“A venti anni dall’inizio del Concilio Vaticano II” e “I venticinque anni della «Veterum Sapientia»” del Card. Siri

A VENTI ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO VATICANO II
(da «Renovatio» XVII (1982), fasc. 3, pp. 325-328)

La data dell’11 ottobre 1962, inizio del Vaticano II, non si può ignorare. Non per dare un giudizio, perché fatti di questo genere si interpretano solamente coi secoli; ma perché una ponderazione cauta, oltre che utile, appare doverosa.

1. Il Vaticano II è un fatto teologico. Proprio perché di tale natura, esso deve avere una interpretazione teologica, ossia dal piano perfettamente cattolico e nella sola dottrina che scende dalla parola di Dio, sia tràdita sia scritta. Chi pretende di giudicare il Concilio, non da questo piano, si mette nel falso. Ed è un fatto teologico perché il Collegio Episcopale, riunito cum Petro et sub Petro, gode del carisma di potere supremo ed, occorrendo, del carisma della infallibilità. Gode anche del fatto di essere un avvenimento il quale entra nel piano della divina provvidenza. Sotto questo profilo di Fede, il primo e più sicuro, qualcosa si vede con certezza. Le guerre di questo secolo, per il fatto che coinvolgono eserciti e tutta la popolazione dei Paesi belligeranti con manifestazioni terrificanti, lasciano tracce esplosive nei singoli e nelle collettività per decenni e decenni. Lo vediamo bene. Che sarebbe accaduto nella Chiesa se non si fosse eretta questa grande diga, nella quale entravano corresponsabili i vescovi di tutto il mondo e, ad altro livello, i pensatori cattolici dell’Universo? Se tutte le pazzie non fossero state obbligate a passare per questo crogiolo? Chi vede il Concilio come un principio di dispute dannose e non si accorge che queste hanno avuto un contenimento proprio da esso, capovolge la Storia.
L’avere riunito in un prospetto solo tutto quanto si poteva dire sulla Chiesa, senza fermarsi solo al fatto storico ed alla quadratura giuridica, ha valore profetico, perché uno degli sforzi più diabolici che si sarebbero lanciati contro l’opera di Cristo è proprio a riguardo della Chiesa; essa dovrebbe diventare carismatica, democratica, caotica, … e chi più ne ha più ne metta!
In modo sotterraneo, e non avvertito dai più, da tempo si andava minando la parola di Dio scritta nella Bibbia, per l’ideale di un ritorno ad una semplificazione protestante infedele ed imbelle. Altro documento profetico è in questo senso la Costituzione Dei Verbum. Non si vedeva; ma l’ultima guerra aveva devastato anche le teste. E come!
La netta posizione verso i laici non è una novità: ma l’averla così chiaramente esposta in diversi Documenti, — la Apostolicam Actuositatem, la Gaudium et Spes —, è preziosità tale che solo i nostri posteri potranno valutare.
Se il Concilio lo si guarda come fatto «teologico», bisogna dire: «qui c’è la mano di Dio».

2. Il Concilio può essere considerato come «fatto storico». Il che non diminuisce il valore del «fatto teologico», ma vi dimostra chiaro la «mano di Dio». Infatti. Dio lascia intera la libertà umana e porta alla fine i fatti dove vuole Lui. Fin dal secondo giorno del Concilio, fu chiesto di respingere lo schema preparato circa le fonti della Rivelazione. Lo schema fu respinto e quello presentato in seguito fu migliore e capace di ulteriori perfezionamenti, come di fatto accadde. Ma non c’è alcun dubbio che alcuni vennero al Concilio col proposito di portare la Chiesa a vivere protestanticamente, senza Tradizione e senza Primato del Papa. Per il primo scopo, si fece molta confusione; per il secondo si tentò di giocare l’argomento della Collegialità.
Per capire tutto il fatto, occorre aver presente che per la prima volta, accanto al Concilio, esisteva una pleiade di persone, le quali, non potendo a qualche legittimo titolo sedere in Aula, avevano del tempo da perdere e costituivano il miglior terreno per il pettegolezzo: giornalisti, fotografi, cineasti in servizio per le televisioni di tutto il mondo erano continuamente alla caccia di episodi, di detti, di posizioni azzardate ed imprudenti in fatto di dottrina. Questo mondo vario e superficiale diventò per molti «il volto» del Concilio. Per questo motivo talune tesi, disputate o in se stesse o in qualche sfumatura, apparvero cicloni in modo al tutto artefatto.
Se si confronta il Vaticano II col Vaticano I e il Tridentino, si vede che il Vaticano II fu il più pacifico dei tre. I due precedenti, con fatti ben più gravi, non ebbero tale cassa di risonanza.
Sarebbe falso il voler sostenere che al Vaticano II non ci siano stati contestatori; ma questi si fecero ben poco sentire in aula, preferendo per le loro gesta i corridoi delle Commissioni, le conferenze in qualche sala, ed altri mezzi lontani dalla grande Aula vaticana.
Per capire la stupenda serietà della grande assise bisogna considerare i numeri: in quattro sessioni parlarono solo 500 Padri; duemila cinquecento tacquero sempre e furono la grande saggezza silenziosa del Concilio. Naturalmente, dei cinquecento molti parlarono assai, taluni anche una o due volte la settimana.
Il lavorio interno del Concilio si svolse, oltreché nelle Commissioni, in altre due sedi. La prima fu la Commissione cardinalizia per gli affari straordinari, definita da Papa Giovanni «la testa del Concilio». Constava di otto Cardinali ed era presieduta dal Segretario di Stato. Durò solo per la prima Sessione e fu soppressa da Paolo VI. Da questo punto cominciò l’attività, si può dire settimanale, dei venti cardinali: i 12 componenti il Consiglio di Presidenza del Concilio, i quattro Moderatori del Concilio stesso e i quattro Coordinatori dei lavori. Le sedute di questi venti Cardinali furono l’occasione e la sede dei lavori più faticosi e più utili del Concilio. Chi non conosce i verbali di questo Consiglio, del quale era segretario lo stesso Segretario del Concilio, crediamo non possa scrivere la vera storia del Concilio.
La più preoccupante vicenda fu il dopo-Concilio. Fu allora che cominciò la triste consuetudine di avallare idee particolari col dettato del Concilio. Contro il Concilio. Questi sono solo elementi per chi dovrà scrivere la storia del Vaticano II. Il che, perché possa essere un lavoro sereno, riteniamo sarà possibile solo tra molti anni.
Nessuno può sottrarsi all’ammirazione per questa assise, che ondeggiò numericamente tra i 2.500 e 3.000 Padri, che mai fu rissosa, mai ineducata, mai violenta, anche se talvolta il timbro vibrato di alcuni Padri lasciava capire benissimo la loro interna passione.
Una volta sola uno dei Padri più degni e competenti ebbe troncato il Suo dire, per raggiunti limiti di tempo dal Presidente di turno: considerato tutto, quel gesto poteva essere evitato.
Se si pensa che le sessioni furono quattro dal 1962 al 1965, ci si può domandare: è forse esistita una assise di tale numero, di tale importanza e di tale cornice che abbia dato una tale prova di educazione civile?

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I venticinque anni della «Veterum Sapientia»
(da «Renovatio», XXII (1987), fasc. 1, pp. 5-7)

Il 22 Febbraio 1962 Giovanni XXIII promulgava la «Costituzione Apostolica» «VETERUM SAPIENTIA». Volle dare alla promulgazione una solennità forse mai usata: firmò il Documento sulla mensa della confessione nella Basilica di San Pietro, presente il Sacro Collegio. Scopo della Costituzione era portare avanti lo studio della lingua latina.
Da quel giorno sembra siano passati non 25 anni ma molti secoli. Infatti la data pare sia passata sotto silenzio. Il Documento contiene una Legge vera e propria per tutta la Chiesa: ovunque insegnare e imparare il «Latino».
Per la vita della Chiesa e per la migliore formazione è utile ritornare a riflettere decisamente sulla lingua latina.

1. Nel momento in cui il Verbo si è incarnato, la lingua del potere imperiale, la più diffusa e al punto più alto della sua manifestazione letteraria, nonché dell’ambiente civile, è stata la lingua latina. Questo accostamento non può in alcun modo ritenersi puramente casuale. Nulla è casuale. Nel pieno rispetto della libertà umana, tutto, e per la eterna scienza dei futuri e futuribili in Dio, rientra in un piano divino. Ed anche questo bisogna ammirare.
Alla lingua latina deve unirsi la considerazione attenta e profonda della storia di Roma. È il momento di accorgersi che in nessuno degli imperi noti alla Storia umana si è riprodotto il modulo dell’Impero Romano. Questo Impero è stato troppo considerato solo alla luce, non sempre luminosa, dei suoi storici. Esso appare far essenzialmente parte di una ben più alta storia; e talune sue caratteristiche difficilmente avranno una spiegazione meramente umana. Questa storia si collega, forse essenzialmente, alla scelta di Roma come capitale della Chiesa cattolica. Il latino è troppo congiunto con queste storiche realtà.
Ma la lingua ha caratteristiche sue ineguagliabili, ha la logica che distingue i piani; e anche solo per questo diventa educativa; tanto che, fino alla lassitudine universale del nostro tempo, è sempre stata formativa della mentalità umanistica e civile. La sua concisione espressiva, il suo ritmo rivestono una maestà impareggiabile ed inimitabile. Si direbbe che certi concetti non si esprimono in modo veramente adeguato se non in lingua latina. La sua modulazione classica è affascinante. Ci vollero due secoli di inquinamento rovinoso illuministico per arrivare alla distruzione del nostro tempo. Le possibilità riassuntive nella lapidaria espressione del latino, non sono eguagliate da nessuna lingua umana.

2. Solo il Latino apre la porta a tutta l’antichità cristiana, ai più venerandi Documenti del Magistero Ecclesiastico, alla formulazione del Diritto. La parte più risolutiva di questo è fiorita in questa lingua e in questa storia di Roma, che rimane la Madre del Diritto stesso.

3. La «VETERUM SAPIENTIA» sottolinea bene la possibilità di questa lingua che, per non essere più ovunque «viva», ha l’immobilità dei capolavori antichi e, pertanto, non è soggetta all’evoluzione delle lingue parlate, dando così un contributo alle cose e ragioni che né cambiano né possono cambiare. La grandezza del Latino la si misura accanto alla grandezza immobile della verità obiettiva.

Per queste ragioni meritano plauso quanti, nel nostro tempo, lavorano per mantenere le ragioni di esistenza e di uso del Latino nella nostra e nelle future età.
La considerazione del Latino nell’ambiente di sua nascita e di sua affermazione aiuta ad arrivare ad una complessiva visione della storia umana, che – ripetiamo – non è casuale, ma è tutta finalizzata negli intendimenti del Suo Unico Creatore!


Da cardinalsiri.it

Indietro di 200 anni?

Il titolo ricalca una frase pronunciata dal recentemente scomparso Car. Martini, in merito alla domanda se per caso la Chiesa fosse o meno al passo con i tempi. Tralasciando il fatto che sarebbe interessante chiedersi a quali “tempi” si riferisse l’intervistatore, è indubbio che una risposta ad una tale domanda è necessaria: quando qualcuno avanza una sfida è doveroso rispondere, senza necessariamente scendere con il piede di guerra ma giusto per chiarire la questione.

Partendo da una prospettiva del tutto generale, generica, è ovvio nonché doveroso ricercare sempre e comunque migliorie ed innovazioni: questo aspetto fu una delle maggiori linee guida all’interno del Concilio Vaticano II, e noi tutti in quanto cattolici non possiamo fare a meno di seguire tali indicazioni. Ma ciò si ebbe anche in tempi “antichi”: il Concilio di Trento, dagli ignoranti in materia ritenuto un “summit oscurantista”, diede invece avvio a delle importantissime riforme in ogni campo dello scibile cristiano e in tutto ciò che riguardava la Chiesa ed i suoi fedeli (dalla liturgia unificata allo studio della teologia, dalla riforma delle cariche ecclesiastiche alla risposta all’eresia protestante).

Del resto questo aspetto –l’innovazione di fronte al problema, il “problem solving”- è alla base di qualunque procedimento sensato nell’agire umano: di fronte al porsi di situazioni sempre nuove l’ingegno umano si adopera a costruire ed elaborare soluzioni sempre migliori e semplificatrici (ES: al tempo di Abramo per ottenere la farina si schiacciavano i semi del grano tra due pietre, a mano; già al tempo degli egizi abbiamo le macine azionate dagli animali; nel medioevo prosperano i mulini ad acqua e a vento; nel XIX secolo giunge il pistone a vapore con albero a canne; oggi la dinamo; domani chissà…).

Tuttavia, a questo punto, non possiamo più mantenerci sul vago: fare come i moderni politici che aprono la bocca per dare aria alle corde vocali genera solo astio negli ascoltatori, inducendo un’innata antipatia e diffidenza verso tutto ciò che da loro proviene. Per evitare di fare la stessa fine, è necessario scendere nei particolari, sporcarsi le mani con il reale, atteggiamento alieno alla succitata classe politica: è facile promettere posti di lavoro in più in cambio del voto, meno trovare o costruire aziende che diano occupazione una volta ottenuta la poltrona a Montecitorio.

Tornando a noi, si parlava di cosa effettivamente vi sia o meno da riformare nella Chiesa; la risposta on realtà è banale e per una semplice ragione: lo stesso Concilio citato sopra ha già espresso i campi in cui il mondo cattolico (e cristiano) è chiamato a ripensare se stesso, alla luce di una nuova visione del mondo. Per cui, ecco tutta una carrellata di aspetti che già allora erano di attualità (dalla riforma liturgica alla morale sessuale, dal rapporto con i cristiani non cattolici o con i credenti di altre religioni a quello con i non credenti…), ed altri nati in seguito o comunque emersi alla ribalta più recentemente (divorzio, aborto, eutanasia, internet, credenti “adulti”…): di questi però è possibile trattare avendo comunque sottotraccia il Concilio stesso, dato che come è stato detto prima le linee guida generali sono già presenti, spetta poi al singolo riuscire a destreggiarsi con esse di fronte al caso particolare.

Se tutto fosse finito qui però, la questione sarebbe già stata risolta da anni: data la norma, segue comportamento, ossia sarebbe bastato adeguarsi a quanto era stato espresso durante il Concilio e tutto sarebbe andato a posto da sé. Il problema è che il Concilio stesso è, per così dire, una fregatura in tal senso, benché fregatura non sia.

Mi spiego: esso è stato definito “pastorale”, non “dogmatico”, cioè non propugnatore di una chiara e precisa linea di condotta, sorta di filo teso a senso unico su cui la corrente può viaggiare a comando, bensì esso illustra sì una via ma non “chiara e distinta”, l’unica percorribile in assoluto. Per fare un esempio, è come se un esperto scalatore ci avesse indicato la parete rocciosa, ma senza illustrarci minuziosamente dove posare il piede passo dopo passo, bensì limitandosi a considerazioni generali del tipo “si scala bene così e così, occhio a non scivolare e segui le sporgenze vicine che puntano in alto per non sbagliare”.

Di conseguenza, come al novello alpinista spetta scoprire da sé quali sono i sassi giusti per arrivare in cima (tenendo però presente la “guida per lo scalatore provetto”, ossia il Vangelo), così a noi spetta la responsabilità di contribuire al miglioramento e al progredire della Chiesa, che poi vuole dire far progredire anche noi stessi che ne facciamo parte integrante. Ove con “noi” intendo chi è battezzato, che crede “in Dio Padre onnipotente…” e si sforza di seguire qual che è scritto nel Vangelo e nel CCC (se per caso vi fossero dei perplessi relativamente a tale definizione, sappiate che ne tratterò in seguito nel caso servisse).

Ancora una volta potremmo considerare chiusi i lavori, e sempre ci sbaglieremmo: infatti, come ci ha testimoniato la cattiva teologia del ‘900 (non intendo però che la teologia novecentesca sia cattiva in toto), non basta seguire la “guida per lo scalatore provetto” per raggiungere sani e salvi la vetta, visto che pure quella si presta ad interpretazioni strampalate ed erronee se non si sa come leggerla. Ecco quindi brutte copie di Messner prendere a zizzagare sul costone roccioso, aggrappandosi volentieri ai facili spuntoni del politicamente corretto, del mettere tra parentesi ciò che si è, ed altre insidie del genere che sul più bello si staccano regolarmente dal monte, provocando estenuante lavoro ai soccorritori (i quali, pazienti, si attardano nei confessionali, consci che le ruzzolate non sono mai e poi mai mortali e pregiudicanti una corretta salita).

A questo punto sembra permanere il problema: se la “guida” di per sé pare non bastare, che fare? In realtà essa basta e avanza, tanto che su di essa è stato costruito un apposito commentario per i più sbadati (il Catechismo): non a caso il protagonista afferma a chiare lettere “Io sono la Via, la Verità e la Vita”, parole grosse da non prendere con leggerezza. Se così è, infatti, tutto ciò che Egli ha detto e fatto deve essere linea guida ed esempio per il nostro agire, anche magari come semplice spunto per il problem solving che attualmente abbiamo davanti. E se per caso qualche cosa non lo capiamo, don’t panic: era stato previsto, non a caso Lui stesso nominò tale Simone detto da allora Pietro -e successori- come suo rappresentante ufficiale.

Ah, una curiosità: questa guida non esiste da 200 anni, ma da 2000. Vecchiume da gettare alle ortiche (cosa che comunque il Card. Martini NON avrebbe mai accettato, ci tengo a precisarlo per evitare di fomentare false polemiche)? Non direi proprio.

Seguiranno comunque altri post analizzanti questioni più specifiche (fermo restando ciò di cui sopra), dato che non ho l’abitudine di aprire la bocca a vanvera.


Pubblicato anche su nipotidimaritain.blogspot.it