Manuale di autodifesa per "papisti" ignoranti e sessualmente repressi

di Marco Mancini

“La Chiesa è intransigente sui princìpi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui princìpi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano” (R. Garrigou-Lagrange)

Siete papisti? Avete l’imperdonabile colpa di non discostarvi nel vostro pensiero da quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica? Bene, allora sarete sicuramente fragili e insicuri, fissati sulle nozioni che vi hanno inculcato da bambini, ignoranti e incapaci di approfondimento intellettuale. Non a caso, siete tutti di destra e pronti a subire il richiamo di populismi e totalitarismi. Insomma, siete fascisti. Ma non basta: essendo clericali e bigotti, siete pure ipocriti, insoddisfatti e sessualmente repressi. A dirla tutta, non è neanche tanto sicuro che voi siate veramente cristiani.

Quante volte vi sarà capitato di ascoltare certe scempiaggini? Finché a vomitarle sono gli Odifreddi di turno, uno fa una scrollatina di spalle e passa oltre. Come ha scritto Gómez Dávila, “ciò che si pensa contro la Chiesa è privo di interesse, se non lo si pensa da dentro la Chiesa”. Quando, però, ad affermare le enormità di cui sopra sono certi catto-progressisti, come capita ultimamente, bisogna fermarsi un attimo a riflettere. Leggendo le parole di questi “cattolici democratici”, prendendo atto dell’astio con cui vengono vergate, si può anzitutto avere un saggio di ciò che essi intendano con quella “carità evangelica” di cui si riempiono continuamente la bocca. Non che non conoscessimo, d’altra parte, il trattamento di cui sono vittime sacerdoti e fedeli “tradizionalisti”, cioè semplicemente di sana dottrina, nelle diocesi guidate dai loro caporioni. Ma non abbandoniamoci al vittimismo e procediamo oltre.

Noi “papisti”, dunque, saremmo chiusi, intolleranti, vincolati a un legalismo fanatico e ipocrita: infatti – è la classica accusa – non siamo stati realmente toccati dalla grazia di Cristo, né illuminati dallo Spirito (viene da pensare che a certa gente troppa “illuminazione” abbia forse fulminato il cervello…). La testolina di questi censori non viene neanche sfiorata dal pensiero che nella storia i “papisti” siano stati accusati, ad esempio da un certo puritanesimo di stampo calvinista, anche dell’esatto contrario, cioè di essere eccessivamente tolleranti, corrivi, condiscendenti. Insomma, decidetevi: siamo troppo rigidi o troppo indulgenti?

Il punto è che chi muove queste critiche è lontano anni luce dalla Weltanschauung cattolica, non riesce a cogliere il senso di quella sintesi grandiosa che supera il dualismo degli opposti e che costituisce, come scrisse Chesterton, “il luogo in cui tutte le verità si danno appuntamento”. Ho sentito di recente una frase che mi ha molto colpito: chi non ha compreso veramente il dogma (Concilio di Calcedonia, anno 451) dell’unione ipostatica delle due nature di Cristo, vero Dio e vero uomo, ha compreso poco o nulla del Cristianesimo. Ecco, ho l’impressione che molti di questi cattolici “adulti” abbiano un problema con i fondamentali della Fede, con la cristologia, e per questo fatichino poi a farsi un’idea del resto, vagando nella confusione. Torna attualissima, a riguardo, una delle opere più argute di quel grande cattolico che fu Robert H. Benson, vale a dire i “Paradossi del Cattolicesimo”. Lo so, saggi come questi non escono in omaggio con Famiglia Cristiana (meglio Gandhi, o il Dalai Lama), quindi si può capire che i nostri “cattolici adulti” non li abbiano letti. Scrive dunque Benson che “il Paradosso dell’Incarnazione da solo compendia tutti i fenomeni contenuti nel Vangelo; […] questo supremo Paradosso è la chiave di tutto il resto”.

Sul filo di questo paradosso ci muoviamo noi “papisti”. Noi non ci avventiamo contro il peccatore, non scagliamo la prima pietra, semplicemente perché siamo coscienti di non essere a nostra volta senza peccato. Non ci perdiamo in una precettistica di stampo farisaico, come accade in certe agghiaccianti pagine talmudiche o in certe prescrizioni coraniche, perché sappiamo che “il sabato è stato fatto per l’uomo” (Mc 2, 27) e non viceversa e che “la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (2Cor 3,6). Ma sappiamo anche, al tempo stesso, che Cristo ha detto di essere venuto non a cancellare la legge, ma a darle pieno compimento (Mt 5, 17-19). La sua Grazia ci ha liberato dalla schiavitù della legge e del peccato, ma questo non significa che non esistano più né legge né peccato.

Questo è il più grande dramma del mondo moderno, come aveva già compreso Papa Pio XII: aver perso il senso del peccato. E pare che sia il dramma anche di questi catto-progressisti, quando scambiano la “libertà dei figli di Dio” di cui parla San Paolo con l’anomia. Quando invitano a “ridiscutere” le norme della Chiesa, ad esempio quelle sulla morale sessuale (gira gira, sempre lì si va a parare…) perché “non più sostenibili”. Quando invitano, in perfetto stile maoista, a sparare sul quartier generale, invece di difenderlo. Quando alimentano lo scisma silenzioso che ormai sta attraversando la Chiesa, invece di combattere per essa.

Ci accusano spesso di non essere addentro alla “realtà ecclesiale”, ma di invadere il dibattito pubblico e il web con la nostra intollerante presenza: verissimo, molti di noi sono “cani sciolti” e ne sono fieri. C’è da disperarsi al pensiero dello stato in cui è ridotto l’associazionismo cattolico, divenuto ormai una fucina di apostati, a volte silenziosi, troppo spesso rumorosissimi. Burocrati che continuano a parlarsi addosso nel chiuso delle sagrestie, invece di essere sale della terra e luce del mondo. Che si sentono in diritto di mettere in discussione punti essenziali del Magistero, perché tanto nulla è “definitivo”, a parte – ovviamente – il Concilio Vaticano II: lì, invece, subentra una qualche forma di feticismo.

Non siamo noi “papisti”, ma la Congregazione per la dottrina della Fede a dire che, per esempio, la dottrina cattolica sulla morale sessuale rientra in quel nucleo di verità al quale il fedele cattolico è tenuto a prestare “il suo assenso fermo e definitivo […]. Chi le negasse, assumerebbe una posizione di rifiuto di verità della dottrina cattolica e pertanto non sarebbe più in piena comunione con la Chiesa cattolica”. E noi, da “papisti”, il nostro assenso lo prestiamo consapevolmente, perché sappiamo che non si tratta di moralismo fine a se stesso, ma di qualcosa che ha a che fare con il vero senso dell’essere uomo. Anche se conosciamo perfettamente la nostra debolezza, anche se sappiamo che è difficile resistere alla tentazione e che spesso siamo noi stessi a cadere: ma “laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20). In questo, come in tanti altri campi, nessuno di noi è un santo (o magari qualcuno sì…), ma non facciamo della nostra colpa un vanto. Quanto ai nostri amici progressisti, sono liberissimi di costruirsi una morale a proprio uso e consumo: comincino però a chiedersi se possano ancora dirsi pienamente cattolici.


Da www.campariedemaistre.com

Un terrorista anticristiano

26 luglio 2011 / In News

E’ insopportabile che, per superficialità o frettolosità, si sia fatto passare il folle assassino norvegese per un “cristiano”. Cristiane semmai sono le sue vittime (“non potevo nuotare, i vestiti mi trascinavano… ho pregato, pregato, pregato” ha riferito Roset, uno studente liceale).

In odio all’Islam peraltro ha ucciso dei cristiani.

Non si può e non si deve uccidere nessuno, chiunque esso sia. Questa è la base del cristianesimo. Non ci voleva tanto a capire che l’universo spirituale e morale di Anders Breivik è all’opposto del cristianesimo.

Perché mai dunque definirlo “cristiano”? Perché lui si definiva “cristiano culturale”? Beivik si diceva anche “massone”, essendo affiliato – a quanto pare – a una loggia di Oslo (del resto ricava dalla letteratura esoterica i suoi deliranti riferimenti a templari e cose simili).

Ma i mass media non l’hanno presentato come un massone e han fatto bene, perché sarebbe del tutto demenziale stabilire qualsiasi rapporto fra la foto vestito da massone e le sue gesta assassine. Non c’entra niente la massoneria, come non c’entra la Chiesa. Ne siamo tutti vittime.  

Nel suo delirante testo infatti ha inveito minacciosamente contro Benedetto XVI che – secondo costui – “dev’essere considerato un papa codardo, incompetente, corrotto e illegittimo”.

Ci sono anche delle stranezze che incuriosiscono, riferite da Massimo Introvigne, un vero esperto, secondo cui il folle librone di Anders Breivik sarebbe stato “postato su Internet il 23 luglio” da persone che appartengono a gruppi che hanno Satana fra le loro simpatie.

Non che c’entrino nulla costoro con i fatti norvegesi. Ma per dire che è tutto molto confuso, come le idee nella testa del folle. Basti dire che pur evocando i deliri nazistoidi, nei suoi scritti si presenta – dice Introvigne – come “sostenitore d’Israele”.

Sedicente sostenitore, aggiungo io (ma con quali intenzioni doppie?). Così come sbandiera i templari medievali e il cristianesimo e poi attacca il Papa.

Ce n’è abbastanza per capire che il terrorista ha assemblato confusamente riferimenti culturali e politici contraddittori senza alcun senso e alcuna serietà, per dare un rivestimento alle sue paranoie a alla sua follia omicida.

Nella realtà esiste il mistero del Male che si agita nei meandri della psiche e questo caso – ha scritto Claudio Magris – ricorda piuttosto criminali alla Landru e come Jack lo squartatore “piuttosto che gli assassini dell’Italicus o di Piazza Fontana”. Magris conclude: “sarebbe infame usarlo per infangare l’uno o l’altro movimento politico”.  

Per tutto questo mi è apparso assai triste e ingiusto l’uso della parola “cristiano” fatto con superficialità dai media. Aggiungo un caso particolare.

Mi spiace che domenica scorsa, in un quadro ancora così confuso, Michele Serra, nella sua rubrica sulla Repubblica, sia corso a ricamare frettolosamente sull’arbitraria qualifica di “cristiano” del criminale per dare addosso ai “fanatici di tutte le religioni”.

In sostanza, per Serra, “il biondo nazi-cristiano di Oslo è uguale all’attentatore islamista che è uguale all’ultrà sionista assassino di Rabin”. Ognuno di costoro è malato della “paranoia di chi si sente chiamato da Dio a purificare il mondo, e vede nella morte degli altri lo strumento di questa purificazione”.

Serra è un giornalista intelligente perciò è capace di accorgersi da solo della superficialità di questo fare un fascio di fenomeni così abissalmente diversi.

E spero che voglia anche rendersi lealmente conto di quanto sia infondato e inaccettabile accreditare l’assassino norvegese come “cristiano”.

Concordo ovviamente con la sua condanna di ogni “fanatismo religioso”, ma il caso di Oslo è di tutt’altra natura. Casomai è un fanatismo ideologico. All’antitesi dello spirito religioso.

Guardiamoci dalle frettolose semplificazioni. Nel ricorso agli stereotipi e al rassicurante anatema del Nemico, identificato banalmente nel “fanatismo religioso”, si rischia di trasformare la religione tout court nel capro espiatorio.

In realtà – come si è visto – l’assassino non sta per nulla dentro i granitici schemi ideologici che Serra si è costruito o ha ereditato dal suo passato. Certamente non in quello dell’ “uomo religioso”.

Del resto le mitologie naziste sono l’esatta antitesi del cattolicesimo. Se Serra si fosse letto “Il mito del XX secolo” di Rosenberg – manifesto ideologico del nazismo – lo saprebbe.

Coinvolgere la parola “cristiano” nel massacro del norvegese sarebbe come guardare con sospetto gli incolpevoli Stuart Mill o Kafka per il fatto che sono stati citati o letti o apprezzati dal criminale. O dare un qualche senso al fatto che prediligesse l’agricoltura e la campagna o i videogiochi.

Mi pare evidente che la follia umana non stia dentro gli schemi delle ideologie. E la frettolosità con cui Serra, sabato scorso, ha comodamente sistemato i fatti norvegesi nei suoi scaffali ideologici preconfezionati mostra che una certa intelligentsia non è interessata a capire la complessità del mondo.

Né il mistero del Male. Né il mistero della natura umana. E non si rende conto di quanto la scristianizzazione apra proprio il vaso di pandora dei demoni.

Dovremmo tutti esigere da noi stessi apertura mentale, serietà, desiderio di capire. E dovremmo liberarci dei pregiudizi (a cominciare dal pregiudizio anticattolico) per denunciare i pregiudizi altrui.

C’è poi un “dettaglio” che vorrei segnalare a Serra.

L’orrore nel Novecento, il più terrificante della storia, è stato prodotto non dal cristianesimo (che anzi ha subito un bagno di sangue mostruoso, con milioni di martiri). Né da altre religioni. Ma è stato prodotto dalle ideologie atee e totalitarie.

Dunque prima di puntare il dito sulle “religioni” e in particolare sul cristianesimo (e specialmente sul cattolicesimo) si dovrebbe sempre ricordare cosa è accaduto.

E ci si dovrebbe sempre chiedere se si hanno i titoli per dare lezioni ai cristiani, se il passato politico o ideologico da cui si viene lo consente.

Per esempio, credo che sarebbe decente per chi è stato comunista evitarlo. Visto quello che il comunismo ha fatto ai cristiani…

Del resto tuttora ci sono regimi comunisti persecutori e carnefici dei cristiani (e di altri gruppi religiosi), vittime della bestiale violenza dell’ideologia. E’ un olocausto silenzioso che viene tranquillamente ignorato da media e intellettuali del pensiero unico.

Un ultimo dettaglio. La pulsione alla “purificazione” del mondo – così ben descritta da Serra – è la cifra esatta delle ideologie del novecento, a cominciare da quella marxista, che sono di ascendenza gnostica (consiglierei di leggere Erich Voegelin, Il mito del mondo nuovo).

Tempo fa su “Mondoperaio” uscì un bel saggio di Luciano Pellicani proprio sui tic verbali del comunismo e del nazismo votati alla “disinfestazione” del mondo, alla “profilassi sociale” e alla “bonifica”.

C’è pure qualche pagina agghiacciante di “Arcipelago Gulag” che mostra appunto questo orizzonte “depuratore” del comunismo (che emerge nelle categorie usate per la repressione dei lager: la “purga”, il “pidocchio”, l’ “infezione”).

E’ un istinto gnostico-settario e millenarista, quello della violenta “purificazione del mondo”, che il cattolicesimo non ha mai avuto (vedi “La città di Dio” di s. Agostino).

Il cattolicesimo, che conosce bene la parabola della zizzania e del grano, predica la drammatica convivenza in tutti di male e di bene e annuncia l’amore per il nemico, il perdono, la continua possibilità di rialzarsi e l’indomita accoglienza del peccatore.

Infatti il mondo intellettuale laico accusa spesso il cattolicesimo di tacita connivenza con l’impuro, con il corrotto, con il peccatore, mentre elogia il presunto rigorismo protestante.

Ma è destino della Chiesa essere sempre accusata di una cosa e del suo opposto. Anche oggi è così.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 luglio 2011


Da QUI.

Si può essere “cattolici democratici” senza essere più cattolici?

3 luglio 2011 / In News

Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per Repubblica.

Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente, secondo Mancuso tale doveva restare.

Invece con Scola il “cattolicesimo democratico” avrebbe subito – a suo dire – “un’umiliazione pesante” perché avrebbe perso “l’unico punto di riferimento nazionale”.

Benedetto XVI – afferma l’intellettuale di Repubblica – scegliendo Scola ha scelto di “contrastare frontalmente” quella linea “cattolico democratica”.

In pratica, se così stessero le cose, dovremmo concludere che il papa ha deciso di restituire a Milano il cattolicesimo tout court, senza aggettivi. E ci sarebbe solo da rallegrarsene.

Ma la chicca dell’articolo di Mancuso è un’altra, quella dove si apprende che egli è il confidente segreto dello Spirito Santo. Scrive infatti: “non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo”.

Evidentemente lo Spirito Santo ha detto a Mancuso che preferiva Ravasi.

La singolare idea del cattolicesimo che ha Mancuso è stata bocciata duramente, mesi fa, da Civiltà Cattolica e da Vincenzo Vitale nel libro “Volti dell’ateismo”.

Quelle pagine mostrano che Mancuso sarà anche all’interno del “cattolicesimo democratico”, ma – visti tutti i dogmi di fede che nega – sta al di fuori del cattolicesimo.

Me ne dispiace molto. Ho avuto occasione di incontrare Mancuso di recente e voglio raccontare l’episodio.

Ho accettato l’invito al programma di Corrado Augias in onda su Rai 3 verso mezzogiorno per un’intervista sul mio libro appena uscito, “La guerra contro Gesù”.

Sapevo che il salotto di Augias non è affatto neutro e che il conduttore, pure lui giornalista di Repubblica, è animato da forti sentimenti anticattolici (che scatenano ricorrenti proteste su “Avvenire”).

Io stesso, nel mio libro, lo pizzicavo su alcune assurdità da lui scritte a proposito di cristianesimo (pure durante la trasmissione ho dovuto contestargli un’altra castroneria).

Dunque non mi sono stupito quando i curatori del programma mi hanno informato che in studio era stato chiamato pure Vito Mancuso.

Mi ha divertito che Augias avesse voluto “un rinforzo”. Sinceramente – lo dico senza protervia – la cosa non mi ha affatto impensierito.

Ma non era finita. Augias – per sentirsi ancora più al sicuro – ha deciso di procedere così: lui poneva una domanda, solitamente molto dura con la Chiesa, spesso una requisitoria.

Io ero chiamato a rispondere e Mancuso poi era invitato a replicare alla mia risposta. Cosicché avevano sempre la prima e l’ultima parola. Ha fatto sistematicamente così.  

Così ho dovuto digerire delle assurdità che facevano veramente venire l’orticaria: sentir ripetere per l’ennesima volta, dopo il secolo dei genocidi perpetrati dalle ideologie atee, che “il monoteismo” (genericamente inteso) sarebbe fonte di intolleranza è veramente insopportabile.

Certo, la prassi adottata da Augias non è un esempio di conduzione seria e ‘super partes’. Ma in fondo mi aspettavo cose del genere (quando non si hanno argomenti si ricorre ai mezzucci). Però le sorprese non erano finite.

Ho infatti scoperto lì, direttamente in trasmissione, che – insieme al mio – il conduttore aveva deciso di parlare anche di un altro libro (di Matthew Fox, “In principio era la gioia”), pubblicato in una collana curata da Mancuso stesso. Ovviamente un libro contro la dottrina cattolica.

Un’altra scorrettezza perché – non essendo stato informato, come era doveroso fare – mi sono trovato a dover discutere di un testo che non conoscevo, mentre Mancuso sapeva in anticipo che si sarebbe trattato del mio libro.

Il volume di Fox peraltro serviva ad Augias solo ad alimentare la polemica anticattolica, perché – ho scoperto in seguito – era già stato presentato in quella trasmissione.

Mi sono detto: ma quanto sono insicuri dei propri argomenti se devono ricorrere a questi miseri sistemi? Perché sono così impauriti da un confronto libero e paritario?

Naturalmente io ho detto comunque alcune cose e – stando alla quantità di mail che ho ricevuto – credo di averlo fatto anche in maniera efficace.

Ma adesso devo dirvi ciò che mi ha sconcertato.

Il volume di Fox si scaglia contro la dottrina del peccato originale, come se questa realtà fosse stata torvamente inventata dalla Chiesa per colpevolizzare gli uomini.

E Mancuso ha proclamato le stesse idee nei suoi libri e in quella trasmissione.

Interpellato in proposito io ho osservato semplicemente che il peccato originale è un fatto così evidente, tangibile, che chiunque può constatarlo nella sua esperienza quotidiana, tanto è vero che poeti non credenti come Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi hanno descritto benissimo questa condizione decaduta dell’uomo, desideroso di felicità, ma strutturalmente incapace di conquistarla.

La nostra umanità è inquinata dal dolore, dal male e dalla morte. E’ un fatto, una realtà che tutti – in ogni istante – ci troviamo amaramente a constatare.

Ciò dimostra – ho concluso – che non è per nulla la Chiesa ad aver “inventato” il peccato originale, ma – al contrario – è lei l’unica ad aver dato una spiegazione della nostra condizione: la sua dottrina del peccato originale infatti fornisce l’unica ragione esauriente del guazzabuglio disperante in cui l’uomo, dalla sua nascita, si trova “gettato”.

Non solo. La Chiesa non si limita a rivelare all’uomo le cause di questa condizione, comunque misteriosa, ma annuncia e propone Gesù, il salvatore, l’unico che questa condizione può redimere, che può capovolgere il segno mortifero dell’esistenza e cambiare radicalmente il nostro destino infelice. Donando la felicità.

A questo punto è intervenuto Mancuso che ha cominciato una sua requisitoria: il peccato originale – a suo dire – è stato inventato nel V secolo da S. Agostino e nel 418, al Concilio di Cartagine, la Chiesa ha reso dogma il pensiero di Agostino.

Incredulo per questa assurdità ho obiettato che la dottrina del peccato originale c’è già in san Paolo, cioè all’origine del cristianesimo.

Mancuso lo ha negato dicendo testualmente che in san Paolo vi sarebbe soltanto il parallelismo fra Adamo e Cristo. Non sapevo se mettermi a ridere o a piangere. Possibile che un semplice giornalista come me debba svelare a uno che si fa presentare come “teologo” (e addirittura “teologo cattolico”) che San Paolo ha scritto, all’incirca nell’anno 58, la fondamentale Epistola ai Romani e che nel capitolo quinto di tale Epistola si trova già espressa nel dettaglio la dottrina del peccato originale?

Non contento di quella topica Mancuso negava che il peccato originale fosse una condizione dell’uomo e insisteva nel dire che la Chiesa imputava agli uomini un peccato non commesso.

Mi è stato facile invitare Mancuso a leggere almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica dove sta scritto a chiare lettere che il peccato originale è stato da noi “contratto”, ma non “commesso” e che è “condizione di nascita e non atto personale” (n. 76).

Sapevo peraltro che Mancuso nega una quantità di altri dogmi della Chiesa. E’ capace di scrivere una cosa del genere: “non c’è alcuna esigenza di credere nella sua (di Gesù, nda) risurrezione dai morti per essere salvi”.

Vitale, dopo un’accurata disamina di queste mancusate, conclude che egli, negando “diversi dogmi fondamentali per la fede” come “peccato originale, immacolata concezione, immortalità dell’anima, eternità dell’inferno, si colloca volontariamente non solo al di fuori della teologia, ma anche al di fuori della dottrina cattolica e della Chiesa”.

Io, dopo l’articolo di Mancuso su Milano, mi limito a domandarmi solo se si possa essere “cattolici democratici” senza essere cattolici. Chissà che ne pensa il cardinal Martini.

Antonio Socci

Da “Libero”, 3 luglio 2011

Post scriptum:

Mancuso ha testualmente scritto:

“Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo”.

Mi chiedo: esiste forse un vangelo “cattolico democratico” o “progressista”. E quale sarebbe dei quattro?


Da QUI.

La lezione di Yara all’Italia: l’eroismo della purezza. Come Maria Goretti

Yara non è la protagonista di una storia di orrore. E’ il suo assassino che sprofonda nell’orrore. Lei invece è la protagonista eroica di una luminosa storia di dignità.

La sua è – perché non dirlo – una testimonianza di santità scritta col sangue del martirio.

Forse non la capiremo perché adesso il circo dei media darà il via alle solite polemiche sulle indagini, sugli inquirenti e alimenterà mediocri scontri mediatici.

Il fango ci impedirà di vedere la cosa più importante e preziosa: la purezza di questa fanciulla e il suo eroismo.

La cultura dominante non sa fare i conti con la purezza. Né con la santità. Non le conosce. Una parola enorme, la santità, da maneggiare con cura, ma anche giusta. E abbagliante, gloriosa.

In queste ore di strazio infatti con Yara viene in mente un altro nome, un altro volto. Del resto avevano la stessa età, 12-13 anni. Ed è la stessa vicenda.

La storia di Yara Gambirasio è accaduta cento anni dopo quella di Maria Goretti, ma non ci sono grandi differenze.

Anche Yara – se saranno confermate le ipotesi degli inquirenti – è stata selvaggiamente uccisa con un coltello per essersi opposta a un tentativo di stupro.

Maria Goretti è stata canonizzata nel 1950 da Pio XII, ma anche lei era una ragazzina normale come Yara e si è trovata in un’analoga trappola infernale. Certo, i tempi sono cambiati e anche i luoghi sono diversi. Mentre Maria viveva nella miseria delle paludi pontine dei primi anni del Novecento, Yara è nata e cresciuta nella moderna e civile Lombardia di oggi.

Ma la Lombardia è la regione più progredita e prospera d’Europa senza per questo aver perso la sua anima cattolica, le radici della sua fede, soprattutto nella bergamasca. La stessa terra e la stessa fede raccontate nell’ “Albero degli zoccoli”: Yara non solo è stata battezzata ed educata nella fede cattolica, non solo frequentava la parrocchia e una scuola cattolica, ma aveva ricevuto proprio l’anno scorso la cresima, il sacramento che ci fa soldati di Cristo, pronti a tutto per difendere la dignità di figli di Dio che il Salvatore ci ha donato.

Molti pensano che sia tutto “per modo di dire”, forse anche tanti cattolici vivono con scontata ovvietà quei misteri grandi che sono i sacramenti, che invece non sono scontati e ovvi per nulla, perché ci danno davvero una forza divina. Ci divinizzano.

Yara, nella sua semplicità di tredicenne, pulita, semplice, pura, ha difeso la sua dignità con lo stesso eroismo dei martiri.

Come Maria Goretti. Come le prime martiri, agli albori del cristianesimo, così amate e venerate dalla Chiesa: spesso erano proprio coetanee di Yara.

I santi non sono degli ufo, delle entità particolari, degli esseri superiori. Sono semplicemente i cristiani che vivono da cristiani, sono i nostri figli, i nostri amici. Uomini e donne vere.

Sono la testimonianza che l’umile quotidiano può essere vissuto con eroismo, con eroismo cristiano, anche da una ragazzina acqua e sapone.

Anzi, forse tanto più da creature come lei che – nella storia cattolica – sono visibilmente le predilette dal Cielo: non a caso nelle apparizioni mariane gran parte dei prescelti sono adolescenti e soprattutto ragazzine adolescenti.

Forse così amate dalla Madonna proprio perché così somiglianti a lei, alla giovinetta che a Nazaret ricevette l’annuncio dell’Angelo.

Del resto proprio a pochi chilometri dal paese di Yara, a Ghiaie di Bonate, nella primavera del 1944, si sono verificate le tredici apparizioni della Madonna, appunto a una fanciulla, Adelaide Roncalli (speriamo che la diocesi di Bergamo di affretti a riconoscerle ufficialmente).

E il messaggio della Madonna alle Ghiaie aveva al centro proprio l’unità e la santità della famiglia che stava per essere minacciata da tempi assai avversi.

Infatti è la famiglia che di lì a poco tutta la cultura moderna avrebbe bombardato. A questo proposito va detto che la tragedia di Yara ha messo davanti al mondo anche la silenziosa e immensa testimonianza dei suoi genitori.

La famiglia Gambirasio – nello strazio di questa terribile prova – è stata ed è un esempio limpidissimo di dignità, di unità, di fede e di amore. E poi la fede cristiana è sempre comunitaria.

Infatti tutta la parrocchia di Brembate, quella famiglia di famiglie che è la parrocchia, tutto il popolo cristiano di quel paese bergamasco ha illuminato l’Italia: si è visto a Brembate un popolo commosso e addolorato che non ha mai cessato, giorno e notte, di pregare, con il suo parroco e che non ha mai cessato di darsi da fare – con tenacia bergamasca – per ritrovare Yara.

Il suo martirio è un dolore immenso. Ma giustamente il parroco ha detto che questo angelo adesso è in Cielo, fra le braccia della Madonna.

E, voglio aggiungere, si può pensare a Yara (e parlarle) come a una Maria Goretti del XXI secolo.

Dovremmo vedere che l’eroismo è un connotato della fede cristiana. E’ eroico oggi essere cristiani. Come è eroica la purezza. E’ la cosa più anticonformista che ci sia.

I nostri figli che scelgono la purezza e la dignità scelgono una strada di eroismo e di dileggio, di umiliazione e di bellezza. Del resto Gesù disse ai suoi amici: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi…”.

I lupi sbranano le carni. Ma più spesso viviamo in un clima dove l’aria che respiriamo sbrindella le anime, le perde.

I giovani come Yara sono i veri eroi da guardare, non i fasulli eroi creati dai media. Infatti chi oggi insegna più ai giovani la purezza, la dignità, il rispetto di sé, del proprio corpo e della propria anima?

Per questo penso che la testimonianza di Yara non sarà veramente capita. Così voglio aggiungere un’ulteriore considerazione.

La vicenda di Yara si è conclusa proprio nei giorni in cui tornano fuori, per l’ennesima volta, le polemiche sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, a cominciare dalle scuole.

Un’errata idea di laicità ancora una volta vorrebbe cancellarli perché dicono che laicità significa neutralità. E’ ovvio che lo Stato sia neutrale fra le confessioni religiose.

Ma lo Stato non è neutrale fra il Bene e il Male.

E il crocifisso – come ha scritto tanti anni fa Natalia Ginzburg – è il segno delle vittime, cioè del Bene, che dalla storia cristiana è entrato a far parte della cultura di tutti, anche dei non cristiani.

Il segno anche laico che siamo tutti con i crocifissi e non con i crocifissori.

Anche la cultura laica afferma che non si può essere neutrali fra le vittime e i carnefici. Infatti in tutte le scuole d’Italia, in questi giorni, parlando di Yara, tutti si sentiranno dalla parte della fanciulla assassinata.

Nessuno si sentirà “equidistante”. Tanto meno lo è lo Stato laico. Il crocifisso esprime questo stare dalla parte delle vittime.

La Ginzburg scriveva che fa bene guardare il crocifisso perché “di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura.

A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero.

Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso.

Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.

Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto ‘ama il prossimo come te stesso’. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa.

Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade (…). Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.

Antonio Socci

Da “Libero”,  1 marzo 2011


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Primato dello spirituale in Emmanuel Mounier

Quale primato dello spirito nel personalismo di E.Mounier?

Il Mounier[1] vive in un contesto filosofico-culturale gravato da un allargato influsso dell’ideologia marxista da un lato e dall’altro dall’evolversi delle diverse correnti esistenzialiste come reazione all’idealismo tedesco. Nel suo vitale percorso filosofico cerca di coniugare l’esigenza concreta di considerare l’uomo nella sua dimensione materiale, dimensione questa, stuzzicata dal dialogo con le provocazioni del materialismo marxista, con la dimensione «mistica» della vita umana, nel suo generarsi soggettivo, qui e ora, nell’intimo e nel personale. Nell’orizzonte filosofico della contrapposizione tra l’idealismo soggettivista e l’ontologia oggettiva, il Mounier scorre nel suo affluente verso il grande fiume dell’esistenzialismo[2] che cerca di giungere al «mare della Sapienza» separandosi da posizioni percepite come stagnanti. Per conoscere il pensiero e il movimento personalista di Mounier bisogna introdursi nella lettura della sua raccolta dei primi articoli della rivista Esprit da lui fondata e guidata; articoli contenuti sotto il titolo «Révolution personnaliste et communautaire» del 1935. Per il fondatore dell’Esprit che cos’è il personalismo?

“Il personalismo può sembrar inafferrabile a chi vi cerca un sistema, mentre è prospettiva, metodo, esigenza. Come prospettiva, all’idealismo e al materialismo astratti contrappone un realismo spirituale, sforzo continuo per ritrovare l’unità che queste due prospettive scindono […] Come metodo, il personalismo respinge a un tempo il metodo deduttivo dei dogmatici e l’empirismo bruto dei «realisti» […] Come esigenza, infine, il personalismo è l’esigenza di impegno totale e incondizionato[3].”

Secondo M. Montani[4] la migliore definizione del personalismo mounieriano la dà P. Ricoeur nell’articolo «Une philosophie personnaliste» apparso nella rivista Esprit[5]:

“La sua grande forza sta nell’aver saldato, nel 1932, nel suo momento germinale, il proprio modo di filosofare alla presa di coscienza di una crisi di civiltà [… ponendo] all’origine una pedagogia della vita comunitaria legata ad un risveglio della persona. […] Il suo grande contributo al pensiero contemporaneo è stato, mettendosi al di sopra di una problematica filosofica in senso stretto, al di sopra delle questioni riguardanti il punto di partenza, il metodo e l’origine, di offrire ai filosofi una matrice filosofica, di proporre loro delle tonalità, delle prospettive teoriche e pratiche capaci di una o parecchie filosofie, gravide di una o parecchie sistemazioni filosofiche[6].”

Il primato dello spirito nella matrice filosofica del personalismo: filosofia e mistica

Il pensiero di Mounier offre dunque una matrice filosofica più che una sistemazione filosofica che troviamo per esempio nelle opere di M.Blondel[7], in particolare nel trattato filosofico sull’azione; si accentua il valore della persona umana facendone una categoria filosofica semanticamente connotata con la parola «personalismo». Così il Montani:

Nella prima delle sue «Lettres philosophiques» comparsa nel 1929 sulla rivista «Aux Davidèes», il Mounier usciva in espressioni particolarmente interessanti: «Lo spirito filosofico è l’unione inscindibile di un certo atteggiamento della vita e di un certo metodo spirituale… filosofo è colui che si stupisce laddove tutti rimangono indifferenti… Pensare, è capacità di aprirsi ad un certo senso mistico intuito nell’ordine delle cose e nella profondità degli avvenimenti»[8].

Lo spirito filosofico è inteso come la capacità di cogliere o meglio aprirsi ad un certo senso mistico intuìto nella concreta realtà delle cose; l’uomo deve aprirsi alla realtà mistica di ciò che è la persona, nelle sue esigenze concrete, compiendo la rivoluzione personalistica a partire da se stesso.

Questo percorso è per il Mounier l’elemento spirituale che deve avere il primato su tutto l’operare:

L’elemento spirituale domina sull’elemento politico e su quello economico. Lo spirito deve conservare l’iniziativa e la padronanza dei suoi scopi, che arrivano all’uomo al di sopra del benessere. […] Non sono già le istituzioni che fanno l’uomo nuovo, bensì un lavoro personale e insostituibile dell’uomo su se stesso. Le istituzioni nuove possono facilitare il compito, ma non sostituirsi al suo sforzo. Le facilitazioni stesse che esse gli offrono, se egli non è sostenuto da una forza spirituale e intima, possono condurlo indifferentemente sia all’apatia che a un rinnovamento[9].

È dunque il prevalere dell’elemento spirituale che permette di conseguire una azione efficace nella società umana. La rivoluzione personalistica si fonda sulla cosiddetta “purezza spirituale”, intesa come intima intenzione dell’agire, che diventa giudizio dell’azione e sull’azione stessa che diventa a sua volta verifica della “purezza spirituale”:

Per la vera vita dello spirito, l’azione non è quindi un male necessario, mentre lo è ogni abuso dell’anima a servizio dell’uomo. Solo quando l’azione non sia in armonia con la ricchezza intima, e sia invece versatile, ambiziosa, discontinua e avida, è estranea alla vita dello spirito e ad essa pericolosa[10].

L’intimo e l’azione diventano la ragione dell’essere e la ragione dell’agire, assumendo un compito trasformante della società, cambiando le strutture che opprimono l’uomo a partire dal cambiamento della persona. Tuttavia non possiamo usare il termine spirituale per definire tale sforzo morale e sociale. Questo sforzo intimo non è da confondersi con una esperienza mistica di tipo spirituale ne tantomeno con una spiritualità.

Rilievi critici e conclusione

La «vita dello spirito nell’azione» non è «la vita nello Spirito» di Dio, che trasfigura l’agire e l’operare: «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo ad una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo»[11]. Il mistico per Mounier è la capacità dell’uomo di elevarsi al di sopra dei problemi del mondo, al di sopra di se stesso; è «la trasfigurazione del mondo tramite una dedizione di sé»[12]. Forse, potremmo chiamarla una forma di ascesi dello spirito in vista di una azione efficace nel mondo, ma è certamente un concetto diverso da ciò che noi intendiamo per vita mistica.

Senza voler cercare a tutti i costi una contrapposizione, è evidente che la fedeltà o la docilità allo Spirito Santo è ben diversa che la fedeltà al proprio spirito, a ciò che proviamo con certezza nell’intimo. Queste parole di E. Mounier sono per noi chiarificatrici del diverso significato di vita spirituale: «Il senso della libertà e del reale impongono che nella ricerca ci si liberi da ogni “a priori” dottrinario e si sia positivamente pronti a tutto, anche a cambiare direzione pur di restar fedeli alla realtà e al proprio spirito»[13].

La trasformazione del reale passa dunque attraverso la trasfigurazione dell’uomo. L’auto-trasfigurazione è certamente segno del voler uscire da se stessi, ma in realtà si riduce ad un tentativo alienante; la mistica trasfigurazione dell’uomo e dunque dell’agire umano è opera dello Spirito che genera libertà intima senza derive intimistiche, genera libertà concreta senza rimanere impigliati in modelli materialistici: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore»[14].

Lo «slancio vitale dell’uomo» per utilizzare una categoria blondelliana non è l’esperienza intima che diventa azione sociale, ma è lo Spirito del Signore, a cui intimamente aderiamo per essere da lui «trasformati» e santificati nell’amore per Dio e per gli uomini nostri veri fratelli.


[1] Cf. M.‏ Montani, Pensiero e Società: il messaggio di E. Mounier.

[2] In breve gli aspetti caratterizzanti del personalismo mounierano e i tratti comuni con il clima intellettuale esistenzialista: pagg. 53-62 e pagg. 63-85.

[3] E. Mouner, Che cos’è il personalimo, 9-10.

[4] M.‏ Montani, Pensiero e Società, 54-55.

[5] Esprit, n. 174.

[6] P. Ricoeur, «Une philosophie personnaliste», 861-863.

[7] Del filosofo Maurice Blondel c’è da segnalare non solo L’Action, ma anche il suo articolo su “Cos’ è la mistica?” pubblicato sulla rivista Cahier de la Nouv. Journée al n.3 sotto il titolo monografico Le probleme del miystique, che ha generato uno scontro dialettico con l’altro grande filosofo francese J.Maritain che gli risponde con un articolo facendo delle essenziali “precisazioni” su cos’è la mistica cattolica. Questa botta e risposta filosofica sul tema della mistica necessita di un articolo a parte perché sta alla base della confusione dell’uso del termine “mistica” che troviamo ancora oggi in molti saggi sull’argomento.

[8] M.‏ Montani, Pensiero e Società, 200.

[9] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 30.

[10] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 459.

[11] Ef 2,13-15.

[12] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 460.

[13] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 343.

[14] 2Cor 3,17-18.


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