La verità sull’8×1000, al di là delle leggende anticattoliche

È tempo di dichiarazione dei redditi e di 8×1000, e puntualmente prendono vita le crociate e le campagne anticlericali. Anche quest’anno, entrando nel merito, rispondiamo alla Leggenda nera sull’8×1000, la quale si divide convenzionalmente in tre voci:

1) L’8X100 E’ UN OBBLIGO? L’8 per mille, come anche il 5 per mille, è la destinazione di una quota delle tasse già dovute, cioè non significa una maggiorazione delle imposte come molte voci anticlericali dicono. E’ ovvio anche che non esprimerla non fa risparmiare sulle tasse (anzi, avvantaggia l’ente che ha preso più voti, come diremo dopo). E’ una scelta volontaria, nessuno obbliga a firmare per lo Stato, per la Chiesa cattolica, per quella valdese, per quella luterana, per le comunità ebraiche e così via.

2) IL MECCANISMO AVVANTAGGIA LA CHIESA CATTOLICA? Il meccanismo di ripartizione funziona in modo che “chi firma decide anche per chi non firma”, cioè la quota dei contribuenti che non ha firmato viene suddivisa tra i destinatari secondo la proporzione risultante dalle scelte espresse. Detto in modo più semplice, questo meccanismo avvantaggia chi ha avuto la maggiore quota di preferenze. Domanda: quale colpa ha la Chiesa cattolica se è lei a ricevere la maggioranza delle preferenze del 40% dei contribuenti che esprime una scelta? Non si sa, ma bisogna incolparla comunque. Se la maggioranza firmasse per lo Stato o per la Chiesa valdese (qualcuno lo impedisce?), siamo sicuri che le stesse campagne anticattoliche andrebbero avanti comunque. L’otto per mille, citando l’importante dossier creato da Umberto Folena, non dà alcuna garanzia alla Chiesa, che ogni anno si sottopone al giudizio (democratico) dei cittadini, i quali possono darle la firma o rifiutargliela. Le garanzie, se così vogliamo chiamarle, c’erano semmai prima del Concordato del 1984, quando ancora i preti privi di altri redditi ricevevano dallo Stato il cosiddetto “assegno di congrua”. Garanzie a cui la CEI ha rinunciato, in accordo con lo Stato, rimettendosi alla volontà degli italiani. L’otto per mille è una forma di democrazia diretta applicata al sistema fiscale. Ogni lamentela è puramente ideologica.

3) LA CHIESA CATTOLICA DESTINA POCO ALLA CARITA’?  Secondo la leggenda, la Conferenza Episcopale Italiana (che è il vero beneficiario, e non la Chiesa o il Vaticano come dicono i disinformati) nasconderebbe la vera distribuzione dei fondi ricevuti, evitando di dire che una parte minore dell’8×1000 andrebbe ad esigenze di carità. Innanzitutto, da sempre la Cei pubblica l’esatto rendiconto, il quale appare anche sulla pagina 418 del Televideo Rai, sui settimanali diocesani, sul sito ufficiale www.8×1000.it, e anche sul quotidiano “Avvenire”, che informa costantemente sull’utilizzo dei fondi, senza nessun nascondimento segreto. In secondo luogo, occorre capire un piccolo concetto.

Secondo questo dettagliato rapporto si vede che nel 2011 468 milioni sono stati destinati a “Esigenze di culto della popolazione”, 235 milioni di euro a “Interventi caritativi” e 361 milioni di euro a “Sostentamento del clero”. Sembrerebbe quindi giustificata la tesi della “leggenda nera” (“solo” 235 milioni alla “carità”). Poi però se si va a leggere il dettaglio, sotto la voce Esigenze di culto della popolazione fanno parte anche «esigenze relative, ad esempio, alle problematiche familiari, alla realizzazione di strutture educative e ricreative per ragazzi […], ad attività pastorali che si fanno sempre più articolate e si proiettano maggiormente in prospettiva evangelizzatrice e missionaria […], iniziative che abbiano come scopo la conoscenza, la tutela e conservazione dei beni culturali ecclesiastici (in Italia il 70% del patrimonio artistico è di carattere religioso) […], attività di promozione dell’ecumenismo e della pace, attività di promozione pastorale per i detenuti, attività di formazione dei giovani lavoratori, sostegno di associazioni per la promozione delle famiglie…». Insomma è un investimento nella società, nei futuri missionari, nell’educazione, in progetti di ecumenismo, da cui traggono beneficio tutti (non si è interessanti comunque? Benissimo, si firmi tranquillamente per altri beneficiari).

Superiamo la voce “Interventi caritativi”, che evidentemente è  direttamente rivolta alle opere missionarie della chiesa, e arriviamo alla voce “Sostentamento del clero”.  Anch’essa è di fatto un investimento nella carità, perché i missionari nei Paesi del Terzo Mondo vanno pagati, i sacerdoti e le suore che organizzano le mense dei poveri vanno pagati, occorre che si mantengano, a meno che si voglia chiedere ai poveri di pagare (un sacerdote prende dalle 800 alle 1000 euro al mese e non va mai effettivamente in pensione). E’ una forma indiretta di sostegno della carità, come -esempio banale- lo stipendio allo spazzino è un modo indiretto per garantire la pulizia della propria città. Questa terza voce della “Leggenda Nera” è quella più diffusa, e per capire meglio questo (non troppo complicato) concetto, si invita a visitare il sito “Chiedilo a loro”. Inoltre, è opportuno citare ancora l’ottimo lavoro di Folena che spiega l’errore anti-clericale: non è corretto leggere l’impegno della Chiesa nel nostro Paese attraverso la schema rigido di un rendiconto amministrativo. Perché, ad esempio, il prete che ispira e anima un progetto di carità finisce sotto la voce “sostentamento del clero”, mense, centri di ascolto e case d’accoglienza, immobili a servizio della carità, finiscono sotto la voce “culto e pastorale”. Dunque l’investimento nella “carità”, non è tutto quello che appare sotto la diretta voce della rendicontazione.

CONCLUDENDO: anche quest’anno destiniamo l’8×1000 alla Chiesa cattolica e invitiamo tutti a fare altrettanto. E’ l’unico ente sufficientemente attrezzato e radicato sul territorio per permettere davvero che questi soldi siano utilizzati nel modo più efficace possibile. Se non ci credete, chiedetelo a loro.

POST SCRIPTUM:  Significativo sottolineare come una delle associazioni più impegnate in questa crociata anticlericale sia l’UAAR, ovvero gli atei fondamentalisti italiani. Si è però scoperto che lei stessa aspira (senza riuscirvi) ad accedere all’8×1000, tanto da arrivare ad auto-definirsi (prendendo in giro i propri iscritti) una “confessione religiosa” nel Ricorso straordinario allo Stato, di cui abbiamo già parlato e che si può trovare ancora sul loro sito web: «è stata disconosciuta la qualificazione non solo di confessione religiosa, ma anche quel­­la di associazione religiosa: ma un’u­­nione di atei non è né una società sportiva né un partito politico né può essere qualcosa di diverso da una associazione con fine di religione […], e l’UAAR, come si è detto, si interpreta come religione». E ancora: «l’ateismo non potrebbe nemmeno essere distinto dalla religione» (avviso per il segretario Raffaele Carcano: è inutile che, come al solito, ora tenterai di nascondere la pagina in questione, la quale è già stata opportunamente “fotografata”). Vuole auto-concepirsi come “confessione religiosa”, per «determinati fini o per conseguire vantaggi legislativamen­te previ­sti, come confessione», «vantaggi non soltanto morali, ma anche concreti», come quelli «di tipo patrimoniale (attribuzione dell’otto per mille del gettito IRPEF, deducibilità del­le erogazione liberali dei fedeli) e non patrimoniali (ac­cesso al servizio radiotelevisivo pubblico e riserva di frequenze; insegnamento dottrinale su richiesta nelle scuo­le pubbliche)». Ricordano infine che «l’UAAR, in quanto confessione religiosa ai sensi dell’art. 8 c. III Cost., risulta titolare di tale interesse».


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Da http://www.uccronline.it/

I membri dell’UAAR esultano per la morte del vaticanista Giancarlo Zizola

Il vaticanista Giancarlo Zizola si è spento mercoledì scorso. Collaboratore dell’Osservatore Romano, Avvenire, e ultimamente di Repubblica. Il sito degli atei dell’UAAR ha voluto informare i suoi membri con una breve notizia. In tanti hanno gioito e ironizzato sulla morte.

Innanzitutto non si capisce il motivo di questo interesse da parte dell’associazione anticlericale. Credono veramente di poter diventare un luogo d’informazione sulla religione a 360°? Pensano davvero di poter mascherare la loro faziosità e il loro spirito fondamentalista offrendo informazioni al di là degli scopi prefissi dall’associazione? O forse i responsabili dell’UAAR sapevano bene quale reazione avrebbero avuto i proprio adepti alla lettura di questa notizia e quindi hanno appositamente aggiunto benzina alla macchina del fango e della ridicolizzazione della religione? I vaticanisti in fondo sono i responsabili delle notizie sulla Chiesa presenti nei media, quale occasione migliore per gli anticlericali di vendicarsi di tutto questo al momento della loro morte?

Il metodo è sempre lo stesso: l’associazione UAAR non si espone ufficialmente e scrive l’articolo in stile forzatamente neutrale. Sa benissimo che poi ci penseranno i fans e i tesserati ad esprimersi, protetti dall’anonimato. Subito sotto la notizia infatti si può notare subito un incomprensibile sfogo dei frequentatori del sito web anticlericale contro i “credenti” in generale e contro i cattolici presenti sul sito che scelgono cordialmente di dissentire dalle opinioni negative sull’operato del vaticanista Zizola. Si osservano simpatici deliri sulla presunta colpevolezza di Benedetto XVI nell’aver coperto sacerdoti pedofili e opinioni varie sui vaticanisti. Ma la cosa più macabra, come dicevamo, è sicuramente la gioia di molti per la morte di Zizola.

L’utente Rasputin commenta invece: «Non sempre dispiace della morte di una persona, e chi asserisce il contario mente. Io non mento, dico solo, uno in meno». Che sia un membro attivo dell’UAAR lo aveva dichiarato lui stesso tempo fa.  Agita&Gusta invece lo ritiene arbitrariamente colpevole quanto i sacerdoti macchiatisi di pedofilia, per averli coperti: «Chi non denuncia i pedofili è colpevole quanto loro». Più sotto ironizza a sua volta sulla morte del vaticanista. Nicola, poco dopo, giudica la carriera del defunto Zizola in questo modo: «75 anni spesi male». E chi fa notare il comportamento poco tollerante di questi utenti nel rivolgersi in questo modo ad una persona defunta solo perché ha scelto di occuparsi della Chiesa, viene tacciato lui stesso di intolleranza dal branco. L’utente Wunshe interviene augurandosi la morte di tutti gli altri vaticanisti (e forse non solo loro). Tempo fa elogiava apertamente l’attività dell’UAAR, mentre il 4 settembre augurava a tutti i pellegrini che si sarebbero recati al Congresso Eucaristico di Ancona in treno, di morire vittime di un disastro ferroviario.

L’utente antoniadess reagisce alla notizia affermando: «e chi se ne frega? francamente non mi sembra una notizia pertinente in ultimissime». Le risponde prontamente Bruno Gualerzi, uno dei più prolifici collaboratori dell’UAAR, il filosofo “fai-da-te” di cui abbiamo già parlato in Ultimissima 6/5/11. E come replica Gualerzi? Così: «Quante chiacchiere inutili! E pensare che bastava dire: “uno di meno”…». In obbedienza al filosofo chiudono infatti l’utente alec: “uno in meno!” e daigoro che ironizza sulla morte del vaticanista esclamando: «Miracolo!». Lo stesso accoglieva con gioia tempo fa i nuovi referenti dell’UAAR.

Nessun responsabile dell’associazione ha ritenuto opportuno moderare questi interventi, nessun altro membro dell’UAAR ha preso le distanze da queste offensive dichiarazioni.

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Chiesa, ricchezza e luoghi comuni

di Aldo Vitale
Tratto da La Bussola Quotidiana il 17 settembre 2011

«Versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio»; il durissimo ammonimento non proviene dal furore utopistico del sindacalismo del XIX secolo; né tanto meno dalle agguerrite rivendicazioni di qualche esponente di un partito rivoluzionario socialista del XX secolo; né da uno dei nuovi guru della finanza etica così di moda oggi; sono alcune delle più severe parole della tradizione cristiana contenute nella Bibbia nel libro di Siracide (34, 22).

Dunque, la speciosa critica di quanti pretendono di insegnare alla Chiesa come gestire il danaro che essa riceve nei più svariati modi (otto per mille, donazioni, eredità, offerte, lasciti, ecc) potrebbe essere chiusa ancor prima di affrontarla profondamente, ricordando semplicemente che la dottrina cristiana, precedentemente al socialismo e meglio di ogni altra forma di moralismo storicistico, ha insegnato all’uomo il giusto rapporto con la ricchezza e con la povertà. Ma si può affermare che il problema proprio in ciò consista.

La gran parte degli attacchi rivolti alla Chiesa sui beni e gli averi di sua proprietà, non sembrano altro che dei pretesti ideologici determinati dalla mancanza di conoscenza della dottrina e dell’opera del magistero circa la ricchezza e la povertà. Non si può non rilevare tuttavia, che alla base vi è un problema ancor più fondamentale: cioè l’equivocazione della intera concezione vetero e neo testamentaria sulla ricchezza e sulla povertà.

Recuperare il senso autentico delle Scritture significa, dunque, non solo ripercorrere una corretta ermeneutica dei testi sacri alla luce degli insegnamenti della tradizione della Chiesa, ma ricordare il basilare compito svolto dalla dottrina cristiana in genere e del magistero in particolare per lo sviluppo della sensibilità verso i poveri e gli emarginati da un lato, così come verso la creazione dei presupposti per il nascere e lo svilupparsi del capitalismo dall’altro (in quest’ultimo caso la storiografia più recente, si pensi tra i tanti e più blasonati a Rodney Stark che molta documentata attenzione ha rivolto a questi temi, compie ogni giorno passi da gigante).

La critica normalmente rivolta alla Chiesa si fonda sul noto passo del Vangelo di Matteo in cui Cristo ammonisce:«è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt. 19, 24). Tuttavia il brano appena ricordato deve essere letto sistematicamente con l’insieme dei precetti e degli insegnamenti di Gesù.

Si pensi in particolare all’episodio narrato nel Vangelo di Marco:«Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: “Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!”. Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre» (Mc. 14, 3).

La cultura contemporanea distratta dai bisogni della povertà dal moralismo del pauperismo, non riuscerebbe mai a venir a capo del senso del predetto passo evangelico; anzi, questo non avrebbe proprio alcun senso. Perché mai non vendere il prezioso olio per sfamare cristianamente i poveri?

Perché Cristo non era né un contabile, né un rivoluzionario marxista ante-litteram.

Cristo non ha mai voluto creare una dicotomia di santi e peccatori basata sulla dichiarazione dei redditi; questa è, sebbene ampiamente diffusa anche tra gli stessi cattolici, una lettura materialista, travisante e francamente ingenua della dottrina cristica.

Occorre tener conto, infatti, anche di Mt. 5, 3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli», riproposizione in chiave affermativa di Mt. 4, 4:«Non si solo pane vivrà l’uomo». In buona sostanza Cristo ha voluto evidenziare il carattere spirituale dell’uomo, che cioè questo non è mera corporeità, non deve dedicarsi al solo aspetto materiale dell’esistenza, che, in definitiva, come ha puntualizzato il filosofo Nikolaj Berdjaev, «la persona non è una categoria biologica, ma etica e spirituale». Similmente il Vangelo non fornisce dottrine economiche, materiali, “biologiche”, ma insegnamenti teologici, morali e spirituali.

Per l’autentico pensiero cristiano, infatti, la ricchezza, la proprietà, gli averi, non sono dei mali in se stessi, ma malvagio può essere l’uso che di essi si può fare. Anche in questo senso gli esempi sarebbero molteplici ed impossibili da riportare tutti.

Tuttavia si possono citare, a titolo meramente esemplificativo, in primo luogo Clemente di Alessandria che, già nel III secolo nel suo celebre Quis dives salvetur (Quale ricco si salva), così precisava:«Il detto “Vendi quello che hai”, che cosa vuol dire? Non è, come alcuni intendo in modo superficiale, che ordini di far gettare del patrimonio che si ha e di rinunciare alle ricchezze, ma di allontanare dall’anima una particolare mentalità attinente alle ricchezze, ossia l’attaccamento, il desiderio eccessivo, la bramosia morbosa, gli affanni, i triboli dell’esistenza, che soffocano il seme della vita»; in secondo luogo Basilio di Cesarea che, nell’omelia sul Buon uso delle ricchezze, nel IV secolo così redarguisce il comportamento non etico del ricco schiavo dell’accumulo:«Lo splendore dell’oro ti rallegra oltre misura, ma non pensi quanti e quali gemiti dell’indigente ti seguono».

In conclusione confortano, su questa strada, le precise ricognizioni storiche operate proprio da uno specialista, il celebre economista Achille Dauphine-Meunier che nel suo trattato La Chiesa ed il capitalismo del 1955 così scrive:«Per i Padri, la ricchezza non è riprovevole in se stessa ma in quanto può divenire pericolosa per la vita cristiana. Loro condannavano l’attaccamento alla ricchezza, l’avidità e la cupidigia nel perseguirla, l’ostinazione nel possederla».

La Chiesa dunque conosce ben prima e più attentamente di ogni altra istituzione il corretto rapporto che ciascuno deve curare con ciò che possiede, così che qualunque dichiarazione intesa a sostenere il contrario si appalesa per ciò che in realtà è: un semplice pretesto ideologico.

Critica serrata di un teologo al Gesù improbabile di Flores d’Arcais | Tempi.

Critica serrata di un teologo al Gesù improbabile di Flores d’Arcais | Tempi.

Da tre mesi siamo in guerra e tutti tacciono. Dove sono i paladini della pace? E Napolitano…

C’è una guerra in corso da tre mesi, i bombardieri della Nato tuonano giorno e notte, ma dove sono i giornalisti di denuncia, i Santoro, i Lerner, i Floris e dove sono l’Annunziata e la D’Amico?

Dov’è la schiena diritta del giornalismo sedicente libero, quello che chiama “servi” tutti gli altri? Sarei curioso anche di sentire la saggia voce di spiriti liberali come Paolo Mieli o Ernesto Galli della Loggia. Invece sono diventati tutti muti. A cosa si deve questo improvviso silenzio collettivo?

E’ vero che il 26 aprile scorso si poteva leggere sul “Corriere della sera” che “il Colle sostiene i bombardamenti” con l’opposizione di sinistra tutta allineata dietro Napolitano (il governo già si era dovuto adeguare).

E che anche mercoledì scorso, al vicepresidente americano Biden, Napolitano ha ripetuto che l’Italia è “fianco a fianco” con gli Usa nella vicenda libica.

Ed è vero che il compagno-presidente con tale entusiastica adesione ai bombardamenti “umanitari” è diventato il riferimento privilegiato della Casa Bianca, relegando di fatto l’indebolito e incerto Berlusconi (che ha dovuto seguirlo nell’impresa) a un ruolo di secondo piano.

Ma la stampa avrebbe almeno il dovere di raccontare ciò che sta accadendo. Invece niente. Un autobavaglio così totale non si era mai visto. Eppure ogni notte i bombardieri Nato colpiscono duro.

Il Vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, implora instancabilmente di smetterla con le bombe. Ha dichiarato ad Asianews:

“La Nato ha intensificato i bombardamenti e continua a fare vittime. I missili stanno cadendo ovunque e purtroppo non colpiscono solo zone militari, ma anche civili. La gente a Tripoli soffre, anche se nessuno ne parla”.

Nell’ultima settimana il vescovo ha denunziato il bombardamento di un ospedale, di un quartiere popolare e di una chiesa cristiana copta.

Ma non c’è traccia di tutto questo sui giornali e in tv. Nessuno fa una piega. Nessuno s’indigna. Nessun programma tv, nessun editoriale.

Non si vede in giro neanche una bandiera arcobaleno alle finestre. E dire che solo qualche anno fa avevano riempito l’Italia. Ma a quel tempo si trattava di protestare contro Bush, mentre oggi a bombardare è il Premio nobel per la pace nonché democratico Obama.

Dunque oggi niente manifestazioni e niente marce Perugia-Assisi. Tutte le anime belle dormono un sonno profondo.

All’inizio di tutto, in marzo, della guerra parlò Lerner con “L’Infedele” e mi capitò di assistere incredulo al memorabile elogio della Francia dei bombardieri: ci fu addirittura chi – col plauso di Gad – ebbe la faccia tosta di affermare che il governo francese in questo modo testimoniava la sua imperitura volontà di affermare dovunque i valori umanitari della rivoluzione francese, di cui invece al governo italiano non importava niente.

Curioso paradosso perché i francesi affermavano quei presunti ideali umanitari bombardando i libici, mentre le autorità italiane – accusate di insensibilità perché ancora restie a bombardare – si stavano prodigando a soccorrere migliaia di rifugiati arrivati disperatamente a Lampedusa anche per fuggire dalla guerra “umanitaria” dei francesi.

Dunque dal buon progressista le bombe francesi furono giudicate umanitarie, mentre i soccorsi italiani erano disumanitari. Che grande esempio di giornalismo.

Tutti sanno che in realtà gli ideali umanitari non c’entrano niente con la guerra, tanto è vero che nessuno si sogna di andare a bombardare Damasco dove il regime compie quasi ogni giorno stragi contro i manifestanti.

Tanto meno si pensa di andare a bombardare Pechino perché il regime cinese stroncò nel sangue le manifestazioni di piazza Tien an men o perché continua a spedire nei lager gli oppositori.

A proposito, neanche Napolitano si sogna di prospettare spedizioni militari contro quei due paesi, che egli peraltro visitò nel 2010 dando la mano a quei despoti (provate a rileggervi anche i discorsi molti amichevoli fatti in quella sede).

Ma allora perché questa smania di francesi e inglesi (che hanno il colonialismo nella loro storia) e poi degli americani, di sostenere una sorta di colpo di stato interno alla nomenclatura libica e spedire bombardieri sulla Tripolitania?

Secondo Angelo del Boca, storico ed esperto delle vicende libiche, “le vere ragioni di questa guerra sono il controllo dei pozzi di petrolio e i 200 miliardi di dollari dello Stato libico depositati nelle banche straniere”.

Non so dire se queste sono “le vere ragioni”, ma di sicuro non si può continuare a gabellarci la favoletta dell’intervento umanitario. Sarebbe il caso che la stampa raccontasse quello che sta accadendo e scavasse alla ricerca delle “vere ragioni” della guerra.

Invece da settimane non si legge un solo articolo sulla tragedia della Libia. E quando ne appare qualcuno è peggio che mai. E’ il caso del reportage da Tripoli pubblicato ieri a tutta pagina sul “Corriere della sera” a firma Lorenzo Cremonesi: spiace dirlo, ma sembrava quasi un inno ai bombardieri.

Si riportavano queste testuali dichiarazioni (rigorosamente anonime): “Brava Nato. Continui così”.

Possibile che l’inviato del Corriere sia riuscito a pescare proprio i pochi – guarda caso anonimi – che sono felici di venire bombardati ogni giorno e anzi chiedono di essere bombardati più intensamente?

Chissà perché non ha parlato con monsignor Martinelli e chissà perché non è andato a vedere gli effetti di quei bombardamenti, ascoltando le vittime. In tv del resto la guerra proprio non esiste.

C’è un colossale problema di informazione sulla vicenda libica. Gli Usa, i francesi e gli inglesi, con le autorità militari della Nato ormai fanno mera propaganda. Dice Del Boca: “Gli alti costi dell’operazione contro Gheddafi hanno trasformato un conflitto lampo in una guerra di fandonie fatta dai media”.

Mi ha colpito quanto ha scritto su Asianews padre Piero Gheddo, il decano dei missionari italiani, un uomo di Dio per nulla incline al pacifismo ideologico e al settarismo di sinistra, basti dire che fu tra i primi, negli anni Settanta, a denunciare i crimini dei Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia, svergognando certi media e certa sinistra italiana ancora intrisa di antiamericanismo.

Dunque l’altroieri padre Gheddo ha scritto:

“Le anomalie di questa guerra di Libia sono infinite e dimostrano che anche in Occidente soffriamo di una disinformazione colossale.

L’intervento umanitario iniziale sta assumendo i contorni di un crimine di stato. L’Onu aveva giustificato la ‘No fly zone’ per impedire che gli aerei libici bombardassero i ribelli della Cirenaica.

Ma in pochi giorni le forze aeree della Libia vennero facilmente azzerate. Poi si è passati a bombardare i mezzi militari di terra che avanzavano verso Bengasi e si continua, da più di due mesi, a bombardare le città della Cirenaica, non per proteggere il popolo libico da Gheddafi, ma per la ‘caccia all’uomo’ Gheddafi, il che sta scavando un abisso di odio e di vendetta fra le due parti del paese, Tripolitania e Cirenaica, che erano e sono pro o contro il raìs”.

Padre Gheddo ha poi citato il generale Anders Fogh Rasmussen segretario generale della Nato che “ha definito i bombardamenti come parte dell’intervento umanitario per proteggere il popolo libico! Ci vuole una bella faccia tosta, a mentire in modo così smaccato!”, ha tuonato il missionario.

“Chi mai può credere che i quotidiani bombardamenti su Tripoli sono fatti per difendere il popolo libico? Ecco perché stampa e Tv occidentali non parlano più della guerra in Libia. Non sanno più come giustificare una così evidente violazione dei diritti umani”.

L’assurdo poi è che la trattativa per far uscire di scena Gheddafi in modo incruento sarebbe stata possibile, ma proprio gli “umanitari” l’hanno uccisa sul nascere. Per quanto deve continuare questa guerra? E il nostro silenzio?

Antonio Socci

Da “Libero”, 5 giugno2011

QUALCUNO DICA A NAPOLITANO CHE DEVE ESSERE LUI A FARE AUTOCRITICA

Proprio il giorno in cui è uscito questo articolo il presidente Napolitano è intervenuto per deprecare l’indifferenza generale per il naufragio di un barcone di profughi davanti alle coste del Nordafrica.

Un mio lettore oggi mi ha scritto:

Il presidente Napolitano ci invita a non assuefarci alle notizie di annegamenti dei rifugiati provenienti dalla Libia.
Qualcuno dovrebbe informare il signor presidente che quei poveretti che scappano con grande rischio dalla Libia lo fanno perché qualcuno (Napolitano in testa) ha deciso di bombardare la Libia e sconvolgere la vita civile di quel paese che dava lavoro a oltre 1,5 milioni di lavoratori provenienti dall’Africa nera del sud.

Non posso che essere d’accordo con questo lettore. Aggiungo che Napolitano dovrebbe fare il presidente della Repubblica come la Costituzione lo descrive, come un silenzioso notaio.

Oltretutto lui ha un passato politico assai ingombrante che dovrebbe sempre ricordare…

Sono altri che hanno i titoli per fare sermoni morali e per parlare alle coscienze.

AS


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