Il Papa, il preservativo e gli imbecilli

di Massimo Introvigne

img

Del libro-intervista del Papa Luce del mondo si dovrà parlare, a suo tempo, come merita. Oggi invece parliamo di imbecilli. Dalle associazioni gay a qualche cosiddetto tradizionalista, tutti a dire che il Papa ha cambiato la tradizionale dottrina cattolica sugli anticoncezionali. Titoli a nove colonne sulle prime pagine. Esultanza dell’ONU. Commentatori che ci spiegano come il Papa abbia ammesso che è meglio che le prostitute si proteggano con il preservativo da gravidanze indesiderate: e però, se si comincia con le prostitute, come non estendere il principio ad altre donne povere e non in grado di allevare figli, e poi via via a tutti?

Peccato, però, che – come spesso capita – i commentatori si siano lasciati andare a commentare sulla base di lanci d’agenzia, senza leggere la pagina integrale sul tema dell’intervista di Benedetto XVI, che pure fa parte delle anticipazioni trasmesse ai giornalisti. Il Papa, in tema di lotta all’AIDS, afferma che la «fissazione assoluta sul preservativo implica una banalizzazione della sessualità», e che «la lotta contro la banalizzazione della sessualità è anche parte della lotta per garantire che la sessualità sia considerata come un valore positivo». Nel paragrafo successivo – traducendo correttamente dall’originale tedesco – Benedetto XVI continua: «Ci può essere un fondamento nel caso di alcuni individui, come quando un prostituto usi il preservativo (wenn etwa ein Prostituierter ein Kondom verwendet), e questo può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità, sulla strada del recupero della consapevolezza che non tutto è consentito e che non si può fare ciò che si vuole. Ma non è davvero il modo di affrontare il male dell’infezione da HIV. Questo può basarsi solo su di una umanizzazione della sessualità».

Non so se il volume italiano che uscirà tradurrà correttamente «un prostituto», come da originale tedesco, o riporterà – come in alcune anticipazioni giornalistiche italiane, purtroppo ahimé anche dell’Osservatore Romano – «una prostituta». «Prostituto», al maschile, è cattivo italiano ma è l’unica tradizione di «ein Prostituierter», e se si mette la parola al femminile l’intera frase del Papa non ha più senso. Infatti le prostitute donne ovviamente non «usano» il preservativo: al massimo lo usano i loro clienti. Il Papa ha in mente proprio la prostituzione maschile, dove spesso – come riporta la letteratura scientifica in materia – i clienti insistono perché i «prostituti» non usino il preservativo, e dove molti «prostituti» – clamoroso il caso di Haiti, a lungo un paradiso del turismo omosessuale – soffrono di AIDS e infettano centinaia di loro clienti, molti dei quali muoiono. Qualcuno potrebbe dire che «prostituto» si applica anche al gigolò eterosessuale che si accompagna a pagamento con donne: ma l’argomento sarebbe capzioso perché è tra i «prostituti» omosessuali che l’AIDS è notoriamente epidemico, a prescindere dal fatto che anche in tedesco per il «prostituto» maschio che va con le donne si usa correntemente il termine «gigolo».

Stabilito dunque che le gravidanze non c’entrano, perché dalla prostituzione omosessuale è un po’ difficile che nascano bambini, il Papa non dice nulla di rivoluzionario. Un «prostituto» che ha un rapporto mercenario con un omosessuale – per la verità, chiunque abbia un rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso – commette dal punto di vista cattolico un peccato mortale. Se però, consapevole di avere l’AIDS, infetta il suo cliente sapendo d’infettarlo, oltre al peccato mortale contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto, perché si tratta di omicidio, almeno tentato. Commettere un peccato mortale o due non è la stessa cosa, e anche nei peccati mortali c’è una gradazione. L’immoralità è un peccato grave, ma l’immoralità unita all’omicidio lo è di più.

Un «prostituto» omosessuale affetto da AIDS che infetta sistematicamente i suoi clienti è un peccatore insieme immorale e omicida. Se colto da scrupoli decide di fare quello che – a torto o a ragione (il problema dell’efficacia, o scarsa efficacia, del preservativo nel rapporto omosessuale non è più morale ma scientifico) – gli sembra possa ridurre il rischio di commettere un omicidio non è improvvisamente diventato una brava persona, ma ha compiuto «un primo passo» – certo insufficiente e parzialissimo – verso la resipicenza. Di Barbablù (Gilles de Rais, 1404-1440) si dice che attirasse i bambini, avesse rapporti sessuali con loro e poi li uccidesse. Se a un certo punto avesse deciso di continuare a fare brutte cose con i bambini ma poi, anziché ucciderli, li avesse lasciati andare, questo «primo passo» non sarebbe stato assolutamente sufficiente a farlo diventare una persona morale. Ma possiamo dire che sarebbe stato assolutamente irrilevante? Certamente i genitori di quei bambini avrebbero preferito riaverli indietro vivi.

Dunque se un «prostituto» assassino a un certo punto, restando «prostituto», decide di non essere più assassino, questo «può essere un primo passo». «Ma – come dice il Papa – questo non è davvero il modo di affrontare il male dell’infezione da HIV». Bisognerebbe piuttosto smettere di fare i «prostituti», e di trovare clienti. La delicatezza del confessore nel trovare «strade umanamente percorribili» per trattare i casi pratici più delicati di applicazione della dottrina cattolica – che però non muta – in tema di anticoncezionali, evocata dal Papa in altra parte del libro-intervista, non c’entra con il brano che stiamo discutendo sul «prostituto». È questo il brano che è stato sbattuto in prima pagina e ha innescato la spirale perversa di commenti frettolosi pubblicati prima di sapere di che cosa diamine si stesse parlando. Qui, però, dove stanno la novità e lo scandalo se non nella malizia di qualche commentatore? Al proposito, vince il premio per il titolo più assurdo il primo lancio della Associated Press, versione in lingua inglese (poi per fortuna corretto, ma lo trovate ancora indicizzato su Yahoo con questo titolo): «Il Papa: la prostituzione maschile è ammissibile, purché si usi il preservativo». Solo gli imbecilli scambiano il Papa con Marrazzo, anche se entrambi vivono a Roma.


Da QUI.

“Fate i buoni”, come il programma

Leggendo il libro di Robert Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli (1985) ci si imbatte in un curioso aspetto derivato dal funzionamento di un programma elettronico; il libro in particolare tratta della Teoria dei giochi, una branca della matematica che ricerca i modelli di comportamento tra due o più soggetti che interagiscono tra loro (in gioco appunto). Axelrod si chiede se, al contrario di quanto afferma il classico “Dilemma del prigioniero”, non sia invece la cooperazione tra le parti, anziché il conflitto, la via migliore per ottenere i risultati più soddisfacenti.

 

Per verificare la sua tesi, sfruttò un concorso tra programmatori: essi avrebbero dovuto creare dei programmi in grado di interagire a due a due tra loro o cooperando (non accusando) o defezionando (accusando) con l’altro giocatore. A seconda dei risultati, i giocatori avrebbero ottenuto le seguenti ricompense:

– R, mutua operazione = 3 punti.

– S, io coopero ma l’altro defeziona = o punti.

– T, io defeziono e l’altro coopera = 5 punti.

– P, mutua defezione = 1 punto.

Un ultimo parametrio da tenere in considerazione è il peso “w”: altro non è che l’importanza della prossima mossa rispetto all’attuale; è una sorta di “parametro di sconto”.

Vince la partita chi al termine della manche totalizza più punti; vince il gioco in generale chi totalizza in complesso più punti rispetto agli altri.

 

A prima vista, potrebbe sembrare che la tecnica vincente sia quella di ricondurre sempre e comunque le possibilità alla scelta T o, in alternativa, alla scelta P; la scelta S dovrebbe invece essere evitata come la peste, mentre la R appare come puro miraggio.

Ebbene, questa NON è la situazione migliore per ottenere la vittoria. Vediamo come mai.

 

Il vincitore assoluto è risultato essere il programma nominato TIT FOR TAT, che potremmo tradurre come “colpo su colpo”; ma quali sono le caratteristiche di tale programma, che gli hanno permesso di risultare come vincitore globale (sebbene da molte manche sia uscito sconfitto)?

Il suo funzionamento è elementare: dato un certo imput, il programma si avvierà con una scelta predefinita (nel nostro caso “non defezionare”), per poi copiare nella sua mossa successiva l’azione precedentemente intrapresa dall’avversario. Esso si basa su 4 assunti:

– Bontà: questa proprietà impedisce al programma di scegliere come mossa iniziale l’azione “defezionare”; in tal modo esso non apparirà ostile all’altro giocatore, che potrà essere indotto in qualche modo a “fidarsi” di lui.

– Clemenza: questa proprietà indica la capacità del programma di “perdonare”, di “dimenticarsi” certe volte del fatto che l’altro programma abbia defezionato contro di lui; ciò però non è a conteggio infinito, e ciò ci porta alla terza proprietà.

– Provocabilità: questa proprietà indica la capacità del programma di reagire in tempi rapidi alla sfida lanciata dall’altro programma; essa limita la proprietà precedente, imponendo un numero limitato di volte in cui il programma “passa sopra” alle cattiverie dell’avversario.

– Trasparenza: questa proprietà indica la capacità del programma di essere facilmente intelligibile dal proprio avversario che, non notando in tal modo aspetti oscuri o poco chiari che potrebbero nuocergli, dovrebbe essere spinto a cooperare con TFT.

 

Eseguendo varie prove e terminando molteplici sfide, TFT non ha dato prova di essere il migliore spesso e volentieri nelle singole sfide; eppure, a conti fatti, al termine della gara è risultato avere il maggior punteggio assoluto, ben più di programmi “cattivi” che avevano seguito in sostanza l’ipotesi iniziale.

Perché è avvenuto questo? Semplice: TFT, nonostante non fosse in grado di vincere contro programmi che adottavano strategia complicate volte a ricadere il più possibile nell’opzione T elencata all’inizio, grazie ai suoi parametri (soprattutto ai primi due) dava prova di essere disposto alla cooperazione se anche dall’altra parte v’era la medesima intenzione, incatenando così una serie positiva di R molto più proficua d’un continuo risolversi in P.

 

Da questi dati, Axelrod ne ricava quattro leggi comportamentali:

Non essere invidiosi nei confronti dell’altro, non dando così pretesti per un’apertura di possibili scontri.

Non essere mai i primi a defezionare, onde non “partire con il piede sbagliato”, generando così un’innata antipatia nell’altro che potrebbe portare anche qui allo scoppio di conflitti.

– Ricambiare sempre sia la defezione che la cooperazione, secondo il principio di reciprocità: porgere sempre ed incondizionatamente l’altra guancia provocherà soltanto danni a noi stessi, mentre accanirsi in modo sadico ci bollerà come esseri malvagi.

Non esagerare in astuzia, bensì cercare di essere i più trasparenti possibili, onde non dare come si è detto motivo di sospetto nei propri confronti da parte dell’altro.

 

Come si vede, “fare i buoni” paga molto di più che non comportarsi egoisticamente. Matematica docet.

 

«La solidarietà dunque è la condizione nella quale l’uomo raggiunge il massimo grado di sicurezza e di benessere; e perciò l’egoismo stesso, cioè la considerazione esclusiva del proprio interesse, spinge l’uomo e le società umane verso la solidarietà». Errico Malatesta

Christus Rex

Per festeggiare questa festa, vi propongo la sezione finale del “Messiah” di G. F. Haendel, il celebre compositore tedesco naturalizzato inglese, famoso al suo tempo soprattutto per gli Oratori, come appunto il Messiah, e per le operette liriche, nonché per fantastici brani da camera.

Il brano in sé non tratta esplicitamente della festa in questione, eppure nelle parole “Worthy is the Lamb that was slain. Amen” (Degno è l’Agnello che fu immolato. Amen) si racchiude già -a mio avviso- il motivo principale per il quale possiamo definire Cristo Re dell’universo intero: Egli non è venuto su carri dorati da guerra, con alle spalle possenti eserciti e regni conquistati; no, tutt’altro. Egli si è fatto carico della croce, e con il Suo sangue dovuto ad una vera e propria immolazione ha lavato i nostri peccati: quale Re migliore potremmo mai desiderare?

PS: se avete voglia di parole un po’ più “professionali”, leggetevi la “Storia di Cristo” di G. Papini, che riesce a spiegare in modo mirabile tale collegamento. Nel frattempo, buon ascolto!

Vieni con me, vieni a vedere da vicino… – Editoriale Samizdat

GLI “INDISCUTIBILI” SANNO DISINFORMARE
Lucia Bellaspiga  – Avvenire
Se a parlare è Roberto Saviano, le «orazioni» sono «civili» e i monologhi «potentissimi»: lo asseriscono i comunicati di Rai 3 e tutte le agenzie di stampa devotamente rimbalzano. E chi oserebbe dissentire? Nemmeno chi non ha mai letto una sola riga di Saviano se la sentirebbe più di mettere in dubbio le sue verità assolute: perché Saviano è Saviano, un po’ come Sanremo. E così, di guru in guru, se un Saviano e un Fazio uniscono le sapienze, il risultato non può che essere indiscutibile.

La tecnica è antichissima, valida ai tempi delle Catilinarie come a quelli del tivucolor: se passa l’assunto che l’oratore non solo non può mentire ma nemmeno sbagliare, ciò che dice è sempre «indiscutibilmente» vero e chiunque lo metta in dubbio sarà esposto al pubblico ludibrio. Raggiunto tale risultato, non sarà più nemmeno necessario fingere di rispettare le regole minime del dibattito e della ricerca di una verità: largo ai tribuni e ai loro monologhi, senza mai un contraddittorio. E il pubblico (del foro come del piccolo schermo) si berrà tutto come vero: «L’ha detto la tivù!».

Anche la Rai di Fabio Fazio è (o dovrebbe essere) servizio pubblico, anche la sua è pagata da tutti gli italiani (almeno quelli che versano il canone), eppure l’uso che ne fa, in compagnia dei suoi ospiti, è di un salotto privato dal quale diffondere e inculcare quelli che ritiene «valori» e «princìpi di civiltà» (è suo diritto), ma che per la gran parte degli italiani sono disvalori gravissimi (e tener conto di questo è invece suo preciso dovere).

Anche l’altra sera, com’è suo costume, la tribuna l’ha quindi concessa, senza contraddittorio alcuno, oltre che a Saviano anche a Beppino Englaro e a Mina Welby, chiamati a recitare ognuno il suo “elenco” di verità inoppugnabili. Nessuno toglie loro il diritto di avere certezze e convinzioni, più o meno fondate, ma nessuno può nemmeno imporle a noi come fossero Vangelo, eppure questo è stato fatto ancora una volta ai milioni di telespettatori seduti davanti a “Vieni via con me”. Togliere la vita a Eluana è stata cosa buona e giusta? Basta che lo dicano Fazio, e Saviano, ed Englaro che è pure suo padre (come potrebbe sbagliare?), non occorre ascoltare con onestà intellettuale le voci opposte. Nessuno spazio alla sacralità della vita e al rifiuto di una pratica spaventosa come l’eutanasia, sebbene questa agiti ancora nella nostra coscienza memorie recenti e colpe incancellabili, e nel nostro Paese sia un reato punito alla stregua di un omicidio.

Si gioca con le parole, si evita accuratamente di pronunciare il termine “eutanasia” (salvo invocarla in altre sedi e occasioni), la si sostituisce con «principio di diritto sancito dalla Cassazione in seguito alla vicenda Englaro». Non si dice, però, che dal giorno in cui la Cassazione stessa spianò la strada all’eutanasia di Eluana, e quindi di chiunque volesse seguire le orme di quel padre, nessuno lo ha fatto. Né si racconta la verità su Eluana, perché farlo lascerebbe attoniti gli italiani, ancora convinti che fosse malata, che fosse terminale, che vivesse attaccata a macchine, che soffrisse, e magari pure che la sua volontà fosse morire.

E come mai ne sono convinti? Lo raccontarono all’epoca i Saviano e i Fazio… Di una Eluana condannata a «farsi tenere in vita per decenni dalle macchine» scrisse Saviano nel febbraio 2009, alimentando l’errore (speriamo in buona fede, forse non conosceva la materia); di lei parlò come di un «viso deformato, smunto, gonfio, le orecchie callose» e addirittura «senza capelli» (di nuovo lo giustifichiamo: a differenza nostra, la descriveva senza averla vista). E Fazio? Prima e dopo la morte della giovane invitò Englaro nel suo salotto privato di Rai 3, senza confronto, senza dibattito. Eluana fu spenta il 9 febbraio 2009, il 21 febbraio Fazio in diretta abbracciava Englaro: «Grazie a nome di tutti gli italiani per ciò che ha fatto». Di tutti gli italiani. È questo il suo stile, questo il giornalismo dei Fazio e dei Saviano. «Il giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. Non deve intervenire sulla realtà per creare immagini artificiose» (Carta dei doveri del giornalista, 8 luglio 1993).

Articoli correlati:
Fazio & Saviano: il ritorno della Telecrazia – Radioformigoni
Notizie su Saviano e Caterina… – Antonio SocciLibero
Caro Saviano, vieni visitare “gli invisibili” – Nerella BuggioRadioformigoni
“Vivi – Storie di uomini e donne più forti della malattia” – Fabio Cavallari
Nel nuovo tempio un antichissimo livore – Davide Rondoni – Avvenire
E il campione di legalità elogiò la non-legge – Domenico Delle FoglieAvvenire
Fazio e Saviano? Avvenire li spegne – Palazzo Apostolico

Notizie su Saviano e Caterina…

Caro Roberto,

vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.

Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).

Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.

Mi scrivesti – ti ricordi ? –  quando io ti difesi su queste colonne per il tuo bel libro.

Ora io, debole, scrivo a te forte e potente, io padre inerme in lotta con l’orrore (e in fuga dalla tv) scrivo a te, star televisiva osannata, io cristiano controcorrente da sempre, scrivo a te che stimo: vieni a guardare negli occhi mia figlia venticinquenne che sta coraggiosamente lottando contro un Nemico forse più tremendo di quei quattro squallidi buzzurri che sono i camorristi.


Continua QUI.

Sakineh e Asia Bibi – Editoriale Samizdat

Testimoni «digitali», Sakineh e Asia Bibi
Accade sempre più spesso, in questa nostra società segnata dalla comunicazione, che le notizie ci invadano la mente, il tempo, la fantasia: ma anche che scorrano davanti ai nostri occhi senza più interpellarci, urgendoci ad una responsabile presa di posizione.
Allora sembra che valga e sia degno di attenzione solo ciò che – nel modo di comunicare – abbia la capacità di scuoterci.

Ho appena finito di vedere, in TV, le immagini sbiadite della presunta confessione di Sakineh. Come se il potere che l’ha condannata a morte abbia bisogno di giustificarsi davanti all’opinione pubblica. Quando sappiamo bene che non interessa affatto a quel potere ciò che l’occidente pensa. Bisogna ricordare a quel potere quanto ha detto Benedetto XVI al suo Presidente, pochi giorni fa: «In alcuni Paesi queste comunità affrontano situazioni difficili, discriminazione e perfino violenza, e non hanno la libertà di vivere e professare pubblicamente la loro fede».
Ho però anche di fronte a me la notizia, sfuggita ai più, soprattutto affastellata tra le tante, senza che se ne potesse dare un rilievo anche emotivo, quel rilievo che merita, della condanna a morte di Asia Bibi. Condanna, forse sospesa, motivata dalla sua fiera volontà di essere fedele a quella religione il cui fondatore, Gesù Cristo, a differenza di Maometto, ha dato la sua vita per salvarla. Tale volontà di fedeltà è stata ripagata con la condanna a morte, perché il suo paragonare Gesù con Maometto sarebbe stato inteso come una bestemmia.


Continua QUI, ove è presente anche l’appello da sottoscrivere.

Se credi vedrai – Editoriale Samizdat

Ci sono giorni in cui apprendi le notizie e sembra che nel mondo vi sia veramente poca luce. Giorni in cui pare che quello che c’è di buono nel mondo, ciò sembra funzionare, il giusto e il bello sia soffocato da una nube grigia, dalla cattiveria degli uomini.
Ci sono giorni in cui ti pare di intravederlo questo diavolo che divide e consuma, mentre ride soddisfatto del suo operato. E quando ti sembra che il peggio sia stato raggiunto ecco un’altra notizia che sgomenta.
L’autorità palestinese ha chiuso l’orfanotrofio femminile di Samar, a Betania. La “Casa di Lazzaro”.

Ragazze, bambine, salvate da destini tremendi. Se non avevate mai sentito parlare di quest’opera provate a visitare i link che trovate qui sotto, a vedere il filmato, leggere le interviste. Anni di lavoro instancabile in un ambiente ostile, di persecuzioni, difficoltà; fino a quest’ultima stretta. I cristiani danno fastidio, quando sono quello che devono essere.

Mancano le notizie precise, forse presto si saprà meglio. Quello che è certo è che innocenti soffrono, stanno soffrendo. Ci sarà dolore e sangue, ancora una volta.
Eppure noi cristiani, di fronte a notizie come queste, non possiamo non pensare a ciò che accadde in quello stesso luogo. Di un’altra morte, un’altro dolore; un pianto antico che si è mutato in gioia, quando Lazzaro è uscito dalla tomba. Noi cristiani sappiamo che anche la morte è per la vita; che è la resurrezione l’ultima parola, quella che non osiamo pronunciare.

Il bene fatto da Samar non è cancellato; la sconfitta è solo apparenza, c’è un bene più reale che non può essere negato nè battuto.
La resurrezione ci sarà. Diamo intanto l’aiuto più concreto, quella preghiera che sempre è ascoltata. Che cessino le lacrime, e vediamo la gloria di Dio.

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

Chi è Samar
Angelica e Samar
Video sulla Casa di Lazzaro
Difficoltà
Documento dell’AVSI
Articolo de Il Sussidiario
Il mio nome è Coraggio