La verità sull’8×1000, al di là delle leggende anticattoliche

È tempo di dichiarazione dei redditi e di 8×1000, e puntualmente prendono vita le crociate e le campagne anticlericali. Anche quest’anno, entrando nel merito, rispondiamo alla Leggenda nera sull’8×1000, la quale si divide convenzionalmente in tre voci:

1) L’8X100 E’ UN OBBLIGO? L’8 per mille, come anche il 5 per mille, è la destinazione di una quota delle tasse già dovute, cioè non significa una maggiorazione delle imposte come molte voci anticlericali dicono. E’ ovvio anche che non esprimerla non fa risparmiare sulle tasse (anzi, avvantaggia l’ente che ha preso più voti, come diremo dopo). E’ una scelta volontaria, nessuno obbliga a firmare per lo Stato, per la Chiesa cattolica, per quella valdese, per quella luterana, per le comunità ebraiche e così via.

2) IL MECCANISMO AVVANTAGGIA LA CHIESA CATTOLICA? Il meccanismo di ripartizione funziona in modo che “chi firma decide anche per chi non firma”, cioè la quota dei contribuenti che non ha firmato viene suddivisa tra i destinatari secondo la proporzione risultante dalle scelte espresse. Detto in modo più semplice, questo meccanismo avvantaggia chi ha avuto la maggiore quota di preferenze. Domanda: quale colpa ha la Chiesa cattolica se è lei a ricevere la maggioranza delle preferenze del 40% dei contribuenti che esprime una scelta? Non si sa, ma bisogna incolparla comunque. Se la maggioranza firmasse per lo Stato o per la Chiesa valdese (qualcuno lo impedisce?), siamo sicuri che le stesse campagne anticattoliche andrebbero avanti comunque. L’otto per mille, citando l’importante dossier creato da Umberto Folena, non dà alcuna garanzia alla Chiesa, che ogni anno si sottopone al giudizio (democratico) dei cittadini, i quali possono darle la firma o rifiutargliela. Le garanzie, se così vogliamo chiamarle, c’erano semmai prima del Concordato del 1984, quando ancora i preti privi di altri redditi ricevevano dallo Stato il cosiddetto “assegno di congrua”. Garanzie a cui la CEI ha rinunciato, in accordo con lo Stato, rimettendosi alla volontà degli italiani. L’otto per mille è una forma di democrazia diretta applicata al sistema fiscale. Ogni lamentela è puramente ideologica.

3) LA CHIESA CATTOLICA DESTINA POCO ALLA CARITA’?  Secondo la leggenda, la Conferenza Episcopale Italiana (che è il vero beneficiario, e non la Chiesa o il Vaticano come dicono i disinformati) nasconderebbe la vera distribuzione dei fondi ricevuti, evitando di dire che una parte minore dell’8×1000 andrebbe ad esigenze di carità. Innanzitutto, da sempre la Cei pubblica l’esatto rendiconto, il quale appare anche sulla pagina 418 del Televideo Rai, sui settimanali diocesani, sul sito ufficiale www.8×1000.it, e anche sul quotidiano “Avvenire”, che informa costantemente sull’utilizzo dei fondi, senza nessun nascondimento segreto. In secondo luogo, occorre capire un piccolo concetto.

Secondo questo dettagliato rapporto si vede che nel 2011 468 milioni sono stati destinati a “Esigenze di culto della popolazione”, 235 milioni di euro a “Interventi caritativi” e 361 milioni di euro a “Sostentamento del clero”. Sembrerebbe quindi giustificata la tesi della “leggenda nera” (“solo” 235 milioni alla “carità”). Poi però se si va a leggere il dettaglio, sotto la voce Esigenze di culto della popolazione fanno parte anche «esigenze relative, ad esempio, alle problematiche familiari, alla realizzazione di strutture educative e ricreative per ragazzi […], ad attività pastorali che si fanno sempre più articolate e si proiettano maggiormente in prospettiva evangelizzatrice e missionaria […], iniziative che abbiano come scopo la conoscenza, la tutela e conservazione dei beni culturali ecclesiastici (in Italia il 70% del patrimonio artistico è di carattere religioso) […], attività di promozione dell’ecumenismo e della pace, attività di promozione pastorale per i detenuti, attività di formazione dei giovani lavoratori, sostegno di associazioni per la promozione delle famiglie…». Insomma è un investimento nella società, nei futuri missionari, nell’educazione, in progetti di ecumenismo, da cui traggono beneficio tutti (non si è interessanti comunque? Benissimo, si firmi tranquillamente per altri beneficiari).

Superiamo la voce “Interventi caritativi”, che evidentemente è  direttamente rivolta alle opere missionarie della chiesa, e arriviamo alla voce “Sostentamento del clero”.  Anch’essa è di fatto un investimento nella carità, perché i missionari nei Paesi del Terzo Mondo vanno pagati, i sacerdoti e le suore che organizzano le mense dei poveri vanno pagati, occorre che si mantengano, a meno che si voglia chiedere ai poveri di pagare (un sacerdote prende dalle 800 alle 1000 euro al mese e non va mai effettivamente in pensione). E’ una forma indiretta di sostegno della carità, come -esempio banale- lo stipendio allo spazzino è un modo indiretto per garantire la pulizia della propria città. Questa terza voce della “Leggenda Nera” è quella più diffusa, e per capire meglio questo (non troppo complicato) concetto, si invita a visitare il sito “Chiedilo a loro”. Inoltre, è opportuno citare ancora l’ottimo lavoro di Folena che spiega l’errore anti-clericale: non è corretto leggere l’impegno della Chiesa nel nostro Paese attraverso la schema rigido di un rendiconto amministrativo. Perché, ad esempio, il prete che ispira e anima un progetto di carità finisce sotto la voce “sostentamento del clero”, mense, centri di ascolto e case d’accoglienza, immobili a servizio della carità, finiscono sotto la voce “culto e pastorale”. Dunque l’investimento nella “carità”, non è tutto quello che appare sotto la diretta voce della rendicontazione.

CONCLUDENDO: anche quest’anno destiniamo l’8×1000 alla Chiesa cattolica e invitiamo tutti a fare altrettanto. E’ l’unico ente sufficientemente attrezzato e radicato sul territorio per permettere davvero che questi soldi siano utilizzati nel modo più efficace possibile. Se non ci credete, chiedetelo a loro.

POST SCRIPTUM:  Significativo sottolineare come una delle associazioni più impegnate in questa crociata anticlericale sia l’UAAR, ovvero gli atei fondamentalisti italiani. Si è però scoperto che lei stessa aspira (senza riuscirvi) ad accedere all’8×1000, tanto da arrivare ad auto-definirsi (prendendo in giro i propri iscritti) una “confessione religiosa” nel Ricorso straordinario allo Stato, di cui abbiamo già parlato e che si può trovare ancora sul loro sito web: «è stata disconosciuta la qualificazione non solo di confessione religiosa, ma anche quel­­la di associazione religiosa: ma un’u­­nione di atei non è né una società sportiva né un partito politico né può essere qualcosa di diverso da una associazione con fine di religione […], e l’UAAR, come si è detto, si interpreta come religione». E ancora: «l’ateismo non potrebbe nemmeno essere distinto dalla religione» (avviso per il segretario Raffaele Carcano: è inutile che, come al solito, ora tenterai di nascondere la pagina in questione, la quale è già stata opportunamente “fotografata”). Vuole auto-concepirsi come “confessione religiosa”, per «determinati fini o per conseguire vantaggi legislativamen­te previ­sti, come confessione», «vantaggi non soltanto morali, ma anche concreti», come quelli «di tipo patrimoniale (attribuzione dell’otto per mille del gettito IRPEF, deducibilità del­le erogazione liberali dei fedeli) e non patrimoniali (ac­cesso al servizio radiotelevisivo pubblico e riserva di frequenze; insegnamento dottrinale su richiesta nelle scuo­le pubbliche)». Ricordano infine che «l’UAAR, in quanto confessione religiosa ai sensi dell’art. 8 c. III Cost., risulta titolare di tale interesse».


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Da http://www.uccronline.it/

I membri dell’UAAR esultano per la morte del vaticanista Giancarlo Zizola

Il vaticanista Giancarlo Zizola si è spento mercoledì scorso. Collaboratore dell’Osservatore Romano, Avvenire, e ultimamente di Repubblica. Il sito degli atei dell’UAAR ha voluto informare i suoi membri con una breve notizia. In tanti hanno gioito e ironizzato sulla morte.

Innanzitutto non si capisce il motivo di questo interesse da parte dell’associazione anticlericale. Credono veramente di poter diventare un luogo d’informazione sulla religione a 360°? Pensano davvero di poter mascherare la loro faziosità e il loro spirito fondamentalista offrendo informazioni al di là degli scopi prefissi dall’associazione? O forse i responsabili dell’UAAR sapevano bene quale reazione avrebbero avuto i proprio adepti alla lettura di questa notizia e quindi hanno appositamente aggiunto benzina alla macchina del fango e della ridicolizzazione della religione? I vaticanisti in fondo sono i responsabili delle notizie sulla Chiesa presenti nei media, quale occasione migliore per gli anticlericali di vendicarsi di tutto questo al momento della loro morte?

Il metodo è sempre lo stesso: l’associazione UAAR non si espone ufficialmente e scrive l’articolo in stile forzatamente neutrale. Sa benissimo che poi ci penseranno i fans e i tesserati ad esprimersi, protetti dall’anonimato. Subito sotto la notizia infatti si può notare subito un incomprensibile sfogo dei frequentatori del sito web anticlericale contro i “credenti” in generale e contro i cattolici presenti sul sito che scelgono cordialmente di dissentire dalle opinioni negative sull’operato del vaticanista Zizola. Si osservano simpatici deliri sulla presunta colpevolezza di Benedetto XVI nell’aver coperto sacerdoti pedofili e opinioni varie sui vaticanisti. Ma la cosa più macabra, come dicevamo, è sicuramente la gioia di molti per la morte di Zizola.

L’utente Rasputin commenta invece: «Non sempre dispiace della morte di una persona, e chi asserisce il contario mente. Io non mento, dico solo, uno in meno». Che sia un membro attivo dell’UAAR lo aveva dichiarato lui stesso tempo fa.  Agita&Gusta invece lo ritiene arbitrariamente colpevole quanto i sacerdoti macchiatisi di pedofilia, per averli coperti: «Chi non denuncia i pedofili è colpevole quanto loro». Più sotto ironizza a sua volta sulla morte del vaticanista. Nicola, poco dopo, giudica la carriera del defunto Zizola in questo modo: «75 anni spesi male». E chi fa notare il comportamento poco tollerante di questi utenti nel rivolgersi in questo modo ad una persona defunta solo perché ha scelto di occuparsi della Chiesa, viene tacciato lui stesso di intolleranza dal branco. L’utente Wunshe interviene augurandosi la morte di tutti gli altri vaticanisti (e forse non solo loro). Tempo fa elogiava apertamente l’attività dell’UAAR, mentre il 4 settembre augurava a tutti i pellegrini che si sarebbero recati al Congresso Eucaristico di Ancona in treno, di morire vittime di un disastro ferroviario.

L’utente antoniadess reagisce alla notizia affermando: «e chi se ne frega? francamente non mi sembra una notizia pertinente in ultimissime». Le risponde prontamente Bruno Gualerzi, uno dei più prolifici collaboratori dell’UAAR, il filosofo “fai-da-te” di cui abbiamo già parlato in Ultimissima 6/5/11. E come replica Gualerzi? Così: «Quante chiacchiere inutili! E pensare che bastava dire: “uno di meno”…». In obbedienza al filosofo chiudono infatti l’utente alec: “uno in meno!” e daigoro che ironizza sulla morte del vaticanista esclamando: «Miracolo!». Lo stesso accoglieva con gioia tempo fa i nuovi referenti dell’UAAR.

Nessun responsabile dell’associazione ha ritenuto opportuno moderare questi interventi, nessun altro membro dell’UAAR ha preso le distanze da queste offensive dichiarazioni.

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Critica serrata di un teologo al Gesù improbabile di Flores d’Arcais | Tempi.

Critica serrata di un teologo al Gesù improbabile di Flores d’Arcais | Tempi.

“Perché Dio non esiste”: recensione del libro di Pierpippo Odifreddi

Il sedicente “matematico” Piegiorgio Odifreddi non è certo un matematico. Dopo l’università ha presto abbandonato la ricerca scientifica (nessuna pubblicazione all’attivo) per concentrarsi sulla divulgazione scientifica. Il motivo? Lo ha detto nel suo penultimo libro, intitolato “Perché Dio non esiste” (Aliberti 2010): «Il ricercatore cerca le risposte alle domande. Il divulgatore cerca di divulgare le risposte che già sono state date. Trovare risposte nella matematica è un’impresa giovanile», il che ricorda molto la volpe che non riuscendo a saltare abbastanza in alto per afferrare un chicco d’uva se ne andò sconsolata dicendo che tanto era acerba. O, sinteticamente: è facile rifiutare quel che non si può ottenere. Oggi Odifreddi è finito a fare unicamente lo scrittore antireligioso e il volume citato è uno delle sue ultime fatiche. Titolone a parte, è semplicemente una banale intervista sui fatti privati del noto anticlericale, dai quali emerge tuttavia tutta la sua ambigua personalità.

BIOGRAFIA E ANEDDOTI. E’ vero, ha fatto il divulgatore, ma in realtà -come rivela lui stesso a pag. 131- ha solo usato le scoperte scientifiche (degli altri) per tentare di combattere la Chiesa: «Per anni ho scritto articoli su “Repubblica” sugli argomenti più disparati, ogm, big bang, scacchi, letteratura. Il mio divertimento era ficcarci dentro ogni tanto una frase contro la religione» (pag. 131). Comunque, ci si comincia a divertire fin dalla prefazione (pag. 10) a causa delle sue continue contraddizioni (o “odifreddure”). Dice, ad esempio: «Mi è difficile credere che persone strutturate intellettualmente siano dei credenti. Ci credo poco. Non credo ci siano credenti». Bastano però poche righe perché Odifreddi cambi idea raccontando gli anni giovanili passati dalle suore Giuseppine e le medie dai preti: «Si studiava bene. Sopratutto facendo il paragone con quello che si vede oggi. I preti mi hanno insegnato a studiare». Ma poco prima non aveva mica sostenuto che le persone istruite non possono essere credenti? Più avanti (pag. 122), si disgusterà perché «Carlo Rubbia mi pare che sia cattolico. Enrico Bombieri, medaglia Fields, è cattolico e va a messa». Anche loro persone non strutturate intellettualmente?

Per chi volesse passare al primo capitolo il divertimento continua ad essere assicurato. Continuando a parlare della sua educazione cattolica, racconta: «negli anni Cinquanta io vedevo in televisione solo due personaggi Pio XII e Mike Bongiorno. Erano loro i due modelli fra i quali scegliere. Io scelsi Pio XII. Anche se poi sono diventato più come Mike Bongiorno» (pag. 12). Finì in seminario ma lo abbandonò perché aveva calcolato che c’era bassa probabilità per un italiano di diventare Papa nell’era postconciliare. Un altro motivo è perché «mi alzavo alla sei e mezzo, mi mettevo al tavolino e finivo la sera alle sei. E poi andavo a letto presto». Un ritmo da vero studioso, non certo alla sua portata: «mi ero rotto le scatole, non era adatto. Non ero in grado di obbedire, non sapevo stare alla disciplina» (pag. 12). Racconta anche che «dalle suore avevo il permesso speciale di alzarmi durante le lezioni. Potevo camminare nell’aula. Una specie di bulimia» (pag. 27). La disciplina comunque non la imparerà più, tanto da unirsi a violenti dissidenti sovietici in URSS. Venne arrestato, racconta, ma intervenne Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri, che organizzò lo scambio dei prigionieri: «tornato in Italia ebbi i miei cinque minuti di gloria mediatica» (pag. 15). La fede comunista è ancora oggi molto viva in lui. Dice di Giovanni Paolo II: «Era un furbone. Pericoloso. E’ quello che ha tirato giù l’Unione Sovietica» (pag. 112). Pericolosissimo!

A pagina 20 prende coraggio e finalmente rivela l’altro motivo dell’abbandono della ricerca: «La soluzione dei problemi matematici richiede una grande concentrazione. E un notevole sforzo fisico. Stare dieci ore al giorno a pensare non è una cosa da poco». Facciamo notare che è lo stesso motivo per cui abbandonò anche il seminario. Si conferma dunque proprio un‘incapacità congenita all’uso prolungato della ragione. Tra l’altro, proprio per questo difetto genetico, Odifreddi è anche l’unico furbone ad aver scritto due libri, pubblicati uno di seguito all’alto, con un titolo quasi identico: “Il matematico impertinente” e “Il matematico impenitente”. Il secondo ovviamente ha venduto solo 50 mila copie (cioè quanto vende il libro del Papa in un giorno solo in Italia) perché, spiega lui sconsolato, «molti l’hanno confuso col primo. Qualcuno non ha capito che era un libro nuovo» (pag. 23).

ODIFREDDI CONTRO TUTTI. Scorrendo le pagine si nota lentamente l’emergere di una grande insoddisfazione verso la vita e verso gli uomini. I giudizi cinici su tutti e su tutto quanto lo circondi sono infiniti, e pure l’intervistatore, Claudio Sabelli Fioretti, se ne accorge. L’elenco dei disprezzati parte a pag. 14 da Flavio Briatore -suo compagno di classe di allora-, con un’accusa mica da ridere: «Era uno che non faceva niente. Finito il geometra a Cuneo si mise in società con un tal Dutto, che un giorno saltò in aria con tutta la macchina. Briatore scomparve da quel giorno. Quando riapparve era ricchissimo […] Nessuno può costruire un impero dall’oggi al domani». Passa poi all’attacco dei ricchi e degli imprenditori, da buon vecchio e nostalgico comunista: «non sono antiberlusconiano più di quanto non sia anti-Fiat» (pag. 14). Passa alla politica, ma la sua ira non si placa: «Mi piace un sistema statalista, governato dal centro. Io sarei più di estrema sinistra, ma se vai in Rifondazione Comunista comunque sei fuori, fai le battaglie di bandiera. Veltroni doveva far fuori tutti: Rutelli, Fioroni, Fassino, D’Alema. Tutte queste cariatidi che tirano a fare i loro giochetti. Sono interessati solo ai posti, non gliene frega niente di portare la sinistra al governo». Bersani e Franceschini? «Persone degne ma senza carisma. E succubi dell’apparato» (pag. 33). Bassolino? «E’ una ruota di scorta. E’ andato perfino a baciare il sangue di san Gennaro. Uno di sinistra non può andare a baciare il sangue di san Gennaro» (pag. 34). Veltroni? «E’ l’antitesi di Zapatero. E’ un vecchio democristiano di sinistra. E’ responsabile della tragedia del Pd. Uno come Veltroni non si capisce cosa voglia. E alla fine ti frega. Gli chiesi di prendere posizione contro i democristiani. Lui ha parlato della funzione pubblica della religione. E allora me ne sono andato […]. Ha sbagliato tutto» (pag. 34,35 e 102).

Rutelli? «Rutelli è difficile da capire. Si è convertito, fa la comunione, si è risposato in chiesa. Non lo capisco» (pag. 47). Pannella e Bonino? «Pannella parla molto ma fa poco. La stessa Bonino quando è stata al governo con Berlusconi, che cosa ha fatto per bloccare gli interessi della Chiesa?» (pag. 51). D’alema? «Se da quando nasci a quando muori stai in Parlamento, chi rappresenti? Uno come D’Alema, figlio di un deputato, che non ha nemmeno finito gli studi e non ha mai lavorato, chi rappresenta? […] Si crede molto intelligente, e questo è un errore gravissimo, quando non lo si è» (pag. 56 e 102). Diliberto? «Simpatico. Ma il problema è che quelli lì io non li considero credibili» (pag. 101). Beppe Grillo? «produce populismo. Delegare la politica ai comici è sintomo di un malessere […]. Grillo lo trovo antipatico e livroso» (pag. 103,104). Travaglio? «E’ un po’ manicheo e maniacale […]. Spesso gioca sull’equivoco, riporta accuse a politici che non sono ancora state confermate nei tribunali» (pag. 103,104). Santoro? «Lo trovo un po’ egocentrico. E’ come Piero Angela: la sua trasmissione è lui. Da Piero Angela magari ci sono due premi Nobel in studio, ma non parlano: sono lì solo per confermare quello che dice lui» (pag. 131).

Una delle poche persone che ne esce bene da questo vortice di disgusto è Paola Binetti. Per lei ha parole gentili e di comprensione: «Fa il suo lavoro. E’ dell’Opus Dei, vive in una comunità di donne, il suo stipendio lo devolve all’Opus Dei. Quelli dell’Opus Dei sono persone un pò strane. Ma ti dico: preferisco una come lei. In fin dei conti sai cosa pensa» (pag. 35). Anche Berlusconi tuttavia è trattato dignitosamente: «Ha portato l’idea che la politica aveva bisogno di facce nuove. Che le facce nuove siano la Carfagna, la Brambilla o la Gelmini può non piacere. Rimane il fatto che sono faccie nuove. Tra i berlusconiani non ci sono quelli che di professione fanno il politico. Non c’è la casta» (pag. 95). Su Bruno Vespa dice: «Prima di conoscerlo lo trovavo insopportabile. Poi sono andato da lui qualche volta, e mi sono stupito. Ho dovuto ricredermi. Ho capito che lui è un professionista» (pag. 131). Stranamente ha qualche parola di apprezzamento anche per i religiosi: «Ho conosciuto il vescovo di Noto, Antonio Stagliano. Ovviamente non siamo d’accordo su nulla. Però è uno con cui si può parlare. Ho incontrato il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe. Anche lui mi è sembrato una persona aperta». Ripiomba però subito nel feroce nichilismo militante: «Ma frequentarli è sbagliato. I brigatisti rossi dicevano che se tu vai a sparare a qualcuno non devi pensare alla sua vita, a sua moglie, ai suoi figli. Non devi pensare che è una brava persona. Devi solo pensare che stai combattendo una battaglia politica. Non voglio sparare ai vescovi, ma il fatto che siano eventualmente persone decenti non li rende meno degne di essere combattute» (pag, 36).

CONTRO FILOSOFI E SCIENZIATI. Anche per i filosofi e gli intellettuali c’è una forte repulsione: Vattimo? «Recita il breviario tutti i giorni. L’unica cosa che gli invidio è il colloquio che ha avuto con Fidel Castro» (pag. 41). Cacciari? «Va in Vaticano a presentare i libri del Papa. Il libero pensiero degli illuministi è qualcosa che a lui fa ribrezzo. Mi chiama il nipotino di Voltaire» (pag. 43). Severino? «è una cariatide della filosofia, incomprensibile e antiscientifico. La sua è la filosofia più deleteria» (pag. 46). Marcello Pera? «Era un filosofo della scienza, un popperiano. Arrivato al potere è diventato un laico devoto. E’ un personaggio singolare. Ma anche lui non è un grande filosofo» (pag. 47). Il matematico ebreo Giorgio Israel? «E’ un virulento, un intellettuale di nicchia, una testa calda. In più esercita il vittimismo dell’ebreo» (pag. 79). Il fisico Zichichi? «Ha l’intelligenza di un bambino. Anzi no, perché i bambini sono svegli» (pag. 87). Ernesto Galli della Loggia? «Anche lui è un po’ tonto, poverino» (pag. 88).

A pag. 59 rivela che nemmeno il Festival della matematica è una sua invenzione ma di Rutelli: «ero un pò scettico. Pensavo fosse un’esagerazione». E’ durato tre anni, poi «sono cominciati gli screzi. Di ogni tipo. Risultato, non mi hanno rinnovato il contratto». A pag. 62 rivela che «si può benissimo avere una concezione immanente della divinità. Allora ci credo anch’io. E si può anche non considerarlo come la natura, ma come l’ordine che regola la natura. Quindi ad un livello più alto. Gli scienziati ci credono che c’è un ordine che regola la natura». Poco dopo si nota un’ennesima odifreddura: «Solo la mancanza di un progetto può spiegare come è fatto il mondo». Più avanti dice una cosa ancora diversa: «Gli scienziati credono in quello che i cristiani chiamerebbero il Logos. Se non credi che l’universo sia strutturato, che sia regolare, che non sia casuale, è inutile che tu faccia lo scienziato» (pag. 123). Quindi la realtà è ordinata e non casuale ma manca di un progetto. Quanta confusione!

CLASSICHE ODIFREDDURE. A pag. 63 parla proprio dell‘inesistenza di Gesù e lo avrebbe capito addirittura leggendo i Vangeli, mentre a pag. 67 informa che Madre Teresa di Calcutta era atea. A pag. 71, temendo l’islam, dice che «Non c’è un concordato con l’islam. Quando ci sarà me ne occuperò. Nel frattempo posso dire che la Bibbia è una truffa mentre il Corano non lo è. La Bibbia si presenta come un libro di storia». Ma il Corano non è mica considerato essere dettato direttamente da Dio? Più avanti (pag. 108) difenderà il Burqa e l’Islam, opponendosi all’odio «nei confronti degli islamici perché si sono sempre contrapposti al cristianesimo». Ah, ecco perché gli sono così simpatici. Spiega anche la paura del terrorismo è irrazionale perché l’11 settembre ha fatto 3000 vittime, mentre il tabacco e l’alcool ogni anno ne fanno 120 mila (pag. 109), e giustifica anche l’attentato, accusando il comportamento degli americani. A pag. 81 dice che «non è colpa mia se quelli di destra non vincono i Nobel». A pag. 81 annuncia che «fascista è un aggettivo generico, una maniera per dire che fa riferimento alla violenza, all’intolleranza. In questo senso Israele è un Stato fascista. Fascisti sono anche in parte gli Stati Uniti. Obama dice le cose identiche che diceva Bush […]. Io sono antistatunitense, sono antisionista non antisemita». A pag. 127 si dichiara anche contro gli inglesi. Addirittura «io farei un referendum per buttarli fuori dall’Unione Europea».

Un libro che consigliamo vivamente insomma, che contribuisce a smantellare quell’aurea di saggezza e intelligenza creata appositamente dalla cultura atea attorno ad Odifreddi.

Aggiornamento 13/8/11: in seguito alla pubblicazione di questo articolo, il matematico Giorgio Israel ha pubblicato una risposta a Odifreddi, il quale ha contro-replicato sostenendo che sia l’intervistatore, Sabelli Fioretti, che l’editore, Alberti, avessero riportato pensieri non suoi. Tuttavia sia il giornalista che l’editore hanno replicato, il primo dichiarando di avere la registrazione delle parole di Odifreddi, il secondo annunciando querela. Potete trovare descritte queste vicende in Ultimissima 13/8/11 e Ultimissima 13/8/11.


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Si può essere “cattolici democratici” senza essere più cattolici?

3 luglio 2011 / In News

Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per Repubblica.

Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente, secondo Mancuso tale doveva restare.

Invece con Scola il “cattolicesimo democratico” avrebbe subito – a suo dire – “un’umiliazione pesante” perché avrebbe perso “l’unico punto di riferimento nazionale”.

Benedetto XVI – afferma l’intellettuale di Repubblica – scegliendo Scola ha scelto di “contrastare frontalmente” quella linea “cattolico democratica”.

In pratica, se così stessero le cose, dovremmo concludere che il papa ha deciso di restituire a Milano il cattolicesimo tout court, senza aggettivi. E ci sarebbe solo da rallegrarsene.

Ma la chicca dell’articolo di Mancuso è un’altra, quella dove si apprende che egli è il confidente segreto dello Spirito Santo. Scrive infatti: “non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo”.

Evidentemente lo Spirito Santo ha detto a Mancuso che preferiva Ravasi.

La singolare idea del cattolicesimo che ha Mancuso è stata bocciata duramente, mesi fa, da Civiltà Cattolica e da Vincenzo Vitale nel libro “Volti dell’ateismo”.

Quelle pagine mostrano che Mancuso sarà anche all’interno del “cattolicesimo democratico”, ma – visti tutti i dogmi di fede che nega – sta al di fuori del cattolicesimo.

Me ne dispiace molto. Ho avuto occasione di incontrare Mancuso di recente e voglio raccontare l’episodio.

Ho accettato l’invito al programma di Corrado Augias in onda su Rai 3 verso mezzogiorno per un’intervista sul mio libro appena uscito, “La guerra contro Gesù”.

Sapevo che il salotto di Augias non è affatto neutro e che il conduttore, pure lui giornalista di Repubblica, è animato da forti sentimenti anticattolici (che scatenano ricorrenti proteste su “Avvenire”).

Io stesso, nel mio libro, lo pizzicavo su alcune assurdità da lui scritte a proposito di cristianesimo (pure durante la trasmissione ho dovuto contestargli un’altra castroneria).

Dunque non mi sono stupito quando i curatori del programma mi hanno informato che in studio era stato chiamato pure Vito Mancuso.

Mi ha divertito che Augias avesse voluto “un rinforzo”. Sinceramente – lo dico senza protervia – la cosa non mi ha affatto impensierito.

Ma non era finita. Augias – per sentirsi ancora più al sicuro – ha deciso di procedere così: lui poneva una domanda, solitamente molto dura con la Chiesa, spesso una requisitoria.

Io ero chiamato a rispondere e Mancuso poi era invitato a replicare alla mia risposta. Cosicché avevano sempre la prima e l’ultima parola. Ha fatto sistematicamente così.  

Così ho dovuto digerire delle assurdità che facevano veramente venire l’orticaria: sentir ripetere per l’ennesima volta, dopo il secolo dei genocidi perpetrati dalle ideologie atee, che “il monoteismo” (genericamente inteso) sarebbe fonte di intolleranza è veramente insopportabile.

Certo, la prassi adottata da Augias non è un esempio di conduzione seria e ‘super partes’. Ma in fondo mi aspettavo cose del genere (quando non si hanno argomenti si ricorre ai mezzucci). Però le sorprese non erano finite.

Ho infatti scoperto lì, direttamente in trasmissione, che – insieme al mio – il conduttore aveva deciso di parlare anche di un altro libro (di Matthew Fox, “In principio era la gioia”), pubblicato in una collana curata da Mancuso stesso. Ovviamente un libro contro la dottrina cattolica.

Un’altra scorrettezza perché – non essendo stato informato, come era doveroso fare – mi sono trovato a dover discutere di un testo che non conoscevo, mentre Mancuso sapeva in anticipo che si sarebbe trattato del mio libro.

Il volume di Fox peraltro serviva ad Augias solo ad alimentare la polemica anticattolica, perché – ho scoperto in seguito – era già stato presentato in quella trasmissione.

Mi sono detto: ma quanto sono insicuri dei propri argomenti se devono ricorrere a questi miseri sistemi? Perché sono così impauriti da un confronto libero e paritario?

Naturalmente io ho detto comunque alcune cose e – stando alla quantità di mail che ho ricevuto – credo di averlo fatto anche in maniera efficace.

Ma adesso devo dirvi ciò che mi ha sconcertato.

Il volume di Fox si scaglia contro la dottrina del peccato originale, come se questa realtà fosse stata torvamente inventata dalla Chiesa per colpevolizzare gli uomini.

E Mancuso ha proclamato le stesse idee nei suoi libri e in quella trasmissione.

Interpellato in proposito io ho osservato semplicemente che il peccato originale è un fatto così evidente, tangibile, che chiunque può constatarlo nella sua esperienza quotidiana, tanto è vero che poeti non credenti come Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi hanno descritto benissimo questa condizione decaduta dell’uomo, desideroso di felicità, ma strutturalmente incapace di conquistarla.

La nostra umanità è inquinata dal dolore, dal male e dalla morte. E’ un fatto, una realtà che tutti – in ogni istante – ci troviamo amaramente a constatare.

Ciò dimostra – ho concluso – che non è per nulla la Chiesa ad aver “inventato” il peccato originale, ma – al contrario – è lei l’unica ad aver dato una spiegazione della nostra condizione: la sua dottrina del peccato originale infatti fornisce l’unica ragione esauriente del guazzabuglio disperante in cui l’uomo, dalla sua nascita, si trova “gettato”.

Non solo. La Chiesa non si limita a rivelare all’uomo le cause di questa condizione, comunque misteriosa, ma annuncia e propone Gesù, il salvatore, l’unico che questa condizione può redimere, che può capovolgere il segno mortifero dell’esistenza e cambiare radicalmente il nostro destino infelice. Donando la felicità.

A questo punto è intervenuto Mancuso che ha cominciato una sua requisitoria: il peccato originale – a suo dire – è stato inventato nel V secolo da S. Agostino e nel 418, al Concilio di Cartagine, la Chiesa ha reso dogma il pensiero di Agostino.

Incredulo per questa assurdità ho obiettato che la dottrina del peccato originale c’è già in san Paolo, cioè all’origine del cristianesimo.

Mancuso lo ha negato dicendo testualmente che in san Paolo vi sarebbe soltanto il parallelismo fra Adamo e Cristo. Non sapevo se mettermi a ridere o a piangere. Possibile che un semplice giornalista come me debba svelare a uno che si fa presentare come “teologo” (e addirittura “teologo cattolico”) che San Paolo ha scritto, all’incirca nell’anno 58, la fondamentale Epistola ai Romani e che nel capitolo quinto di tale Epistola si trova già espressa nel dettaglio la dottrina del peccato originale?

Non contento di quella topica Mancuso negava che il peccato originale fosse una condizione dell’uomo e insisteva nel dire che la Chiesa imputava agli uomini un peccato non commesso.

Mi è stato facile invitare Mancuso a leggere almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica dove sta scritto a chiare lettere che il peccato originale è stato da noi “contratto”, ma non “commesso” e che è “condizione di nascita e non atto personale” (n. 76).

Sapevo peraltro che Mancuso nega una quantità di altri dogmi della Chiesa. E’ capace di scrivere una cosa del genere: “non c’è alcuna esigenza di credere nella sua (di Gesù, nda) risurrezione dai morti per essere salvi”.

Vitale, dopo un’accurata disamina di queste mancusate, conclude che egli, negando “diversi dogmi fondamentali per la fede” come “peccato originale, immacolata concezione, immortalità dell’anima, eternità dell’inferno, si colloca volontariamente non solo al di fuori della teologia, ma anche al di fuori della dottrina cattolica e della Chiesa”.

Io, dopo l’articolo di Mancuso su Milano, mi limito a domandarmi solo se si possa essere “cattolici democratici” senza essere cattolici. Chissà che ne pensa il cardinal Martini.

Antonio Socci

Da “Libero”, 3 luglio 2011

Post scriptum:

Mancuso ha testualmente scritto:

“Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo”.

Mi chiedo: esiste forse un vangelo “cattolico democratico” o “progressista”. E quale sarebbe dei quattro?


Da QUI.

Riflessioni sulla bestemmia

Oggi, girando su facebook, mi sono imbattuto in un visibilio di pagine su tale sito che, cambiando titolo, immagini o altre cose secondarie, avevano tutte un unico scopo: bestemmiare Dio. Fortunatamente, le pagine in questione si sono rivelate essere frequentate da al massimo 2-3000 persone, moltissime delle quali erano iscritte a più d’una di esse; di conseguenza le cifre reali sono -ancora grazie a Dio- inferiori al mero totale numerico.

Con la presente, però, non mi interessa tanto criticare i contenuti in sé delle suddette pagine (che ho già provveduto a segnalare all’amministrazione), quanto chiedere e tentare di scoprire quale sia il senso recondito di ali azioni.


Dobbiamo partire da una domanda fondamentale: perché. Perché uno dovrebbe bestemmiare? A ciò, come si nota, s’accompagna immediatamente una seconda domanda: chi bestemmia quella divinità vi crede o no? Abbiamo qui 3 possibili risposte:

 

1) La persona non sa che quella cosa è un’offesa verso Dio, quindi la pronuncia (o disegna, o scrive… per brevità, mi concentrerò solamente sul parlato, gli altri casi sono diametralmente uguali, basta cambiare verbo) senza saperne il reale significato.

Qui, il perché abbia pronunciato la frase e fatto di essere credenti o meno in Dio sono fattori ininfluenti. Il bestemmiatore involontario, trovandosi in uno stato di ignoranza, può essere scusabile, almeno sino a quando non abbia preso coscienza dell’atto compiuto, e se in tal caso non se ne pentisse sarebbe da biasimare per la sua volgarità e squallida cattiveria.

 

2) La persona sa che quella cosa è un’offesa verso Dio, ma la pronuncia senza intenti realmente offensivi verso la divinità. È il caso più comune di bestemmia.

Il perché ciò sia stato fatto è, anche qui, poco rilevante: se io so che tirare una pallonata in faccia a qualcuno gli provoca del dolore, il fatto che a suggerirmi di tirare la pallonata sia stato il compagno bullo o un plagio mentale cambia poco, sempre del male è stato compiuto. Il credervi o meno è, invece, influente:

-A: il bestemmiatore non crede in Dio (attenzione: non parlo di false divinità come Thor, Anubi, Kalì, Marduk, Baal, Quetzalcoatl e chi più ne ha più ne metta; mi riferisco proprio a Dio padre onnipotente, creatore di cieli e terra…); l’atto in sé, se strettamente per lui non ha di conseguenze, risulta comunque offensivo per chi vi crede. Quindi, il bestemmiatore agli occhi dei credenti sarebbe soltanto una persona offensiva ed ignorante.

-B: il bestemmiatore crede in Dio; qui possiamo configurare una stupidità del bestemmiatore, in quanto pur sapendo che il suo atto è cattivo ed ingiusto lo esegue lo stesso. Oltre al biasimo altrui, avrebbe da disprezzare se stesso.

 

3) La persona sa che quella cosa è un’offesa verso Dio, e la pronuncia con il chiaro intento di essere offensiva. Questo è, almeno in apparenza, il caso in cui ricadeva la quasi totalità delle pagine web visitate.

Qui, il credere o meno in Dio, prefigura la stessa dicotomia precedente: se non vi credi, appari comunque offensivo ed idiota agli altri; se vi credi, sei ufficialmente stupido. Il perché ciò sia stato fatto diventa rilevante, non tanto per sminuire la gravità dell’atto, quanto per comprendere le motivazioni del gesto ignorante ed offensivo.

-A: Il bestemmiatore si accoda al traino con l’unico scopo di aumentare la propria visibilità. Si prefigura un comportamento narcisista e poco incline al bene altrui: tutto pur di farsi notare, anche fare del male agli altri; e, se oggi bestemmia, perché domani non un bell’omicidio, che fa più audience?

-B: Il bestemmiatore lo fa per mirare ad offendere la Chiesa e/o i cristiani. Si nota qui un comportamento vigliacco: invece d’avere il coraggio d’esporre le proprie idee in maniera chiara ed argomentata, preferisce ricorrere all’insulto gratuito, forse ben sapendo che i suoi argomenti sarebbero di ben poca durata in un confronto tra persone civili e desiderose di migliorarsi. È forse la tipologia più pericolosa: passata la pavidità, potrebbe tranquillamente passare alle bombe nelle chiese.

-C: Il bestemmiatore lo fa perché effettivamente è troppo stupido, al limite dell’intendere e volere. La personalità del bestemmiatore si prefigura già da sola, inutile rigirare il coltello nella piaga.

 

In conclusione, abbiamo visto che un bestemmiatore è: stupido, volgare, idiota, ignorante, antipatico, razzista nei confronti dei credenti, vigliacco. Mi rivolgo quindi ai bestemmiatori: per quanto mi riguarda, siete liberi di continuare per la vostra via d’idiozia (l’anima è la vostra, io posso farci ben poco), ma non lamentatevi da qui in avanti se sarete trattati secondo le tipologie di comportamento viste sopra, dato che è questo ciò che siete.