L’esperimento

By ClaudioLXXXI

il  mondo perdonerà solo dei peccati che non ritiene siano davvero peccaminosi
Padre Brown
(cioè Gilbert Keith Chesterton)

 

Ok, proviamoci.

Cari relativisti.

Sì, dico a voi. Voi che leggete, che ogni tanto commentate, oppure che finora avete sempre lurkato. Voi che non credete a una morale oggettiva; che ritenete il bene e il male una questione di punti di vista, da decidere volta per volta; che considerate il dubbio uno stato finale di cui ritenersi all’incirca soddisfatti, piuttosto che un processo transitorio che serve a conseguire una maggiore certezza della verità; insomma quella roba là. Mi rivolgo proprio a voi.

Facciamo un esperimento.

PAVIA. Ha filmato la collega a sua insaputa, mentre faceva sesso con lei. E poi ha messo il video hard su internet. Una serata di scambio amoroso, di effusioni e di piacere che doveva restare confinata nell’intimità di una camera da letto e limitata alla complicità di due amanti e che invece è finita sui siti pornografici di mezzo mondo. […]
La telecamera, piazzata a pochi passi dal letto e di cui lei non sa niente, filma tutto: 19 minuti e 41 secondi di sesso. Gesti, carezze, parole. Frasi in cui vengono citati anche alcuni amici comuni e che vengono tradotte in inglese per le didascalie che accompagnano le scene. I due amanti hanno il viso in parte schermato, ma sono proprio le frasi a renderli riconoscibili. Sono gli amici della ragazza a trovare, per caso, il video navigando in rete. E sono loro ad avvisarla, dopo mesi ormai che il filmato è a disposizione di chiunque voglia vederlo. Basta un click.
La giovane è sgomenta. Preoccupata per la sua reputazione. Non accetta che la sua immagine, la sua personalità più intima, possa essere spiata e condivisa da altri, su siti pornografici. Chiede spiegazioni al suo collega e amante. Lui si scusa, spiega di averlo fatto senza la volontà di ferirla e promette di togliere il video da internet, ma ormai la frittata è fatta. Il filmato non può più essere cancellato.

(Fonte: La Provincia Pavese 13/07/2012, Maria Fiore)

Di episodi simili ne accadono tanti nel mondo, ma questo colpisce per due motivi.
Uno è il fatto che questi tizi si mettono a parlare dei loro amici. Mentre fanno sesso! L’abietto umanoide si era preso la briga di schermare parte del viso, ma non ha pensato a tagliare l’audio (forse non voleva rinunciare ai mugolii d’amore?). E ne parlano anche con un certo grado di dettaglio, si presume, visto che poi questi amici comuni si sono riconosciuti nell’oggetto della discussione! Immagino con quale sorpresa. La faccia della sventurata quando le hanno detto una cosa tipo “sai, l’altro giorno, mentre stavamo… ehm… abbiamo trovato un video dove c’era il tuo corpo nudo che faceva cose, ci siamo accorti che stavi parlando proprio di noi e quella eri proprio tu”, invece, non me la immagino proprio. Infatti sono venuto a conoscenza dell’episodio a seguito della segnalazione di un’abitante di Pavia, che commentava stupita l’ennesima bizzarria dei suoi concittadini (ché pare che in quel posto, di cose strane, ne succedano un bel po’).
L’altra cosa che mi ha colpito è l’idiozia o la faccia di tolla (a seconda se gli attribuiamo o no un grado infinitesimo di buona fede) dell’essere putrescente di materia escrementizia il quale, richiesto di spiegazioni da parte di colei che aveva reso pornostar a sua insaputa, se ne è uscito dicendo “non volevo ferirti”. Ah, ecco. Pensa se avesse voluto ferirla, invece, cosa avrebbe potuto fare. E certo che non voleva…

Ma, un momento. E se avesse ragione lui?
Dai, sul serio. Se avesse davvero ragione.
Davvero.

Cari relativisti.
Se bazzicate questo blog, sapete che io sono nemico del relativismo [che non vuol dire nemico dei relativisti (almeno, non necessariamente)] e gli muovo critiche molto pesanti. Una di queste critiche è il fatto che, stringi stringi, il relativismo è una bolla di sapone. Una maschera, da indossare per sentirsi a posto con lo Zeitgeist postmoderno; un’autosuggestione, indotta da troppa teoria e poca pratica. Incoerente. Inapplicabile. Il relativista non crede all’esistenza della Verità, io invece non credo all’esistenza del relativista.
Scusandomi in anticipo per la volgarità, desidero citare quella locuzione d’incerta origine, molto rozza ma molto efficace, che si dà sotto la forma di “son tutti froci col culo degli altri” (accertate numerose varianti dialettali). Il modo di dire ha varie applicazioni, io vorrei proporne qui una di tipo epistemologico-assiologico: è facile fare grandi elegie del dubbio, quando le uniche certezze di cui dubitare sono quelle altrui; è facile negare l’oggettività del bene e del male, purché non venga qualcuno a mettere in discussione proprio quella cosa che, dai, è ovvio che è bene / che è male, no?
Insomma, quando leggo / ascolto relativisti di chiarissima fama che difendono concetti tipo “l’atteggiamento che suppone nel pre-giudizio dell’altro un gradiente di verità superiore al nostro” oppure “il diritto di ogni opinione ad avere pubblici difensori”, ho sempre l’impressione che stiano facendo i froci col culo degli altri. Che stiano parlando di pregiudizi e opinioni su cui in cuor loro non  hanno proprio nessun dubbio che sono bene. Che poi di solito gli argomenti sono sempre quelli, la morale sessuale, l’aborto, l’eutanasia, eccetera eccetera. Dove sono i relativisti pubblici difensori della galera per chi ammazza i consenzienti? Chi è che quel relativista che attribuisce alla necessaria eterosessualità del matrimonio un gradiente di verità superiore? Boh. Cerco e ricerco, ma non ne trovo. Che strano.
Ma questi sarebbero ancora discorsi astratti, che un bravo giocoliere verbale potrebbe piegare per dritto e per rovescio, senza perdere un colpo dialettico.
Parliamo di fatti concreti.

La giovane della notizia è vera. Esiste sul serio (spero che la Provincia Pavese non se la sia inventata per riempire la pagina). Corpo, sentimenti, rabbia, tutto reale. È successo effettivamente.
Cari relativisti, ditemi che dubitate che abbia ragione lei. Che non sta scritto da nessuna parte, oggettivamente, che il tizio abbia compiuto un’azione cattiva; si potrebbe anche decidere che aveva tutto il diritto di mettere su internet il video, tiè, che ganzo che sono, mondo guarda che performance. Non voleva ferirla; pensava che non ci fosse nulla di sbagliato. Embè? Perché lui si è dovuto adeguare al gradiente di verità di lei e non viceversa? La sua opinione che il porno segretamente sparato sul world wide web fosse ok, non dovrebbe avere un pubblico difensore? Se si può discutere di tutto, vogliamo discutere di questo?

Cari relativisti, ditemi che il bene e il male di per sè non esistono; che dubitate che esistano.
Ditemelo.

L’esperimento è partito.


Fonte originale: http://deliberoarbitrio.wordpress.com/2012/07/16/lesperimento/

Commentare laggiù per semplicità.

Pensate a questo semplice comma…

Vorrei lanciare un appello da queste colonne, non come giornalista o intellettuale cattolico, ma come padre di Caterina che tanti hanno conosciuto per la dolorosa vicenda che si trova a vivere.

Il mio è un appello a tutti i parlamentari, di tutti gli schieramenti, al di là delle divisioni ideologiche, politiche o culturali. Chiedo di approvare subito la legge sulla (cosiddetta) “Dichiarazione anticipata di trattamento” e approvarla così com’è.

Ci sono molti motivi per i quali personalmente giudico questa legge necessaria. Non si tratta solo di evitare che si verifichino casi analoghi a quello di Eluana Englaro. Ci sono molte altre ragioni.

Io però voglio qui spiegarne una sola, di puro buon senso e di salute pubblica, tale che può essere condivisa perfino dai più accesi fautori dell’eutanasia.

La materia in questione è trattata al comma 6 dell’articolo 4. Che recita testualmente: “In condizioni di urgenza o quando il soggetto versa in pericolo di vita immediato, la dichiarazione anticipata di trattamento non si applica”.

E’ un aspetto che è passato finora inosservato. Ma per me è essenziale perché mi sono trovato a vivere la circostanza terribile dell’emergenza e del “pericolo di vita” imminente di una figlia.

E’ una situazione vissuta ogni giorno da tanti nostri concittadini.

Basterebbe questo semplice comma per fare di questa legge una preziosa barriera (a difesa della vita) da erigere al più presto.

Mi spiego.

Come si sa il più diffuso problema sanitario della nostra popolazione concerne le malattie cardiocircolatorie: infarto, ictus ischemico, arresto cardiaco (che da solo provoca 60 mila morti all’anno in Italia).

A questo tipo di eventi, che si manifestano come drammi improvvisi, dobbiamo aggiungere altre situazioni analoghe come l’ictus cerebrale, o il caso delle vittime di incidenti stradali. Sono tanti.

Il sistema sanitario cerca di organizzarsi sempre meglio per correre tempestivamente in soccorso di ognuno e salvargli la vita: nei centri urbani più efficienti sono riusciti a far sì che il 118 raggiunga in meno 8 minuti qualunque punto della città.

Infatti è sempre una lotta drammatica contro il tempo, perché in una manciata di minuti si gioca il destino di figli, di padri, madri, amici. Basta poco tempo e la persona che più ami al mondo è spacciata, è morta.

Ebbene, quel comma 6, dell’articolo 4 della legge, è preziosissimo. Anzitutto perché mette al riparo tutti i soccorritori. Dice loro: fate di tutto per salvare questa vita in pericolo, questo è il vostro dovere e non pensate ad altro.

E dice al sistema sanitario di organizzarsi sempre meglio, attrezzandosi con le tecniche di rianimazione più avanzate, per salvare vite umane.

Qualora non venisse approvata questa legge con questo articolo, qualora cioè si restasse nell’attuale vuoto legislativo, che sembra preferibile anche a persone sicuramente “pro life”, come il mio amico Giuliano Ferrara, cosa accadrebbe?

Secondo me lo scenario è questo. Senza una legge la sola cosa che resta sulla scena sono i cosiddetti albi di biotestamenti istituiti da diversi Comuni italiani che al momento non hanno alcun valore giuridico, ma che – si può facilmente prevedere – qualora saltasse la legge fornirebbero materia alla giurisprudenza per accogliere altre richieste analoghe al caso Englaro o al caso Welby.

Così la legge finirebbe per essere scritta dalle sentenze della magistratura anziché dal Parlamento.

E’ facilmente prevedibile che qualcuno – per paura di riportare danni permanenti e invalidanti – possa scrivere nel suo biotestamento “non rianimatemi”, secondo la formula che oggi è diventata uno slogan negli Stati Uniti.

E si può prevedere che prima o poi qualcuno potrà fare causa a un medico soccorritore perché ha rianimato un malcapitato che – pur salvandosi – così ha riportato danni più o meno gravi, conseguenti – per esempio – a un arresto cardiaco. Qualcuno che aveva scritto nel biotestamento “non rianimatemi”.

E’ noto che i medici oggi sono terrorizzati dalle cause civili intentate da pazienti o dai loro familiari.

Alla prima sentenza che dovesse riconoscere il diritto al risarcimento di questa persona, rianimata malgrado il dettato del biotestamento,  si creerebbe una situazione drammatica, perché qualunque ambulanza del 118 e qualunque medico davanti a uno che versa in  pericolo di vita – prima di soccorrerlo e rianimarlo – dovrebbe cercare di sapere se costui ha fatto un testamento biologico e cosa precisamente ha scritto.

Un’operazione difficilissima da espletare e che ovviamente finirebbe per far saltare tutti i tempi delle cure di emergenza. Di fatto diventerebbe impossibile prestare soccorso urgente e salvare vite.

Faccio un esempio concreto e personale. Mia figlia, al momento dell’arresto cardiaco, è stata letteralmente salvata da tre amici che le hanno dato un soccorso immediato su indicazioni telefoniche del 118 e poi dall’arrivo tempestivo del 118 stesso.

Era una questione di secondi. Ma se avessero dovuto prima informarsi sul suo testamento biologico sarebbe trascorso il tempo della possibile salvezza. E tutto sarebbe stato perduto.

Qualcuno obietterà: “ma no, è uno scenario assurdo, in casi di emergenza il soccorso resterebbe comunque obbligatorio”.

Ne siete sicuri? Chi lo dice?

Una volta che la legge saltasse, nel vuoto normativo, riconosciuto il diritto assoluto all’autodeterminazione (che è la strada già intrapresa dalla giurisprudenza), tramite testamento biologico chiunque potrà scrivere “non rianimatemi” e aver diritto a veder riconosciuta questa sua richiesta quando dovesse aver bisogno di rianimazione.

A quel punto la frittata è fatta. E il problema riguarderebbe tutti, non solo l’interessato: anche me e voi, anche coloro che non hanno fatto testamento biologico o che hanno espresso la volontà di essere rianimati e curati. Perché tutta la catena del soccorso d’emergenza, allestita dal sistema sanitario, andrebbe a ingolfarsi lì, sull’accertamento delle volontà. 

Finora i sostenitori del “Testamento biologico” hanno accusato gli avversari di non essere liberali e di voler imporre a tutti le convinzioni loro proprie. Ma in realtà, riflettendo sulla situazione, mi pare che si rischi l’opposto.

Non è forse vero che se non verrà approvata questa legge con quell’articolo 4 (e presto, perché c’è chi gioca al rinvio per farla pian piano decadere), tutti, anche coloro che non fanno il testamento biologico, potrebbero incappare nei problemi (e nel collasso) del soccorso d’emergenza provocati dai “testamenti biologici”?

A me pare di sì. Questa è una delle tante ragioni per cui chiedo accoratamente l’approvazione della legge. Ed è – come si vede – una ragione pratica, non certo ideologica.

Una ragione su cui tutti possono convenire, qualunque cosa pensino. Persino i sostenitori dell’eutanasia. Perché salvaguarda il diritto di tutti ad avere il soccorso d’emergenza più efficiente.

Antonio Socci

Da “Libero”, 5 marzo 2011

Da QUI.

Se Dio è onnipotente, l’uomo è libero

di Giacomo Samek Lodovici

22-01-2011

In un passaggio molto significativo dell’omelia pronunciata il giorno dell’Epifania, Benedetto XVI ha affrontato un tema metafisico che ha una straordinaria valenza esistenziale: quello del rapporto di compatibilità/incompatibilità tra l’esistenza di Dio e la libertà umana.

Riflettendo a partire dalla figura di Erode, il Papa ha allargato il discorso a molti esseri umani che la pensano più o meno come il crudele re di Gerusalemme. Infatti, a Erode Dio appare come un rivale «anzi, un rivale particolarmente pericoloso, che vorrebbe privare gli uomini del loro spazio vitale, della loro autonomia, del loro potere; un rivale che indica la strada da percorrere nella vita e impedisce, così, di fare tutto ciò che si vuole». Certo, come ha aggiunto il Papa, «Erode è un personaggio che non ci è simpatico e che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale?».


Continua QUI.