Il peccato non è un mito

«Certi nuovi teologi mettono in dubbio il peccato originale, che è la sola parte del cristianesimo che può essere veramente provata». Così scriveva più di un secolo fa, con il suo gusto del paradosso, Gilbert Keith Chesterton. E così la pensa don Giuseppe Tanzella-Nitti, ordinario di teologia fondamentale alla Pontificia Università della Santa Croce., anche sulla scorta del dibattito fra Vito Mancuso e Pierangelo Sequeri che «Avvenire» ha ospitato lo scorso 27 ottobre.
Professor Tanzella-Nitti, il peccato originale è da considerarsi un accadimento misterioso avvenuto nella storia o un mito pedagogico che la Chiesa ha elaborato per spiegare l’inclinazione al male dell’uomo e non è da riferirsi a un fatto reale?
«L’esistenza di un peccato all’origine del genere umano si accorda con quanto l’uomo può verificare empiricamente, nella storia dei popoli e nella sua esistenza personale. È paradossale che un essere intelligente, capace di pensiero filosofico e di progresso tecnico-scientifico, che se volesse potrebbe impiegare le proprie risorse e la propria intelligenza per aumentare la qualità di vita dei popoli, eliminando tante sofferenze e cooperando come in una sola famiglia, applichi invece il suo genio e la sua razionalità per combattere, distruggere, umiliare e uccidere. Non si tratta di un retaggio della nostra biologia animale: ad essere onesti è molto di peggio. Non è pura bestialità, ma intelligenza che concepisce il male e lo persegue razionalmente. Qualcosa non funziona in noi. Mentre gli altri animali suonano sempre con lo stesso registro, noi siamo capaci di interpretare le note più sublimi e quelle più ignobili. Qualcosa è misteriosamente avvenuto alle origini e qualcosa continua ad avvenire in ognuno di noi: siamo depositari di una promessa maggiore di quanto siamo capaci di mettere in pratica. Il testo sacro può essersi servito anche del linguaggio del mito per trasmettere questa verità originaria, ma essa rimane tanto reale quanto l’esperienza quotidiana di ciascuno, come già osservava il poeta pagano Ovidio: video meliora proboque, deteriora sequor».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma però che «la dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant’Agostino contro il pelagianesimo». Uno potrebbe dire che la fondazione biblica di questa verità è debole e la Chiesa ci abbia ricamato sopra.

È normale che in alcune epoche possa esserci sproporzione fra lo sviluppo teologico di una dottrina e la sua controparte biblica, perché la prima dipende dal contesto storico in cui ci si muove. Ed è normale che la riflessione sul peccato e sulla redenzione sia maggiore nel cristianesimo che non nell’ebraismo, perché è Cristo ad aver vinto il peccato sulla croce. Oltre a Genesi 3, l’idea che “il peccato è entrato nel mondo” è nota ai libri sapienziali, alla Lettera ai Romani, ma soprattutto Gesù ci fa capire che “in principio non era così”. Nel parlare del peccato originale, la Scrittura parla anche, in modo paradigmatico, del peccato in genere, indicando il mistero di chi, rifiutando Dio, vuol mettersi al Suo posto. La dottrina sul peccato originale va vista entro l’intera realtà, drammatica, del peccato, non qualcosa che possiamo estrarre e misurare con le pinzette da laboratorio. Il Magistero va considerato nel suo insieme, con la dovuta ermeneutica. La presentazione autorevole oggi più fruibile circa l’esistenza di un peccato di origine è quella offertaci dalla Gaudium et spes al numero 13, che invito a rileggere con attenzione.
È giusto dire che con il peccato originale nasciamo tutti “peccatori” e che ogni bimbo nasce in uno stato di “inimicizia con Dio”?
Si tratta di capirsi sul significato dei termini. Il termine inimicizia pone l’enfasi sulla gravità del peccato, in genere, e non intende umiliare nessuno, tanto meno i bambini che sono sempre creature predilette da Dio. L’inimicizia fa riferimento alla colpa (che non c’è nel peccato originale storicamente trasmesso) piuttosto che alla pena. Se la colpa (rifiuto di Dio) può causare inimicizia, la pena (beni perduti) causa piuttosto misericordia come lo stesso linguaggio comune ci ricorda. La storia dei nostri peccati, e dunque anche del peccato originale, più che rivelare l’ira di Dio, rivela la sua misericordia».

Qual è il grado di assenso che è richiesto a un cattolico riguardo al peccato originale? Detto altrimenti, si può essere cattolici e non credere al peccato originale nei termini in cui è definito dal Magistero?

«Il peccato originale non compare nei Simboli della fede, ma viene considerato fra gli insegnamenti contenuti esplicitamente nella Rivelazione, al pari dei dogmi cristologici: così lo ha inteso la Chiesa nei secoli e così lo intende ancora il documento del 1998 della Congregazione per la dottrina della fede Inde ab ipsis primordiis. A questo tipo di insegnamenti (il primo e più importante dei tre tipi indicati da quel documento) ogni fedele deve assentire con fede teologale. Il nucleo della verità da credere è ben espresso dal citato passo della Gaudium et spes, il numero 13: il peccato ha fatto ingresso storicamente nel mondo a motivo di una libertà male esercitata da parte dell’uomo e ciò ha recato con sé delle conseguenze. L’esegesi biblica e le nostre conoscenze paleoantropologiche ci aiuteranno, se possibile, ad esplicitare meglio il contesto di quanto crediamo, ma non rimuoveranno la sua necessità per comprendere quale sia la nostra condizione storica di fronte a Dio. Dove ciò sia avvenuto, quando e come; o quali precise conseguenze abbia determinato sulla nostra natura, se facendoci perdere qualcosa che già avevamo o impedendoci di ottenere ciò a cui eravamo chiamati, il Magistero solenne della Chiesa non lo definisce e la teologia può esplorarlo solo fino ad un certo punto. Appartiene al mistero delle origini, come il mistero della stessa creazione. Un mistero che può esserci solo narrato».

 

Articolo di Andrea Galli


Da www.avvenire.it

Milosz: “Viva Maritain”

Viva Maritain – da “Avvenire” del 13/02/2011

di Czeslaw Milosz

Ho preso in mano uno dei quindici volumi di scritti di Jacques e Raïssa Maritain. Per me Maritain è un grande nome, ma quanti la pensano ancora così? Jacques Maritain aveva studiato filosofia alla Sorbona prima della Grande Guerra, e seguito i corsi di Bergson, fatto, questo, che si dimostrò decisivo. Allora era di fede protestante. La sua conversione al cattolicesimo coincise con l’interesse per la filosofia medioevale e con il proposito di riaffermare, in pieno Novecento, la centralità del tomismo. Il matrimonio con Raïssa, ebrea russa convertita al cattolicesimo, diede frutti nel lungo lavoro comune di questi due pensatori al servizio della Chiesa. Forse un giorno verranno addirittura canonizzati.

Non penso di rinnovare la mia consuetudine con gli scritti di Maritain, anche se il suo tentativo di risuscitare il tomismo sembrerebbe riuscito. Lui e Raïssa hanno scritto molto anche di poesia e venivano letti negli ambienti artistici del ventennio fra le due guerre. Ma nella rinascita del tomismo s’insinuano anche motivazioni politiche. San Tommaso d’Aquino era il filosofo preferito dei gruppi inmtegralisti cattolici, di coloro cioè che contrapponevano lo Stato corporativo (Mussolini, Salazar) agli obbrobri della democrazia liberale e del bolscevismo. In Polonia il nome di san Tommaso compariva spesso a sostegno di articoli che approvavano l’uso della forza in politica. Maritain tuttavia non si immischiava nelle controversie politiche (come un altro neotomista, lo storico del Medioevo Étienne Gilson), e i suoi trattati che adattavano l’Aquinate ai bisogni del Novecento non avallavano in alcun modo i metodi violenti in voga. Egli si pronunciò anche chiaramente contro la collaborazione con Hitler nel suo libro À travers le désastre .

Il gruppetto di cattolici polacchi riunito intorno alla rivista Verbum e all’istituto per bambini non vedenti di Laski si richiamava a Maritain in opposizione alla maggioranza del clero che tradiva inclinazioni nazionalistiche e spendeva molte energie nella propaganda antisemita. Su invito di Verbum , Maritain visitò Varsavia, non so se da solo o con Raïssa. L’influsso che egli allora esercitò su almeno un esponente della cerchia di Verbum era destinato ad avere effetti duraturi: Jerzy Turowicz avrebbe poi diretto Tygodnik Powszechny (Settimanale universale) nello spirito degli scritti di Maritain. Altri piccoli gruppi in Polonia leggevano Maritain. Si trattava di giovani letterati il più talentuoso dei quali era il critico Ludwik Fryde, morto durante la guerra.

Io personalmente devo in larga misura a Maritain (come anche a Oscar Milosz) la mia diffidenza verso la ‘poesia pura’. La cosiddetta modernità imponeva di escludere dalla poesia tutto ciò che è ‘prosa’, preservando unicamente l’essenza lirica. Il corrispettivo dell’avanguardia in campo pittorico era rappresentato dalla teoria della ‘forma pura’ di Witkacy. Maritain ricorda da qualche parte l’opinione di Boccaccio, secondo il quale – come scrive nel suo commentario a Dante ­«la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire». Più che teologia, per Maritain la poesia è ontologia, sapere che riguarda l’essere. Ad ogni modo, essa non può sostituire la religione e essere fatta oggetto di idolatrica adorazione. Forse le mie letture religiose di allora non mi sono servite granché a capire me stesso, ma riconoscere il modesto posto del poeta, a dispetto di ogni ‘sacerdozio dell’arte’ (perpetuato sotto altro nome dall’avanguardia), è da considerare un vantaggio.

Maritain ha avuto successo nel suo tentativo di rinnovare il pensiero di san Tommaso? È ancora troppo presto per poter rispondere a questa domanda. Oggi persino i seminari religiosi sono entrati nell’orbita di Nietzsche e Heidegger. Leggere i sottili distinguo di questo sapiente del Medioevo, anche se filtrati da un suo perspicace discepolo, è molto difficile. Non so quanto il mio amico Thomas Merton abbia preso dal tomismo (Maritain gli fece visita nel monastero del Getsemani in Kentucky). Merton affermava di essere affezionato a un altro filosofo medioevale, Duns Scoto.

© 1997 Czeslaw Milosz per Abecadlo Milosza (All rights reserved) © 1998 Czeslaw Milosz per Inne Abecadlo (All rights reserved) © 2010 Adelphi edizioni Milano