Siate santi! Ama il prossimo tuo come te stesso

Lv 19,1-2.11.18
1 Il Signore parlò a Mosè e disse:
2 “Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.
11 Non ruberete né userete inganno o menzogna a danno del prossimo.
12 Non giurerete il falso servendovi del mio nome: profaneresti il nome del tuo Dio. Io sono il Signore.
13 Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; non tratterrai il salario del bracciante al tuo servizio fino al mattino dopo.
14 Non maledirai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore.
15 Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero né userai preferenze verso il potente: giudicherai il tuo prossimo con giustizia.
16 Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Io sono il Signore.
17 Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui.
18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.

   In questo brano del Levitico, il Signore detta a Mosè alcuni dei precetti legali che il popolo dovrà osservare per rispettare l’alleanza con Lui. È bene notare che gli ammonimenti del Signore si aprono con: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”, le stesse parole di Mt 5,48: “Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste”.

   Questo inciso deve dare la chiave di lettura per tutto ciò che segue: se infatti tale avvertimento non fosse posto, ciò che viene potrebbe essere interpretato come un arido elenco precettistico, leggi dure e fini a se stesse, verso cui l’uomo non potrebbe che piegarsi per puro senso del dovere e rimanerne schiacciato, sino a quando il peccato avrà trovato la via per emergere dal cuore e manifestarsi.

   Innanzitutto allora dobbiamo chiederci: che cosa vuol dire essere santi? Cosa significa che Dio è santo? E come possiamo noi essere santi come lui lo è? Noi sappiamo, dice San Paolo in 1Ts 4, 3, “ciò che Dio vuole è la vostra santificazione”. Il termine è tradotto dall’ebraico QODES e letteralmente sta per “separare, tagliare”: un termine non usato comunemente e che per un ebreo esprime al massimo, ripetuto nella sommità della triplice invocazione, l’assoluta trascendenza di Dio. Il Signore parla al suo popolo dal monte Sinai in folgori e tuoni, oppure dalla Tenda del Convegno in una nube infuocata; l’unico che può parlargli faccia a faccia è il suo servo Mosè.

   Ma che significa per noi essere santi come il Signore? Come possiamo essere trascendenti a noi stessi, superare ciò che siamo per elevarci a nuova condizione? Perché è proprio questo ciò che dice il Signore: nostro compito è darci un taglio con il nostro io, recidere ogni legame con l’uomo vecchio, immerso nel peccato e contaminato nel profondo, per innalzarci come creature nuove, forgiate attraverso il fuoco della Parola di Dio, fuoco purificatore che martella via le scorie presenti nell’animo e induce la nostra volontà a riverirsi a Lui; in una parola la metanoia del cuore. Il Signore stesso lo ridirà al profeta Ezechiele: «Darò loro un cuore nuovo, e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne, perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi e li mettano in pratica; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio» (Ez 11,19-20).

   Si diceva quindi che il testo corre il rischio di un’interpretazione legalistica, di portarci a un giudizio spietato. Invece, leggendo tutto d’un fiato il brano mentre si tiene nell’intimo l’avvertimento di cui sopra, non si può non percepire come una paterna bontà trasparire dai precetti elencati: non rubare, non giurare il falso, non opprimere il prossimo, non maledire il sordo e far inciampare il cieco, non commettere ingiustizia, non spargere calunnie, non covare odio, non vendicarsi. Presi a se stanti risultano a lungo andare impossibili da sostenere; se invece diventano il martello e l’incudine su cui far agire il fuoco rovente dello Spirito, ecco che allora produrranno grande frutto e saremo veramente avviati per la strada verso la Santità, perché come disse il Padre del Deserto Agatone: «Senza una grande vigilanza, l’uomo non progredisce nemmeno in una virtù».

   Ecco quindi che il giusto giudizio deve essere per noi pane quotidiano nel rapporto con gli altri, sino a che possa trasformarsi nell’ammonimento finale, “amerai il tuo prossimo come te stesso”, l’unico vero giudizio che possiamo noi amministrare. Questo è magistralmente spiegato da Filemone al-Maqari, asceta e padre del deserto, con le cui parole concludo.

   «Se qualcuno si adira vedendo peccare un suo prossimo, dimentica di essere egli stesso peccatore. Se qualcuno si adira vedendo peccare un suo prossimo, crede di essere Dio, protettore della Legge e delle virtù. Ciò, malgrado Dio veda i nostri peccati e taccia. La falsa divinità che è in noi ci spinge a vedere, ad adirarci e a giudicare i peccati degli altri. Ognuno di noi diventa un falso giudice.

Si racconta di un anziano che aveva dato a un monaco e a una monaca un posto dove dormire la notte. I due finirono per commettere adulterio. L’anziano aveva sentito tutto ciò che era successo. Il mattino seguente, il monaco e la monaca si prepararono a partire. Per strada, i due si chiesero: l’anziano avrà forse sentito quello che abbiamo fatto ieri? Tornarono dall’anziano, dunque, per chiederglielo. Ed egli rispose: “Sì, ho sentito”. Essi gli domandarono: “Perché allora sei rimasto in silenzio?”. Ed egli: “Ero ai piedi della Croce a piangere con la madre di Gesù”.

L’ammonimento non crea una vera metanoia. Solo il contatto con l’amore di Dio crea il fuoco dell’amore che genera a sua volta una corretta metanoia. La metanoia che nasce dalla paura è malata e lo è finché non guarisce nel fuoco dell’amore divino.» (lettera 35°).

Storico discorso del Papa al Bundestag

2011-09-22 Radio Vaticana (da QUI)

Storico discorso del Papa al Bundestag, il Parlamento federale tedesco. Benedetto XVI, accolto da un lunghissimo applauso, ha svolto le sue considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto. Oggi “l’uomo – ha detto – è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente?”. Su questi interrogativi il Papa ha sviluppato il suo discorso. Benedetto XVI ha rilevato che il principio maggioritario non è sufficiente. Così, nel secolo scorso, una minoranza, “i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile” che il diritto proclamato da quei regimi “era ingiustizia”. Ma oggi – afferma il Papa – capire “cosa sia veramente giusto e possa diventare legge” è sempre più difficile.

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità – ha osservato – è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: ‘Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s”) Ma “nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine”.Oggi “una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale” e “si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture … riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità”. Qui il Papa, “nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali” ha affermato “che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta … è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare … Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va … È chiaro – ha sottolineato – che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo” ma “dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente”. Il Papa affronta “con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere”. L’uomo rispetta la natura “ quando accetta se stesso per quello che è”. “Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. Quindi il Papa ha concluso: “La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico”.

Di seguito il testo integrale del discorso del Papa:


Illustre Signor Presidente Federale!

Signor Presidente del Bundestag! Signora Cancelliere Federale!

Signor Presidente del Bundesrat! Signore e Signori Deputati!

È per me un onore e una gioia parlare davanti a questa Camera alta – davanti al Parlamento della mia Patria tedesca, che si riunisce qui come rappresentanza del popolo, eletta democraticamente, per lavorare per il bene della Repubblica Federale della Germania. Vorrei ringraziare il Signor Presidente del Bundestag per il suo invito a tenere questo discorso, così come per le gentili parole di benvenuto e di apprezzamento con cui mi ha accolto. In questa ora mi rivolgo a Voi, stimati Signori e Signore – certamente anche come connazionale che si sa legato per tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione le vicende della Patria tedesca. Ma l’invito a tenere questo discorso è rivolto a me in quanto Papa, in quanto Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica. Con ciò Voi riconoscete il ruolo che spetta alla Santa Sede quale partner all’interno della Comunità dei Popoli e degli Stati. In base a questa mia responsabilità internazionale vorrei proporVi alcune considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto.Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.

In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: “Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…” In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.

Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.

Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, mentre tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura vengono ridotti allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.

Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Quindi ha aggiunto a braccio: “Mi consola di pensare che a 84 anni si possa ancora dire qualcosa di ragionevole” – risate e applausi dei parlamentari). Aveva detto che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza, la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte, presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. “Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana”, egli nota a proposito. Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.

Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.

Fino a prova contraria. Il bello della giustizia Usa? Cacceranno la toga cha ha infangato Strauss Kahn

Negli Stati Uniti la legge è più spietata, ma punisce chi sbaglia. Anche i giudici
di Davide Giacalone
Tratto da Libero del 3 luglio 2011

Ha il suo lato feroce, la giustizia americana, ma anche garanzie effettive per gli accusati. Può spianare una vita, magari per cose che noi guardiamo con meno severità, ma può anche distruggere chi accusa ingiustamente o esageratamente. Quando i francesi accusarono gli statunitensi di avere esposto alla gogna un loro cittadino, umiliandolo davanti alle telecamere e distruggendone la reputazione, avevano ragione. Quando gli americani replicarono che quel tipo di trattamento è usuale anche nella vecchia Europa, salvo il fatto che loro non facevano distinzione fra uomini potenti e spiantati portoricani, avevano ragione. In Italia mescoliamo i lati negativi dei due mondi: sputtanamento preventivo e irrimediabile e totale assenza di tempi certi e garanzie effettive.

Strauss Kahn non era un condannato quando fu arrestato e non è un assolto ora che viene liberato. Ma il meccanismo che c’è stato mostrato ha dell’esemplare. Una donna sporge denuncia, viene creduta e scattano le accuse. L’uomo finisce in galera. Il prosecutor, quel che da noi è il pubblico ministero, formula i capi d’imputazione ed espone quel che sarà la richiesta di condanna: settanta anni di carcere. Si gioca con il fuoco.

A quel punto la palla passa all’accusato, portato subito davanti a un giudice, che considererebbe un insulto l’essere considerato collega dell’accusatore. Qui deve dichiararsi colpevole o innocente. E’ un passaggio fondamentale, perché un processo potrebbe costargli la vita sicché, se ha qualche cosa da ammettere gli conviene farlo in fretta e patteggiare, magari risarcendo la vittima. L’intera giustizia penale americana è concepita per scoraggiare le parti ad andare al processo, chiudendo la partita prima. Se ammette d’essere colpevole, l’imputato può trattare. Se si dichiara innocente va alla guerra.

Dal momento che proclama la propria innocenza tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza. Servono prove, non pregiudizi moraleggianti. Servono fatti, non chiacchiere. Un accusatore ci deve pensare bene, perché è vero che non è in gioco la sua vita, ma, di certo, la sua carriera. Anche perché, in caso di proscioglimento o assoluzione l’imputato chiederà d’essere risarcito dallo Stato, e questo non è disposto a pagare per un incapace. L’accusa, in questo caso, chiede che l’imputato resti prigioniero, sebbene ai domiciliari, vincolato da un braccialetto elettronico e garantito da una cauzione (un milione). Il giudice concede.

Poi convoca le parti per l’udienza di merito. A quel punto partono le inchieste della difesa, che sono vere. Se in Italia si facessero come negli Usa saremmo immediatamente arrestati per inquinamento delle prove. Lì, invece, la regola è chiara e i tempi stretti. Basta un’irregolarità e una delle due parti è fritta. Basta che la difesa commetta l’errore di chiamare una falsa testimonianza e la condanna è sicura. Basta che l’accusa abbia assunto una prova in modo irregolare che quella non potrà essere esibita. Si gioca tutto e subito.

Siccome l’accusatrice è la vittima la difesa annuncia: dimostreremo che ha mentito. L’accusa ripassa in esame tutte le parole, simula il processo e prova a vedere se il proprio teste regge. Si accorge che non è così: la donna ha mentito. Non sulla violenza carnale, magari, ma su altro. Sui dettagli, o anche su quel che ha fatto dopo. Ma se ha mentito in parte come si fa a dimostrare che non ha mentito in tutto? L’accusatore capisce d’essere in trappola e provvede a chiedere la liberazione dell’imputato e la restituzione della cauzione. Da noi, invece, il burocrate dell’accusa avrebbe continuato per anni la sua lite temeraria, magari accusando il tribunale di non avere capito le sue giuste ragioni.

Il processo deve ancora farsi, le accuse non sono state ritirate. Se l’imputato sarà assolto il prosecutor dovrà cambiare mestiere. Apparirà come un avventuriero o, peggio, come un mentecatto che ha provato a diventare famoso accusando un uomo potente. Certo, questo non riparerà il danno subito da chi fu arrestato, ma la scena si chiude in due, tre mesi.

Da noi si procede per lustri.

La giustizia americana è feroce, certamente, ma la nostra è demenziale. La loro è severa, la nostra è selvaggia. Da loro chi sbaglia paga, accusa o difesa che sia, da noi non paga nessuno, né il criminale né il pubblico ministero bestia. Da loro il potente non può scappare, da noi può ben dire che non intende farsi fregare da due colleghi che fingono d’essere pubblico ministero e giudice. A conti fatti, viva l’America.


Da QUI.