Rinuncio

Oramai è noto al mondo intero che il 28 Febbraio Papa Benedetto XVI abdicherà al soglio pontificio, decisione resa nota lo scorso 11 Febbraio durante il Concistoro cardinalizio; nel testo della rinuncia, quasi certamente noto a tutti, Papa Benedetto ha esposto nel modo seguente le sue motivazioni:

“Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato.”

Il testo dice-e-non-dice, tanto che si sono sin da subito sollevate voci che additavano come reale motivazione la salute del pontefice (fatto venuto meno con la dimostrazione dell’Udienza generale del 14 Febbraio, dove si è dimostrato brillante e ancora incisivo); poi è sorta l’ipotesi del ricatto per i fatti di Wikileaks; ancora secondo alcuni si sarebbe “dimesso” per evitare una condanna penale (inflitta da uno Stato che neanche esiste!); altri invece hanno interpretato ciò come una sconfitta del papato e una volontà di modernizzazione del papato (anche se non si capisce bene perché mai presentare una rinuncia sia considerato un passo in avanti…). Più altre varie ed eventuali su cui non vale la pena soffermarsi o riassumerle.

Ad avviso di chi scrive, tuttavia, una chiave di lettura interessante è fornita dal Vangelo della I Domenica di Quaresima, il passo di Lc 4, 1-13, le tentazioni di Gesù nel deserto ad opera del diavolo.

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, 2per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. 3Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. 4Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo”. 5Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra 6e gli disse: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. 7Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo”. 8Gesù gli rispose: “Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. 9Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; 10sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; 11e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. 12Gesù gli rispose: “È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. 13Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Il diavolo presenta a Gesù tre prove, la tentazione di risolvere i problemi del mondo aumentando semplicemente il benessere materiale, quella di cedere al male per risolvere a nostro favore le situazioni e sottomettere gli altri, infine quella di forzare la mano a Dio per imporre la nostra anziché la sua volontà. Temo che questo insieme di fattori sia stato visto come altamente probabile da Benedetto XVI nel caso in cui fosse rimasto al suo posto: ben sapeva, avendolo vissuto in prima persona, che cosa sarebbe successo se la Chiesa si fosse ritrovata con una guida debole e non più in grado di farsi valere autonomamente.

La carne degli uomini è debole, anche quella del Papa e dei suoi collaboratori: chi avrebbe in coscienza rinunciato del tutto a profittare della situazione di un Benedetto XVI infermo come Giovanni Paolo II? Alcuni nell’entourage vaticano avrebbero potuto tentare di forzare le riforme attuate in seno alla Chiesa, contentandosi di ristabilire uno status quo inerte e incapace di parlare al cuore della gente, un pauperismo dell’anima interessato solo alla soddisfazione dei beni terreni. Senza contare che lo stesso Benedetto, di fronte alle difficoltà e alle delusioni sempre più crescenti derivanti da ciò, avrebbe potuto tentare di chiedere a Dio “un altro po’ di tempo per aggiustare tutto”, ben sapendo però di non poter più essere in grado di farlo.

Personalmente, per quanto la sua decisione mi abbia lasciato senza fiato, credo che Benedetto abbia agito bene: mai come oggi la Chiesa necessita di una guida forte non solo fisicamente, ma anche spiritualmente, e se la serenità di cui poteva godere il Papa si è alla fine spezzata per tutta una serie di motivi allora la decisione non poteva che essere quella. Preghiamo per lui.

– Rinunciate a satana, a tutte le sue opere e a tutte le sue seduzioni?

– Rinuncio!

Amare è difficile

di Costanza Miriano

Amare è difficile. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai ci arrivi solo adesso, a questa intuizione, d’altra parte la caduta dal pero è una delle specialità nelle quali eccello. Sarò l’ultima ad averlo capito, forse, ma sono arrivata anche io.

Amare è difficile, e non solo perché odiare invece è facile. Questo è evidente, lo avevo capito subito.

È chiaro che distruggere qualcosa non richiede lo stesso impegno, la fatica e l’intelligenza che sono servite a costruirla, come ben sanno per esempio le sventurate madri che prive di lenti a contatto si trovano a urtare di notte una costruzione Lego che ha richiesto al figlio ore di lavoro diurno, le madri che improvvidamente promettono al virgulto che la mattina dopo lo ricostruiranno esattamente come era in un baleno (giusto non sapevano come impiegare quelle quattro ore…). A far bruciare un bosco basta un giorno, a farlo crescere sono necessari decenni. A distruggere una cattedrale basta una bomba, a innalzarla servono lustri. E fin qui c’eravamo.

Ma la cosa strana, lo sto capendo, è che anche quando si mettono tutte le migliori intenzioni, l’impegno, l’intelligenza, amare è difficile. È difficile intanto calibrare le energie e le forze, decidere a chi dare cosa, a quale delle richieste rispondere (quando qualcuno comincia un pochino, mica dico tanto, a funzionare, tutte le persone che gli ruotano intorno gli si vorrebbero appoggiare), come dividere il proprio tempo, quali priorità mettere. Scegliere non tra male e bene, che è di solito abbastanza facile, ma tra due beni, tra una cosa urgente e una importante, tra una fondamentale e una improrogabile, tra chi sa farsi avanti rumorosamente, e chi aspetta silenziosamente il suo turno, tra chi ha voglia solo di familiarità, richiesta alla quale si può dire di no, e chi invece vuole seriamente condividere un peso.

È difficile poi anche capire ogni volta quale sia la vera carità: stare zitti, correggere fraternamente, risolvere il problema dell’altro, invitarlo a fare da solo. A volte anche dare una bella randellata – caritatevole s’intende – può essere carità.

Non parliamo poi dei figli, con i quali l’equilibrio tra disciplina e tenerezza, correzione e dolcezza, accettazione e invito a migliorare è pressoché impossibile da azzeccare sempre (il fatto che mi chiamino colonnello, in casa, mi fa talora sospettare di non esserci riuscita: sono certa che finirò per fornire meravigliosi casi per trattati di psicanalisi).

Anche l’amore dei genitori per i figli, peraltro, che è l’amore più gratuito e scontato, e anche meno meritevole, se vogliamo, non è mai puro, privo di egoismo, di difetti o, chiamiamole modernamente, nevrosi, proiezioni e patologie varie. Ci si può riuscire qualche volta, ad amare, ma che fatica (“Se anche voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli…”). D’altra parte chi è che non può vantare un’infanzia incompresa?

È che l’uomo non è buono, e anche quando una parte di lui vuole fare il bene c’è quel pugile avversario che sta sul suo ring interiore e che gli vuole complicare le cose. Anche quando si hanno le migliori intenzioni, è una lotta. Ma se neanche Gesù vuole che lo si chiami buono, non mi preoccuperei troppo di questa nostra impotenza: l’amore vero è un dono di Dio, anzi è Dio, solo da lui viene la carità perfetta, e solo con la preghiera si ottiene. Come è rilassante questo pensiero!

Dovrei sentire qualche teologo, non so se questa riflessione mi autorizzi moralmente a spalmarmi sul divano invece che rispondere a quella lettera, adesso.


Da costanzamiriano.com

L’esperimento

By ClaudioLXXXI

il  mondo perdonerà solo dei peccati che non ritiene siano davvero peccaminosi
Padre Brown
(cioè Gilbert Keith Chesterton)

 

Ok, proviamoci.

Cari relativisti.

Sì, dico a voi. Voi che leggete, che ogni tanto commentate, oppure che finora avete sempre lurkato. Voi che non credete a una morale oggettiva; che ritenete il bene e il male una questione di punti di vista, da decidere volta per volta; che considerate il dubbio uno stato finale di cui ritenersi all’incirca soddisfatti, piuttosto che un processo transitorio che serve a conseguire una maggiore certezza della verità; insomma quella roba là. Mi rivolgo proprio a voi.

Facciamo un esperimento.

PAVIA. Ha filmato la collega a sua insaputa, mentre faceva sesso con lei. E poi ha messo il video hard su internet. Una serata di scambio amoroso, di effusioni e di piacere che doveva restare confinata nell’intimità di una camera da letto e limitata alla complicità di due amanti e che invece è finita sui siti pornografici di mezzo mondo. […]
La telecamera, piazzata a pochi passi dal letto e di cui lei non sa niente, filma tutto: 19 minuti e 41 secondi di sesso. Gesti, carezze, parole. Frasi in cui vengono citati anche alcuni amici comuni e che vengono tradotte in inglese per le didascalie che accompagnano le scene. I due amanti hanno il viso in parte schermato, ma sono proprio le frasi a renderli riconoscibili. Sono gli amici della ragazza a trovare, per caso, il video navigando in rete. E sono loro ad avvisarla, dopo mesi ormai che il filmato è a disposizione di chiunque voglia vederlo. Basta un click.
La giovane è sgomenta. Preoccupata per la sua reputazione. Non accetta che la sua immagine, la sua personalità più intima, possa essere spiata e condivisa da altri, su siti pornografici. Chiede spiegazioni al suo collega e amante. Lui si scusa, spiega di averlo fatto senza la volontà di ferirla e promette di togliere il video da internet, ma ormai la frittata è fatta. Il filmato non può più essere cancellato.

(Fonte: La Provincia Pavese 13/07/2012, Maria Fiore)

Di episodi simili ne accadono tanti nel mondo, ma questo colpisce per due motivi.
Uno è il fatto che questi tizi si mettono a parlare dei loro amici. Mentre fanno sesso! L’abietto umanoide si era preso la briga di schermare parte del viso, ma non ha pensato a tagliare l’audio (forse non voleva rinunciare ai mugolii d’amore?). E ne parlano anche con un certo grado di dettaglio, si presume, visto che poi questi amici comuni si sono riconosciuti nell’oggetto della discussione! Immagino con quale sorpresa. La faccia della sventurata quando le hanno detto una cosa tipo “sai, l’altro giorno, mentre stavamo… ehm… abbiamo trovato un video dove c’era il tuo corpo nudo che faceva cose, ci siamo accorti che stavi parlando proprio di noi e quella eri proprio tu”, invece, non me la immagino proprio. Infatti sono venuto a conoscenza dell’episodio a seguito della segnalazione di un’abitante di Pavia, che commentava stupita l’ennesima bizzarria dei suoi concittadini (ché pare che in quel posto, di cose strane, ne succedano un bel po’).
L’altra cosa che mi ha colpito è l’idiozia o la faccia di tolla (a seconda se gli attribuiamo o no un grado infinitesimo di buona fede) dell’essere putrescente di materia escrementizia il quale, richiesto di spiegazioni da parte di colei che aveva reso pornostar a sua insaputa, se ne è uscito dicendo “non volevo ferirti”. Ah, ecco. Pensa se avesse voluto ferirla, invece, cosa avrebbe potuto fare. E certo che non voleva…

Ma, un momento. E se avesse ragione lui?
Dai, sul serio. Se avesse davvero ragione.
Davvero.

Cari relativisti.
Se bazzicate questo blog, sapete che io sono nemico del relativismo [che non vuol dire nemico dei relativisti (almeno, non necessariamente)] e gli muovo critiche molto pesanti. Una di queste critiche è il fatto che, stringi stringi, il relativismo è una bolla di sapone. Una maschera, da indossare per sentirsi a posto con lo Zeitgeist postmoderno; un’autosuggestione, indotta da troppa teoria e poca pratica. Incoerente. Inapplicabile. Il relativista non crede all’esistenza della Verità, io invece non credo all’esistenza del relativista.
Scusandomi in anticipo per la volgarità, desidero citare quella locuzione d’incerta origine, molto rozza ma molto efficace, che si dà sotto la forma di “son tutti froci col culo degli altri” (accertate numerose varianti dialettali). Il modo di dire ha varie applicazioni, io vorrei proporne qui una di tipo epistemologico-assiologico: è facile fare grandi elegie del dubbio, quando le uniche certezze di cui dubitare sono quelle altrui; è facile negare l’oggettività del bene e del male, purché non venga qualcuno a mettere in discussione proprio quella cosa che, dai, è ovvio che è bene / che è male, no?
Insomma, quando leggo / ascolto relativisti di chiarissima fama che difendono concetti tipo “l’atteggiamento che suppone nel pre-giudizio dell’altro un gradiente di verità superiore al nostro” oppure “il diritto di ogni opinione ad avere pubblici difensori”, ho sempre l’impressione che stiano facendo i froci col culo degli altri. Che stiano parlando di pregiudizi e opinioni su cui in cuor loro non  hanno proprio nessun dubbio che sono bene. Che poi di solito gli argomenti sono sempre quelli, la morale sessuale, l’aborto, l’eutanasia, eccetera eccetera. Dove sono i relativisti pubblici difensori della galera per chi ammazza i consenzienti? Chi è che quel relativista che attribuisce alla necessaria eterosessualità del matrimonio un gradiente di verità superiore? Boh. Cerco e ricerco, ma non ne trovo. Che strano.
Ma questi sarebbero ancora discorsi astratti, che un bravo giocoliere verbale potrebbe piegare per dritto e per rovescio, senza perdere un colpo dialettico.
Parliamo di fatti concreti.

La giovane della notizia è vera. Esiste sul serio (spero che la Provincia Pavese non se la sia inventata per riempire la pagina). Corpo, sentimenti, rabbia, tutto reale. È successo effettivamente.
Cari relativisti, ditemi che dubitate che abbia ragione lei. Che non sta scritto da nessuna parte, oggettivamente, che il tizio abbia compiuto un’azione cattiva; si potrebbe anche decidere che aveva tutto il diritto di mettere su internet il video, tiè, che ganzo che sono, mondo guarda che performance. Non voleva ferirla; pensava che non ci fosse nulla di sbagliato. Embè? Perché lui si è dovuto adeguare al gradiente di verità di lei e non viceversa? La sua opinione che il porno segretamente sparato sul world wide web fosse ok, non dovrebbe avere un pubblico difensore? Se si può discutere di tutto, vogliamo discutere di questo?

Cari relativisti, ditemi che il bene e il male di per sè non esistono; che dubitate che esistano.
Ditemelo.

L’esperimento è partito.


Fonte originale: http://deliberoarbitrio.wordpress.com/2012/07/16/lesperimento/

Commentare laggiù per semplicità.

Storico discorso del Papa al Bundestag

2011-09-22 Radio Vaticana (da QUI)

Storico discorso del Papa al Bundestag, il Parlamento federale tedesco. Benedetto XVI, accolto da un lunghissimo applauso, ha svolto le sue considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto. Oggi “l’uomo – ha detto – è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente?”. Su questi interrogativi il Papa ha sviluppato il suo discorso. Benedetto XVI ha rilevato che il principio maggioritario non è sufficiente. Così, nel secolo scorso, una minoranza, “i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile” che il diritto proclamato da quei regimi “era ingiustizia”. Ma oggi – afferma il Papa – capire “cosa sia veramente giusto e possa diventare legge” è sempre più difficile.

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità – ha osservato – è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: ‘Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s”) Ma “nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine”.Oggi “una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale” e “si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture … riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità”. Qui il Papa, “nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali” ha affermato “che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta … è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare … Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va … È chiaro – ha sottolineato – che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo” ma “dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente”. Il Papa affronta “con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere”. L’uomo rispetta la natura “ quando accetta se stesso per quello che è”. “Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. Quindi il Papa ha concluso: “La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico”.

Di seguito il testo integrale del discorso del Papa:


Illustre Signor Presidente Federale!

Signor Presidente del Bundestag! Signora Cancelliere Federale!

Signor Presidente del Bundesrat! Signore e Signori Deputati!

È per me un onore e una gioia parlare davanti a questa Camera alta – davanti al Parlamento della mia Patria tedesca, che si riunisce qui come rappresentanza del popolo, eletta democraticamente, per lavorare per il bene della Repubblica Federale della Germania. Vorrei ringraziare il Signor Presidente del Bundestag per il suo invito a tenere questo discorso, così come per le gentili parole di benvenuto e di apprezzamento con cui mi ha accolto. In questa ora mi rivolgo a Voi, stimati Signori e Signore – certamente anche come connazionale che si sa legato per tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione le vicende della Patria tedesca. Ma l’invito a tenere questo discorso è rivolto a me in quanto Papa, in quanto Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica. Con ciò Voi riconoscete il ruolo che spetta alla Santa Sede quale partner all’interno della Comunità dei Popoli e degli Stati. In base a questa mia responsabilità internazionale vorrei proporVi alcune considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto.Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.

In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: “Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…” In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.

Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.

Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, mentre tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura vengono ridotti allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.

Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Quindi ha aggiunto a braccio: “Mi consola di pensare che a 84 anni si possa ancora dire qualcosa di ragionevole” – risate e applausi dei parlamentari). Aveva detto che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza, la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte, presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. “Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana”, egli nota a proposito. Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.

Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.

Contro questa guerra (dis)umanitaria

“La violenza non instaura il regno dell’umanesimo. E’ al contrario uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica. Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.

E’ un pesantissimo giudizio di Benedetto XVI ed essendo contenuto nel libro appena uscito, “Gesù di Nazaret”, diventa inevitabile associarlo alla cosiddetta “guerra umanitaria” appena scatenata – a suon di bombe – contro la Libia di Gheddafi.

Anche perché è sempre più chiaro che questo Papa parla direttamente tramite il suo insegnamento e non attraverso la diplomazia vaticana (che peraltro è sempre più assente e lo è stata anche in questa circostanza).

Il giudizio del libro del Pontefice va accostato infatti alle specifiche parole sulla Libia pronunciate da Benedetto XVI nell’Angelus del 20 marzo: “chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nord africana”.

Poi ha aggiunto: “rivolgo un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari. Alla popolazione desidero assicurare la mia commossa vicinanza”.

Questo appello va letto con le dichiarazioni del vescovo di Tripoli contro i bombardamenti sulla città scatenati dai “volenterosi” senza prima tentare nessuna mediazione. Monsignor Martinelli con saggezza ha auspicato, attraverso le organizzazioni internazionali, trattative politiche che sostituiscano l’uso delle armi.

Naturalmente non bisogna confondere la posizione della Chiesa, espressa da papa Ratzinger e da monsignor Martinelli, con l’ideologia del pacifismo assoluto.

Infatti si sa che il pensiero cattolico ha elaborato da tempo la dottrina della “guerra giusta”, che legittima – in certi particolarissimi casi – l’uso della forza. Per autodifesa o per la difesa di inermi.  

Ma Benedetto XVI, coerentemente con tutto il magistero dei papi del Novecento, tende a restringere sempre più la casistica della “guerra giusta”.

Anche perché la storia recente dimostra quanto scivolosa e ambigua sia la categoria di “guerra umanitaria”, che spesso copre interessi inconfessati e inconfessabili.

Come accade peraltro nel caso della “guerra libica”, dove sono in tanti ad aver mestato nel torbido, magari fomentando le rivolte per poi poter intervenire militarmente e mettere le mani sul petrolio libico.

Inoltre, anche se ci sono casi in cui la dottrina cattolica ammette l’uso della forza, per la Chiesa tale uso della forza deve essere assolutamente proporzionato alle necessità e deve rigorosamente puntare a ottenere il massimo risultato col minimo danno.

Ovvero: non è legittimo – con la scusa della guerra in difesa di inermi – scatenare distruzioni e massacri peggiori di quelli che si pretendeva di evitare.

Questo è anche il motivo per cui non è lecito scatenare guerre a destra e a manca contro tutti i regimi che calpestano i diritti umani: il rimedio finirebbe per essere peggiore del male. L’esperienza storica dimostra che è attraverso la politica, gli accordi, i trattati, la cooperazione, il dialogo che si può ottenere anche un’evoluzione dei regimi dittatoriali.

E la storia del Novecento dimostra che è possibile uscire dalle tirannie (di destra come di sinistra) senza stragi, guerre e spargimento di sangue. Questa, per la Chiesa, è la strada da percorrere.

Colpisce che papa Ratzinger ancora una volta evochi la figura dell’anticristo, come ha già fatto molte volte nel suo pontificato (pure nelle encicliche), associandola all’inganno ideologico dei “nobili ideali”.

L’idea che l’anticristo si ammanti di apparenze idealistiche o umanitarie per scatenare, in realtà, il male è un pensiero ricorrente di papa Ratzinger ed è anche un’antica premonizione della tradizione cristiana.

Anzi, uno dei pericoli che papa Ratzinger denuncia con più vigore è la copertura “religiosa” che da più parti si è tentati di dare alla violenza.

Infatti il brano del libro del Papa, letto per esteso, va molto al di là del caso attuale della guerra libica e – in un certo senso – è ancora più esplosivo.

Il primo bersaglio sono le cosiddette “teologie della rivoluzione” (che ben prima e ben più della “teologia della liberazione” considerarono Gesù come un “rivoluzionario politico”).

Secondo Benedetto XVI queste teorie assimilano Gesù agli zeloti del suo tempo, ovvero a quel partito fondamentalista che strumentalizzava l’attesa messianica di Israele per fomentare un’avventuristica rivolta armata all’occupazione romana: alla fine ci riuscirono (con dei messia fasulli) e i romani massacrarono il popolo ebraico, lo dispersero e distrussero Gerusalemme e il Tempio.

Dunque certe teologie politiche rivoluzionarie degli anni Sessanta pretendevano di far passare Gesù per uno zelota, un rivoluzionario, che per questa sua rivolta politico-sociale sarebbe stato ucciso.

Oggi – scrive il Papa – “si è calmata l’onda delle teologie della rivoluzione che, in base ad un Gesù interpretato come zelota, avevano cercato di legittimare la violenza come mezzo per instaurare un mondo migliore – il ‘Regno’.

I risultati terribili di una violenza motivata religiosamente stanno in modo troppo drastico davanti agli occhi di tutti noi. La violenza non instaura il regno di Dio, il regno dell’umanesimo.

E’, al contrario, uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica. Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.

Il Papa afferma dunque che Gesù era all’opposto di tutto questo: “il sovvertimento violento, l’uccisione di altri nel nome di Dio non corrispondeva al suo modo di essere”. Egli sarà infatti “il re della pace”.

Ratzinger mostra che è proprio la vittima, il Crocifisso (con i crocifissi) a cambiare la condizione umana e il mondo con l’amore. E non i crocifissori con la forza e con la violenza.

Questo passo del libro del Papa torna dunque sul tema dell’ “esplosivo” discorso di Ratisbona, sul possibile legame fra religione e violenza, ma sottolineando che vale per tutti perché tutti – non solo i musulmani – possono essere tentati di giustificare la violenza con motivazioni religiose. Perfino i cristiani lo hanno fatto.

Fra gli spunti nuovi c’è l’evocazione, in questo contesto, pure della cultura umanistica e umanitaria.

Perché anche in nome dell’umanesimo, in nome di nobili ideali o della causa umanitaria si può giustificare la violenza. Ma è egualmente arbitrario e, afferma il Papa, “non serve all’umanesimo. Bensì alla disumanità”.

Una riflessione per tutti i tempi. Ma che, nel caso specifico, a mio avviso, boccia la “guerra libica” così come è esplosa e si è svolta finora.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 marzo 2011