CONSERVATORIO/ Il destino dei musicisti e la mancata riforma degli studi musicali

Pietro Blumetti

giovedì 29 dicembre 2011

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Il mese scorso è stato approvato al Senato un Disegno di legge (il DDL 1693) molto importante per i musicisti italiani. Si tratta di una norma relativa alla Riforma degli Studi musicali che, tra le altre cose, dispone l’equiparazione dei Diplomi di Conservatorio del vecchio ordinamento ai Diplomi accademici di II livello del nuovo ordinamento (lauree magistrali).

Disposizione molto importante perché, finalmente dopo 10 anni, cancella una grave ingiustizia; quella che nel lontano 2002 subirono tutti i musicisti italiani, a causa di un Decreto Legge che svilì il loro Diploma di Conservatorio, equiparandolo solo al nuovo Diploma di 1^ livello invece che a quello di 2^ livello; “il massimo” titolo accademico posseduto da ogni musicista (e che formalmente rappresentava da sempre la gloriosa cultura musicale espressa dal nostro paese ed esportata in tutto il mondo) diveniva in un sol colpo “il minimo” titolo accademico.

Naturalmente solo ai musicisti italiani è stato riservato un tale trattamento; infatti in merito alla riforma degli altri istituti Universitari, tutti i titoli accademici conseguiti ai sensi del precedente ordinamento sono stati subito equiparati ai nuovi “massimi” titoli accademici.

Infatti, se tutti gli avvocati o i medici italiani avessero subito anch’essi lo stesso trattamento riservato ai musicisti, e dunque si fossero anch’essi visti deprezzare, con un”urgente” decreto legge, la loro prestigiosa laurea ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione.

Sembra incredibile, ma per provare a rimediare a tale assurdità ci sono voluti dieci anni. Nell’attesa che tale Disegno di legge ottenga anche il voto favorevole nel successivo passaggio alla Camera, ritengo opportuno fare alcune considerazioni per illustrare le motivazioni che hanno dato vita ad una tale norma; per comprendere quali siano stati gli errori compiuti in quest’ultimo decennio, nel portare avanti la Riforma degli Studi musicali (…una non-Riforma).

Sono state veramente tante, troppe, le persone (politici -in primis-, docenti di conservatorio, giornalisti, musicisti famosi ed affermati, docenti della scuola secondaria) che non hanno svolto degnamente il proprio ruolo costruttivo, propositivo, di controllo e verifica su quanto relativo alla Riforma degli Studi musicali.

Una Riforma, è il caso di ricordarlo, iniziata nel lontano 1999, con la legge di Riforma dei Conservatori (l. 508/99) e con quella che ha istituito i Corsi ad Indirizzo Musicale nella scuola secondaria (l. 124/99); una legge importantissima, che ha ricondotto tali corsi ad ordinamento, dopo una sperimentazione ventennale, inserendoli come disciplina inter pares nella scuola italiana (anche se, purtroppo, in percentuale molto ridotta e come materia facoltativa).

In tutti questi anni nessuno politico ha denunciato con la doverosa forza quanto fosse stato ingiusto decretare improvvisamente l’ignoranza di tutti i musicisti italiani; contro una tale assurdità non si è purtroppo neppure alzata con la necessaria forza la voce dei tanti musicisti italiani affermati e famosi in tutto il mondo; eppure anche il valore e la dignità del loro glorioso titolo accademico venivano clamorosamente calpestati; anche il loro glorioso Diploma, “il massimo” titolo accademico, diveniva in un sol colpo inferiore a un inesistente e fantomatico nuovo “massimo” titolo accademico; un titolo che non poteva e non può essere quindi posseduto neppure dagli stessi docenti che sono chiamati a conferirlo ai propri allievi.

In verità, a eventuale difesa di questo terribile attacco sferrato dal governo di questo paese contro tutti i musicisti italiani e, di conseguenza, contro la nostra gloriosa cultura musicale, neppure nel nostro Parlamento è stato possibile dire qualcosa, visto che tutto è stato deciso, in gran fretta; ricorrendo addirittura all’“urgenza” di un decreto legge, che ha impedito qualsiasi discussione parlamentare nel merito della questione.

Anche nella stampa italiana, impegnata a trattare argomenti ben più “interessanti”, sono stati troppi coloro che non hanno svolto il loro compito di informare e raccontare quanto grave fosse l’ingiustizia subita da moltissimi musicisti italiani che (ormai adulti e stanchi per aver affrontato e superato da giovani Studi tra i più faticosi e complessi) sono stati costretti a tornare a studiare nei Conservatori, per riappropriarsi del valore assoluto del loro titolo accademico; spinti molto spesso dalla speranza di conseguire un’arma in più, forse utile per scavalcare i colleghi decretati “ignoranti”, nella ricerca di un posto di lavoro; in una infinita penosa guerra tra poveri.

Almeno i docenti di Conservatorio avrebbero dovuto controllare e vigilare sulla superficialità e l’ignoranza con cui si equiparavano cose che erano invece completamente diverse; denunciando quanto fosse assurdo che Corsi di Studi del precedente ordinamento, estremamente lunghi e complessi, venissero equiparati ad un qualsiasi nuovo Diploma accademico di 1^ livello; nessuno si è preoccupato di verificare il “peso” reale di un Diploma, analizzando tutti gli anni di studio e gli specifici esami che ognuno di questi comprendeva:  corsi di 5, 7, 10 anni … tutti in un batter d’occhio,  decretati “ope legis” uguali.

I politici avranno pensato che non fosse il caso perdere tempo, si trattava “solo” di questioni relative alla musica ed ai musicisti (…poca cosa). Ma invece a causa di questo, un’oggettiva enorme mole di “sapere” musicale, come per esempio quello relativo al Diploma in Composizione, conseguito con enormi sacrifici da ragazzi che hanno studiato per 20 anni (10 anni di Corso più 9 anni di Pianoforte, più un’infinità di complessi Corsi complementari) veniva improvvisamente equiparata ad un qualsiasi nuovo “nulla”; e resa inferiore ad un qualsiasi nuovo Diploma accademico di 2^ livello (inferiore persino ai Diplomi relativi a Corsi di studi di soli 5 o 7 anni).

Una cosa vergognosa, che ha gravemente leso la dignità e la professionalità di tantissime persone, e che finalmente potrà essere cancellata dal passaggio “indenne” del suddetto Disegno di legge 1693 alla Camera.
Politici, organi di stampa, musicisti, sindacalisti: tutti in silenzio o, molto spesso, addirittura consensienti verso tale brillante Riforma che “equiparava i Conservatori alle Università”; una marea di inutili “chiacchere” e di confuse e contraddittorie norme, ha nascosto questo scandaloso rozzo e superficiale modo con cui si sono messe le mani sulla nostra gloriosa cultura musicale.

Vi è poi un altro aspetto sorprendente della decennale non-Riforma degli Studi musicali, che riguarda il modo in cui sono stati ridisegnati i nuovi Corsi “universitari” dei Conservatori di 1^e 2^ livello; bene, nel merito di questo, nessuno si è preoccupato di andare a controllare quale fosse il contenuto reale di questi nuovi Corsi; l’autonomia si è così trasformata tranquillamente nella peggiore anarchia: ogni Conservatorio, abbandonato a se stesso, ha fatto e continua a fare un pò quello che vuole (rimanendo naturalmente su livelli molto bassi…per evitare la fuga degli allievi).

Non si è neppure minimamente considerato come fosse logico e doveroso valutare e verificare il ruolo svolto nei Conservatori dai diversi professori (relativamente ai loro insegnamenti nel vecchio ordinamento); per capire che i Corsi del vecchio ordinamento non erano tutti di livello “universitario”; in quanto partivano dai primi elementi del sapere musicale per poi abbracciare tutti i livelli (Inferiore, Medio e Superiore);
Niente di tutto questo: tutti sono stati considerati dello stesso livello “universitario”; e dunque anche i relativi docenti sono stati tutti indistintamente promossi “ope legis” al rango di prof. universitari, ordinari di cattedra!
Nessuno si è chiesto il perché di tanta clemente benevolenza dei politici verso i docenti di Conservatorio… ne ha sospettato quali pericolosi secondi fini questa celasse… (elargire piccoli e “miseri” privilegi a pochissimi per togliere sacrosanti diritti a tutti gli altri?).

Eppure non era certo difficile comprendere che solo una parte dei Corsi presenti nei Conservatori (naturalmente quelli relativi ai Corsi Superiori del vecchio ordinamento) sarebbero dovuti restare nel Conservatorio riformato dalla l. 508/99 come istituto esclusivamente di livello “universitario”;  e che i Corsi Inferiori e Medi sarebbero dovuti passare nei Licei ad indirizzo musicale delle loro città;  dando vita ad un fantastico inserimento della cultura musicale nella società italiana, che avrebbe comportato un più alto riconoscimento al loro lavoro ed alla dignità professionale di ogni musicista.

È chiaro che i Corsi Inferiori e Medi avrebbero dovuto essere tolti dai Conservatori e spostati nelle scuole ad indirizzo musicale (sia nella scuola Media che nelle Superiori), ed essere istituti obbligatoriamente in giusta percentuale sul territorio italiano;  solo questo avrebbe dato un senso alla Riforma degli Studi musicali, in quanto avrebbe permesso a tantissimi ragazzi italiani di crescere studiando anche la musica, inserita e considerata finalmente come disciplina formativa “normale” ed inter pares con tutte le altre materie della scuola. Questa era la “ratio” della legge di Riforma dei Conservatori che è stata completamente tradita e calpestata.
Al contrario di questo, i Corsi Inferiori e Medi del vecchio ordinamento (una bruttissima copia di questi) sono oggi entrati nuovamente nei Conservatori; hanno solo cambiato nome: ora si chiamano Corsi pre-accademici; tornando a fare dei Conservatori un ibrido luogo in cui si studia musica partendo dalle “elementari” (1^ anno dei Corsi pre-accademici, che durano anche 7 anni!) per prepararsi ad entrare nei nuovi Corsi “3+2” universitari.

In nessuna Università del mondo potrebbero naturalmente esistere tali ridicoli Corsi pre-accademici; semplicemente perchè tali Corsi già esistono: sono quelli istituiti nella scuola secondaria. Corsi che appartengono, e che devono appartenere, ad un ordine scolastico che non può essere quello universitario.

Molto gravi sono dunque gli errori, ed i conseguenti danni, causati in questo decennio da una non-Riforma degli Studi musicali; errori e danni che vengono subiti sia dai nostri ragazzi che dai musicisti italiani. Infatti i ragazzi italiani, come da sempre, continuano ad essere esclusi dall’accesso alla cultura musicale, in quanto i corsi ad Indirizzo Musicale nelle Media sono ancora pochissimi e sopravvivono all’interno degli istituti con grande fatica e precarietà (essendo ancora del tutto facoltativi).

In merito ai Licei musicali, ora qualcuno dovrà forse far presente al nuovo Ministro dell’Istruzione Profumo, come non siano in realtà mai stati istituiti; perché istituire una sola sezione di Liceo musicale, e relativa a tutti gli strumenti esistenti, per intere città grandi come Roma, significa istituire il nulla.

Mi auguro che questo recente Disegno di legge 1693 rappresenti una svolta radicale in merito all’attuazione della Riforma degli Studi musicali; l’inizio di una politica che riconosca e rispetti veramente quanto disposto dalla legge 508/99 di Riforma dei Conservatori;  un politica che rispetti tutti i musicisti italiani  e riconosca il ruolo che gli Studi musicali devono ricoprire nella scuola italiana, e quindi all’interno della società. Nell’interesse di tutti i cittadini italiani.

Da: http://www.ilsussidiario.net/

Critica serrata di un teologo al Gesù improbabile di Flores d’Arcais | Tempi.

Critica serrata di un teologo al Gesù improbabile di Flores d’Arcais | Tempi.

“Perché Dio non esiste”: recensione del libro di Pierpippo Odifreddi

Il sedicente “matematico” Piegiorgio Odifreddi non è certo un matematico. Dopo l’università ha presto abbandonato la ricerca scientifica (nessuna pubblicazione all’attivo) per concentrarsi sulla divulgazione scientifica. Il motivo? Lo ha detto nel suo penultimo libro, intitolato “Perché Dio non esiste” (Aliberti 2010): «Il ricercatore cerca le risposte alle domande. Il divulgatore cerca di divulgare le risposte che già sono state date. Trovare risposte nella matematica è un’impresa giovanile», il che ricorda molto la volpe che non riuscendo a saltare abbastanza in alto per afferrare un chicco d’uva se ne andò sconsolata dicendo che tanto era acerba. O, sinteticamente: è facile rifiutare quel che non si può ottenere. Oggi Odifreddi è finito a fare unicamente lo scrittore antireligioso e il volume citato è uno delle sue ultime fatiche. Titolone a parte, è semplicemente una banale intervista sui fatti privati del noto anticlericale, dai quali emerge tuttavia tutta la sua ambigua personalità.

BIOGRAFIA E ANEDDOTI. E’ vero, ha fatto il divulgatore, ma in realtà -come rivela lui stesso a pag. 131- ha solo usato le scoperte scientifiche (degli altri) per tentare di combattere la Chiesa: «Per anni ho scritto articoli su “Repubblica” sugli argomenti più disparati, ogm, big bang, scacchi, letteratura. Il mio divertimento era ficcarci dentro ogni tanto una frase contro la religione» (pag. 131). Comunque, ci si comincia a divertire fin dalla prefazione (pag. 10) a causa delle sue continue contraddizioni (o “odifreddure”). Dice, ad esempio: «Mi è difficile credere che persone strutturate intellettualmente siano dei credenti. Ci credo poco. Non credo ci siano credenti». Bastano però poche righe perché Odifreddi cambi idea raccontando gli anni giovanili passati dalle suore Giuseppine e le medie dai preti: «Si studiava bene. Sopratutto facendo il paragone con quello che si vede oggi. I preti mi hanno insegnato a studiare». Ma poco prima non aveva mica sostenuto che le persone istruite non possono essere credenti? Più avanti (pag. 122), si disgusterà perché «Carlo Rubbia mi pare che sia cattolico. Enrico Bombieri, medaglia Fields, è cattolico e va a messa». Anche loro persone non strutturate intellettualmente?

Per chi volesse passare al primo capitolo il divertimento continua ad essere assicurato. Continuando a parlare della sua educazione cattolica, racconta: «negli anni Cinquanta io vedevo in televisione solo due personaggi Pio XII e Mike Bongiorno. Erano loro i due modelli fra i quali scegliere. Io scelsi Pio XII. Anche se poi sono diventato più come Mike Bongiorno» (pag. 12). Finì in seminario ma lo abbandonò perché aveva calcolato che c’era bassa probabilità per un italiano di diventare Papa nell’era postconciliare. Un altro motivo è perché «mi alzavo alla sei e mezzo, mi mettevo al tavolino e finivo la sera alle sei. E poi andavo a letto presto». Un ritmo da vero studioso, non certo alla sua portata: «mi ero rotto le scatole, non era adatto. Non ero in grado di obbedire, non sapevo stare alla disciplina» (pag. 12). Racconta anche che «dalle suore avevo il permesso speciale di alzarmi durante le lezioni. Potevo camminare nell’aula. Una specie di bulimia» (pag. 27). La disciplina comunque non la imparerà più, tanto da unirsi a violenti dissidenti sovietici in URSS. Venne arrestato, racconta, ma intervenne Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri, che organizzò lo scambio dei prigionieri: «tornato in Italia ebbi i miei cinque minuti di gloria mediatica» (pag. 15). La fede comunista è ancora oggi molto viva in lui. Dice di Giovanni Paolo II: «Era un furbone. Pericoloso. E’ quello che ha tirato giù l’Unione Sovietica» (pag. 112). Pericolosissimo!

A pagina 20 prende coraggio e finalmente rivela l’altro motivo dell’abbandono della ricerca: «La soluzione dei problemi matematici richiede una grande concentrazione. E un notevole sforzo fisico. Stare dieci ore al giorno a pensare non è una cosa da poco». Facciamo notare che è lo stesso motivo per cui abbandonò anche il seminario. Si conferma dunque proprio un‘incapacità congenita all’uso prolungato della ragione. Tra l’altro, proprio per questo difetto genetico, Odifreddi è anche l’unico furbone ad aver scritto due libri, pubblicati uno di seguito all’alto, con un titolo quasi identico: “Il matematico impertinente” e “Il matematico impenitente”. Il secondo ovviamente ha venduto solo 50 mila copie (cioè quanto vende il libro del Papa in un giorno solo in Italia) perché, spiega lui sconsolato, «molti l’hanno confuso col primo. Qualcuno non ha capito che era un libro nuovo» (pag. 23).

ODIFREDDI CONTRO TUTTI. Scorrendo le pagine si nota lentamente l’emergere di una grande insoddisfazione verso la vita e verso gli uomini. I giudizi cinici su tutti e su tutto quanto lo circondi sono infiniti, e pure l’intervistatore, Claudio Sabelli Fioretti, se ne accorge. L’elenco dei disprezzati parte a pag. 14 da Flavio Briatore -suo compagno di classe di allora-, con un’accusa mica da ridere: «Era uno che non faceva niente. Finito il geometra a Cuneo si mise in società con un tal Dutto, che un giorno saltò in aria con tutta la macchina. Briatore scomparve da quel giorno. Quando riapparve era ricchissimo […] Nessuno può costruire un impero dall’oggi al domani». Passa poi all’attacco dei ricchi e degli imprenditori, da buon vecchio e nostalgico comunista: «non sono antiberlusconiano più di quanto non sia anti-Fiat» (pag. 14). Passa alla politica, ma la sua ira non si placa: «Mi piace un sistema statalista, governato dal centro. Io sarei più di estrema sinistra, ma se vai in Rifondazione Comunista comunque sei fuori, fai le battaglie di bandiera. Veltroni doveva far fuori tutti: Rutelli, Fioroni, Fassino, D’Alema. Tutte queste cariatidi che tirano a fare i loro giochetti. Sono interessati solo ai posti, non gliene frega niente di portare la sinistra al governo». Bersani e Franceschini? «Persone degne ma senza carisma. E succubi dell’apparato» (pag. 33). Bassolino? «E’ una ruota di scorta. E’ andato perfino a baciare il sangue di san Gennaro. Uno di sinistra non può andare a baciare il sangue di san Gennaro» (pag. 34). Veltroni? «E’ l’antitesi di Zapatero. E’ un vecchio democristiano di sinistra. E’ responsabile della tragedia del Pd. Uno come Veltroni non si capisce cosa voglia. E alla fine ti frega. Gli chiesi di prendere posizione contro i democristiani. Lui ha parlato della funzione pubblica della religione. E allora me ne sono andato […]. Ha sbagliato tutto» (pag. 34,35 e 102).

Rutelli? «Rutelli è difficile da capire. Si è convertito, fa la comunione, si è risposato in chiesa. Non lo capisco» (pag. 47). Pannella e Bonino? «Pannella parla molto ma fa poco. La stessa Bonino quando è stata al governo con Berlusconi, che cosa ha fatto per bloccare gli interessi della Chiesa?» (pag. 51). D’alema? «Se da quando nasci a quando muori stai in Parlamento, chi rappresenti? Uno come D’Alema, figlio di un deputato, che non ha nemmeno finito gli studi e non ha mai lavorato, chi rappresenta? […] Si crede molto intelligente, e questo è un errore gravissimo, quando non lo si è» (pag. 56 e 102). Diliberto? «Simpatico. Ma il problema è che quelli lì io non li considero credibili» (pag. 101). Beppe Grillo? «produce populismo. Delegare la politica ai comici è sintomo di un malessere […]. Grillo lo trovo antipatico e livroso» (pag. 103,104). Travaglio? «E’ un po’ manicheo e maniacale […]. Spesso gioca sull’equivoco, riporta accuse a politici che non sono ancora state confermate nei tribunali» (pag. 103,104). Santoro? «Lo trovo un po’ egocentrico. E’ come Piero Angela: la sua trasmissione è lui. Da Piero Angela magari ci sono due premi Nobel in studio, ma non parlano: sono lì solo per confermare quello che dice lui» (pag. 131).

Una delle poche persone che ne esce bene da questo vortice di disgusto è Paola Binetti. Per lei ha parole gentili e di comprensione: «Fa il suo lavoro. E’ dell’Opus Dei, vive in una comunità di donne, il suo stipendio lo devolve all’Opus Dei. Quelli dell’Opus Dei sono persone un pò strane. Ma ti dico: preferisco una come lei. In fin dei conti sai cosa pensa» (pag. 35). Anche Berlusconi tuttavia è trattato dignitosamente: «Ha portato l’idea che la politica aveva bisogno di facce nuove. Che le facce nuove siano la Carfagna, la Brambilla o la Gelmini può non piacere. Rimane il fatto che sono faccie nuove. Tra i berlusconiani non ci sono quelli che di professione fanno il politico. Non c’è la casta» (pag. 95). Su Bruno Vespa dice: «Prima di conoscerlo lo trovavo insopportabile. Poi sono andato da lui qualche volta, e mi sono stupito. Ho dovuto ricredermi. Ho capito che lui è un professionista» (pag. 131). Stranamente ha qualche parola di apprezzamento anche per i religiosi: «Ho conosciuto il vescovo di Noto, Antonio Stagliano. Ovviamente non siamo d’accordo su nulla. Però è uno con cui si può parlare. Ho incontrato il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe. Anche lui mi è sembrato una persona aperta». Ripiomba però subito nel feroce nichilismo militante: «Ma frequentarli è sbagliato. I brigatisti rossi dicevano che se tu vai a sparare a qualcuno non devi pensare alla sua vita, a sua moglie, ai suoi figli. Non devi pensare che è una brava persona. Devi solo pensare che stai combattendo una battaglia politica. Non voglio sparare ai vescovi, ma il fatto che siano eventualmente persone decenti non li rende meno degne di essere combattute» (pag, 36).

CONTRO FILOSOFI E SCIENZIATI. Anche per i filosofi e gli intellettuali c’è una forte repulsione: Vattimo? «Recita il breviario tutti i giorni. L’unica cosa che gli invidio è il colloquio che ha avuto con Fidel Castro» (pag. 41). Cacciari? «Va in Vaticano a presentare i libri del Papa. Il libero pensiero degli illuministi è qualcosa che a lui fa ribrezzo. Mi chiama il nipotino di Voltaire» (pag. 43). Severino? «è una cariatide della filosofia, incomprensibile e antiscientifico. La sua è la filosofia più deleteria» (pag. 46). Marcello Pera? «Era un filosofo della scienza, un popperiano. Arrivato al potere è diventato un laico devoto. E’ un personaggio singolare. Ma anche lui non è un grande filosofo» (pag. 47). Il matematico ebreo Giorgio Israel? «E’ un virulento, un intellettuale di nicchia, una testa calda. In più esercita il vittimismo dell’ebreo» (pag. 79). Il fisico Zichichi? «Ha l’intelligenza di un bambino. Anzi no, perché i bambini sono svegli» (pag. 87). Ernesto Galli della Loggia? «Anche lui è un po’ tonto, poverino» (pag. 88).

A pag. 59 rivela che nemmeno il Festival della matematica è una sua invenzione ma di Rutelli: «ero un pò scettico. Pensavo fosse un’esagerazione». E’ durato tre anni, poi «sono cominciati gli screzi. Di ogni tipo. Risultato, non mi hanno rinnovato il contratto». A pag. 62 rivela che «si può benissimo avere una concezione immanente della divinità. Allora ci credo anch’io. E si può anche non considerarlo come la natura, ma come l’ordine che regola la natura. Quindi ad un livello più alto. Gli scienziati ci credono che c’è un ordine che regola la natura». Poco dopo si nota un’ennesima odifreddura: «Solo la mancanza di un progetto può spiegare come è fatto il mondo». Più avanti dice una cosa ancora diversa: «Gli scienziati credono in quello che i cristiani chiamerebbero il Logos. Se non credi che l’universo sia strutturato, che sia regolare, che non sia casuale, è inutile che tu faccia lo scienziato» (pag. 123). Quindi la realtà è ordinata e non casuale ma manca di un progetto. Quanta confusione!

CLASSICHE ODIFREDDURE. A pag. 63 parla proprio dell‘inesistenza di Gesù e lo avrebbe capito addirittura leggendo i Vangeli, mentre a pag. 67 informa che Madre Teresa di Calcutta era atea. A pag. 71, temendo l’islam, dice che «Non c’è un concordato con l’islam. Quando ci sarà me ne occuperò. Nel frattempo posso dire che la Bibbia è una truffa mentre il Corano non lo è. La Bibbia si presenta come un libro di storia». Ma il Corano non è mica considerato essere dettato direttamente da Dio? Più avanti (pag. 108) difenderà il Burqa e l’Islam, opponendosi all’odio «nei confronti degli islamici perché si sono sempre contrapposti al cristianesimo». Ah, ecco perché gli sono così simpatici. Spiega anche la paura del terrorismo è irrazionale perché l’11 settembre ha fatto 3000 vittime, mentre il tabacco e l’alcool ogni anno ne fanno 120 mila (pag. 109), e giustifica anche l’attentato, accusando il comportamento degli americani. A pag. 81 dice che «non è colpa mia se quelli di destra non vincono i Nobel». A pag. 81 annuncia che «fascista è un aggettivo generico, una maniera per dire che fa riferimento alla violenza, all’intolleranza. In questo senso Israele è un Stato fascista. Fascisti sono anche in parte gli Stati Uniti. Obama dice le cose identiche che diceva Bush […]. Io sono antistatunitense, sono antisionista non antisemita». A pag. 127 si dichiara anche contro gli inglesi. Addirittura «io farei un referendum per buttarli fuori dall’Unione Europea».

Un libro che consigliamo vivamente insomma, che contribuisce a smantellare quell’aurea di saggezza e intelligenza creata appositamente dalla cultura atea attorno ad Odifreddi.

Aggiornamento 13/8/11: in seguito alla pubblicazione di questo articolo, il matematico Giorgio Israel ha pubblicato una risposta a Odifreddi, il quale ha contro-replicato sostenendo che sia l’intervistatore, Sabelli Fioretti, che l’editore, Alberti, avessero riportato pensieri non suoi. Tuttavia sia il giornalista che l’editore hanno replicato, il primo dichiarando di avere la registrazione delle parole di Odifreddi, il secondo annunciando querela. Potete trovare descritte queste vicende in Ultimissima 13/8/11 e Ultimissima 13/8/11.


Da QUI.

I cattivi maestri? Ora insegnano come si diventa grandi scrittori | Miradouro

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Io mi immagino di discorrere con Denethor figlio di Ecthelion, rimproverandogli la sua inettitudine politica: è grave, dottore?

Piergiorgio Odifreddi cerca di diffamare Blaise Pascal e Albert Einstein

Nel giro di un mese il nostro Ciccio Odifreddi ci regala due belle odifreddure… Si sa che lui, avendo sempre voluto fare lo scienziato da grande, è costretto ad invidiare coloro che ci sono riusciti. Ha pensato così di inveire contro due grandi uomini di scienza come Blaise Pascal e Albert Einstein. E’ stato però subito bacchettato.

Odifreddura su Pascal. Ne ha parlato sulla rivista Le scienze, scrivendo una marea di inesattezze e forzate manipolazioni tanto da far intervenire addirittura uno dei principali tradurri italiani di Pascal, Bruno Nacci, il quale scrive: «Un articolo imbarazzante perché ra­ramente mi è capitato di imbat­termi, nel merito, in una tale se­quenza di inesattezze a proposito di uno dei maggiori scienziati moderni, nonché il massimo scrittore in prosa del Seicento francese, ma anche – mi si perdo­ni la franchezza – in una visione tanto miope e puerile dell’animo umano». Odifreddi afferma infatti che a 31 an­ni Pascal, sotto l’influsso dei gian­senisti, «era completamente per­so per la scienza». Eppure, nel 1654 Pascal aveva 31 anni e proprio in quell’anno -citando i soli studi scientifici- termina i Traités de l’équilibre des liqueurs et de la pesanteur de la masse de l’air, lavora al Traité des coniques, pubblica il Traité du trian­gle arithméti­que. Nel 1655 scrive De l’E­sprit géométri­que e Introdu­tion à la Géométrie. Nel 1658 indice un concorso inter­nazionale per risolvere il pro­blema della «roulette» di cui rivelerà la soluzione nelle Lettres de Dettonville, capolavoro degli studi matematici che sugge­rirà a Leibniz il calcolo differen­ziale. Per non parlare del carteg­gio con scienziati come Sluse, Fermat e Huygens, o del complesso piano da lui curato nei dettagli per il primo sistema di trasporti pubblici in Europa tra 1661 e 1662, anno della morte. Inutile poi sottolineare come fra i giansenisti ci fossero grandi uomini di scienza, come Arnauld. Poi Odifreddi sostiene che la causa del ritiro (presunto) di Pascal dalle scienze sia stata la follia: «Il 23 novembre 1654 Pascal impazzì, lo testimonia il Memoriale che scris­se quella sera, pieno di frasi senza senso» (è una vita quindi che Odifreddi sarebbe da ricoverare…). Nacci comunque ironizza: «Ohibò. Do­po essermi strofinato gli occhi, ho proseguito la lettura dell’articolo che esporrebbe le prove di que­sta, inedita, pazzia di Pascal. Quello che tutti ritengono un documento di alta spiritualità possa essere interpre­tato come un segno di follia, è pensiero bizzarro se pure lecito». Odifreddi, per autoconvicersi maggiormente introduce poi l’argomento forte: «Pascal era in­fatti reduce da un grave incidente in carrozza sul ponte di Neuilly, in cui aveva letteralmente battuto la testa. In seguito soffrì per tutta la vita di forti emicranie. E quando morì nel 1662, a soli 39 anni, l’au­topsia rivelò evidenti lesioni cere­brali». Peccato -spiega l’accademico- che in queste poche righe l’unico dato certo riguardi l’anno della morte di Pascal. L’incidente sul ponte di Neuilly è un aneddo­to, riportato da un anonimo forse alla fine del Seicento, che dice di averlo saputo da altri e così via. Inoltre è risaputo che Pascal patisse d’emicrania fin dalla prima giovinezza. Sempre per Odifreddi, l’au­topsia avrebbe rivelato «evi­denti» lesioni cerebrali. Lo storico nega però che nel referto autoptico si parli di evidenti fratture cerebrali. Nel reperto (attendibile o meno rispetto alla me­dicina del tempo), al contrario, «si parla di una mancata chiusura in­fantile di certe suture craniche che gli avrebbero causato per tut­ta la vita devastanti dolori alla testa». Quindi: il cancro o la tu­bercolosi. Continua Nacci: «Fermo restando poi che le (supposte) fratture cerebrali causate da un (supposto) inci­dente stradale nel 1654, non gli a­vrebbero impedito di scrivere ne­gli anni successivi, tra l’altro, le Provinciales e le Pensées, bagatelle che anche un pazzo o uno con evidenti fratture cerebrali natural­mente potrebbe scrivere!». Addirittura nella prefezione ai “Pensieri” di Pascal editi dalla Rizzoli,  affidata a Vittorio Enzo Alfieri, vi è specificato che la leggenda nasce dal solito mistificatore Voltaire: «La pazzia di Pascal è leggenda, grossolana interpretazione di razionalisti e materialisti a cui riusciva incomprensibile l’esperienza religiosa di Pascal e la forza paradossale delle sue affermazioni». Più avanti si  afferma che «chiunque ha voluto spiegare il genio di Pascal come manifestazione patologica, e persino trovare nella scrittura di lui l’indizio della febbre, indubbiamente è in errore» (da Pascal, “Pensieri”, Rizzoli, pag.10,11). Ma il matematico impertinente (che qualcuno su Facebook ha soprannominato il “matematico deficente”) dichiara qual’è il suo intento: «Oggi lo si ricorda quasi soltanto per i confusi Pensieri nei quali sprecò il suo talento, ma in gioventù aveva fatto vedere di co­sa sarebbe stato capace, se fosse stato risparmiato dalla conversio­ne». Ecco spiegato il tentativo del noto invasateo scientista di Cuneo. Conclude lo storico Nacci: «Ma se dal 1654 Pascal era già impazzito e invalido (parola di O­difreddi), com’è possibile che in seguito sprecasse il suo talento in quelle opere che, a dire il vero, so­lo il nostro esperto ritiene insigni­ficanti? Quale talento gli era rima­sto? Credo che sia inutile commentare o infierire oltre su un simile pro­cedimento argomentativo lacu­noso e non poco illogico, ma a proposito di «confusione»: non è che l’inconscio, ancora una volta, abbia preso la mano a Odifreddi?».

Odifreddura su Einstein. Ha parlato del grande fisico sull’ultimo numero dell’Espresso. Nell’articolo, Odifreddo si lamenta del “Cortile dei gentili” perché, a suo parere, la Chiesa cattolica accetta di confrontarsi con gli atei moderati e non con gli invasatei. E conclude -non si capisce bene perché- in questo modo: «Come si sa gli scienziati sono quasi tutti atei. E già nel 1930 il più famoso di loro, Albert Einstein, scriveva: “Le idee più belle della scienza nascono da un profondo sentimento religioso. Io credo che questo tipo di religiosità che attualmente si avverte nella ricerca, sia l’unica esperienza religiosa creativa della nostra epoca”». Lo scientista furioso arruola così Albert Einstein come scienziato ateo più famoso della storia. Proprio Einstein che disse di sè: «Io non sono ateo e non penso di potermi definire panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino che è entrato in una immensa biblioteca piena di libri scritti in molte lingue. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri, ma non sa come e non conosce le lingue in cui sono stati scritti. Sospetta però che vi sia un misterioso ordine nella disposizione dei volumi, ma non sa quale sia. Questa mi sembra la situazione dell’essere umano, anche il più intelligente, di fronte a Dio. La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio» (da Einstein: His Life and Universe, Simon e Schuster, pag. 27).  Proprio Einstein che sembra rivolgersi all’ex seminarista Odifreddi in questo modo: «Non condivido lo spirito di crociata dell’ateo di professione il cui fervore è in gran parte dovuto a un doloroso atto di liberazione dalle catene dell’indottrinamento religioso ricevuto in gioventù» (Lettera a Guy Raner, 1949). E ancora: «Gli atei fanatici sono come schiavi che ancora sentono il peso delle catene dalle quali si sono liberati dopo una lunga lotta. Essi sono creature che – nel loro rancore contro le religioni tradizionali come ‘oppio delle masse’ – non posso sentire la musica delle sfere» (Isaacson, Einstein: His Life and Universe, Simon e Schuster 2008). Albert Einstein contraddice  ancora il nostro Odifreddi, ad esempio quando scrive: «La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poichè deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perchè la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sè altre scelte quando creò il mondo» (da Holdon, The Advancemente of Science and Its Burdens, Cambridge University Press, New York 1986, pag. 91). E ancora: «Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri; in quanto al resto, sono solo dettagli» (da “Einstein: Pensieri di un uomo curioso“, Mondadori ’97). E mentre Odifreddi nei suoi libri sostiene che i cristiani siano tutti dei «cretini», il celebre Premio Nobel si sofferma anche lui sul cristianesimo: «Nessun uomo può disporre della cristianità con un bon mot. Nessuno può leggere i Vangeli senza sentire la presenza attuale di Gesù. La sua personalità pulsa ad ogni parola. Nessun mito può mai essere riempito di una tale vita» (da Einstein, “The Saturday Evening Post”, 26.10.1929). Odifreddi dovrebbe poi dimostrare che la maggioranza dei più grandi scienziati della storia, riportati in quest’elenco ad esempio,  siano atei. Una risposta a Odifreddi è comunque arrivata anche dal settimanale Tempi.

 

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