS e che conferiscono ad esso non il primo e neppure il secondo bensì il terzo posto: la superficialità e la follia collettiva, che rappresentano a mio parere due malattie assai più spaventose che si sono incrementate nel corso del XX secolo e che nel secolo XXI hanno raggiunto l’apice.
Il mondo della comunicazione internetica è un mezzo di diffusione di questi due pericolosi virus e brulica gente che si arrabbia per cose che tu non hai detto ma che loro hanno capito male, perché avevano fermamente bisogno di capire male per dare poi sfogo a mille psicopatologie più o meno represse. Gente che non si premura affatto di esaminare gli scritti, si limita a spulciarli, od a leggere il titolo e poche righe, per poi partire all’attacco come carri armati. E se per caso gli rispondi: «Mio caro, non solo hai capito male, perché se leggi ciò che ho scritto vedrai che non ho mai affermato ciò che mi attribuisci». Allora sì che si arrabbiano di più ancora e insistono a più non posso. Cosa che si guarderebbero bene dal fare in una pubblica aula di conferenze, o durante un qualsiasi dibattito pubblico, salvo essere presi a fischi da tutti i presenti. Ma l’Internet è anche questo: un grande manicomio dove grazie alla apprezzabile ma pur sempre defettibile legge Basaglia, i pazzi sono ormai tutti quanti a piede libero.
5. QUESTA INTRODUZIONE PER GIUNGERE INFINE AD HABEMUS PAPAM: GEORGIUM MARIUM S.R.E. CARDINALEM BERGOGLIO

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio: come Papa, è stato una sorpresa per molti… ma non per tutti.

Il 1° marzo 2013, su un quotidiano brasiliano che mi aveva fatto un’intervista rispondevo che «se fossi stato un elettore dentro la Cappella Sistina avrei dato il mio voto al Cardinale Jorge Mario Bergoglio» e che «auspicavo la sua elezione perché bisognava guardare al grande polmone cattolico dell’America Latina che oggi fa respirare il corpo della Chiesa  [Correio Braziliense – Brasília, sexta-feira, 1º de março de 2013. Vedere qui]. Oggi devo prendere atto che non tanto ci sono state almeno 77 persone che nel Collegio Cardinalizio hanno in qualche modo esaudito quell’auspicio e quella preghiera; è stato lo Spirito Santo di Dio, che ha esaudito quella preghiera, che certo non è stata la sola.
6. DOPO IL PRIMO AFFACCIO ALLA LOGGIA CENTRALE SI È LEVATO UN CORO D’ESTETICHE PREFICHE: «NON HA INDOSSATO LA MOZZETTA ROSSA!»

Sì, era senza mozzetta rossa. Ma convocare un Concilio Vaticano III per questo motivo non sembra proprio il caso…

Da questo momento in poi userò la parola “tradizionalismo” e “tradizionalisti” secondo l’accezione impropria ormai in uso nel linguaggio corrente, nello stesso modo in cui è impropriamente usata la parola “laico”. Ogni buon cattolico dovrebbe infatti essere un tradizionalista, se per tradizione si intende la salvaguardia e la tutela teologica e dogmatica del deposito della fede e della scrittura sulla quale la tradizione si regge e si sviluppa. Così come la parola “laico”, che nel linguaggio ecclesiale indica tutti quei fedeli cattolici e religiosi consacrati che non hanno ricevuto i sacri ordini; parola invece usata nel corrente lessico per indicare impropriamente non cattolici e non credenti.
Certi ultra progressisti che da alcuni decenni scempiano la sacra liturgia con abusi e creatività d’ogni mala sorta e certi cosiddetti tradizionalisti auto elettisi custodi della vera e unica tradizione liturgica, hanno in comune agli opposti antipodi la stessa cosa: il senso di ribellione all’autorità della Chiesa e all’occorrenza al suo Supremo Pastore. Gli uni come gli altri sono mossi da tutte quelle “migliori intenzioni” di cui sono lastricate le vie dell’Inferno. A maggior ragione valga per gli uni e per gli altri, da qui a seguire per tutto lo scritto, la precisazione “certi” e “alcuni” e giammai “tutti”.
Io non sono mai stato contrario al motu proprio circa il Vetus Ordo Missae, ma questo autentico florilegio isterico di persone che in giro per la rete si stanno dando a pianti d’ogni sorta e che in questi giorni hanno toccato l’apice del cattivo gusto in svariati commenti ingiuriosi vergati nel frequentatissimo blog del sito Messa in Latino, [vedere qui], mi stimolano a un certo ripensamento, come spiegherò più avanti. Molti di questi commentatori sono infatti giunti a trascendere nel vero e proprio oltraggio alla sacra persona del Successore di Pietro; e ciò niente di meno che in difesa della tradizione (!?!). Forse sarà il caso di ricordare a questi soggetti non facili da indurre alla ragione che la tradizione cattolica apostolica romana risiede in Pietro, pietra angolare edificante. Una Chiesa senza Pietro non è pensabile, anzi non può esistere proprio, sebbene taluni si siano inventati persino il sedevacantismo, teoria che trascende nella pura idiozia, perché l’eresia ha una sua dignità di pensiero e di conseguenza ce l’hanno gli eretici dotati di intelletto e talento, cosa che i sedevacantisti non hanno, tanto da non poter essere chiamati nemmeno eretici, poiché relegabili senza pena di offesa nell’ambito della demenzialità pseudo teologica e pseudo ecclesiologica.
So bene che citare a certe persone i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II li indurrebbe a reputare il tutto come richiami a “fonti sospette”, per ciò vedrò di accontentarli citando la costituzione dogmatica di un altro concilio ecumenico, la Pastor Aeternus del Vaticano I, promulgata dal Beato Pontefice Pio IX [vedere qui], utile e preziosa per chiarire anche e soprattutto la figura di Pietro, il suo ruolo, il suo alto ufficio la sua infallibilità quanto si esprime ex chatedra su verità di fede.
Anche la fonte giudicata da certi tradizionalisti sospetta, vale a dire il Concilio Ecumenico Vaticano II, non lascia spazio a dubbi e nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, ricalcando la Pastor Aeternus del Vaticano I, al n. 22 scrive: «Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice Romano, successore di Pietro, quale suo capo» [vedere qui]. Tema sul quale ritornerà il Prefetto della Dottrina della fede Cardinale Joseph Ratzinger sempre basandosi sulla Pastor Aeternus e sulla Lumen Gentium [vedere qui].
Ciò detto, casomai Pietro non fosse gradito a certi “cattolici” custodi autentici della vera e sola tradizione, esiste da sempre una via conosciuta e praticata sin dai primi secoli di vita della Chiesa: l’eresia e lo scisma. Come successe con lo stesso Vaticano I, dal quale si scissero dall’alveo cattolico i cosiddetti vetero cattolici, anch’essi custodi della “vera tradizione” [vedere qui], oggi ridotti a fare “pastoralterapia” … “Joga esicastico” e amenità varie [vedere qui]. I vetero cattolici custodi della vera tradizione cattolica oggi “ordinano” le vescovesse lesbiche che a loro volta “ordinano” preti omosessuali che poi celebrano nozze gay, per dire a cosa spesso può portare la difesa della “vera” tradizione cattolica in ribellione a Pietro e a un Concilio Ecumenico della Chiesa [vedere qui]
Se difatti oltre ai canti gregoriani — di cui da sempre sono sia cultore sia esecutore — certi soggetti che da giorni sparano raffiche verso il nuovo Romano Pontefice in nome della difesa della tradizione, conoscessero un minimo di storia della teologia dogmatica, di storia della cristologia e di dogmatica sacramentaria, saprebbero in qual modo i primi otto secoli di vita della Chiesa siano stati corollati incessantemente da eresie e scismi, basati però, grazie a Dio, su cose serie, dinanzi alle quali verrebbe voglia di parafrasare il titolo di un vecchio libro di Mario Capanna: “Formidabili quegli anni” [ed. Rizzoli, 1980]. Sì, formidabili quei primo otto secoli turbolenti, perché da sempre la Chiesa teme molto più l’idiozia, che non la raffinata eresia portata avanti da figure di talento e di alta cultura come Ario e Pelagio. Dalle eresie ariane e pelagiane combattute da Padri della Chiesa come Atanasio e Agostino, è nata e si è solidificata la nostra migliore teologia, mentre dall’idiozia è nata solo e di prassi sempre altra idiozia, mai la migliore teologia, tanto meno la vera difesa della tradizione cattolica.
7. LA MOZZETTA ROSSA PONTIFICIA È FORSE UN ELEMENTO DOGMATICO DELLA FEDE CATTOLICA?
Francesco I – che più lo guardo e più mi ricorda l’immagine espressiva di un Pio XII con qualche chilo in più addosso – non si è presentato con un paio di pantaloni da minatore e una calabaza de mate in mano da gaucho della pampa argentina, si è presentato con la veste del romano pontefice e ci ha abbracciati con la sua apostolica benedizione.
Il fatto che il Romano Pontefice non abbia messo la mozzetta rossa ha suscitato nelle frange di certi tradizionalisti internetici un caso che ha indotto taluni a richiamare persino elementi apocalittici, sino a tirare in ballo madonne, veggenti, mistici …  ovviamente tutti quanti a sproposito.
Dico, forse la mozzetta con la pelliccetta di ermellino è un elemento fondante del deposito dogmatico della fede cattolica e le scarpe rosse  dimostrano il mistero del Verbo Incarnato, in assenza delle quali cade l’intero mistero dell’incarnazione?
E non venite a replicarmi “ma, la dignità della Chiesa …” ve ne prego! Perché la dignità della Chiesa comincia da una stalla, finisce su una croce di legno e tocca il proprio apice dinanzi alla pietra rovesciate del sepolcro di Cristo risorto. Questa è la nostra fede cattolica, apostolica romana; e chi ritiene che questa fede possa essere compromessa da una mozzetta rossa rifiutata, è pregato di argomentarlo in modo teologico e dogmatico, non certo supportandosi su mere isterie estetiche.
8. LO SCANDALO DELL’IGNORANZA: «IL ROMANO PONTEFICE SI È PRESENTATO COME IL VESCOVO DI ROMA E HA PARLATO DEI POVERI E DI UNA CHIESA POVERA».

S. Pietro. Anche lui si considerava un primus inter pares: vogliamo processare anche lui?

È stato poi lamentato da una certa frangia di tradizionalisti, con allarme non meno apocalittico, che il Santo Padre si è presentato come il Vescovo di Roma e che ha insistito sulla figura del Vescovo. Cos’altro rispondere: anziché studiare l’arte e la corretta tessitura di chiroteche e di cappe magne, andate a studiarvi un po’ di Storia della Chiesa, di sana patrologia e di altrettanta sana ecclesiologia, se ignorate che il Vescovo di Roma è il Romano Pontefice e che nessuno, se non il Romano Pontefice, può essere Vescovo di Roma. È lo stesso Pietro, che si dichiara primus inter pares scrivendo: «Esorto gli anziani (presbytèrous) che sono tra voi, quale anziano come loro (sympresbýteros)… pascete il gregge di Dio che vi è affidato» [I, Pt. 5, 1-4]. Dunque Pietro —pietra edificante della Chiesa — è vescovo tra i vescovi, ma al tempo stesso è il primo dei vescovi e il supremo capo del Collegio Episcopale. Chi sta gridando allo scandalo perché il Santo Padre si è presentato come Vescovo di Roma e ha insistito su questo suo ruolo, conoscerà indubbiamente piviali e dalmatiche, ma di certo mostra di non conoscere il Vangelo, l’ecclesiologia e infine, non ultimo, anche il diritto canonico. Vediamo allora cosa recita il primo degli articoli del Codice di Diritto Canonico che tratta la figura del Romano Pontefice: «Il Vescovo di Roma in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro … » [can. 331]. È Chiaro o qualcuno ha bisogno di “sottotitoli per non udenti”? Ebbene sottolineiamo anche per i “non udenti”: La legge codificata della Chiesa, nella parte in cui tratta la Suprema Autorità della Chiesa, non si apre citando il Romano Pontefice ma il Vescovo di Roma «nel quale permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro. Altrettanto recitava il precedente Codice di Diritto Canonico del 1917.
Il Santo Padre ha parlato dei poveri, forse è un pauperista? Ha messo una croce non d’oro, vuole forse spogliare la Chiesa dei suoi onori?
A prescindere dal fatto che dei poveri ha sempre parlato per primo e anzitutto Nostro Signore Gesù Cristo che scelse a ragion veduta Pietro come pietra per edificare la propria Chiesa. Perché mai il Santo Padre non dovrebbe rivolgersi a quelle grandi sacche di poveri del mondo che nella sua esperienza pastorale in Argentina ha assistito per tutta la vita? Fino a un paio di settimane fa, l’Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires prendeva la metropolitana e il pullman per andare sia nelle villas de la mìseria suburbane (note col termine portoghese di favelas) sia per andare nella sua chiesa cattedrale. A questo andrebbe poi aggiunto un richiamo al più cristiano e pastorale buonsenso, o miei estetici tradizionalisti assisi all’ombra del quieto campanile italico intorno al quale nasce, vive e muore l’intera orbe cattolica. Sapete che cosa vorrebbe dire, ma soprattutto quale immagine devastante darebbe, un vescovo in visita pastorale alla parrocchia di una favela costruita in lamiera e prefabbricato che giungesse con una berlina Mercedes e che durante la sacra liturgia indossasse una preziosissima mitria gemmata, in mezzo a gente dove ancora diversi bambini camminano per le strade a piedi nudi con le fogne a cielo aperto?
Cosa pretendono da lui questi quattro esteti che frignano di sito in sito e di blog in blog, forse che tirasse fuori la sedia gestatoria, la tiara, che rimettesse in processione la nobiltà nera coi flaubelli, che andasse a celebrare una Messa al Pantheon in rito antico per il meglio della nobiltà immorale, godereccia, pluri divorziata e bancarottiera, ed infine reclamasse i territori dello Stato Pontificio basandosi sulla autenticità della Donazione Costantiniana? È forse questo l’onore della Chiesa? O forse, senza una mozzetta rossa con la pelliccetta di ermellino, Pietro non è veramente Pietro e la sua elezione non è valida?
9. UNA FEDE IMMATURA CHE PRETENDE DI RIVENDICARE LA “VERA TRADIZIONE” IGNORANDO CHE LA CHIESA E’ UN CORPO IN EVOLUZIONE

Anacronismi?

La Chiesa è un corpo in cammino che si muove e che deve necessariamente muoversi al passo coi tempi. Ciò che non muta e che mai deve mutare è la sostanza di fondo: il mistero della rivelazione e il suo messaggio di salvezza immutabile sino alla parusia. O come diceva il Dottore della Chiesa Santa Teresa d’Avila: «Dios no se muda jamas», Dio non cambia mai, ma tutto il resto cambia e muta proprio per sostenere la eterna immutabilità di Dio. A mutare in modo sempre appropriato e adeguato coi tempi è la forma dell’annuncio. Pertanto oggi Nostro Signore Gesù Cristo scriverebbe sui giornali, si farebbe intervistare dai giornalisti, andrebbe a dibattere coi moderni scribi e farisei ai più seguiti talk show e pubblicherebbe best seller. Nella Gerusalemme contemporanea non farebbe ingresso a cavallo di un asino ma con una automobile, che sicuramente non sarebbe targata né C.D (Corpo Diplomatico) né S.C.V (Stato Città del Vaticano), forse sarebbe targata V.C.F.E (Verbum Caro Factum Est).
La fede è racchiusa nella tradizione cattolica apostolica romana basata sul deposito dogmatico della divina rivelazione. Mai si mutino però in fede o peggio in dogmi di fede gli strumenti che servono a questo divino annuncio, perché in tal caso siamo di fronte alla più sfrenata idolatria agnostica.
Con l’ironia che talvolta mi fuoriesce dissi un giorno: oggi si passa direttamente dai preti in perizoma rosso ai preti vestiti con abiti ottocenteschi. Sia chiaro a chi non mi conosce di persona: io porto con decoro la talare quando devo portare la talare, soprattutto per celebrare il Sacrificio Eucaristico, amministrare sacramenti e sacramentali, ed il clergyman col collo romano quando è consentito portare il clergyman. Non sopporto i preti a la page in maglione o quelli con la camicia a mezze maniche sbottonata sotto il collo, perché un sacerdote deve essere sempre riconoscibile e mai sciatto. Semplice se vuole, ma sempre con grande decoro e dignità, mai con le pezze addosso. Permettetemi però di sorridere a malincuore dinanzi a giovani preti col mantello, lo zucchetto nero e il saturno in testa con tanto di nappa, perché sono anacronismi belli e buoni ostentati sia per insana estetica sia per insana ideologia.
Il problema è che diverse di queste persone, che oggi si dichiarano variamente impaurite … smarrite … preoccupate … si ostinano a concentrarsi in modo quasi ossessivo su una dimensione in parte politica e in parte estetico-esteriore. Cosa che denota non solo una fede infantile ma peggio il dramma di fondo di uno spirito di chiusura all’azione di grazia dello Spirito Santo di Dio.
Mi duole che di fondo questi “smarriti” manifestino una idea di Chiesa legata a criteri monarchici mondani, oserei dire quasi imperiali. Nell’economia della salvezza c’è un tempo per Pio IX, un tempo per Pio X, un tempo per Pio XII e un tempo per Francesco. E tutti sono risultati a loro modo dei santi uomini giusti al momento storico giusto, per grazia di Dio e per il supremo bene del Corpo Mistico della sua Chiesa.
10. POPULORUM PROGRESSIO: TENTARE DI FERMARE IL TEMPO È COSA ANTI EVANGELICA LESIVA ALLA CHIESA E  AL POPOLO DI DIO 

L’attenzione per la liturgia è importante, ma non deve diventare l’unico criterio con cui guardare ad un Papa.

Come si può pretendere di fermare il tempo quando è il Cristo stesso che a partire dalla discesa dello Spirito Santo nel cenacolo ci ha proiettati nel tempo? O forse qualcuno dimentica il Vangelo della Trasfigurazione, quando l’immancabile, fanciullesco e passionale Pietro dice al Signore: «Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e un’altra per Elia» [Mt. 17, 4]. Pietro voleva fermare quella immagine, quel tempo così bello, renderlo immobile, statico per sempre. Ma non era questa la missione del Verbo Incarnato né la missione dallo stesso affidata ai suoi discepoli e alla sua Chiesa pellegrina sulla terra, proiettata dal presente al continuo movimento verso il futuro.
Non ci si può dichiarare cattolici duri e puri e poi reagire all’elezione del nuovo pontefice in modi così sconvenienti e viepiù per cose futili. La Chiesa non è un fenomeno in parte politico e in parte estetico, non nasce e non muore sotto il campanile italico e meno che mai nell’italietta degli anni Cinquanta, secondo lo stile di quei poveretti che prima di dire “si” o prima di dire “no” si guardano intorno e non sospirano, fino a quando non hanno individuato il carro del vincitore su cui saltare.
La Chiesa è un fenomeno universale col quale molti, troppi provinciali non riescono a fare i conti. E con che cosa difendono la loro chiusura alla grazia di Dio e il loro provincialismo mirato al rifiuto della universalità e del concetto di Populorum Progressio [vedere qui]   sul quale il Sommo Pontefice Paolo VI dette vita nel 1967 a una enciclica che anticiperà certi eventi infausti di un trentennio? Si difendono con la tradizione. Sì, ma quale tradizione?
11. SONO FORSE QUESTI I RISULTATI DEL MOTU PROPRIO: DISGREGARE ANZICHÈ UNIRE?

Il Motu Proprio Summorum Pontificum è stato un dono per la Chiesa. Ma non si può brandire come un’arma…

Se per taluni i risultati del motu proprio fossero davvero questi, ebbene comincerò a pregare affinché sia revocato prima possibile, perché nessuno ha il diritto di usare la liturgia per scopi puramente ideologici, perché non è questa la divina funzione dell’Eucaristia e della liturgia che è centro di unità della Chiesa, non di divisioni; meno che mai di divisioni rette su effimeri criteri estetici e politici, creando in tal modo rottura anziché quella unità del corpo della Chiesa di cui la liturgia sia del vecchio sia del nuovo ordinamento è elemento principe.
Taluni che fino a ieri hanno militato nei partiti di ispirazione marxista e dopo la caduta del Muro di Berlino sono rimasti orfani e hanno avuto bisogno di traslare la loro ideologica militanza in altre ideologie dure e pure, si scelga uno dei tanti partiti politici esistenti di estrema destra o di estrema sinistra e si sfoghino quanto più e quanto meglio loro aggrada, ma non usino e non abusino della Santa Chiesa di Dio e della sacra liturgia centro e motore cristologico di unità della Chiesa universale, per certi scopi e manifestazioni perniciosamente disgreganti.
12. QUEI CERTI TRADIZIONALISTI E LA POESIA DEL PASSERO CANTATA A LESBIA DA CATULLO MUTATA IN UNA LAUDE PASQUALE DEL XII SECOLO

Amori profani: basta non conoscere bene il latino.

Leggendo certi piagnistei di sito in sito e di blog in blog, spicca evidente questa fede estetico-infantile che pare reggersi davvero su quel latinorum che peraltro certi tradizionalisti non conoscono. Lo dico perché l’ho sperimentato: una volta, a un gruppetto di costoro — notare bene erano presenti anche un paio di preti — mi misi a cantare la poesia erotica del passero dedicata da Catullo a Lesbia usando un metro gregoriano, poi chiesi a tutti se piaceva loro quella laude del XII secolo della liturgia pasquale. Tutti, ahimè preti inclusi, mi dissero di sì, ciò dopo che ebbi cantato loro: «Passer, deliciae meae puellae, quicum ludere, quem in sinu tenere, cui primum digitum dare appetenti et acris solet incitare morsus» (Passero, delizia della mia donna, con il quale suole giocare e tenerlo in grembo, e a cui è solita dare la punta del dito quando la cerca e di cui suole provocare le pungenti beccate).
Una fede santa, cattolica e apostolica non può edificarsi sui paramenti del Beato Pontefice Pio IX rispolverati dal museo della sacrestia vaticana e via dicendo, perché in nessun meandro del sacro deposito della fede è scritto che solo il tripudio barocco sia in grado di dare una non meglio precisata dignità alla Chiesa, ma soprattutto unica validità agli atti sacramentali, salvo trascendere nella follia singola o collettiva o finanche nel neopaganesimo.
Tra l’altro, quei paramenti oggi considerati antichi, tali non sono affatto, perché il paramento antico è la casula, il paramento moderno è la attuale pianeta nata solo sul finire del recente XVI secolo. E quando nel XVIII secolo furono prodotte e adottate quelle pianete barocche oggi considerate antiche, alla loro uscita molti gridarono allo scandalo e altri si rifiutarono di usarle, considerata la loro audace modernità troppo simile ai decori da sartoria secolare in voga all’epoca. In una sua lettera indirizzata al vescovo della diocesi nel marzo 1769, l’arcidiacono del capitolo della cattedrale di Reims, Françoise Marie Brison, paragonava quelle pianete moderne, in tessuti e decori, ai vestiti delle dame della corte di Versailles e tosto dichiarava che lui non le avrebbe mai indossate e come lui molti altri presbiteri, diaconi e suddiaconi.
Storia della Chiesa, cari tradizionalisti duri e puri … studiatevi la sana e preziosa Storia della Chiesa, perché dal primo all’ultimo vi ci ritroverete quanti dentro con le vostre istanze, le vostre paure e le vostre odierne lamentale. E se queste mie parole vi suonano come uno schiaffo, fermatevi un attimo a riflettere sul leggero bruciore, perché potrebbe esservi stato donato un atto di vera carità cristiana che implica un preciso invito: tolle lege … perché le cose del passato non stanno affatto come ve le immaginate né come ve le state ostinatamente creando tutte quante a posteriori. Il passato è molto diverso nella sua realtà da come lo immaginate al presente, perché spesso vi create un passato che nella Storia della Chiesa non è mai esistito, ed è la storia che ve lo dimostra, non certo io, che pure un po’ l’ho studiata e un po’ ho cercato di conoscerla.
13. QUANDO IN QUELLA SACRESTIA SBOTTAI: «IO NON INDOSSO BIANCHERIA INTIMA FEMMINILE!»
In modo non diverso dall’arcidiacono della Cattedrale di Reims, a distanza di oltre due secoli e mezzo, quando nella sacrestia di una casa di religiosi dalle voci un po’ troppo stridule per i miei gusti, mi venne presentato un camice plissettato traboccante trine e merletti, risposi: «Non ho mai indossato in vita mia biancherie intime femminili e non avendolo mai fatto da secolare, meno che mai intendo farlo da prete. E pochi minuti dopo celebrai in comunione e in devota obbedienza con la Chiesa universale una Eucaristia assolutamente valida, sulla cui validità certi tradizionalisti avrebbero seri dubbi, avendo io rifiutato un camice da demoiselle che mi ricordava tanto un babydoll e una guepiere. Non ho nulla contro i camici plissettati, ma con pizzi e merletti addosso io non mi sento a mio agio né come uomo né come prete, gli altri facciano come vogliono, in piena e insindacabile libertà.
14. CERTI TRADIZIONALISTI “SMARRITI” CHE VANTANO LA CUSTODIA DELLA TRADIZIONE MA CHE MOSTRANO DI NON CONOSCERE LA STORIA DELLA CHIESA DOVREBBERO CONOSCERE LA VERA FACCIA DEL LORO BENEAMATO SAN PIO V, CHE SENZA ESITARE OGGI LI PRENDEREBBE A SOLENNI BASTONATE

San Pio v: non c’è tradizionalista che non lo citi. Ma chi, tra loro, può dire di conoscerlo bene?

Se c’è un Pontefice che molti tradizionalisti portano più sulla bocca che nel cuore questi è sicuramente San Pio V, il cui nome è legato anche all’omonimo Missale Romano. Anzitutto San Pio V fu sempre bendisposto con gli umili, paterno con la gente semplice e povera, ma duro e severo con tutti coloro che nuocevano all’unità della Chiesa. Tanto da non esitare a scomunicare e a decretare la destituzione della regina d’Inghilterra Elisabetta I, ben sapendo a quali conseguenze tragiche avrebbe esposto i cattolici inglesi.
Per quando riguarda l’idea di povertà, San Pio V si spinse parecchio oltre in quel delicato XVI secolo, osando ciò che nessun suo predecessore avrebbe mai osato, tanto erano radicate in seno alla Chiesa certe insane “tradizioni”. Anzitutto Pio V fu un pontefice terribilmente scomodo, come tali sono sempre stati tutti i riformatori dei costumi. Non esitò a debellare sotto il suo pontificato la piaga purulenta della simonia dalla curia romana e di conseguenza il nepotismo. Quando accorsero al suo soglio vari parenti sperando o chiedendo qualche privilegio, egli rispose lapidario: «Un parente del Romano Pontefice può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce la povertà».
Tra le riforme in campo pastorale promosse da Pio V in fedele applicazione ai canoni del Concilio di Trento, si ricordano l’obbligo di residenza per i vescovi, la clausura dei religiosi, il celibato e la santità di vita dei sacerdoti, le visite pastorali dei vescovi, l’incremento delle missioni, la correzione dei libri liturgici in cui erano finiti codificati veri e propri abusi, la censura sulle pubblicazioni eterodosse. E tutti gli avversi o i ribelli dell’epoca, se andiamo a studiare le cronache di quei tempi, si appellavano, a partire da taluni vescovi, a una non meglio precisata “tradizione”, sostenendo che ormai era prassi e “tradizione” che il vescovo potesse vivere in altra sede fuori dalla propria diocesi, lasciando l’amministrazione della stessa ad altri, che di prassi erano quasi sempre dei famelici secolari legati al vescovo da amicizia, parentela o peggio da intrallazzi politici o finanziari.
San Pio V ordinò alla Chiesa quella sobrietà e quella rigida disciplina che il Santo Padre impose sempre a se stesso come religioso, sacerdote, vescovo, cardinale e poi come Romano Pontefice. Nella sua vita di pontefice visse in tutto e per tutto seguendo l’ideale ascetico del frate mendicante, schivo a qualsiasi pompa solenne e teso alla essenzialità, anche e soprattutto liturgica. Il Messale di San Pio V tanto celebrato e tanto poco conosciuto nella sua storia da certi tradizionalisti, fu in quegli anni una innovazione strepitosa mirata soprattutto alla semplificazione di riti spesso arbitrari, che sovente trasformavano il sacro mistero in un vero e proprio spettacolo, non ultimo di secolare potenza. Il Messale dato da San Pio V alla Chiesa poneva al centro il Sacrificio Eucaristico, bandendo ogni arbitrio e abuso. Ma se è per questo anche il Messale di Paolo VI, seguì gli stessi identici criteri, basterebbe andare a leggere il suo ordinamento generale. Se poi certi preti fanno del Messale ciò che vogliono e come vogliono, questo non è colpa né della riforma liturgica né del concilio né di Paolo VI, ma della scelleratezza di quei preti ai quali non è chiaro che sono servi dei sacri misteri, non primi attori, perchè la liturgia, sospiro dietro sospiro appartiene alla Chiesa, non al celebrante, non a Kiko Arguello, non a Carmen Hernandez … nessuno può rendere la sacra liturgia instabile con creatività personali o con autentiche stravaganze.
15. OGGI CERTI “TRADIZIONALISTI” AVREBBERO GRIDATO ALLO SCANDALO PER LO STESSO PIO V E BASANDOSI SULLE MEDESIME RAGIONI IN BASE ALLE QUALI HANNO CRITICATO FRANCESCO I APPENA ELETTO

Nel Papa, in ogni Papa, c’è il Successore di Pietro. Non idolatriamo la persona: amiamo quello che rappresenta.

Fino a Pio V, i pontefici vestivano il cosiddetto rosso imperiale, anticamente usato dai re e dagli imperatori romani. Provenendo dall’Ordine Mendicante dei Frati Predicatori, i domenicani, alla sua elezione Pio V abolì quelle vesti e seguitò a usare l’abito bianco domenicano, che non intese abbandonare, perché segno del carisma delle sua vocazione. Questo creò sconcerto e vero e proprio scandalo all’interno di quella che all’epoca era una vera e propria corte. Proprio così: San Pio V eletto pontefice seguitò a vestire gli abiti del frate mendicante. Altro che mozzetta rossa bordata d’ermellino prontamente rifiutata, o la croce di metallo al posto di quella d’oro. Pio V fece molto di peggio e molto di più, peraltro in anni nei quali, certi simboli, erano sentiti più fortemente ancora.
Dopo la sua vita vissuta in fama di riconosciuta santità, il successivo pontefice e quelli ancora successivi non osarono cambiare il colore dell’abito per tornare al porpora regale e imperiale. Il suo successore, Gregorio XIII, fece solo una modifica: l’abito domenicano venne fatto uguale all’abito dei cardinali, ma di colore bianco anziché rosso cardinalizio.
Se non si conosce la storia della Chiesa è bene non parlare di tradizione, ma soprattutto, chiunque rivendichi di essere un vero e un buon cattolico, non deve mai perdere di vista un elemento fondante della nostra fede, che è un dogma basato su precise parole pronunciate dalla bocca del Verbo Incarnato:
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa, a te darò le chiavi del Regno dei Cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli …  [Mt. 16, 18-19]
E detto questo il discorso è chiuso. Se poi qualcuno intende aprirlo per mettere in discussione questo fondamento basandosi peraltro su risibili futilità, non può farlo dentro la Chiesa Cattolica, ma solo fuori, come hanno fatto molti, come nel tempo hanno seguitato a fare tanti altri, rivendicando sempre e di prassi di essere i più puri difensori della vera tradizione, dimenticandosi che la tradizione può essere basata solo sulla sacra scrittura e che la sacra scrittura è chiara senza pena di equivoco nel dire per bocca del Redentore: «Tu es Petrus».
16. LA PRUDENTE ATTESA, POI CAPIREMO QUALCHE COSA E SICURAMENTE RENDEREMO GRAZIE A DIO PER FRANCESCO I.

Dopo pochi giorni è già amato da tanti fedeli.

Tra non molto tempo, il Santo Padre, dovrà provvedere a nominare diversi capi dei dicasteri giunti alla soglia dei 75 anni, alcuni hanno già superato quella soglia, qualcuno si avvicina ormai agli ottant’anni, per esempio l’attuale segretario di Stato. Sarà da quello che capiremo, se non tutto, almeno quanto basta, non da una mozzetta rifiutata o da una croce pettorale di metallo.
Oso infine azzardare una piccola profezia: Francesco I, in popolarità e per il grande amore che il popolo di Dio riverserà su di lui, molto probabilmente passerà avanti al Beato Giovanni XXIII e al Beato Giovanni Paolo II, che è tutto dire.
Vedendolo, vedo dinanzi a me in carne e ossa quel Pontefice del futuro di cui mi auspicavo in un mio libro nel quale anni addietro scrissi: « … oggi non basterebbe un uomo di grande autorità che sappia imporsi, perché se privo di certe qualità e di doni molto speciali dello Spirito Santo, potrebbe indurre per reazione la piovra a stritolare tutto, lui per primo, creando guerre e divisioni drammatiche e insanabili; creando veri e propri scismi. Per essere veramente magno è necessario che questo futuro Successore di Pietro sia una figura carismatica appoggiata e protetta dal Popolo di Dio. Esiste infatti una cosa dinanzi alla quale le peggiori aspidi dell’antica corte sanno di non poter osare: la volontà del Popolo di Dio. Nel corso della storia le pie vipere hanno dato vita a tutto, lo dimostra rigo dietro rigo, secolo dietro secolo l’intera letteratura dei Padri della Chiesa. Una cosa sola è a loro impossibile da realizzare: una Chiesa senza Popolo, ossia una Chiesa senza Cristo, che equivale a dire una Chiesa senza corpo. Il Popolo di Dio è quel corpo senza il quale Cristo non avrebbe dove poggiare il suo capo. E per quanto vuoto, il suo sepolcro sarebbe rimasto vuoto per niente, soprattutto per la salvezza di nessuno». [vedere qui]
Ebbene credo sia arrivato come donum Dei altissimi alla Chiesa il Pontefice che sognavo, nei giorni in cui scrivevo queste righe tra il 2008 e il 2010, stampate poi nel dicembre 2011 nel mio libro E Satana si fece Trino.
Lunga vita al Romano Pontefice !


Da papalepapale.com

Papa sì, Papa no

Papa sì o Papa no? È lui o non è lui? Indubbiamente, questo è uno degli aspetti più curiosi del pontificato di Papa Francesco, il non essersi ancora dichiarato esplicitamente e fuori da ogni dubbio come “Papa della Chiesa Cattolica” è un evento che ha intimorito alcuni, incuriosito altri e messo fine alla permanenza all’interno della cattolicità (=apostasia) per altri ancora. Lungi da me il voler parlare di queste singole persone, vorrei soltanto vedere come, in base a ciò che ci è dato, si possa o meno parlare propriamente di “Papa Francesco”, ossia se Giorgio Maria Bergoglio sia effettivamente il 266° Papa della Chiesa Cattolica, o se non lo sia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto, dobbiamo partire da quell’atto con cui, la sera del 13 marzo 2013, i Cardinali riuniti in Conclave hanno eletto Giorgio Maria Bergoglio ad una certa carica, ma quale esattamente? Per che cosa i 115 elettori hanno votato il Cardinale argentino?

A dare una risposta a questa domanda, prescindendo da ogni considerazione teologica del fatto in sé, sono le costituzioni apostoliche volte a disciplinare proprio l’elezione del Romano Pontefice; le ultime redatte a tale riguardo sono la Universi Dominici Gregis di Giovanni Paolo II e la De aliquibus mutationibus in normis de electione romani pontificis di Benedetto XVI, nonché sempre di quest’ultimo il motu proprio Normas Nonnullas. In questi documenti, a parte le specifiche tecniche del caso che non ci interessano, viene ribadita la tradizione iniziata da Niccolo II che il Romano Pontefice venga eletto da i Padri Cardinali riuniti in conclave, durante il quale verranno messi ai voti i nomi dei candidati alla carica di Romano Pontefice sino ad elezione avvenuta.

Per chi avesse voglia di andarsi a consultare i testi (Universi Dominici Gregis; Normas Nonnullas) risulterà immediatamente chiaro che chi viene eletto in tal modo non è nominato direttore di una ONG o presidente di una multinazionale, ma il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica. Non un vescovo qualsiasi, non un primus inter pares, ma proprio lui, il Papa.

Quanto detto, nel frattempo, dovrebbe già aver almeno parzialmente rassicurato gli incerti e inferto una stoccata ai neo-sede vacantisti: quello che hanno rifiutato esplicitamente con deliberato consenso è il 266° successore di Pietro. Urge da parte di questi un approfondito esame di coscienza per evitare di peggiorare la loro già tragica situazione.

Un secondo aspetto da considerare è il Codex Iuris Canonicis, il Codice di Diritto Canonico (per gli amici CIC); esso, nei canoni 330-335, disciplina l’esercizio e la nomina del Romano Pontefice. In particolare, il canone decisivo ai nostri fini è il 331, dove a chiare lettere viene scritto: “Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente”.

Il Vescovo della Chiesa di Roma: le stesse esatte parole pronunciate da Papa Francesco al momento della sua elezione nonché, curiosamente, dallo stesso Giovanni Paolo II (“gli eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo Vescovo di Roma”, nemmeno lui si definì Papa sin dalle prime battute, ); essendo troppo giovane non ho idea però se le notizia a suo tempo fece altrettanto clamore. Tutto comunque si può dire del Beato Giovanni Paolo II, tranne che non si sia mai comportato e mostrato come Papa. Inoltre, a voler essere puntigliosi sino alla fine, nemmeno Benedetto XVI appena eletto esordì con un “sono Papa!”, quasi che a non dirlo ad alta voce come una formula magica il tutto non si avveri.

Abbiamo visto come anche un punto di vista strettamente legalista e giuridico fughi ogni dubbio, soddisfacendo anche i più curiosi e rassicurando quelli ancora preda del timore, nonché seppellendo definitivamente nella loro miseria i neo-sede vacantisti.

Infine v’è un ultimo aspetto da considerare interessante per i timorosi e i curiosoni, nonostante non sia un’altra dimostrazione di quanto detto sopra, quanto piuttosto una derivante da tale ragionamento. Non utilizzando mai la parola Papa, ma sottintendendola (come visto sopra), Papa Francesco ogni volta che si presenta per parlare al mondo è come desse uno schiaffo al relativismo, sottolineando a caratteri di fuoco la frase di nannettiana memoria “le parole sono importanti!”.

Il suo definirsi semplicemente “Vescovo di Roma” riassume in sé il primato petrino del Romano Pontefice, colui che presiede alla carità: con questo sottile gioco di parole del detto-non-detto costringe chi lo ascolta a riflettere, a ragionare, ad indagare la propria fede, ed è per questo a mio avviso che alcuni alla sua elezioni si sono discostati dalla Chiesa, adducendo come scusa ufficiale il mancato rispetto di chissà quali norme liturgico-celebrative. A tal proposito, un piccolo sassolino dalla scarpa: la mozzetta d’ermellino in quanto tale è perfettamente inutile, serve solo a “fare scena”, mentre la stola se non si è “liturgisti della domenica” si sa perfettamente che va indossata per l’atto liturgico in sé, in tal caso la benedizione urbi et orbi, non prima e non dopo; in tal senso, ad indossarla sin da subito appena eletto senza dare subito la benedizione ma parlando alla folla, Benedetto XVI SBAGLIÒ (ebbene sì, sbagliò liturgicamente! Ullallà!).

Come ha scritto giustamente Filippazzi nel suo editoriale per Campari e De Maistre, “l’espressione “Romano Pontefice” altro non è che un sinonimo di “Vescovo di Roma”, stante ad indicare l’inscindibile legame tra il ruolo pontificale e la titolarità della diocesi di Roma. Allo stesso modo, il termine “Papa” non indica un ufficio ulteriore, ma è ancora uno dei titoli propri, anzi il titolo per eccellenza, del Vescovo di Roma, che non può essere tale senza essere Papa e viceversa.” (http://www.campariedemaistre.com/2013/03/lo-strano-caso-dei-due-papi.html).

In conclusione, Giorgio Maria Bergoglio è a tutti gli effetti il 266 Papa in quanto Vescovo di Roma, ma questo a ben vedere lo sapevamo già da circa 2000 anni senza ombra di dubbio: non furono dette a caso le parole “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), faremmo meglio a ricordarcene più spesso anziché imbastire castelli per aria o fare questioni di lana caprina.

Caffarra: parlare come si conviene!

Nella presente circostanza che, attraverso l’imminente chiamata  all’espressione del voto, coinvolge il futuro civile del Paese, l’Arcivescovo S.  Em. il Card. Carlo Caffarra offre questa riflessione e criteri di  orientamento.

Cari fedeli, solo dopo lunga riflessione ho deciso di dirvi parole di  orientamento per il prossimo appuntamento elettorale. Di parole ne avete sentite  tante in queste settimane; di promesse ne sono state fatte molte. Io non ho  nessuna promessa da farvi. Spero solo che le mie parole non siano confuse con  altre, perché non nascono da preoccupazioni politiche. E’ come pastore della Chiesa che vi parlo.

1. La vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo  capolinea: una grande promessa largamente non mantenuta. I fondamenti sui quali è stata costruita vacillano, perché il paradigma  antropologico secondo cui ha voluto coniugare i grandi vissuti umani [per  esempio l’organizzazione del lavoro, il sistema educativo, il matrimonio e la  famiglia …] è fallito, e ci ha portato dove oggi ci troviamo.
Non è più questione di restaurare un edificio gravemente leso. E’ un nuovo  edificio ciò di cui abbiamo bisogno. Non sarà mai perdonato ai cristiani di  continuare a essere culturalmente irrilevanti.

2. E’ necessario avere ben chiaro quali sono le linee  architettoniche del nuovo edificio; e quindi anche quale profilo intendiamo dare  alla nostra comunità nazionale. Ve lo indico, alla luce del grande Magistero di  Benedetto XVI.
٭ La vita di ogni persona umana, dal concepimento alla sua  morte naturale, è un bene intangibile di cui nessuno può disporre. Nessuna  persona può essere considerata un peso di cui potersi disfare, oppure un oggetto – ottenuto mediante procedimenti tecnici [procreazione artificiale] – il cui  possesso è un’esigenza della propria felicità.

٭ La dicotomia Stato–Individuo è falsa perché astratta. Non  esiste l’individuo, ma la persona che fin dalla nascita si trova dentro  relazioni che la definiscono. Esiste pertanto una società civile che deve essere  riconosciuta.
Lo Stato è un bene umano fondamentale, purché rispetti i suoi confini: troppo  Stato e niente Stato sono ugualmente e gravemente dannosi.

٭ Nessuna civiltà, nessuna comunità nazionale fiorisce se  non viene riconosciuto al matrimonio e alla famiglia la loro incomparabile  dignità, necessità e funzione. Incomparabile significa che nel loro genere non  hanno uguali. Equipararle a realtà che sono naturalmente diverse, non significa  allargare i diritti, ma istituzionalizzare il falso. «Non parlare come conviene  non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma anche mettere  in pericolo l’essenza stessa dell’uomo» [Platone].

٭ Il sistema economico deve avere come priorità il lavoro:  l’accesso al e il mantenimento del medesimo. Esso non può essere considerato una  semplice variabile del sistema. Il mercato, bene umano fondamentale, deve configurarsi sempre più come  cooperazione per il mutuo vantaggio e non semplicemente come competizione di  individui privi di legami comunitari.

٭ Tutto quanto detto sopra è irrealizzabile senza libertà di  educazione, che esige un vero pluralismo dell’offerta scolastica pubblica,  statale e non statale, pluralismo che consenta alle famiglie una reale  possibilità di scelta.

3. Non possiamo astenerci dal prendere posizione su tali  questioni anche mediante lo strumento democratico fondamentale del voto. La  scelta sia guidata dai criteri sopraindicati, che sintetizzo: rispetto assoluto  di ogni vita umana; costruzione di un rapporto giusto fra Stato, società civile,  persona; salvaguardia dell’incomparabilità del matrimonio – famiglia e loro  promozione; priorità del lavoro in un mercato non di competizione, ma di mutuo  vantaggio; affermazione di una vera libertà di educazione.
Se con giudizio maturo riteniamo che nessun programma politico rispetti tutti  e singoli i suddetti beni umani, diamo la nostra preferenza a chi secondo  coscienza riteniamo meno lontano da essi, considerati nel loro insieme e secondo  la loro oggettiva gerarchia.

4. Raccomando ai sacerdoti e ai diaconi permanenti di  rimanere completamente fuori dal pubblico dibattito partitico, come richiesto  dalla natura stessa del ministero sacro e da precise norme canoniche.

5.  Invochiamo infine con perseveranza e fede i santi  patroni d’Italia Francesco e Caterina da Siena affinché, per loro intercessione,  la nostra preghiera per il Paese trovi ascolto presso il Padre nostro che ‘ci  libera dal male’.

Bologna, 16 febbraio 2013    + Carlo Card. Caffarra

Fonte Tempi.it


Da: natanaele.altervista.org

Benedetto XVI: rinuncio al ministero di Vescovo di Roma

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Dal Vaticano, 10 febbraio 2013

BENEDICTUS PP XVI

© Copyright 2013 – Libreria Editrice Vaticana


Solo un commento:

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Con Dio o senza Dio tutto cambia: proporre la fede amica della ragione

di S.E. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia
dall’intervento al Sinodo per la Nuova Evangelizzazione 2012, 13/10/12

 

Sulla linea del magistero costante della Chiesa e, più recentemente, di Giovanni Paolo II (Fides et ratio) e di Benedetto XVI (Lectio magistralis, Regensburg, il 12 settembre 2006), auspico che la nuova evangelizzazione riservi maggior spazio alla catechesi, con speciale attenzione alla complementarietà fede, ragione.

Siamo grati all’impegno di chi con competenza e sensibilità si fa carico della pastorale dell’alta cultura, favorendo il dialogo con gli intellettuali e gli scienziati cristiani, con quanti sono in onesta ricerca. Anche sul piano della catechesi ordinaria ci si deve incamminare verso una più condivisa coscienza circa la dimensione culturale della fede, affinché il credente non viva una sudditanza psicologica e si percepisca in ritardo sul quadrante della storia.

Non di rado, il cattolico vive una sorta di complesso d’inferiorità nei confronti della modernità e postmodernità per un personale, non risolto conflitto tra fede e ragione. Il silenzio del cattolico-medio, nel dare ragioni della sua speranza, è fragorosissimo. Oltre a potenziare il primo annuncio, la lettura della Bibbia, la lectio divina, – sulla linea della Dei Verbum e dell’esortazione post-sinodale Verbum Domini– ritengo necessario, in ordine alla nuova evangelizzazione, rinsaldare il legame strutturale tra ragione e fede.

Si tratta di far entrare la cultura nella pastorale ordinaria; ciò, oggi, risponde a una diaconia cristiana nei confronti della storia, di fronte a una cultura che si elabora sempre più a partire dal sapere delle scienze e della tecnica, generando un pensiero strumentale e funzionale. In tale situazione, in Italia, la maggioranza dei giovani, compiuta l’iniziazione cristiana smarrisce il rapporto con la Chiesa, la fede, Dio. Molteplici le cause; ritengo, però che, in non pochi casi, la fede non sia supportata da una catechesi amica della ragione, capace di una vera proposta antropologica e in grado di legittimare la plausibilità della scelta cristiana.

E’ necessario rilanciare il CCC [Catechismo della Chiesa Cattolica, NdR] dando maggiore spazio ai contenuti affinché la fede non si riduca ad una fede “fai da te”; la fides quae non di rado è carente nelle nostre catechesi; è importante la metodologia ma non a scapito dei contenuti o dell’esperienza elevata a luogo teologico. Se con Dio o senza Dio tutto cambia, è doveroso ricentrare la catechesi su Dio e su quanto la rivelazione cristiana dice di Lui, non dimenticando che il Dio di Gesù Cristo – come ricorda Benedetto XVI – è insieme Agape e Logos.


Da www.uccronline.it

Deve "riposare" in seminario il coraggioso vescovo ausiliare di Shanghai

di Jian Mei
Prima dell’ordinazione, mons. Thaddeus Ma Daqin si è dimesso dall’Associazione Patriottica. Durante la messa egli ha rifiutato l’imposizione delle mani da parte di un vescovo illecito. La cerimonia si è tenuta lo scorso 7 luglio a Shanghai.

Shanghai (AsiaNews) – Mons. Thaddeus Ma Daqin, vescovo ausiliare di Shanghai ordinato lo scorso 7 luglio con l’approvazione del Papa, è stato portato via poche ore dopo la cerimonia da alcuni funzionari dell’Ufficio affari religiosi. Fino a ieri la sua sorte era sconosciuta. Secondo fonti locali, il prelato sarebbe rimasto a “riposare” nel seminario di Sheshan, ma non è noto se lo abbia fatto volontariamente o su pressioni delle autorità.

Mons. Ma, 44 anni, è riconosciuto dalla Santa Sede come vescovo ausiliare di Shanghai, ma per il governo cinese egli è il coadiutore della diocesi. Originario di Shanghai, il prelato è stato ordinato sacerdote nel 1994 e ha compiuto i suoi studi presso il seminario di Sheshan.  

A differenza dell’ordinazione illecita di Harbin, tenutasi il 6 luglio scorso, né il governo né i media legati all’Associazione patriottica (AP) hanno sponsorizzato la cerimonia. La notizia è stata rilanciata con poche righe apparse su alcuni siti web locali.

Fonti presenti all’evento parlano dell’eroismo di mons. Ma, che si è dimesso da membro dell’Associazione Patriottica e durante l’ordinazione ha rifiutato l’imposizione delle mani, la comunione e il vino da parte di mons. Zhan Silu, vescovo di Mindong (Fujian) non riconosciuto dalla Santa Sede.

La mattina del 7 luglio, alle 8 (ora locale), i sacerdoti della diocesi di Shanghai, si sono riuniti nella cappella del vescovado, di fronte alla cattedrale di St. Ignazio, Xujiahui, per la messa solenne officiata da mons. Jin Luxian, vescovo di Shanghai. La cerimonia è iniziata con la lettura della bolla papale e con l’atto di fede professato da mons. Ma. In seguito oltre 40 sacerdoti, molti dei quali provenienti da altre diocesi, sono entrati in chiesa per partecipare alla messa di ordinazione, tenuta da mons. Jing e da mons. Shen Bin di Haimen (Jiangsu), e mons. Xu Honggen di Suzhou (Jiangsu). I prelato che hanno concelebrato sono: Mons. Cai Bingrui di Xianmen (Fujian), Li Suguang vescovo di Nanchang (Jiangxi) e Zhan Silu, vescovo di Mindong (Fujian).

La presenza del vescovo illecito Zhan ha sconvolto molti sacerdoti, suore e fedeli della diocesi di Shanghai, che hanno rifiutato di partecipare all’ordinazione e di concelebrare. Tuttavia, più di 10 sacerdoti provenienti da altri luoghi della Cina hanno preso parte alla cerimonia. Dopo l’imposizione delle mani da parte di mons. Jin e degli altri due vescovi co-consacranti, mons. Ma ha abbracciato i tre prelati.

Al momento di ricevere la comunione, egli ha chiesto preghiere. L’Eucarestia è stata consegnata ai concelebranti e ai fedeli dopo la messa. Prima del termine della cerimonia, mons. Ma ha fatto il suo discorso di ringraziamento. Egli ha espresso gratitudine al Signore, al vescovo Jin e a tutti i vescovi e partecipanti. Ringraziamenti sono stati indirizzati ai sacerdoti e a tutti coloro che erano assenti all’ordinazione. Il vescovo ha anche fatto appello all’unità, citando il suo stemma, e ha invitato tutti a seguire ed osservare la tradizione della Chiesa cattolica di cui si nutre la sua fede. Infine, egli ha dichiarato di voler concentrare il suo lavoro come assistente di mons. Jin, e per ciò non era conveniente per lui mantenere i suoi incarichi all’interno dell’Associazione Patriottica. Quindi dal giorno della sua ordinazione non sarebbe stato più conveniente continuare ad essere un membro dell’AP.  

Un lungo applauso ha accolto le parole del vescovo. I cattolici da tutta la Cina hanno espresso commenti positivi sulla suo coraggio e hanno gioito nel vedere un nuovo segno di speranza per la Chiesa cinese.

Intanto, fonti locali di AsiaNews affermano che P. Zhao Hongchun, sparito poco prima dell’ordinazione illecita di Harbin, è stato condotto in un luogo a 300 km distanza dalla sede della diocesi. P. Zhang Xicheng, anch’egli scomparso durante l’ordinazione, è invece stato portato in un’altra zona a 250 km dalla città. Entrambi sono ricomparsi nel pomeriggio del 6 luglio, poco dopo il termine della celebrazione. Le fonti raccontano che diversi cattolici ufficiali hanno assistito alla messa domenicale insieme alla comunità sotterranea.

Di seguito il testo completo del discorso di rigraziamento letto da mons.Thaddeus Ma Daqin: 

Vostra eccellenza mons. Jin, fratelli e sorelle,

Grazie a tutti voi.

Padre celeste, grazie per la Tua benedizione. Tu mi ha dato questa grazia infinita, e oggi hai scelto me, uomo umile e debole.

Ringrazio Dio per la Sua grazia. Oggi, ringrazio il vescovo Jin, che con questo caldo (34 gradi), è venuto per ordinarmi. Ringrazio anche gli altri vescovi co-consacranti, mons. Xu e mons. Shen. Mons. Jin, accetto con entusiasmo la vostra imposizione delle mani e le vostre benedizioni.

Un grazie va a tutti voi vescovi e sacerdoti, così come ai seminaristi, suore e fedeli presenti in chiesa, in modo particolare a coloro che giunti qui da lontano. La vostra presenza mi ha infuso fede e forza. Durante questo periodo, avete pregato incessantemente per la nostra diocesi e per me. Un piccolo e umile uomo con poca conoscenza. I miei genitori e gli anziani della mia famiglia mi hanno introdotto fin dall’infanzia alle tradizioni della nostra Chiesa e alla fede. Dal mio ingresso in seminario, ho seguito gli insegnamenti della Chiesa osservati da inostri antenati e predecessori. Lavorerò duramente e dedicherò tutta la mia vita a seguire l’esempio di Gesù e a divenire un Pastore di Dio.

Faccio anche i miei ringraziamenti a quei sacerdoti, suore, seminaristi e laici che non sono stati presenti a questa eucarestia, a causa dei pochi posti o per altre ragioni. Dio non si manifesta nelle apparenze, ma nel proprio cuore, ed è lì che si rivela la sua giustizia. L’uomo propone, ma è Dio che fa in modo che le cose accadano. Voglio che sappiate che vi amo e vi chiedo di pregare per ciascuno. (Lungo applauso)

Il motto del mio stemma proviene da due famose citazioni. La prima è quella che il vescovo Jin ci ripeteva sempre durante il seminario. È una frase di S. Ignazio di Loyola: “Per la maggior Gloria di Dio” (ad majorem Dei Gloriam). In questo momento, in questo luogo, dobbiamo scegliere in che modo servire Dio con maggiore gloria.  

La seconda citazione che ho scelto è “Noi siamo uno”. Spero che ciascuno, nel proprio cuore, risponderà a quanto Gesù Cristo ha insegnamento agli Apostoli “Che tutti siano una sola cosa!”. Spenderò tutta la mia vita per rafforzare questa unità.

Alla luce degli insegnamenti della nostra Madre Chiesa, che ora servo come vescovo, dovrò concentrami sul lavoro pastorale e di evangelizzazione. Quindi mi risulta scomodo prendere certe responsabilità. Per questa ragione, dal giorno della mia consacrazione, non ritengo conveniente essere un membro dell’Associazione patriottica. (Scrosciante applauso di tutta l’assemblea, molti dei fedeli scoppiano il lacrime).

Che possiamo essere una cosa sola, per la maggior gloria di Dio!