Pensate a questo semplice comma…

Vorrei lanciare un appello da queste colonne, non come giornalista o intellettuale cattolico, ma come padre di Caterina che tanti hanno conosciuto per la dolorosa vicenda che si trova a vivere.

Il mio è un appello a tutti i parlamentari, di tutti gli schieramenti, al di là delle divisioni ideologiche, politiche o culturali. Chiedo di approvare subito la legge sulla (cosiddetta) “Dichiarazione anticipata di trattamento” e approvarla così com’è.

Ci sono molti motivi per i quali personalmente giudico questa legge necessaria. Non si tratta solo di evitare che si verifichino casi analoghi a quello di Eluana Englaro. Ci sono molte altre ragioni.

Io però voglio qui spiegarne una sola, di puro buon senso e di salute pubblica, tale che può essere condivisa perfino dai più accesi fautori dell’eutanasia.

La materia in questione è trattata al comma 6 dell’articolo 4. Che recita testualmente: “In condizioni di urgenza o quando il soggetto versa in pericolo di vita immediato, la dichiarazione anticipata di trattamento non si applica”.

E’ un aspetto che è passato finora inosservato. Ma per me è essenziale perché mi sono trovato a vivere la circostanza terribile dell’emergenza e del “pericolo di vita” imminente di una figlia.

E’ una situazione vissuta ogni giorno da tanti nostri concittadini.

Basterebbe questo semplice comma per fare di questa legge una preziosa barriera (a difesa della vita) da erigere al più presto.

Mi spiego.

Come si sa il più diffuso problema sanitario della nostra popolazione concerne le malattie cardiocircolatorie: infarto, ictus ischemico, arresto cardiaco (che da solo provoca 60 mila morti all’anno in Italia).

A questo tipo di eventi, che si manifestano come drammi improvvisi, dobbiamo aggiungere altre situazioni analoghe come l’ictus cerebrale, o il caso delle vittime di incidenti stradali. Sono tanti.

Il sistema sanitario cerca di organizzarsi sempre meglio per correre tempestivamente in soccorso di ognuno e salvargli la vita: nei centri urbani più efficienti sono riusciti a far sì che il 118 raggiunga in meno 8 minuti qualunque punto della città.

Infatti è sempre una lotta drammatica contro il tempo, perché in una manciata di minuti si gioca il destino di figli, di padri, madri, amici. Basta poco tempo e la persona che più ami al mondo è spacciata, è morta.

Ebbene, quel comma 6, dell’articolo 4 della legge, è preziosissimo. Anzitutto perché mette al riparo tutti i soccorritori. Dice loro: fate di tutto per salvare questa vita in pericolo, questo è il vostro dovere e non pensate ad altro.

E dice al sistema sanitario di organizzarsi sempre meglio, attrezzandosi con le tecniche di rianimazione più avanzate, per salvare vite umane.

Qualora non venisse approvata questa legge con questo articolo, qualora cioè si restasse nell’attuale vuoto legislativo, che sembra preferibile anche a persone sicuramente “pro life”, come il mio amico Giuliano Ferrara, cosa accadrebbe?

Secondo me lo scenario è questo. Senza una legge la sola cosa che resta sulla scena sono i cosiddetti albi di biotestamenti istituiti da diversi Comuni italiani che al momento non hanno alcun valore giuridico, ma che – si può facilmente prevedere – qualora saltasse la legge fornirebbero materia alla giurisprudenza per accogliere altre richieste analoghe al caso Englaro o al caso Welby.

Così la legge finirebbe per essere scritta dalle sentenze della magistratura anziché dal Parlamento.

E’ facilmente prevedibile che qualcuno – per paura di riportare danni permanenti e invalidanti – possa scrivere nel suo biotestamento “non rianimatemi”, secondo la formula che oggi è diventata uno slogan negli Stati Uniti.

E si può prevedere che prima o poi qualcuno potrà fare causa a un medico soccorritore perché ha rianimato un malcapitato che – pur salvandosi – così ha riportato danni più o meno gravi, conseguenti – per esempio – a un arresto cardiaco. Qualcuno che aveva scritto nel biotestamento “non rianimatemi”.

E’ noto che i medici oggi sono terrorizzati dalle cause civili intentate da pazienti o dai loro familiari.

Alla prima sentenza che dovesse riconoscere il diritto al risarcimento di questa persona, rianimata malgrado il dettato del biotestamento,  si creerebbe una situazione drammatica, perché qualunque ambulanza del 118 e qualunque medico davanti a uno che versa in  pericolo di vita – prima di soccorrerlo e rianimarlo – dovrebbe cercare di sapere se costui ha fatto un testamento biologico e cosa precisamente ha scritto.

Un’operazione difficilissima da espletare e che ovviamente finirebbe per far saltare tutti i tempi delle cure di emergenza. Di fatto diventerebbe impossibile prestare soccorso urgente e salvare vite.

Faccio un esempio concreto e personale. Mia figlia, al momento dell’arresto cardiaco, è stata letteralmente salvata da tre amici che le hanno dato un soccorso immediato su indicazioni telefoniche del 118 e poi dall’arrivo tempestivo del 118 stesso.

Era una questione di secondi. Ma se avessero dovuto prima informarsi sul suo testamento biologico sarebbe trascorso il tempo della possibile salvezza. E tutto sarebbe stato perduto.

Qualcuno obietterà: “ma no, è uno scenario assurdo, in casi di emergenza il soccorso resterebbe comunque obbligatorio”.

Ne siete sicuri? Chi lo dice?

Una volta che la legge saltasse, nel vuoto normativo, riconosciuto il diritto assoluto all’autodeterminazione (che è la strada già intrapresa dalla giurisprudenza), tramite testamento biologico chiunque potrà scrivere “non rianimatemi” e aver diritto a veder riconosciuta questa sua richiesta quando dovesse aver bisogno di rianimazione.

A quel punto la frittata è fatta. E il problema riguarderebbe tutti, non solo l’interessato: anche me e voi, anche coloro che non hanno fatto testamento biologico o che hanno espresso la volontà di essere rianimati e curati. Perché tutta la catena del soccorso d’emergenza, allestita dal sistema sanitario, andrebbe a ingolfarsi lì, sull’accertamento delle volontà. 

Finora i sostenitori del “Testamento biologico” hanno accusato gli avversari di non essere liberali e di voler imporre a tutti le convinzioni loro proprie. Ma in realtà, riflettendo sulla situazione, mi pare che si rischi l’opposto.

Non è forse vero che se non verrà approvata questa legge con quell’articolo 4 (e presto, perché c’è chi gioca al rinvio per farla pian piano decadere), tutti, anche coloro che non fanno il testamento biologico, potrebbero incappare nei problemi (e nel collasso) del soccorso d’emergenza provocati dai “testamenti biologici”?

A me pare di sì. Questa è una delle tante ragioni per cui chiedo accoratamente l’approvazione della legge. Ed è – come si vede – una ragione pratica, non certo ideologica.

Una ragione su cui tutti possono convenire, qualunque cosa pensino. Persino i sostenitori dell’eutanasia. Perché salvaguarda il diritto di tutti ad avere il soccorso d’emergenza più efficiente.

Antonio Socci

Da “Libero”, 5 marzo 2011

Da QUI.

AIUTIAMO I RAGAZZI DELLA “CASA DEI RISVEGLI”!!!

Cari amici,

nei giorni scorsi, mentre imperversavano le polemiche sulla trasmissione “Vieni via con me” mi è capitato di scrivere una lettera aperta a Saviano (che potete trovare su questo blog) chiedendogli di aiutarmi a sostenere i missionari che si occupano di bambini lebbrosi dell’Africa.

Ma non ho avuto alcuna risposta.

Poi mi è capitato di discutere con qualche collega laico che era d’accordo con Fazio e Saviano nel no all’intervento dei malati. Costui sosteneva quella decisione pur elogiando – a parole – iniziative come la “Casa dei risvegli” di Bologna.

E quando, prendendo la palla al balzo, gli ho proposto di sostenere con me un’iniziativa appena lanciata proprio dall’associazione “Amici di Luca”, che è la promotrice della “Casa dei risvegli”, anche lui mi ha detto di no.

Avrà i suoi validi motivi personali, non discuto. Ma i molti ragazzi in coma o che stanno uscendo dal coma (e può capitare a tutti!) non hanno bisogno tanto di parole, quanto di aiuto concreto.

E a me piace, sinceramente, chi magari parla meno, ma si dà da fare o si fruga in tasca di fronte a persone sofferenti che hanno bisogno e implorano un sostegno e una speranza.

Per questo, in attesa di Natale, vorrei chiedere a voi, cari amici, di aderire alla sottoscrizione aperta dall’associazione “Gli amici di Luca onlus” per acquistare uno “stimolatore cerebrale” che potrà dare importanti risultati su pazienti in stato vegetativo e di minima coscienza.

La condizione penosa e terribile di molte persone che stanno uscendo dal coma è infatti quella di trovarsi come imprigionati nel proprio corpo di cui non riescono più a comandare i muscoli, i movimenti, le funzioni.

Lo strumento che vogliamo donare alla “Casa dei risvegli” può fornire un aiuto straordinario a liberare questi ragazzi, facendo loro recuperare l’uso del proprio stesso corpo. E’ quindi una possibilità meravigliosa e per loro, una grande speranza !!!

L’apparecchiatura (da donare al Centro Studi per la Ricerca sul Coma per la Casa dei Risvegli Luca De Nigris) ha un costo di 60.000 euro.

Per chi vuole aderire all’iniziativa è stato aperto un conto corrente dedicato presso Carisbo dove si possono fare versamenti utilizzando il seguente codice di riferimento:

IT 64 A063 8502 5041 0000 0002 271

Chi vuole notizie più dettagliate può visitare il sito www.amicidiluca.it, dove si può leggere anche la relazione del prof. Roberto Piperno, direttore della Casa dei Risvegli Luca De Nigris e del dott. Carmelo Sturiale dell’Unità operativa di neurochirurgia dell’Ospedale Bellaria – Maggiore di Bologna sull’utilità di questo percorso terapeutico.

La loro relazione è intitolata: Significato clinico della Stimolazione Cerebrale nelle gravi cerebrolesioni

Vi prego di partecipare generosamente a questa iniziativa. C’è bisogno di uomini e donne che sappiano abbracciare la sofferenza, che sappiano amare e non di soloni che ponitifichino da tv e giornali.

Dio si è fatto uomo ed è attraverso il nostro amore che si piega sulle creature sofferenti e se le carica teneramente sulle spalle. Aiutiamolo.

Che Dio vi benedica e ve ne renda merito.

Antonio Socci


Da QUI.

E il lupo disse all’agnello: “Intollerante!”

“Intolleranti!”. Così – testualmente – giovedì scorso il regime comunista cinese ha definito la Chiesa cattolica che protestava per l’ennesimo abuso di Pechino: il regime ha nominato vescovo un suo burocrate pretendendo di imporlo ai cattolici.

Avete capito bene: i persecutori definiscono “intolleranti” i perseguitati. Non solo. I carnefici comunisti addirittura aggiungono che la vittima, cioè la Chiesa, “limita la libertà religiosa”. Testuale. In queste surreali e sfacciate dichiarazioni c’è tutta l’assurdità del nostro tempo.  

I comunisti cinesi hanno massacrato i cattolici costringendoli alle catacombe, hanno rinchiuso nei loro bestiali lager sacerdoti e vescovi, facendoli crepare, hanno torturato in ogni modo i credenti, pure imponendo loro dei burocrati di regime come vescovi, ma quando le vittime protestano i carnefici li definiscono “intolleranti”.

Invece di farsi massacrare e perseguitare in silenzio questi odiosi cattolici osano perfino lamentarsi. Che pretese.

I compagni cinesi fanno come il lupo di Fedro che accusava l’agnello di prepotenza. Ma il lupo di Fedro ha molti emuli anche in Italia, fra i compagni italiani e nella sinistra tv che fa “Vieni via con me”.


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Serra e compagni: vergogna!

Sul settimanale satirico “Cuore” c’era una volta la rubrica “Vergogniamoci per loro”, presentata come un “servizio di pubblica utilità per chi non è in grado di vergognarsi da solo”.

Forse oggi dovremmo ricordare quella rubrica proprio a Michele Serra, il fondatore di “Cuore”. Chiedendogli se non crede di meritarla dopo il corsivo che ieri ha pubblicato sulla Repubblica.

Io penso che gli esseri umani, seppure divisi da occasionali diversità di vedute, possano e debbano incontrarsi nell’universale pietà per il dolore che segna tragicamente la nostra condizione umana. Credo che Serra dovrebbe rifletterci seriamente.

Purtroppo ieri, lui che è uno degli autori di “Vieni via con me”, ha liquidato col ditino alzato la richiesta di molte persone affette da gravi malattie, che lottano per vivere e per vivere in condizioni migliori, di potersi raccontare in quel programma così come, nello stesso programma, è stata raccontata la storia di Welby e degli Englaro.  

Da una settimana questi malati lo chiedono ogni giorno dalla prima pagina di “Avvenire”, denunciano che si sentono soli, silenziati e che vogliono continuare a vivere. Ma a quanto pare Serra, Saviano, Fazio e compagni, hanno decretato che costoro non hanno diritto di parola nella “loro” televisione.

Certo la pietà verso il dolore degli altri esseri umani, visitati da malattie terribili, non è un dovere di legge. Ma quando si tratta di televisione pubblica è anche un problema collettivo. 

Il corsivo di Serra mi è parso alquanto infelice laddove definisce certi ammalati come coloro che “desiderano rimanere in vita a oltranza”. Con una vena di (spero involontaria) ironia.

Serra è arrivato a sostenere che quanti li assistono hanno “un vantaggio oggettivo” (sic!), che sarebbe quello di “operare senza ostacoli giuridici e senza alcuna ostilità di tipo etico”.

Mi auguro che chi scrive cose del genere non debba mai sperimentare direttamente, sulla propria pelle o su quella dei suoi cari, questo meraviglioso “vantaggio” di cui favoleggia.

Spero che non conosca mai lo strazio disumano di vedere un giovane figlio in coma e di non sapere se si sveglierà e in quali condizioni.

Se Serra uscisse dal suo salotto ideologico piccolo borghese, dove le parole stanno col culo al caldo come lui,  e se andasse negli ospedali ad ascoltare chi vive quel dolore feroce, imparerebbe che alla tragedia – già insopportabile – dei nostri figli crocifissi (dalla Sla o dal coma o da altri orrori) ogni famiglia deve aggiungere l’umiliazione e la sofferenza di trovarsi pressoché sola, smarrita in un inferno, senza aiuti, senza mezzi, senza sostegno (tanto che spesso qualcuno – mamma o papà – è costretto addirittura a lasciare il lavoro).

Ed è una beffa affermare che costoro non hanno ostacoli giuridici o etici.

Sulla sua comoda amaca, Serra sembra non curarsi del grido di aiuto che sale da tante famiglie che letteralmente si svenano e si sfasciano per poter soccorrere i loro figli precipitati nel buio.

Costoro non hanno diritto di raccontare la loro strenua lotta per la vita a “Vieni via con me”. Anzi.

Serra arriva addirittura a definire i cattolici, che vogliono dar voce a questi malati e alle loro famiglie silenziate, come “i forti” che pretenderebbero di coartare i deboli, perché si permettono “di protestare dall’alto di una libertà riconosciuta” per chiedere di far parlare tutti.

Ma che vuol dire? Serra scrive: “dall’alto di una libertà”. Ma di quale altezza e di quale libertà sta sproloquiando? E’ lui, Serra, che pontifica “dall’alto” della sua libertà di opinionista, sano (buon per lui) e autore televisivo.

I nostri figli invece vivono nel baratro della malattia. Dove non hanno neanche la libertà di muovere una mano o di pronunciare una parola o di mangiare.

Serra aggiunge un’altra espressione: “dall’alto di una libertà riconosciuta”. Quale “libertà riconosciuta” avrebbero un ragazzo crocifisso e i suoi genitori? Allude forse alla libertà di vivere?

Dobbiamo forse considerare  una graziosa concessione dello Stato o di lorsignori pensatori il fatto che una figlia ammalata viva?

Non credo. Tale libertà non è una concessione di nessuno stato.

Il problema è semmai rappresentato dalle tantissime libertà che questi malati non hanno. Praticamente non hanno nessuna libertà e – adesso – viene negata loro anche la libertà di gridare in televisione la loro richiesta di aiuto.

Non è serio né giusto cambiare le carte in tavola. Questi malati, insieme ai cattolici – a dire di Serra – protestano “dall’alto di una libertà riconosciuta contro chi uguale libertà non ha. Forti che protestano contro deboli: non è neanche molto sportivo”.

E’ un capovolgimento della verità scandaloso. Perché nessuno dei malati che ogni giorno Avvenire mette in prima pagina ha protestato “contro” Welby o Englaro.

Nessuno di loro ha preteso di impedire che venisse raccontata di nuovo in tv la storia di Welby o Englaro. Semplicemente chiedono di poter raccontare pure la loro.  

I “forti” casomai sono Serra, Fazio e Saviano che da tv e giornali – a loro disposizione – teorizzano che questi non abbiano diritto di parola nel loro programma (dando evidentemente per scontato che la Rai sia cosa loro e non una televisione pubblica, pagata dai soldi di tutti).

Questa logica dei forti contro i deboli si piega solo davanti ad altri forti, come il ministro dell’Interno che è riuscito a ottenere una replica, perché è un ministro potente. Ma ai deboli nulla sembra sia dovuto.

Invece tutti abbiamo – o dovremmo avere – il dovere della pietà. E della solidarietà. Parole che forse non hanno (più) cittadinanza a sinistra.

Antonio Socci

Da “Libero” 24 novembre 2010


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