Un terrorista anticristiano

26 luglio 2011 / In News

E’ insopportabile che, per superficialità o frettolosità, si sia fatto passare il folle assassino norvegese per un “cristiano”. Cristiane semmai sono le sue vittime (“non potevo nuotare, i vestiti mi trascinavano… ho pregato, pregato, pregato” ha riferito Roset, uno studente liceale).

In odio all’Islam peraltro ha ucciso dei cristiani.

Non si può e non si deve uccidere nessuno, chiunque esso sia. Questa è la base del cristianesimo. Non ci voleva tanto a capire che l’universo spirituale e morale di Anders Breivik è all’opposto del cristianesimo.

Perché mai dunque definirlo “cristiano”? Perché lui si definiva “cristiano culturale”? Beivik si diceva anche “massone”, essendo affiliato – a quanto pare – a una loggia di Oslo (del resto ricava dalla letteratura esoterica i suoi deliranti riferimenti a templari e cose simili).

Ma i mass media non l’hanno presentato come un massone e han fatto bene, perché sarebbe del tutto demenziale stabilire qualsiasi rapporto fra la foto vestito da massone e le sue gesta assassine. Non c’entra niente la massoneria, come non c’entra la Chiesa. Ne siamo tutti vittime.  

Nel suo delirante testo infatti ha inveito minacciosamente contro Benedetto XVI che – secondo costui – “dev’essere considerato un papa codardo, incompetente, corrotto e illegittimo”.

Ci sono anche delle stranezze che incuriosiscono, riferite da Massimo Introvigne, un vero esperto, secondo cui il folle librone di Anders Breivik sarebbe stato “postato su Internet il 23 luglio” da persone che appartengono a gruppi che hanno Satana fra le loro simpatie.

Non che c’entrino nulla costoro con i fatti norvegesi. Ma per dire che è tutto molto confuso, come le idee nella testa del folle. Basti dire che pur evocando i deliri nazistoidi, nei suoi scritti si presenta – dice Introvigne – come “sostenitore d’Israele”.

Sedicente sostenitore, aggiungo io (ma con quali intenzioni doppie?). Così come sbandiera i templari medievali e il cristianesimo e poi attacca il Papa.

Ce n’è abbastanza per capire che il terrorista ha assemblato confusamente riferimenti culturali e politici contraddittori senza alcun senso e alcuna serietà, per dare un rivestimento alle sue paranoie a alla sua follia omicida.

Nella realtà esiste il mistero del Male che si agita nei meandri della psiche e questo caso – ha scritto Claudio Magris – ricorda piuttosto criminali alla Landru e come Jack lo squartatore “piuttosto che gli assassini dell’Italicus o di Piazza Fontana”. Magris conclude: “sarebbe infame usarlo per infangare l’uno o l’altro movimento politico”.  

Per tutto questo mi è apparso assai triste e ingiusto l’uso della parola “cristiano” fatto con superficialità dai media. Aggiungo un caso particolare.

Mi spiace che domenica scorsa, in un quadro ancora così confuso, Michele Serra, nella sua rubrica sulla Repubblica, sia corso a ricamare frettolosamente sull’arbitraria qualifica di “cristiano” del criminale per dare addosso ai “fanatici di tutte le religioni”.

In sostanza, per Serra, “il biondo nazi-cristiano di Oslo è uguale all’attentatore islamista che è uguale all’ultrà sionista assassino di Rabin”. Ognuno di costoro è malato della “paranoia di chi si sente chiamato da Dio a purificare il mondo, e vede nella morte degli altri lo strumento di questa purificazione”.

Serra è un giornalista intelligente perciò è capace di accorgersi da solo della superficialità di questo fare un fascio di fenomeni così abissalmente diversi.

E spero che voglia anche rendersi lealmente conto di quanto sia infondato e inaccettabile accreditare l’assassino norvegese come “cristiano”.

Concordo ovviamente con la sua condanna di ogni “fanatismo religioso”, ma il caso di Oslo è di tutt’altra natura. Casomai è un fanatismo ideologico. All’antitesi dello spirito religioso.

Guardiamoci dalle frettolose semplificazioni. Nel ricorso agli stereotipi e al rassicurante anatema del Nemico, identificato banalmente nel “fanatismo religioso”, si rischia di trasformare la religione tout court nel capro espiatorio.

In realtà – come si è visto – l’assassino non sta per nulla dentro i granitici schemi ideologici che Serra si è costruito o ha ereditato dal suo passato. Certamente non in quello dell’ “uomo religioso”.

Del resto le mitologie naziste sono l’esatta antitesi del cattolicesimo. Se Serra si fosse letto “Il mito del XX secolo” di Rosenberg – manifesto ideologico del nazismo – lo saprebbe.

Coinvolgere la parola “cristiano” nel massacro del norvegese sarebbe come guardare con sospetto gli incolpevoli Stuart Mill o Kafka per il fatto che sono stati citati o letti o apprezzati dal criminale. O dare un qualche senso al fatto che prediligesse l’agricoltura e la campagna o i videogiochi.

Mi pare evidente che la follia umana non stia dentro gli schemi delle ideologie. E la frettolosità con cui Serra, sabato scorso, ha comodamente sistemato i fatti norvegesi nei suoi scaffali ideologici preconfezionati mostra che una certa intelligentsia non è interessata a capire la complessità del mondo.

Né il mistero del Male. Né il mistero della natura umana. E non si rende conto di quanto la scristianizzazione apra proprio il vaso di pandora dei demoni.

Dovremmo tutti esigere da noi stessi apertura mentale, serietà, desiderio di capire. E dovremmo liberarci dei pregiudizi (a cominciare dal pregiudizio anticattolico) per denunciare i pregiudizi altrui.

C’è poi un “dettaglio” che vorrei segnalare a Serra.

L’orrore nel Novecento, il più terrificante della storia, è stato prodotto non dal cristianesimo (che anzi ha subito un bagno di sangue mostruoso, con milioni di martiri). Né da altre religioni. Ma è stato prodotto dalle ideologie atee e totalitarie.

Dunque prima di puntare il dito sulle “religioni” e in particolare sul cristianesimo (e specialmente sul cattolicesimo) si dovrebbe sempre ricordare cosa è accaduto.

E ci si dovrebbe sempre chiedere se si hanno i titoli per dare lezioni ai cristiani, se il passato politico o ideologico da cui si viene lo consente.

Per esempio, credo che sarebbe decente per chi è stato comunista evitarlo. Visto quello che il comunismo ha fatto ai cristiani…

Del resto tuttora ci sono regimi comunisti persecutori e carnefici dei cristiani (e di altri gruppi religiosi), vittime della bestiale violenza dell’ideologia. E’ un olocausto silenzioso che viene tranquillamente ignorato da media e intellettuali del pensiero unico.

Un ultimo dettaglio. La pulsione alla “purificazione” del mondo – così ben descritta da Serra – è la cifra esatta delle ideologie del novecento, a cominciare da quella marxista, che sono di ascendenza gnostica (consiglierei di leggere Erich Voegelin, Il mito del mondo nuovo).

Tempo fa su “Mondoperaio” uscì un bel saggio di Luciano Pellicani proprio sui tic verbali del comunismo e del nazismo votati alla “disinfestazione” del mondo, alla “profilassi sociale” e alla “bonifica”.

C’è pure qualche pagina agghiacciante di “Arcipelago Gulag” che mostra appunto questo orizzonte “depuratore” del comunismo (che emerge nelle categorie usate per la repressione dei lager: la “purga”, il “pidocchio”, l’ “infezione”).

E’ un istinto gnostico-settario e millenarista, quello della violenta “purificazione del mondo”, che il cattolicesimo non ha mai avuto (vedi “La città di Dio” di s. Agostino).

Il cattolicesimo, che conosce bene la parabola della zizzania e del grano, predica la drammatica convivenza in tutti di male e di bene e annuncia l’amore per il nemico, il perdono, la continua possibilità di rialzarsi e l’indomita accoglienza del peccatore.

Infatti il mondo intellettuale laico accusa spesso il cattolicesimo di tacita connivenza con l’impuro, con il corrotto, con il peccatore, mentre elogia il presunto rigorismo protestante.

Ma è destino della Chiesa essere sempre accusata di una cosa e del suo opposto. Anche oggi è così.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 luglio 2011


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SUDAN, GLORIA DI UNA CHIESA CROCIFISSA E MISERIE DELL’IDEOLOGIA

9 luglio 2011 / In News

Da oggi il sud del Sudan è finalmente uno stato libero e indipendente (se non verrà strozzato nella culla).

Lì è stato perpetrato l’ultimo genocidio del Novecento, ma un genocidio ignorato dai media e dal “partito umanitario” nostrano. Forse perché le vittime non erano “politically correct”, trattandosi di neri cristiani e animisti.

Autore di quell’orrore è stato il regime arabo- musulmano del nord che ospitò negli anni novanta anche Osama bin Laden  e che, da qualche anno, è in combutta con la Cina comunista interessata al petrolio sudanese.

I media si sono occupati del Sudan solo di recente, quando è scoppiata l’emergenza Darfur, che derivava da un conflitto non religioso (erano tutti musulmani).

Invece per la Jihad – la guerra santa islamica – che per decenni ha sterminato il Sud cristiano e animista non hanno avuto tempo.

Eppure le cifre sono terrificanti: due milioni di vittime, tre milioni di profughi, migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi nel Nord islamico del Paese. 

Il regime di Karthoum ha fatto del Sudan – che sarebbe ricchissimo di petrolio e altre risorse – uno dei paesi più poveri della terra (è al 150° posto su 182), un paese dove si vive ancora in capanne di fango, seminudi e si muore come mosche per fame e malaria. Per questo molti fuggono, cercando di arrivare all’Italia e in Europa.

Siccome scrivo e parlo del genocidio sudanese da quindici anni, su giornali e in tv (prendendomi anche qualche insulto), permettetemi di togliermi un po’ di sassolini dalle scarpe.

Perché il “caso Sudan” è un’occasione preziosa per riflettere sulla famosa coscienza “umanitaria” a intermittenza che caratterizza questa sinistra che ci è toccata in sorte e i nostri media che in gran parte vengono culturalmente da lì.

Piazze urlanti

C’era una volta il Vietnam. Ricordate? E’ stato il mito fondativo della sinistra sessantottina la quale poi ha riempito giornali e tv continuando l’intossicazione ideologica con altre armi.

Quella del Vietnam è stata la madre di tutte le cause umanitarie della sinistra e conteneva tutte le sue contraddizioni e le sue ipocrisie.

Per anni manifestazioni, cortei, assemblee, articolesse, indignazione a senso unico.

Uno dei famosi inviati, Giorgio Bocca, anni dopo, confessò: “feci dei servizi che piacquero alla sinistra italiana: in parte perché raccontavo la verità sulla formidabile guerriglia vietnamita, in parte perché mi autocensuravo”.

Poi spiega: “la mitizzazione della rivolta vietnamita e la demonizzazione degli americani erano giunte a un tale livello che non era possibile raccontare una verità che avesse però il marchio di informazione Usa”.

Non c’era posto per la verità. E questa era la stampa libera e indipendente.

Finalmente i comunisti del Nord conquistarono il Sud Vietnam e iniziarono dittatura e massacri: di colpo nessuno degli indignati più si curò del Vietnam e di quello che stava capitando ai vietnamiti “liberati” dai comunisti di Ho Chi Min.

Migliaia di quei poveri vietnamiti – a cui avevamo imposto di subire la conquista comunista – fuggirono dal “paradiso marxista” su barche di fortuna. Molti annegarono, altri furono divorati dagli squali. Alcuni furono soccorsi. E cosa dicevano i compagni italiani di quei “boat people”?

Rossi di vergogna

Posso testimoniarlo in prima persona. A quel tempo frequentavo il liceo a Siena.

Collaboravo con la Caritas per organizzare l’ospitalità in Italia per quei profughi che riuscirono ad arrivare vivi e ricordo bene che distribuendo i volantini in piazza a Siena ci prendevamo gli insulti dei compagni che chiamavano quei profughi “fascisti e reazionari”.

Essendo in fuga dal comunismo, agli occhi loro quei profughi non erano da considerare come oggi consideriamo quelli che arrivano con i barconi a Lampedusa.

Questa era la coscienza umanitaria della sinistra. Che in questi mesi, peraltro, vede i profughi e ne reclama l’accoglienza, ma non vede le cause della loro fuga: per esempio quell’orrida guerra contro la Libia tanto voluta dal compagno-presidente Napolitano.

Anche in questo caso la coscienza umanitaria e pacifista dei compagni è andata in vacanza (bombardiamo pure Tripoli, il pacifismo pensa all’abbronzatura).

Errori e orrori

Torno al Vietnam. L’altro mito gemello del ‘68 fu la Cambogia. Anche quella doveva essere “liberata” dall’okkupazione americana. “I Khmer rossi ci sembravano l’unica via d’uscita dall’incubo della guerra”, scriverà anni dopo Tiziano Terzani in un famoso articolo su “Repubblica” intitolato “Pol Pot, tu non mi piaci più”.

Questo articolo di revisione uscì nel 1985 e ormai già si sapeva tutto del genocidio di due milioni di cambogiani innocenti perpetrato dai Khmer rossi.

Quello che il “grande inviato” avrebbe dovuto fare e non fece era raccontare prima, quando era sul posto, mentre accadevano i fatti, la mostruosità sanguinaria dei guerriglieri comunisti.

Ma sebbene abbia visto, non credette a quei “massacri comunisti”. Sospettò che fossero manipolazioni della Cia. E oggi viene celebrato dal pensiero conformista come un grande giornalista testimone delle atrocità del Novecento.

Chi invece, come il missionario padre Gheddo, denunciò le stragi comuniste in Indocina mentre accadevano, negli anni Settanta, si prese del “reazionario” e “finanziato dalla Cia”. “Nessuno mi credette”, ricorda. E nessuno poi gli ha riconosciuto il coraggio della verità, né ha chiesto scusa.

Nei decenni successivi la “sinistra umanitaria” ha continuato ad alimentare le sue mitologie, sebbene più in sordina. Ma sempre con un’accurata selezione ideologica.

Contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan dei primi anni Ottanta – per esempio – non fiatarono (a quel tempo scendevano in piazza per protestare contro gli euromissili americani, risposta a quelli sovietici).

Ma contro la guerra di Bush all’Afghanistan dei talebani e di Bin Laden hanno scatenato il finimondo (ovviamente senza mai chiedere il parere delle donne afghane).
Contro la Cina che massacrava gli studenti  in piazza Tien an men nessuna manifestazione, né indignazione di massa. Così pure sull’oppressione del Tibet. Silenzio anche sui lager cinesi tuttora funzionanti.

Invece è divampata la polemica su Guantanamo e, da anni, la protesta contro Israele che sarebbe reo di opprimere i palestinesi.

Gli “umanitari” indignati infine hanno protestato per anni contro gli Stati Uniti rei di aver posto l’embargo a Cuba (ovviamente senza denunciare la schifosa dittatura comunista di Fidel Castro).

Perciò, con tutte queste “cause umanitarie” che permettevano loro di sentirsi buoni e puri, denunciando come oppressori Stati Uniti e Israele, gli umanitari progressisti di casa nostra non ebbero tempo di accorgersi del genocidio sudanese, cioè della “più lunga guerra del ‘900” (dal 1956 al 2005) nel paese più grande dell’Africa.

Erano tutti distratti e così in Italia nessuno sa qualcosa di quel genocidio che è stato definito dall’africanista Giampaolo Calchi Novati “la più dura operazione di islamizzazione forzata del ‘900”.

Solo la voce della Chiesa

L’unica voce, inerme e martire, come al solito, è stata quella della Chiesa, una “Chiesa crocifissa”, come l’ha definita Giovanni Paolo II.

Una Chiesa che ha il volto del grande vescovo missionario monsignor Mazzolari, che “comprende in sé una capacità di denuncia del male unita a un’indomita fantasia di bene che ha costruito scuole, ospedali, missioni, chiese, dispensari, vite future di ragazzi un tempo schiavi e poi laureatisi a Oxford”, come scrive Lorenzo Fazzini nel bel libro “Un Vangelo per l’Africa”, dedicato a Mazzolari e al Sudan.

Il cristianesimo è arrivato nei regni nubiani addirittura nel VI secolo. Poi ha portato libertà e dignità umana in Sudan, nell’Ottocento, con un grande santo, padre Comboni.  

Oggi la Chiesa accompagna questo popolo alla libertà e all’indipendenza. Il cristianesimo si conferma come culla di umanità e come l’unica vera forza liberazione dei popoli. Mentre i nostri intellettuali gli riservano (oggi come ieri) parole sprezzanti…

Antonio Socci

Da “Libero”, 10 luglio 2011


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La lezione di Yara all’Italia: l’eroismo della purezza. Come Maria Goretti

Yara non è la protagonista di una storia di orrore. E’ il suo assassino che sprofonda nell’orrore. Lei invece è la protagonista eroica di una luminosa storia di dignità.

La sua è – perché non dirlo – una testimonianza di santità scritta col sangue del martirio.

Forse non la capiremo perché adesso il circo dei media darà il via alle solite polemiche sulle indagini, sugli inquirenti e alimenterà mediocri scontri mediatici.

Il fango ci impedirà di vedere la cosa più importante e preziosa: la purezza di questa fanciulla e il suo eroismo.

La cultura dominante non sa fare i conti con la purezza. Né con la santità. Non le conosce. Una parola enorme, la santità, da maneggiare con cura, ma anche giusta. E abbagliante, gloriosa.

In queste ore di strazio infatti con Yara viene in mente un altro nome, un altro volto. Del resto avevano la stessa età, 12-13 anni. Ed è la stessa vicenda.

La storia di Yara Gambirasio è accaduta cento anni dopo quella di Maria Goretti, ma non ci sono grandi differenze.

Anche Yara – se saranno confermate le ipotesi degli inquirenti – è stata selvaggiamente uccisa con un coltello per essersi opposta a un tentativo di stupro.

Maria Goretti è stata canonizzata nel 1950 da Pio XII, ma anche lei era una ragazzina normale come Yara e si è trovata in un’analoga trappola infernale. Certo, i tempi sono cambiati e anche i luoghi sono diversi. Mentre Maria viveva nella miseria delle paludi pontine dei primi anni del Novecento, Yara è nata e cresciuta nella moderna e civile Lombardia di oggi.

Ma la Lombardia è la regione più progredita e prospera d’Europa senza per questo aver perso la sua anima cattolica, le radici della sua fede, soprattutto nella bergamasca. La stessa terra e la stessa fede raccontate nell’ “Albero degli zoccoli”: Yara non solo è stata battezzata ed educata nella fede cattolica, non solo frequentava la parrocchia e una scuola cattolica, ma aveva ricevuto proprio l’anno scorso la cresima, il sacramento che ci fa soldati di Cristo, pronti a tutto per difendere la dignità di figli di Dio che il Salvatore ci ha donato.

Molti pensano che sia tutto “per modo di dire”, forse anche tanti cattolici vivono con scontata ovvietà quei misteri grandi che sono i sacramenti, che invece non sono scontati e ovvi per nulla, perché ci danno davvero una forza divina. Ci divinizzano.

Yara, nella sua semplicità di tredicenne, pulita, semplice, pura, ha difeso la sua dignità con lo stesso eroismo dei martiri.

Come Maria Goretti. Come le prime martiri, agli albori del cristianesimo, così amate e venerate dalla Chiesa: spesso erano proprio coetanee di Yara.

I santi non sono degli ufo, delle entità particolari, degli esseri superiori. Sono semplicemente i cristiani che vivono da cristiani, sono i nostri figli, i nostri amici. Uomini e donne vere.

Sono la testimonianza che l’umile quotidiano può essere vissuto con eroismo, con eroismo cristiano, anche da una ragazzina acqua e sapone.

Anzi, forse tanto più da creature come lei che – nella storia cattolica – sono visibilmente le predilette dal Cielo: non a caso nelle apparizioni mariane gran parte dei prescelti sono adolescenti e soprattutto ragazzine adolescenti.

Forse così amate dalla Madonna proprio perché così somiglianti a lei, alla giovinetta che a Nazaret ricevette l’annuncio dell’Angelo.

Del resto proprio a pochi chilometri dal paese di Yara, a Ghiaie di Bonate, nella primavera del 1944, si sono verificate le tredici apparizioni della Madonna, appunto a una fanciulla, Adelaide Roncalli (speriamo che la diocesi di Bergamo di affretti a riconoscerle ufficialmente).

E il messaggio della Madonna alle Ghiaie aveva al centro proprio l’unità e la santità della famiglia che stava per essere minacciata da tempi assai avversi.

Infatti è la famiglia che di lì a poco tutta la cultura moderna avrebbe bombardato. A questo proposito va detto che la tragedia di Yara ha messo davanti al mondo anche la silenziosa e immensa testimonianza dei suoi genitori.

La famiglia Gambirasio – nello strazio di questa terribile prova – è stata ed è un esempio limpidissimo di dignità, di unità, di fede e di amore. E poi la fede cristiana è sempre comunitaria.

Infatti tutta la parrocchia di Brembate, quella famiglia di famiglie che è la parrocchia, tutto il popolo cristiano di quel paese bergamasco ha illuminato l’Italia: si è visto a Brembate un popolo commosso e addolorato che non ha mai cessato, giorno e notte, di pregare, con il suo parroco e che non ha mai cessato di darsi da fare – con tenacia bergamasca – per ritrovare Yara.

Il suo martirio è un dolore immenso. Ma giustamente il parroco ha detto che questo angelo adesso è in Cielo, fra le braccia della Madonna.

E, voglio aggiungere, si può pensare a Yara (e parlarle) come a una Maria Goretti del XXI secolo.

Dovremmo vedere che l’eroismo è un connotato della fede cristiana. E’ eroico oggi essere cristiani. Come è eroica la purezza. E’ la cosa più anticonformista che ci sia.

I nostri figli che scelgono la purezza e la dignità scelgono una strada di eroismo e di dileggio, di umiliazione e di bellezza. Del resto Gesù disse ai suoi amici: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi…”.

I lupi sbranano le carni. Ma più spesso viviamo in un clima dove l’aria che respiriamo sbrindella le anime, le perde.

I giovani come Yara sono i veri eroi da guardare, non i fasulli eroi creati dai media. Infatti chi oggi insegna più ai giovani la purezza, la dignità, il rispetto di sé, del proprio corpo e della propria anima?

Per questo penso che la testimonianza di Yara non sarà veramente capita. Così voglio aggiungere un’ulteriore considerazione.

La vicenda di Yara si è conclusa proprio nei giorni in cui tornano fuori, per l’ennesima volta, le polemiche sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, a cominciare dalle scuole.

Un’errata idea di laicità ancora una volta vorrebbe cancellarli perché dicono che laicità significa neutralità. E’ ovvio che lo Stato sia neutrale fra le confessioni religiose.

Ma lo Stato non è neutrale fra il Bene e il Male.

E il crocifisso – come ha scritto tanti anni fa Natalia Ginzburg – è il segno delle vittime, cioè del Bene, che dalla storia cristiana è entrato a far parte della cultura di tutti, anche dei non cristiani.

Il segno anche laico che siamo tutti con i crocifissi e non con i crocifissori.

Anche la cultura laica afferma che non si può essere neutrali fra le vittime e i carnefici. Infatti in tutte le scuole d’Italia, in questi giorni, parlando di Yara, tutti si sentiranno dalla parte della fanciulla assassinata.

Nessuno si sentirà “equidistante”. Tanto meno lo è lo Stato laico. Il crocifisso esprime questo stare dalla parte delle vittime.

La Ginzburg scriveva che fa bene guardare il crocifisso perché “di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura.

A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero.

Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso.

Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.

Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto ‘ama il prossimo come te stesso’. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa.

Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade (…). Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.

Antonio Socci

Da “Libero”,  1 marzo 2011


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Primato dello spirituale in Emmanuel Mounier

Quale primato dello spirito nel personalismo di E.Mounier?

Il Mounier[1] vive in un contesto filosofico-culturale gravato da un allargato influsso dell’ideologia marxista da un lato e dall’altro dall’evolversi delle diverse correnti esistenzialiste come reazione all’idealismo tedesco. Nel suo vitale percorso filosofico cerca di coniugare l’esigenza concreta di considerare l’uomo nella sua dimensione materiale, dimensione questa, stuzzicata dal dialogo con le provocazioni del materialismo marxista, con la dimensione «mistica» della vita umana, nel suo generarsi soggettivo, qui e ora, nell’intimo e nel personale. Nell’orizzonte filosofico della contrapposizione tra l’idealismo soggettivista e l’ontologia oggettiva, il Mounier scorre nel suo affluente verso il grande fiume dell’esistenzialismo[2] che cerca di giungere al «mare della Sapienza» separandosi da posizioni percepite come stagnanti. Per conoscere il pensiero e il movimento personalista di Mounier bisogna introdursi nella lettura della sua raccolta dei primi articoli della rivista Esprit da lui fondata e guidata; articoli contenuti sotto il titolo «Révolution personnaliste et communautaire» del 1935. Per il fondatore dell’Esprit che cos’è il personalismo?

“Il personalismo può sembrar inafferrabile a chi vi cerca un sistema, mentre è prospettiva, metodo, esigenza. Come prospettiva, all’idealismo e al materialismo astratti contrappone un realismo spirituale, sforzo continuo per ritrovare l’unità che queste due prospettive scindono […] Come metodo, il personalismo respinge a un tempo il metodo deduttivo dei dogmatici e l’empirismo bruto dei «realisti» […] Come esigenza, infine, il personalismo è l’esigenza di impegno totale e incondizionato[3].”

Secondo M. Montani[4] la migliore definizione del personalismo mounieriano la dà P. Ricoeur nell’articolo «Une philosophie personnaliste» apparso nella rivista Esprit[5]:

“La sua grande forza sta nell’aver saldato, nel 1932, nel suo momento germinale, il proprio modo di filosofare alla presa di coscienza di una crisi di civiltà [… ponendo] all’origine una pedagogia della vita comunitaria legata ad un risveglio della persona. […] Il suo grande contributo al pensiero contemporaneo è stato, mettendosi al di sopra di una problematica filosofica in senso stretto, al di sopra delle questioni riguardanti il punto di partenza, il metodo e l’origine, di offrire ai filosofi una matrice filosofica, di proporre loro delle tonalità, delle prospettive teoriche e pratiche capaci di una o parecchie filosofie, gravide di una o parecchie sistemazioni filosofiche[6].”

Il primato dello spirito nella matrice filosofica del personalismo: filosofia e mistica

Il pensiero di Mounier offre dunque una matrice filosofica più che una sistemazione filosofica che troviamo per esempio nelle opere di M.Blondel[7], in particolare nel trattato filosofico sull’azione; si accentua il valore della persona umana facendone una categoria filosofica semanticamente connotata con la parola «personalismo». Così il Montani:

Nella prima delle sue «Lettres philosophiques» comparsa nel 1929 sulla rivista «Aux Davidèes», il Mounier usciva in espressioni particolarmente interessanti: «Lo spirito filosofico è l’unione inscindibile di un certo atteggiamento della vita e di un certo metodo spirituale… filosofo è colui che si stupisce laddove tutti rimangono indifferenti… Pensare, è capacità di aprirsi ad un certo senso mistico intuito nell’ordine delle cose e nella profondità degli avvenimenti»[8].

Lo spirito filosofico è inteso come la capacità di cogliere o meglio aprirsi ad un certo senso mistico intuìto nella concreta realtà delle cose; l’uomo deve aprirsi alla realtà mistica di ciò che è la persona, nelle sue esigenze concrete, compiendo la rivoluzione personalistica a partire da se stesso.

Questo percorso è per il Mounier l’elemento spirituale che deve avere il primato su tutto l’operare:

L’elemento spirituale domina sull’elemento politico e su quello economico. Lo spirito deve conservare l’iniziativa e la padronanza dei suoi scopi, che arrivano all’uomo al di sopra del benessere. […] Non sono già le istituzioni che fanno l’uomo nuovo, bensì un lavoro personale e insostituibile dell’uomo su se stesso. Le istituzioni nuove possono facilitare il compito, ma non sostituirsi al suo sforzo. Le facilitazioni stesse che esse gli offrono, se egli non è sostenuto da una forza spirituale e intima, possono condurlo indifferentemente sia all’apatia che a un rinnovamento[9].

È dunque il prevalere dell’elemento spirituale che permette di conseguire una azione efficace nella società umana. La rivoluzione personalistica si fonda sulla cosiddetta “purezza spirituale”, intesa come intima intenzione dell’agire, che diventa giudizio dell’azione e sull’azione stessa che diventa a sua volta verifica della “purezza spirituale”:

Per la vera vita dello spirito, l’azione non è quindi un male necessario, mentre lo è ogni abuso dell’anima a servizio dell’uomo. Solo quando l’azione non sia in armonia con la ricchezza intima, e sia invece versatile, ambiziosa, discontinua e avida, è estranea alla vita dello spirito e ad essa pericolosa[10].

L’intimo e l’azione diventano la ragione dell’essere e la ragione dell’agire, assumendo un compito trasformante della società, cambiando le strutture che opprimono l’uomo a partire dal cambiamento della persona. Tuttavia non possiamo usare il termine spirituale per definire tale sforzo morale e sociale. Questo sforzo intimo non è da confondersi con una esperienza mistica di tipo spirituale ne tantomeno con una spiritualità.

Rilievi critici e conclusione

La «vita dello spirito nell’azione» non è «la vita nello Spirito» di Dio, che trasfigura l’agire e l’operare: «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo ad una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo»[11]. Il mistico per Mounier è la capacità dell’uomo di elevarsi al di sopra dei problemi del mondo, al di sopra di se stesso; è «la trasfigurazione del mondo tramite una dedizione di sé»[12]. Forse, potremmo chiamarla una forma di ascesi dello spirito in vista di una azione efficace nel mondo, ma è certamente un concetto diverso da ciò che noi intendiamo per vita mistica.

Senza voler cercare a tutti i costi una contrapposizione, è evidente che la fedeltà o la docilità allo Spirito Santo è ben diversa che la fedeltà al proprio spirito, a ciò che proviamo con certezza nell’intimo. Queste parole di E. Mounier sono per noi chiarificatrici del diverso significato di vita spirituale: «Il senso della libertà e del reale impongono che nella ricerca ci si liberi da ogni “a priori” dottrinario e si sia positivamente pronti a tutto, anche a cambiare direzione pur di restar fedeli alla realtà e al proprio spirito»[13].

La trasformazione del reale passa dunque attraverso la trasfigurazione dell’uomo. L’auto-trasfigurazione è certamente segno del voler uscire da se stessi, ma in realtà si riduce ad un tentativo alienante; la mistica trasfigurazione dell’uomo e dunque dell’agire umano è opera dello Spirito che genera libertà intima senza derive intimistiche, genera libertà concreta senza rimanere impigliati in modelli materialistici: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore»[14].

Lo «slancio vitale dell’uomo» per utilizzare una categoria blondelliana non è l’esperienza intima che diventa azione sociale, ma è lo Spirito del Signore, a cui intimamente aderiamo per essere da lui «trasformati» e santificati nell’amore per Dio e per gli uomini nostri veri fratelli.


[1] Cf. M.‏ Montani, Pensiero e Società: il messaggio di E. Mounier.

[2] In breve gli aspetti caratterizzanti del personalismo mounierano e i tratti comuni con il clima intellettuale esistenzialista: pagg. 53-62 e pagg. 63-85.

[3] E. Mouner, Che cos’è il personalimo, 9-10.

[4] M.‏ Montani, Pensiero e Società, 54-55.

[5] Esprit, n. 174.

[6] P. Ricoeur, «Une philosophie personnaliste», 861-863.

[7] Del filosofo Maurice Blondel c’è da segnalare non solo L’Action, ma anche il suo articolo su “Cos’ è la mistica?” pubblicato sulla rivista Cahier de la Nouv. Journée al n.3 sotto il titolo monografico Le probleme del miystique, che ha generato uno scontro dialettico con l’altro grande filosofo francese J.Maritain che gli risponde con un articolo facendo delle essenziali “precisazioni” su cos’è la mistica cattolica. Questa botta e risposta filosofica sul tema della mistica necessita di un articolo a parte perché sta alla base della confusione dell’uso del termine “mistica” che troviamo ancora oggi in molti saggi sull’argomento.

[8] M.‏ Montani, Pensiero e Società, 200.

[9] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 30.

[10] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 459.

[11] Ef 2,13-15.

[12] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 460.

[13] E. Mounier, Rivoluzione personalistica e comunitaria, 343.

[14] 2Cor 3,17-18.


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Piergiorgio Odifreddi cerca di diffamare Blaise Pascal e Albert Einstein

Nel giro di un mese il nostro Ciccio Odifreddi ci regala due belle odifreddure… Si sa che lui, avendo sempre voluto fare lo scienziato da grande, è costretto ad invidiare coloro che ci sono riusciti. Ha pensato così di inveire contro due grandi uomini di scienza come Blaise Pascal e Albert Einstein. E’ stato però subito bacchettato.

Odifreddura su Pascal. Ne ha parlato sulla rivista Le scienze, scrivendo una marea di inesattezze e forzate manipolazioni tanto da far intervenire addirittura uno dei principali tradurri italiani di Pascal, Bruno Nacci, il quale scrive: «Un articolo imbarazzante perché ra­ramente mi è capitato di imbat­termi, nel merito, in una tale se­quenza di inesattezze a proposito di uno dei maggiori scienziati moderni, nonché il massimo scrittore in prosa del Seicento francese, ma anche – mi si perdo­ni la franchezza – in una visione tanto miope e puerile dell’animo umano». Odifreddi afferma infatti che a 31 an­ni Pascal, sotto l’influsso dei gian­senisti, «era completamente per­so per la scienza». Eppure, nel 1654 Pascal aveva 31 anni e proprio in quell’anno -citando i soli studi scientifici- termina i Traités de l’équilibre des liqueurs et de la pesanteur de la masse de l’air, lavora al Traité des coniques, pubblica il Traité du trian­gle arithméti­que. Nel 1655 scrive De l’E­sprit géométri­que e Introdu­tion à la Géométrie. Nel 1658 indice un concorso inter­nazionale per risolvere il pro­blema della «roulette» di cui rivelerà la soluzione nelle Lettres de Dettonville, capolavoro degli studi matematici che sugge­rirà a Leibniz il calcolo differen­ziale. Per non parlare del carteg­gio con scienziati come Sluse, Fermat e Huygens, o del complesso piano da lui curato nei dettagli per il primo sistema di trasporti pubblici in Europa tra 1661 e 1662, anno della morte. Inutile poi sottolineare come fra i giansenisti ci fossero grandi uomini di scienza, come Arnauld. Poi Odifreddi sostiene che la causa del ritiro (presunto) di Pascal dalle scienze sia stata la follia: «Il 23 novembre 1654 Pascal impazzì, lo testimonia il Memoriale che scris­se quella sera, pieno di frasi senza senso» (è una vita quindi che Odifreddi sarebbe da ricoverare…). Nacci comunque ironizza: «Ohibò. Do­po essermi strofinato gli occhi, ho proseguito la lettura dell’articolo che esporrebbe le prove di que­sta, inedita, pazzia di Pascal. Quello che tutti ritengono un documento di alta spiritualità possa essere interpre­tato come un segno di follia, è pensiero bizzarro se pure lecito». Odifreddi, per autoconvicersi maggiormente introduce poi l’argomento forte: «Pascal era in­fatti reduce da un grave incidente in carrozza sul ponte di Neuilly, in cui aveva letteralmente battuto la testa. In seguito soffrì per tutta la vita di forti emicranie. E quando morì nel 1662, a soli 39 anni, l’au­topsia rivelò evidenti lesioni cere­brali». Peccato -spiega l’accademico- che in queste poche righe l’unico dato certo riguardi l’anno della morte di Pascal. L’incidente sul ponte di Neuilly è un aneddo­to, riportato da un anonimo forse alla fine del Seicento, che dice di averlo saputo da altri e così via. Inoltre è risaputo che Pascal patisse d’emicrania fin dalla prima giovinezza. Sempre per Odifreddi, l’au­topsia avrebbe rivelato «evi­denti» lesioni cerebrali. Lo storico nega però che nel referto autoptico si parli di evidenti fratture cerebrali. Nel reperto (attendibile o meno rispetto alla me­dicina del tempo), al contrario, «si parla di una mancata chiusura in­fantile di certe suture craniche che gli avrebbero causato per tut­ta la vita devastanti dolori alla testa». Quindi: il cancro o la tu­bercolosi. Continua Nacci: «Fermo restando poi che le (supposte) fratture cerebrali causate da un (supposto) inci­dente stradale nel 1654, non gli a­vrebbero impedito di scrivere ne­gli anni successivi, tra l’altro, le Provinciales e le Pensées, bagatelle che anche un pazzo o uno con evidenti fratture cerebrali natural­mente potrebbe scrivere!». Addirittura nella prefezione ai “Pensieri” di Pascal editi dalla Rizzoli,  affidata a Vittorio Enzo Alfieri, vi è specificato che la leggenda nasce dal solito mistificatore Voltaire: «La pazzia di Pascal è leggenda, grossolana interpretazione di razionalisti e materialisti a cui riusciva incomprensibile l’esperienza religiosa di Pascal e la forza paradossale delle sue affermazioni». Più avanti si  afferma che «chiunque ha voluto spiegare il genio di Pascal come manifestazione patologica, e persino trovare nella scrittura di lui l’indizio della febbre, indubbiamente è in errore» (da Pascal, “Pensieri”, Rizzoli, pag.10,11). Ma il matematico impertinente (che qualcuno su Facebook ha soprannominato il “matematico deficente”) dichiara qual’è il suo intento: «Oggi lo si ricorda quasi soltanto per i confusi Pensieri nei quali sprecò il suo talento, ma in gioventù aveva fatto vedere di co­sa sarebbe stato capace, se fosse stato risparmiato dalla conversio­ne». Ecco spiegato il tentativo del noto invasateo scientista di Cuneo. Conclude lo storico Nacci: «Ma se dal 1654 Pascal era già impazzito e invalido (parola di O­difreddi), com’è possibile che in seguito sprecasse il suo talento in quelle opere che, a dire il vero, so­lo il nostro esperto ritiene insigni­ficanti? Quale talento gli era rima­sto? Credo che sia inutile commentare o infierire oltre su un simile pro­cedimento argomentativo lacu­noso e non poco illogico, ma a proposito di «confusione»: non è che l’inconscio, ancora una volta, abbia preso la mano a Odifreddi?».

Odifreddura su Einstein. Ha parlato del grande fisico sull’ultimo numero dell’Espresso. Nell’articolo, Odifreddo si lamenta del “Cortile dei gentili” perché, a suo parere, la Chiesa cattolica accetta di confrontarsi con gli atei moderati e non con gli invasatei. E conclude -non si capisce bene perché- in questo modo: «Come si sa gli scienziati sono quasi tutti atei. E già nel 1930 il più famoso di loro, Albert Einstein, scriveva: “Le idee più belle della scienza nascono da un profondo sentimento religioso. Io credo che questo tipo di religiosità che attualmente si avverte nella ricerca, sia l’unica esperienza religiosa creativa della nostra epoca”». Lo scientista furioso arruola così Albert Einstein come scienziato ateo più famoso della storia. Proprio Einstein che disse di sè: «Io non sono ateo e non penso di potermi definire panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino che è entrato in una immensa biblioteca piena di libri scritti in molte lingue. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri, ma non sa come e non conosce le lingue in cui sono stati scritti. Sospetta però che vi sia un misterioso ordine nella disposizione dei volumi, ma non sa quale sia. Questa mi sembra la situazione dell’essere umano, anche il più intelligente, di fronte a Dio. La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio» (da Einstein: His Life and Universe, Simon e Schuster, pag. 27).  Proprio Einstein che sembra rivolgersi all’ex seminarista Odifreddi in questo modo: «Non condivido lo spirito di crociata dell’ateo di professione il cui fervore è in gran parte dovuto a un doloroso atto di liberazione dalle catene dell’indottrinamento religioso ricevuto in gioventù» (Lettera a Guy Raner, 1949). E ancora: «Gli atei fanatici sono come schiavi che ancora sentono il peso delle catene dalle quali si sono liberati dopo una lunga lotta. Essi sono creature che – nel loro rancore contro le religioni tradizionali come ‘oppio delle masse’ – non posso sentire la musica delle sfere» (Isaacson, Einstein: His Life and Universe, Simon e Schuster 2008). Albert Einstein contraddice  ancora il nostro Odifreddi, ad esempio quando scrive: «La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poichè deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perchè la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sè altre scelte quando creò il mondo» (da Holdon, The Advancemente of Science and Its Burdens, Cambridge University Press, New York 1986, pag. 91). E ancora: «Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri; in quanto al resto, sono solo dettagli» (da “Einstein: Pensieri di un uomo curioso“, Mondadori ’97). E mentre Odifreddi nei suoi libri sostiene che i cristiani siano tutti dei «cretini», il celebre Premio Nobel si sofferma anche lui sul cristianesimo: «Nessun uomo può disporre della cristianità con un bon mot. Nessuno può leggere i Vangeli senza sentire la presenza attuale di Gesù. La sua personalità pulsa ad ogni parola. Nessun mito può mai essere riempito di una tale vita» (da Einstein, “The Saturday Evening Post”, 26.10.1929). Odifreddi dovrebbe poi dimostrare che la maggioranza dei più grandi scienziati della storia, riportati in quest’elenco ad esempio,  siano atei. Una risposta a Odifreddi è comunque arrivata anche dal settimanale Tempi.

 

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Quando ci irridevano per la castità

Fummo una generazione irriverente, trasgressiva. Negli anni Settanta chi non ha fatto scioperi e okkupazioni? Il “vietato vietare”, il sei politico, poi gli spinelli, gli amorazzi usa e getta, il fanatismo ideologico, la violenza politica, i capetti intolleranti circondati di “compagne” adoranti.

Una generazione obbedientissima – come la giudicò Pasolini – ai padroni del pensiero dominante che la volevano rivoluzionaria.

Poi alcuni di noi hanno incontrato dei padri e hanno disobbedito ai padroni. Abbiamo sperimentato la vera libertà. Ci siamo avventurati in terre sconosciute, abitate da una bellezza mai immaginata, abbiamo sperimentato l’amicizia, l’autenticità, il gusto di una vita diversa.

Senza neanche metterlo a tema, seguendo il fascino di Gesù Cristo, ci siamo trovati a vivere lo splendore della castità, fra ragazzi e ragazze, e perfino a intuire la poesia rivoluzionaria della verginità.  

Meravigliati da quanto era bello il volto della propria ragazza non ridotta a preda, a oggetto su cui sfogare la propria violenta solitudine.

E’ la sovrana e lieta libertà dei figli di Dio per cui Francesco d’Assisi poteva dire: “dopo Dio e il firmamento: Chiara”. E nel Testamento di Chiara si legge: “Francesco, nostra unica consolazione e sostegno, dopo Dio”.

Avevamo incontrato uomini veri e per nulla al mondo volevamo perdere quella nuova vita e quel gusto dell’esistenza.

Così diventammo gli “odiati ciellini”. Odiati dal branco dei “compagni” che, al mercato libertario delle facili carni (limitrofo alla bancarella dell’eroina), sghignazzavano sui preti e il papa e – com’era facile per gli sciocchi – sulla castità dei ciellini. In tanti casi dal disprezzo si passò pure alle spranghe, ai pugni, agli insulti.

Eccoli là, oggi, i compagni di allora. Non hanno fatto la rivoluzione, però molti hanno fatto carriera e soldi. E l’arroganza è spesso rimasta identica. Sotto la canizie e la calvizie ruggisce ancora il giovanotto fanatico di allora.

L’unica rivoluzione che hanno fatto – o meglio: che hanno servito – è stata la rivoluzione sessuale. Ad uso e consumo della società dei consumi.


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Ma Messori sta col Papa o col Grande Imam?

Non desidero polemizzare con Vittorio Messori, nutrendo per lui amicizia e stima. Purtroppo però a volte nella polemica si è trascinati nostro malgrado, per un dovere di testimonianza alla verità: così anni fa insorsi per i giudizi (che ritenni non generosi) espressi da Messori su Giovanni Paolo II, subito dopo la sua morte.

E oggi mi sento costretto a farlo per il dovere di verità che abbiamo verso i martiri cristiani che sono stati massacrati anche in questi giorni.

“Amor mi mosse che mi fa parlare”: l’articolo di Vittorio uscito ieri sul Corriere della sera davvero fa un pessimo servizio ai cristiani. Ma soprattutto fa un pessimo servizio alla verità storica.

Lasciamo perdere le discutibilissime escursioni nel VII secolo, sull’invasione araba dell’Egitto e del Nord Africa.

Ho cercato ansiosamente nel testo messoriano almeno una frase che mettesse in rilievo il cuore del problema (come benissimo lo enunciò il Papa a Ratisbona), cioè l’irrisolto rapporto dell’Islam con la violenza, questione certamente nota a Messori, questione che ha orrende ricadute non solo sui cristiani, ma sui rapporti dei musulmani con tutte le altre religioni e civiltà, oltreché su varie questioni sociali (penso alle condizioni delle donne).

Ma purtroppo questa frase non l’ho trovata. Una condanna senza appello si trova nell’articolo, ma non è rivolta contro l’irrisolta commistione fra Islam e violenza.


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