Io ti conoscevo per sentito dire…

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Scritto da  Rachele

È facile amare Dio quando nella tua vita va tutto bene, ma appena capita qualche disgrazia Lo metti in un angolo in punizione; vai alla messa, fai parte dell’oratorio, addirittura organizzi eventi parrocchiali, ma appena qualcosa va storto, eccoti a prendertela con Gesù, e per te diventa invisibile.. il tuo mondo cristiano si sbriciola contro la realtà e Dio diventa un ricordo lontano; la tua fede è labile, è di facciata, di convenienza.. forse fra i tuoi amici c’è quella ragazza tanto carina e tu per farti notare ti ficchi tra i primi banchi in chiesa, addirittura hai deciso di entrare nel coro! Eccoti, è arrivato il momento di guardare quale relazione stai costruendo con Dio.

Oggi va tanto di moda il sentimentalismo, la fede viene basata su un livello esclusivamente emozionale: “ieri alla messa ho avuto una sensazione strana, durante l’omelia ho sentito crescere la commozione, a Lourdes ho sentito un brivido”, sei sempre alla ricerca di qualche segno clamoroso. La fede non può basarsi su questo, perché un giorno quando smetterai di provare certe emozioni, il tuo entusiasmo si affievolirà gradualmente nel tempo; se sei un tipo che appena si smorzano gli animi si tira indietro, figuriamoci cosa farai con tua moglie, o con i figli! Quindi metti alla prova la tua relazione con Gesù! Ecco, Dio si ama nel dolore oltre che nella gioia, nell’abitudine più che negli slanci d’eccitazione; il modello d’amore che devi sempre tenere a mente, è quello perfetto della Croce. Tu daresti la vita per coloro che ami? Interrogati sempre sul rapporto che hai con Dio, e se credi di aver ricevuto qualche ingiustizia, fa come Giobbe, urla, grida verso il cielo, arrabbiati con lui! Non scappare, affrontalo, parla di ciò che provi, alla base di ogni relazione ci sono sempre la chiarezza e la sincerità! la tua fede si deve poggiare su forti pilastri, ma per fare questo, devi iniziare dalle fondamenta di una relazione sincera, duratura, quotidiana; non mettere Cristo nel cassetto per pregarlo a piacimento saltuariamente, ma fa di Lui il tuo stendardo di vita e della preghiera il linguaggio d’amore che ti eleva ad una comunicazione superiore, divina.

Cristo è gioia, ma è anche sofferenza, la differenza la fa il modo con cui scegliamo di affrontarla. “Seguire Gesù senza portare la croce è impossibile; portare la croce e non seguire Gesù è inutile.” scriveva S. Annibale Maria di Francia. Quando sarai nella stretta del dolore, alza gli occhi a Cristo, appeso e inchiodato per amor tuo, permettigli di entrare nel tuo cuore per poi farlo scendere fino alla tomba: senza di essa non c’è risurrezione, è solo dalla morte che si rinasce a vita nuova. Se non riesci a trovare Dio nelle tue situazioni assurde come puoi dire di averlo conosciuto? E se Lui non riesce a dare risposte al male, al dolore… che relazione hai costruito senza un reale dialogo?
Fatti un giretto tra i reparti di un ospedale, tra i malati terminali, poi torna e dimmi se ci riesci a scorgere l’amore di Cristo; se non fosse così, torna sui tuoi passi, ricomincia la relazione, non costruire mura con stanze vuote! Dio deve darti le risposte che cerchi alle situazioni assurde della vita, se non lo fa, tienitelo tu quel Dio che ti sei fabbricato, io non lo voglio! Esso deve aderire completamente alla tua vita, in modo coerente, non devi rilegarlo alla messa domenicale o alle chiacchiere da salotto! Non puoi slacciarlo dalla tua vita, come e quando ti pare! Sappi che l’Amore ti chiede tutto, ti chiede la vita! Per essere cristiani ci vuole coraggio! I segni dei chiodi che il Cristo ha sul corpo, sono testimonianza visibile di un amore gratuito; dobbiamo benedire le nostre ferite, guardare dritti alla meta, anche se durante il cammino tra spine, graffi, e cadute ci facciamo del male! Molti quando conoscono Gesù, quando conoscono l’Amore vero hanno paura.. paura di queste ferite, di soffrire, e quindi paura di amare, per poi cercare finto sollievo e false consolazioni in situazioni pericolose per la propria anima: è un inganno, lotta con te stesso per non cadere in simili trappole, ricerca sempre la bellezza della verità, rifuggi la menzogna.Le grandi figure dell’Antico Testamento ci insegnano proprio questo, nel dolore non rifugiarti nel peccato, perché rimarrai intrappolato dagli idoli; il loro era uno scappare davanti a Dio, non uno scappare da Lui! Quindi rimanere sempre sotto il suo sguardo d’amore misericordioso.
Caro lettore, ti auguro con tutto il cuore di arrivare a pronunciare le stesse parole di Giobbe (42,5): “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”.


Da www.buonanovella.info

Amare è difficile

di Costanza Miriano

Amare è difficile. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai ci arrivi solo adesso, a questa intuizione, d’altra parte la caduta dal pero è una delle specialità nelle quali eccello. Sarò l’ultima ad averlo capito, forse, ma sono arrivata anche io.

Amare è difficile, e non solo perché odiare invece è facile. Questo è evidente, lo avevo capito subito.

È chiaro che distruggere qualcosa non richiede lo stesso impegno, la fatica e l’intelligenza che sono servite a costruirla, come ben sanno per esempio le sventurate madri che prive di lenti a contatto si trovano a urtare di notte una costruzione Lego che ha richiesto al figlio ore di lavoro diurno, le madri che improvvidamente promettono al virgulto che la mattina dopo lo ricostruiranno esattamente come era in un baleno (giusto non sapevano come impiegare quelle quattro ore…). A far bruciare un bosco basta un giorno, a farlo crescere sono necessari decenni. A distruggere una cattedrale basta una bomba, a innalzarla servono lustri. E fin qui c’eravamo.

Ma la cosa strana, lo sto capendo, è che anche quando si mettono tutte le migliori intenzioni, l’impegno, l’intelligenza, amare è difficile. È difficile intanto calibrare le energie e le forze, decidere a chi dare cosa, a quale delle richieste rispondere (quando qualcuno comincia un pochino, mica dico tanto, a funzionare, tutte le persone che gli ruotano intorno gli si vorrebbero appoggiare), come dividere il proprio tempo, quali priorità mettere. Scegliere non tra male e bene, che è di solito abbastanza facile, ma tra due beni, tra una cosa urgente e una importante, tra una fondamentale e una improrogabile, tra chi sa farsi avanti rumorosamente, e chi aspetta silenziosamente il suo turno, tra chi ha voglia solo di familiarità, richiesta alla quale si può dire di no, e chi invece vuole seriamente condividere un peso.

È difficile poi anche capire ogni volta quale sia la vera carità: stare zitti, correggere fraternamente, risolvere il problema dell’altro, invitarlo a fare da solo. A volte anche dare una bella randellata – caritatevole s’intende – può essere carità.

Non parliamo poi dei figli, con i quali l’equilibrio tra disciplina e tenerezza, correzione e dolcezza, accettazione e invito a migliorare è pressoché impossibile da azzeccare sempre (il fatto che mi chiamino colonnello, in casa, mi fa talora sospettare di non esserci riuscita: sono certa che finirò per fornire meravigliosi casi per trattati di psicanalisi).

Anche l’amore dei genitori per i figli, peraltro, che è l’amore più gratuito e scontato, e anche meno meritevole, se vogliamo, non è mai puro, privo di egoismo, di difetti o, chiamiamole modernamente, nevrosi, proiezioni e patologie varie. Ci si può riuscire qualche volta, ad amare, ma che fatica (“Se anche voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli…”). D’altra parte chi è che non può vantare un’infanzia incompresa?

È che l’uomo non è buono, e anche quando una parte di lui vuole fare il bene c’è quel pugile avversario che sta sul suo ring interiore e che gli vuole complicare le cose. Anche quando si hanno le migliori intenzioni, è una lotta. Ma se neanche Gesù vuole che lo si chiami buono, non mi preoccuperei troppo di questa nostra impotenza: l’amore vero è un dono di Dio, anzi è Dio, solo da lui viene la carità perfetta, e solo con la preghiera si ottiene. Come è rilassante questo pensiero!

Dovrei sentire qualche teologo, non so se questa riflessione mi autorizzi moralmente a spalmarmi sul divano invece che rispondere a quella lettera, adesso.


Da costanzamiriano.com

Il sacerdote, un uomo innamorato

Ogni volta che la gente viene a sapere che sono in seminario, la prima cosa che mi dicono (sempre che sappiano che cosa è un seminario, dato non trascurabile vista la generale ignoranza sul depositum fidei), ineluttabilmente, è “allora studi per diventare prete?”. Come una sveglia, una bomba ad orologeria, scatta sempre questa frase, spesso come domanda un po’ stupita, a volte come constatazione incredibile meritevole di premio Nobel da quanto l’interlocutore l’abbia ritenuta ardua da realizzare nella propria mente.

Di solito sino ad ora mi limitavo a sorridere e a rispondere di sì, dilungandomi poi a seconda dei casi e delle richieste su questo o su quell’aspetto della vita seminariale (dove si studia, quando, come, che si mangia, dove e quando si prega, che si fa nel tempo libero ecc…). Fino ad oggi, dicevo: perché giusto ieri notte, prima di recitarmi compieta, sono stato fulminato dal pensiero che, in effetti, la “scoperta” di cui sopra è un’enorme, colossale falsità, o meglio un’imprecisione.

Stupiti? Allora vi propongo un quesito: sapervi rispondere riporterebbe la situazione all’inizio annullando la mia obiezione. La domanda è questa: è possibile in qualche modo imparare ad amare? C’è un corso di studio, un tomo universitario, una guida pratica cartacea o multimediale che insegni dalla A alla Z come ci si innamora e cosa si deve fare una volta che ci si è innamorati? La risposta, cari lettori, è banale e rende ridicola l’affermazione ormai famosa. Semplicemente, no, non esiste niente del genere né mai esisterà. La cosa più simile che vi si avvicina è il Vangelo, ma anche lì è ridicolo prenderlo come banale manuale.

Ma cosa c’entra l’innamorarsi, vi chiederete magari? Invece è fondamentale, decisivo, ed è ciò che contraddistingue maggiormente un sacerdote cristiano da un sacerdote taoista o un bonzo tibetano o uno sciamano animista. Costoro infatti per “svolgere il loro mestiere” non necessitano minimamente della carità; al contrario, il prete cattolico (e volendo anche il pastore protestante, ma in misura minore e vedremo tra poco perché) ha un bisogno viscerale della carità e dell’amore.

Mi spiego meglio: sicuramente avrete tutti presente 1Cor 13, 1-13 (altrimenti andate a leggere e poi tornate qui), l’inno alla carità è sicuramente una delle pagine bibliche più toccanti e sublimi e quella che volendo riassume in un’unica parola l’attrazione che noi proviamo verso Cristo e che Cristo prova verso di noi. Di conseguenza, essendo il sacerdote colui che è preposto non solo all’amministrazione dei Sacramenti, quindi al contatto diretto con Dio, ma anche alla cura pastorale delle anime a lui affidate, necessiterà più di ogni altra cosa della vera carità. Come potrebbe, infatti, celebrare pienamente l’eucarestia con il cuore pieno di astio o disperazione? Come consolare un figlio spirituale se attanagliato dallo sconforto? O peggio, come fare tutto ciò se caduti nell’aridità spirituale, nel mancato contatto con Dio nella preghiera?

Nella “Imitazione di Cristo” (IV. 11. 3) leggiamo: “Quale grandezza, quale onore, nell’ufficio dei sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo; di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote, che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del cielo e della terra. È proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2).”

Come non sottoscrivere queste parole? La vita del sacerdote è fatta di questo: essere santi e apostoli della carità; il cosiddetto studio viene dopo, è la conseguenza di tali premesse (l’amore verso gli altri spinge -o dovrebbe spingere- ad aumentare la propria cultura sì che gli altri ne possano beneficiare), non è il centro d’essere sacerdote o aspirante tale. È fondamentale di conseguenza per chiunque intraprenda questa via di vita pregare continuamente e con intensità, affinché il Signore possa concedere con lui “un incontro personale e vivo, ad occhi aperti e cuore palpitante” (Giovanni Paolo II).

Ci aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente, affinché noi che abbiamo ricevuto l’ufficio sacerdotale, possiamo degnamente e devotamente servirti in illibata purità e limpida coscienza. E se non possiamo vivere con quella innocenza di vita che si dovrebbe, concedici almeno di piangere dolorosamente le colpe commesse, e di servirti, da qui in avanti, più fervorosamente, in spirito di umiltà e nel proposito di una buona volontà. Amen. (Imitazione di Cristo, IV. 11. 3)

Ratio et Amo

Uno degli attributi che possiamo assegnare a Dio è senza dubbio quello della razionalità nel suo massimo grado: ciò è comprensibile per due vie, una induttiva l’altra deduttiva. La seconda è la più facile da osservare e si basa sull’ordine stesso delle cose esistenti, nient’altro che la quarta via tomista dei gradi di perfezione: se noi possiamo dirci razionali, vi deve essere necessariamente un ente che lo sia in massimo grado il quale sia causa di tale razionalità, “e questo chiamiamo Dio”.

La prima è un po’ al contrario: proprio perché siamo dotati della razionalità, ci riesce più o meno facile notare un certo ordine di perfezione in tutto ciò che ci circonda (solo per dirne una, il meccanismo stesso della vita). Ora, molti di questi fattori riscontrabili o sono totalmente indipendenti dalla nostra volontà (la fotosintesi clorofilliana funzionerà sempre nel medesimo modo, checché mi gusti o meno tale processo) o decisamente al di fuori della nostra portata d’azione, per cui sarebbe assurdo ritenerci la causa di essi (chi di noi muove le maree oceaniche o innalza le catene montuose?). Di conseguenza, è necessario postulare l’esistenza di un responsabile ancora più razionale di tutti questi fenomeni, e ancora una volta risalendo lunga una sorta di concatenazione ideale arriveremo a Dio.

Di conseguenza, da tutto ciò discende facilmente anche l’assunto seguente: ci risulta molto più facile amare Dio quando lo scopriamo così razionale. Questo fatto non è meramente accademico, un’arida conclusione sillogistica, ma implica senza se e senza ma anche i nostri sentimenti, il nostro amore: come abbiamo detto sopra, noi stessi ci scopriamo esseri razionali e come tali siamo affascinati ed attratti da tutto ciò che lo è a sua volta (chi tra i lettori preferirebbe conversare con uno stupido piuttosto che con un intelligente?). Questa fascinazione, quest’attrazione però, come detto, non è un meccanismo automatico ed involontario che bypassa la nostra volontà (tant’è che noi possiamo deliberatamente scegliere di rifuggire un intelligente per accompagnarci ad un idiota): è necessario che il nostro volere ci spinga verso l’oggetto che ci attrae.

Ed è proprio quei che entra in gioco l’amore, sentimento ove la volontà gioca un ruolo decisivo: esso difatti non è un sentimentalismo irrazionale come si potrebbe essere portati a credere, in realtà il volere gioca in esso un ruolo determinante. Essa infatti riconosce che l’oggetto a cui tendiamo è meritevole di tutto noi stessi e per questo ci fa conformare tutto in funzione di lui: la persona amata sarà sempre nei nostri pensieri, la sua presenza ci renderà radiosi e ogni attimo trascorso assieme a lei varrà più di mille anni spesi in qualsiasi altra attività.

Così è qui che comprendiamo ciò che ho detto prima: ci risulta più facile amare Dio sapendolo sommamente razionale, questo perché lo sentiamo più vicino, meno “altro” da noi. Non a caso la Bibbia sintetizza tutto ciò nell’affermazione che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio: non solo noi stessi rispecchiamo il Creatore ma siamo pure uniti a lui da quest’attrazione del simile-cum-simile, dell’amato verso colui che ama. Riconosciuto Dio come razionale, il nostro amore ci indirizza verso di Lui perché vi riconosce Qualcuno che è meritevole di tutto noi stessi.

Tutto ciò non sarebbe possibile se Dio non fosse razionale, concezione tipica dei fideisti: in questo schema Dio agirebbe in maniera totalmente arbitraria, privo di qualsiasi limite o regola d’azione (avremmo realizzato il famoso quesito “può Dio far sì che non sia più ciò che è avvenuto?”); insomma, per dirla con le parole di mago Merlino, “un bel guazzabuglio moderno!”. E noi, che ruolo avremmo in tutto questo? Ci riuscirebbe amare un Dio capriccioso che intendesse ‘sì’ per un ‘no’ e viceversa e pure al contrario e all’inverso? Ma nemmeno, saremmo costretti ad arrestarci ben prima dell’amore nella sua conoscenza: già il livello della semplice comprensione risulterebbe precluso, dato che questa volontà divina non sarebbe scandagliabile dalla ragione.

Si giunge così ad affermare che Dio deve essere estremamente razionale: solo in questo modo ci risulta più facile amarlo; e viceversa, noi lo amiamo proprio perché riconosciamo in lui questa somma razionalità che ci permette di relazionarci con lui.

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Pubblicato anche su Nipoti di Maritain