Critica serrata di un teologo al Gesù improbabile di Flores d’Arcais | Tempi.

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“Perché Dio non esiste”: recensione del libro di Pierpippo Odifreddi

Il sedicente “matematico” Piegiorgio Odifreddi non è certo un matematico. Dopo l’università ha presto abbandonato la ricerca scientifica (nessuna pubblicazione all’attivo) per concentrarsi sulla divulgazione scientifica. Il motivo? Lo ha detto nel suo penultimo libro, intitolato “Perché Dio non esiste” (Aliberti 2010): «Il ricercatore cerca le risposte alle domande. Il divulgatore cerca di divulgare le risposte che già sono state date. Trovare risposte nella matematica è un’impresa giovanile», il che ricorda molto la volpe che non riuscendo a saltare abbastanza in alto per afferrare un chicco d’uva se ne andò sconsolata dicendo che tanto era acerba. O, sinteticamente: è facile rifiutare quel che non si può ottenere. Oggi Odifreddi è finito a fare unicamente lo scrittore antireligioso e il volume citato è uno delle sue ultime fatiche. Titolone a parte, è semplicemente una banale intervista sui fatti privati del noto anticlericale, dai quali emerge tuttavia tutta la sua ambigua personalità.

BIOGRAFIA E ANEDDOTI. E’ vero, ha fatto il divulgatore, ma in realtà -come rivela lui stesso a pag. 131- ha solo usato le scoperte scientifiche (degli altri) per tentare di combattere la Chiesa: «Per anni ho scritto articoli su “Repubblica” sugli argomenti più disparati, ogm, big bang, scacchi, letteratura. Il mio divertimento era ficcarci dentro ogni tanto una frase contro la religione» (pag. 131). Comunque, ci si comincia a divertire fin dalla prefazione (pag. 10) a causa delle sue continue contraddizioni (o “odifreddure”). Dice, ad esempio: «Mi è difficile credere che persone strutturate intellettualmente siano dei credenti. Ci credo poco. Non credo ci siano credenti». Bastano però poche righe perché Odifreddi cambi idea raccontando gli anni giovanili passati dalle suore Giuseppine e le medie dai preti: «Si studiava bene. Sopratutto facendo il paragone con quello che si vede oggi. I preti mi hanno insegnato a studiare». Ma poco prima non aveva mica sostenuto che le persone istruite non possono essere credenti? Più avanti (pag. 122), si disgusterà perché «Carlo Rubbia mi pare che sia cattolico. Enrico Bombieri, medaglia Fields, è cattolico e va a messa». Anche loro persone non strutturate intellettualmente?

Per chi volesse passare al primo capitolo il divertimento continua ad essere assicurato. Continuando a parlare della sua educazione cattolica, racconta: «negli anni Cinquanta io vedevo in televisione solo due personaggi Pio XII e Mike Bongiorno. Erano loro i due modelli fra i quali scegliere. Io scelsi Pio XII. Anche se poi sono diventato più come Mike Bongiorno» (pag. 12). Finì in seminario ma lo abbandonò perché aveva calcolato che c’era bassa probabilità per un italiano di diventare Papa nell’era postconciliare. Un altro motivo è perché «mi alzavo alla sei e mezzo, mi mettevo al tavolino e finivo la sera alle sei. E poi andavo a letto presto». Un ritmo da vero studioso, non certo alla sua portata: «mi ero rotto le scatole, non era adatto. Non ero in grado di obbedire, non sapevo stare alla disciplina» (pag. 12). Racconta anche che «dalle suore avevo il permesso speciale di alzarmi durante le lezioni. Potevo camminare nell’aula. Una specie di bulimia» (pag. 27). La disciplina comunque non la imparerà più, tanto da unirsi a violenti dissidenti sovietici in URSS. Venne arrestato, racconta, ma intervenne Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri, che organizzò lo scambio dei prigionieri: «tornato in Italia ebbi i miei cinque minuti di gloria mediatica» (pag. 15). La fede comunista è ancora oggi molto viva in lui. Dice di Giovanni Paolo II: «Era un furbone. Pericoloso. E’ quello che ha tirato giù l’Unione Sovietica» (pag. 112). Pericolosissimo!

A pagina 20 prende coraggio e finalmente rivela l’altro motivo dell’abbandono della ricerca: «La soluzione dei problemi matematici richiede una grande concentrazione. E un notevole sforzo fisico. Stare dieci ore al giorno a pensare non è una cosa da poco». Facciamo notare che è lo stesso motivo per cui abbandonò anche il seminario. Si conferma dunque proprio un‘incapacità congenita all’uso prolungato della ragione. Tra l’altro, proprio per questo difetto genetico, Odifreddi è anche l’unico furbone ad aver scritto due libri, pubblicati uno di seguito all’alto, con un titolo quasi identico: “Il matematico impertinente” e “Il matematico impenitente”. Il secondo ovviamente ha venduto solo 50 mila copie (cioè quanto vende il libro del Papa in un giorno solo in Italia) perché, spiega lui sconsolato, «molti l’hanno confuso col primo. Qualcuno non ha capito che era un libro nuovo» (pag. 23).

ODIFREDDI CONTRO TUTTI. Scorrendo le pagine si nota lentamente l’emergere di una grande insoddisfazione verso la vita e verso gli uomini. I giudizi cinici su tutti e su tutto quanto lo circondi sono infiniti, e pure l’intervistatore, Claudio Sabelli Fioretti, se ne accorge. L’elenco dei disprezzati parte a pag. 14 da Flavio Briatore -suo compagno di classe di allora-, con un’accusa mica da ridere: «Era uno che non faceva niente. Finito il geometra a Cuneo si mise in società con un tal Dutto, che un giorno saltò in aria con tutta la macchina. Briatore scomparve da quel giorno. Quando riapparve era ricchissimo […] Nessuno può costruire un impero dall’oggi al domani». Passa poi all’attacco dei ricchi e degli imprenditori, da buon vecchio e nostalgico comunista: «non sono antiberlusconiano più di quanto non sia anti-Fiat» (pag. 14). Passa alla politica, ma la sua ira non si placa: «Mi piace un sistema statalista, governato dal centro. Io sarei più di estrema sinistra, ma se vai in Rifondazione Comunista comunque sei fuori, fai le battaglie di bandiera. Veltroni doveva far fuori tutti: Rutelli, Fioroni, Fassino, D’Alema. Tutte queste cariatidi che tirano a fare i loro giochetti. Sono interessati solo ai posti, non gliene frega niente di portare la sinistra al governo». Bersani e Franceschini? «Persone degne ma senza carisma. E succubi dell’apparato» (pag. 33). Bassolino? «E’ una ruota di scorta. E’ andato perfino a baciare il sangue di san Gennaro. Uno di sinistra non può andare a baciare il sangue di san Gennaro» (pag. 34). Veltroni? «E’ l’antitesi di Zapatero. E’ un vecchio democristiano di sinistra. E’ responsabile della tragedia del Pd. Uno come Veltroni non si capisce cosa voglia. E alla fine ti frega. Gli chiesi di prendere posizione contro i democristiani. Lui ha parlato della funzione pubblica della religione. E allora me ne sono andato […]. Ha sbagliato tutto» (pag. 34,35 e 102).

Rutelli? «Rutelli è difficile da capire. Si è convertito, fa la comunione, si è risposato in chiesa. Non lo capisco» (pag. 47). Pannella e Bonino? «Pannella parla molto ma fa poco. La stessa Bonino quando è stata al governo con Berlusconi, che cosa ha fatto per bloccare gli interessi della Chiesa?» (pag. 51). D’alema? «Se da quando nasci a quando muori stai in Parlamento, chi rappresenti? Uno come D’Alema, figlio di un deputato, che non ha nemmeno finito gli studi e non ha mai lavorato, chi rappresenta? […] Si crede molto intelligente, e questo è un errore gravissimo, quando non lo si è» (pag. 56 e 102). Diliberto? «Simpatico. Ma il problema è che quelli lì io non li considero credibili» (pag. 101). Beppe Grillo? «produce populismo. Delegare la politica ai comici è sintomo di un malessere […]. Grillo lo trovo antipatico e livroso» (pag. 103,104). Travaglio? «E’ un po’ manicheo e maniacale […]. Spesso gioca sull’equivoco, riporta accuse a politici che non sono ancora state confermate nei tribunali» (pag. 103,104). Santoro? «Lo trovo un po’ egocentrico. E’ come Piero Angela: la sua trasmissione è lui. Da Piero Angela magari ci sono due premi Nobel in studio, ma non parlano: sono lì solo per confermare quello che dice lui» (pag. 131).

Una delle poche persone che ne esce bene da questo vortice di disgusto è Paola Binetti. Per lei ha parole gentili e di comprensione: «Fa il suo lavoro. E’ dell’Opus Dei, vive in una comunità di donne, il suo stipendio lo devolve all’Opus Dei. Quelli dell’Opus Dei sono persone un pò strane. Ma ti dico: preferisco una come lei. In fin dei conti sai cosa pensa» (pag. 35). Anche Berlusconi tuttavia è trattato dignitosamente: «Ha portato l’idea che la politica aveva bisogno di facce nuove. Che le facce nuove siano la Carfagna, la Brambilla o la Gelmini può non piacere. Rimane il fatto che sono faccie nuove. Tra i berlusconiani non ci sono quelli che di professione fanno il politico. Non c’è la casta» (pag. 95). Su Bruno Vespa dice: «Prima di conoscerlo lo trovavo insopportabile. Poi sono andato da lui qualche volta, e mi sono stupito. Ho dovuto ricredermi. Ho capito che lui è un professionista» (pag. 131). Stranamente ha qualche parola di apprezzamento anche per i religiosi: «Ho conosciuto il vescovo di Noto, Antonio Stagliano. Ovviamente non siamo d’accordo su nulla. Però è uno con cui si può parlare. Ho incontrato il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe. Anche lui mi è sembrato una persona aperta». Ripiomba però subito nel feroce nichilismo militante: «Ma frequentarli è sbagliato. I brigatisti rossi dicevano che se tu vai a sparare a qualcuno non devi pensare alla sua vita, a sua moglie, ai suoi figli. Non devi pensare che è una brava persona. Devi solo pensare che stai combattendo una battaglia politica. Non voglio sparare ai vescovi, ma il fatto che siano eventualmente persone decenti non li rende meno degne di essere combattute» (pag, 36).

CONTRO FILOSOFI E SCIENZIATI. Anche per i filosofi e gli intellettuali c’è una forte repulsione: Vattimo? «Recita il breviario tutti i giorni. L’unica cosa che gli invidio è il colloquio che ha avuto con Fidel Castro» (pag. 41). Cacciari? «Va in Vaticano a presentare i libri del Papa. Il libero pensiero degli illuministi è qualcosa che a lui fa ribrezzo. Mi chiama il nipotino di Voltaire» (pag. 43). Severino? «è una cariatide della filosofia, incomprensibile e antiscientifico. La sua è la filosofia più deleteria» (pag. 46). Marcello Pera? «Era un filosofo della scienza, un popperiano. Arrivato al potere è diventato un laico devoto. E’ un personaggio singolare. Ma anche lui non è un grande filosofo» (pag. 47). Il matematico ebreo Giorgio Israel? «E’ un virulento, un intellettuale di nicchia, una testa calda. In più esercita il vittimismo dell’ebreo» (pag. 79). Il fisico Zichichi? «Ha l’intelligenza di un bambino. Anzi no, perché i bambini sono svegli» (pag. 87). Ernesto Galli della Loggia? «Anche lui è un po’ tonto, poverino» (pag. 88).

A pag. 59 rivela che nemmeno il Festival della matematica è una sua invenzione ma di Rutelli: «ero un pò scettico. Pensavo fosse un’esagerazione». E’ durato tre anni, poi «sono cominciati gli screzi. Di ogni tipo. Risultato, non mi hanno rinnovato il contratto». A pag. 62 rivela che «si può benissimo avere una concezione immanente della divinità. Allora ci credo anch’io. E si può anche non considerarlo come la natura, ma come l’ordine che regola la natura. Quindi ad un livello più alto. Gli scienziati ci credono che c’è un ordine che regola la natura». Poco dopo si nota un’ennesima odifreddura: «Solo la mancanza di un progetto può spiegare come è fatto il mondo». Più avanti dice una cosa ancora diversa: «Gli scienziati credono in quello che i cristiani chiamerebbero il Logos. Se non credi che l’universo sia strutturato, che sia regolare, che non sia casuale, è inutile che tu faccia lo scienziato» (pag. 123). Quindi la realtà è ordinata e non casuale ma manca di un progetto. Quanta confusione!

CLASSICHE ODIFREDDURE. A pag. 63 parla proprio dell‘inesistenza di Gesù e lo avrebbe capito addirittura leggendo i Vangeli, mentre a pag. 67 informa che Madre Teresa di Calcutta era atea. A pag. 71, temendo l’islam, dice che «Non c’è un concordato con l’islam. Quando ci sarà me ne occuperò. Nel frattempo posso dire che la Bibbia è una truffa mentre il Corano non lo è. La Bibbia si presenta come un libro di storia». Ma il Corano non è mica considerato essere dettato direttamente da Dio? Più avanti (pag. 108) difenderà il Burqa e l’Islam, opponendosi all’odio «nei confronti degli islamici perché si sono sempre contrapposti al cristianesimo». Ah, ecco perché gli sono così simpatici. Spiega anche la paura del terrorismo è irrazionale perché l’11 settembre ha fatto 3000 vittime, mentre il tabacco e l’alcool ogni anno ne fanno 120 mila (pag. 109), e giustifica anche l’attentato, accusando il comportamento degli americani. A pag. 81 dice che «non è colpa mia se quelli di destra non vincono i Nobel». A pag. 81 annuncia che «fascista è un aggettivo generico, una maniera per dire che fa riferimento alla violenza, all’intolleranza. In questo senso Israele è un Stato fascista. Fascisti sono anche in parte gli Stati Uniti. Obama dice le cose identiche che diceva Bush […]. Io sono antistatunitense, sono antisionista non antisemita». A pag. 127 si dichiara anche contro gli inglesi. Addirittura «io farei un referendum per buttarli fuori dall’Unione Europea».

Un libro che consigliamo vivamente insomma, che contribuisce a smantellare quell’aurea di saggezza e intelligenza creata appositamente dalla cultura atea attorno ad Odifreddi.

Aggiornamento 13/8/11: in seguito alla pubblicazione di questo articolo, il matematico Giorgio Israel ha pubblicato una risposta a Odifreddi, il quale ha contro-replicato sostenendo che sia l’intervistatore, Sabelli Fioretti, che l’editore, Alberti, avessero riportato pensieri non suoi. Tuttavia sia il giornalista che l’editore hanno replicato, il primo dichiarando di avere la registrazione delle parole di Odifreddi, il secondo annunciando querela. Potete trovare descritte queste vicende in Ultimissima 13/8/11 e Ultimissima 13/8/11.


Da QUI.

Si può essere “cattolici democratici” senza essere più cattolici?

3 luglio 2011 / In News

Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per Repubblica.

Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente, secondo Mancuso tale doveva restare.

Invece con Scola il “cattolicesimo democratico” avrebbe subito – a suo dire – “un’umiliazione pesante” perché avrebbe perso “l’unico punto di riferimento nazionale”.

Benedetto XVI – afferma l’intellettuale di Repubblica – scegliendo Scola ha scelto di “contrastare frontalmente” quella linea “cattolico democratica”.

In pratica, se così stessero le cose, dovremmo concludere che il papa ha deciso di restituire a Milano il cattolicesimo tout court, senza aggettivi. E ci sarebbe solo da rallegrarsene.

Ma la chicca dell’articolo di Mancuso è un’altra, quella dove si apprende che egli è il confidente segreto dello Spirito Santo. Scrive infatti: “non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo”.

Evidentemente lo Spirito Santo ha detto a Mancuso che preferiva Ravasi.

La singolare idea del cattolicesimo che ha Mancuso è stata bocciata duramente, mesi fa, da Civiltà Cattolica e da Vincenzo Vitale nel libro “Volti dell’ateismo”.

Quelle pagine mostrano che Mancuso sarà anche all’interno del “cattolicesimo democratico”, ma – visti tutti i dogmi di fede che nega – sta al di fuori del cattolicesimo.

Me ne dispiace molto. Ho avuto occasione di incontrare Mancuso di recente e voglio raccontare l’episodio.

Ho accettato l’invito al programma di Corrado Augias in onda su Rai 3 verso mezzogiorno per un’intervista sul mio libro appena uscito, “La guerra contro Gesù”.

Sapevo che il salotto di Augias non è affatto neutro e che il conduttore, pure lui giornalista di Repubblica, è animato da forti sentimenti anticattolici (che scatenano ricorrenti proteste su “Avvenire”).

Io stesso, nel mio libro, lo pizzicavo su alcune assurdità da lui scritte a proposito di cristianesimo (pure durante la trasmissione ho dovuto contestargli un’altra castroneria).

Dunque non mi sono stupito quando i curatori del programma mi hanno informato che in studio era stato chiamato pure Vito Mancuso.

Mi ha divertito che Augias avesse voluto “un rinforzo”. Sinceramente – lo dico senza protervia – la cosa non mi ha affatto impensierito.

Ma non era finita. Augias – per sentirsi ancora più al sicuro – ha deciso di procedere così: lui poneva una domanda, solitamente molto dura con la Chiesa, spesso una requisitoria.

Io ero chiamato a rispondere e Mancuso poi era invitato a replicare alla mia risposta. Cosicché avevano sempre la prima e l’ultima parola. Ha fatto sistematicamente così.  

Così ho dovuto digerire delle assurdità che facevano veramente venire l’orticaria: sentir ripetere per l’ennesima volta, dopo il secolo dei genocidi perpetrati dalle ideologie atee, che “il monoteismo” (genericamente inteso) sarebbe fonte di intolleranza è veramente insopportabile.

Certo, la prassi adottata da Augias non è un esempio di conduzione seria e ‘super partes’. Ma in fondo mi aspettavo cose del genere (quando non si hanno argomenti si ricorre ai mezzucci). Però le sorprese non erano finite.

Ho infatti scoperto lì, direttamente in trasmissione, che – insieme al mio – il conduttore aveva deciso di parlare anche di un altro libro (di Matthew Fox, “In principio era la gioia”), pubblicato in una collana curata da Mancuso stesso. Ovviamente un libro contro la dottrina cattolica.

Un’altra scorrettezza perché – non essendo stato informato, come era doveroso fare – mi sono trovato a dover discutere di un testo che non conoscevo, mentre Mancuso sapeva in anticipo che si sarebbe trattato del mio libro.

Il volume di Fox peraltro serviva ad Augias solo ad alimentare la polemica anticattolica, perché – ho scoperto in seguito – era già stato presentato in quella trasmissione.

Mi sono detto: ma quanto sono insicuri dei propri argomenti se devono ricorrere a questi miseri sistemi? Perché sono così impauriti da un confronto libero e paritario?

Naturalmente io ho detto comunque alcune cose e – stando alla quantità di mail che ho ricevuto – credo di averlo fatto anche in maniera efficace.

Ma adesso devo dirvi ciò che mi ha sconcertato.

Il volume di Fox si scaglia contro la dottrina del peccato originale, come se questa realtà fosse stata torvamente inventata dalla Chiesa per colpevolizzare gli uomini.

E Mancuso ha proclamato le stesse idee nei suoi libri e in quella trasmissione.

Interpellato in proposito io ho osservato semplicemente che il peccato originale è un fatto così evidente, tangibile, che chiunque può constatarlo nella sua esperienza quotidiana, tanto è vero che poeti non credenti come Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi hanno descritto benissimo questa condizione decaduta dell’uomo, desideroso di felicità, ma strutturalmente incapace di conquistarla.

La nostra umanità è inquinata dal dolore, dal male e dalla morte. E’ un fatto, una realtà che tutti – in ogni istante – ci troviamo amaramente a constatare.

Ciò dimostra – ho concluso – che non è per nulla la Chiesa ad aver “inventato” il peccato originale, ma – al contrario – è lei l’unica ad aver dato una spiegazione della nostra condizione: la sua dottrina del peccato originale infatti fornisce l’unica ragione esauriente del guazzabuglio disperante in cui l’uomo, dalla sua nascita, si trova “gettato”.

Non solo. La Chiesa non si limita a rivelare all’uomo le cause di questa condizione, comunque misteriosa, ma annuncia e propone Gesù, il salvatore, l’unico che questa condizione può redimere, che può capovolgere il segno mortifero dell’esistenza e cambiare radicalmente il nostro destino infelice. Donando la felicità.

A questo punto è intervenuto Mancuso che ha cominciato una sua requisitoria: il peccato originale – a suo dire – è stato inventato nel V secolo da S. Agostino e nel 418, al Concilio di Cartagine, la Chiesa ha reso dogma il pensiero di Agostino.

Incredulo per questa assurdità ho obiettato che la dottrina del peccato originale c’è già in san Paolo, cioè all’origine del cristianesimo.

Mancuso lo ha negato dicendo testualmente che in san Paolo vi sarebbe soltanto il parallelismo fra Adamo e Cristo. Non sapevo se mettermi a ridere o a piangere. Possibile che un semplice giornalista come me debba svelare a uno che si fa presentare come “teologo” (e addirittura “teologo cattolico”) che San Paolo ha scritto, all’incirca nell’anno 58, la fondamentale Epistola ai Romani e che nel capitolo quinto di tale Epistola si trova già espressa nel dettaglio la dottrina del peccato originale?

Non contento di quella topica Mancuso negava che il peccato originale fosse una condizione dell’uomo e insisteva nel dire che la Chiesa imputava agli uomini un peccato non commesso.

Mi è stato facile invitare Mancuso a leggere almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica dove sta scritto a chiare lettere che il peccato originale è stato da noi “contratto”, ma non “commesso” e che è “condizione di nascita e non atto personale” (n. 76).

Sapevo peraltro che Mancuso nega una quantità di altri dogmi della Chiesa. E’ capace di scrivere una cosa del genere: “non c’è alcuna esigenza di credere nella sua (di Gesù, nda) risurrezione dai morti per essere salvi”.

Vitale, dopo un’accurata disamina di queste mancusate, conclude che egli, negando “diversi dogmi fondamentali per la fede” come “peccato originale, immacolata concezione, immortalità dell’anima, eternità dell’inferno, si colloca volontariamente non solo al di fuori della teologia, ma anche al di fuori della dottrina cattolica e della Chiesa”.

Io, dopo l’articolo di Mancuso su Milano, mi limito a domandarmi solo se si possa essere “cattolici democratici” senza essere cattolici. Chissà che ne pensa il cardinal Martini.

Antonio Socci

Da “Libero”, 3 luglio 2011

Post scriptum:

Mancuso ha testualmente scritto:

“Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo”.

Mi chiedo: esiste forse un vangelo “cattolico democratico” o “progressista”. E quale sarebbe dei quattro?


Da QUI.

Quando Micromega diceva: «la beatificazione di Wojtyla sarà un flop…»

Era inevitabile che il gruppetto di laicisti militanti italiani non esternasse la sua frustrazione per la beatificazione di Giovanni Paolo II, dichiarato “evento dell’anno” (e qualcuno parla addirittura di “decennio”) da credenti e non credenti, come si è potuto verificare nelle testimonianze rese note dagli organi di stampa in questi ultimi 3 giorni.

LA PROFEZIA DI MICROMEGA. Ci hanno pensato gli invasatei di Micromega a sparare la “bomba laicista”: in un articolo del 21 aprile 2011 (apparso anche su Il Fatto Quotidiano) si legge: «Si dice che dopo la prima ubriacatura, oggi a pochi giorni della saga papale, si teme un flop che fa paura agli organizzatori che spendono per questa dimostrazione di forza debole una enorme quantità di denaro che poteva essere usato per i migranti o per altri scopi nobili sociali. Il costo dell’operazione è di € 1 milione e 200 mila, mentre al Comune di Roma tra straordinari e logistica costerebbe € 7 milioni e mezzo. Una cifra enorme, buttata al vento per una manifestazione con tanti interrogativi». Sarebbe curioso capire quali siano le fonti di certe riviste…, anche perché gli eventi legati alla cerimonia hanno avuto un costo per la città di Roma di 3,5 milioni di euro (e non i 7 dichiarati da Micromega), di cui 2,6 milioni per pulizia, trasporti, vigili urbani e la Protezione civile, e 900 mila euro per servizi di accoglienza. Occorre togliere ad essi 450 mila euro sostenuti dall’Opera romana pellegrinaggi (cfr. Comune di Roma). Occorrerà parlare poi dei ricavi, sicuramente maggiori dei costi, che la città di Roma ha tratto da questa enorme manifestazione. Passiamo ora a verificare la profezia di Micromega sul pauroso flop della beatificazione.

 

CIRCO MASSIMO: 200MILA PERSONE. L’evento è cominciato la sera del 30/4/11 al Circo Massimo sotto una pioggia battente. Oltre 200mila i pellegrini presenti (cfr. Roma Sette 2/5/11).

SAN PIETRO: OLTRE 1,5 MILIONI DI PERSONE. Il giorno della beatificazione, la Questura di Roma ha parlato di “afflusso straordinario” e di oltre un milione e mezzo di persone a Roma per la beatificazione (raggiunto il limite massimo di San Pietro), escluso il Circo Massimo e la folla riunita in piazza Adriana, nelle piazze delle basiliche come Santa Maria Maggiore e di San Paolo, nei giardini di Castel Sant’Angelo e sul Lungotevere (cfr. AGI 1/5/11, TN News 1/5/11, AGI 1/5/11). Alcune agenzie hanno parlato di “marea umana” (cfr. TM News 1/5/11). Il quotidiano La Repubblica riferisce di 87 delegazioni ufficiali, 16 Capi di Stato, 7 primi ministri, 14 maxi schermi, 3.500 volontari, 200 centri informazione, 35 centri di informazione turistica, 500.000 biglietti dell’autobus con l’immagine del Beato, 100 veicoli della Protezione Civile, 3.700 poliziotti, 5.046 posti di parcheggio in 77 aree ecc… (cfr. La Repubblica 1/5/11)

L’EVENTO CONTINUA ANCHE OGGI. Fino alle 3 di notte è continuato l’omaggio dei fedeli al feretro di papa Wojtyla nella basilica di San Pietro: secondo le stime della Gendarmeria Vaticana ci sarebbero state circa 150mila persone (cfr. Il Sole 24 Ore, 2/5/11, RS News 2/5/11). E l’evento continua anche oggi: 250 mila persone si sono fermate a Roma per seguire la messa di ringraziamento celebrata dal cardinale Tarcisio Bertone a conclusione della beatificazione (cfr. Il Sole 24 Ore, 2/5/11, Fun Week 2/5/11). Questa sera, due ore di testimonianze, immagini e musica in Campidoglio, con Elisa Latini, Micaela Foti, Amedeo Minghi (con un brano composto in onore di Giovanni Paolo II), Orit Gabriel Stern, Abu Jaleela, Tosca, i Matia Bazar, Ivana Spagna, la PFM, Roby Facchinetti, il tenore Romolo Tisano, il soprano Silvia Lorenzi e la violinista Anna Tifu. Sulla facciata del Campidoglio scorreranno le immagini della Beatificazione di Giovanni Paolo II (cfr. Il Corriere della Sera 2/5/11).

FUORI DALL’ITALIA. Maxischermi davanti alle cattedrali e anche negli stadi sono stati “presi d’assalto” in Inghilterra, Francia, Spagna, Belgio, Lima, Città del Messico, Australia, Filippine, America del Sud… Le televisioni di tutto il mondo hanno seguito l’evento, ma anche su Facebook, Twitter e Youtube era possibile una diretta streaming via web (cfr. Ansa 1/5/11).

STAMPA INTERNAZIONALE. Anche la stampa internazionale ha dato ampio risalto all’evento con trasmissioni in diretta da Piazza San Pietro e un continuo proliferare di notizie sui quotidiani. Possiamo farci un’idea dando un’occhiata ai maggiori quotidiani online: Fox News, Le Figaro, The Vancouver Sun, National Post, The Independent, El Mundo, The Gazette, CNN News, The Guardian, The Washington Post, The New York Times ecc…

ASCOLTI IN TELEVISIONE. Sabato 30 aprile la seconda e ultima parte della miniserie “Karol, un uomo diventato Papa”, trasmessa da Canale 5 ha registrato 3.109.000 telespettatori (12,48%). Domenica 1 maggio, su RaiDue è andato in onda il film “Karol – Un Santo Padre”, visto da 1.3 milioni di italiani (5,34%). Su Canale 5 è stata trasmessa la seconda e ultima parte della miniserie “Karol, Un uomo diventato papa”, vista da 3.1 milioni di telespettatori (12,48%), nonostante fosse in replica. Rete 4, nello speciale di “Vite Straordinarie – Santo Subito”, condotto da Elena Guarnieri, è stata scelta da 1 milione di telespettatori (4,13%). Su RaiDue, lo speciale dedicato alla veglia di preghiera per la beatificazione -con Lorena Bianchetti e Massimiliano Ossini – è stato visto da 1.354.000 telespettatori (5,43%). Su Rai 1, lo speciale “Porta a Porta – Un vita da santo“, condotto da Bruno Vespa e dedicato alla vita di Papa Giovanni Paolo II, ha vinto la serata con 3.650.000 telespettatori (15,75% ) (cfr TvBlog.it e Tuttogratis). Si attendono i dati per la diretta della beatificazione.

 

ELEZIONE DI GIOVANNI PAOLO II (16/10/82)

 

MORTE DI GIOVANNI PAOLO II (2/4/05)

 

I FUNERALI DI GIOVANNI PAOLO II (4/4/05)

 

BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II (1/5/11)