Grazie alla vita

Scritto da  Suor Maria Giovanna

È tempo di una precisazione: potremmo avere la tentazione di considerare le virtù come qualcosa di a-storico, di non condizionato dalla cultura o dalla vita materiale.

È invece vero il contrario: lo svolgersi concreto della vita umana in un contesto e in un momento dati, le possibilità tecniche e le risorse a disposizione, plasmano il modo in cui incarniamo questi atteggiamenti e valori e la priorità che attribuiamo ad alcuni di essi.

Pensiamo alla nostra vita: usiamo macchine e ci aspettiamo (con ragione, dati i costi!) che funzionino a puntino; premiamo un bottone o inseriamo una card e riceviamo una prestazione, esattamente quella prevista (se non succede, proviamo disappunto); molti dei rapporti quotidiani con altre persone sono rapporti di scambio, in cui le prestazioni reciproche sono regolate da profili di ruolo, contratti, accordi, mansionari. È sempre più raro sperimentare, nel rapporto con oggetti e persone, l’esistenza di possibilità. Così tende ad estendersi a tutti i rapporti quello che è già accaduto in relazione all’universo fisico: più ne conosciamo le leggi più ci aspettiamo che tutto avvenga secondo la categoria della necessità: dev’essere così, non può essere altrimenti.

C’è il pericolo che questo modello meccanico si imponga come misura delle relazioni umane: e che sia sempre più difficile sperimentare spazi di libertà nel dare e nel ricevere, di gratuità e di gratitudine. Un piccolo esempio sotto gli occhi di tutti: è cresciuta a dismisura la prassi del regalo di Natale quasi-obbligato, dietro cui si muove una sorta di organizzazione del dono che alimenta la pressione ai consumi. Chi di noi non ha avvertito almeno qualche volta come una fastidiosa costrizione quest’abitudine dilagante? E quanto resta in molti di questi regali dell’autentica esperienza del fare o ricevere un dono?

La virtù della riconoscenza ha a che fare con tutto questo.

Tre condizioni la rendono possibile. Prima di tutto: «si può ringraziare soltanto una persona: un grazie e un prego sono possibili soltanto fra un io e un tu». Non si ringrazia un potere impersonale, una macchina o un ente che erogano una prestazione. In secondo luogo: «la riconoscenza è possibile soltanto nello spazio della libertà»: non si ringrazia per il realizzarsi di una legge di natura o per il riconoscimento di un diritto. Anzi, come osserva Guardini, «quanto più il sentimento per i fenomeni umani si trasforma in quello di un generale funzionalismo, tanto minore rimane lo spazio per quel libero schiudersi del cuore che dice: Ti ringrazio. Dove cessa la libertà sparisce la gratitudine». La terza condizione per la riconoscenza è che chi dona lo faccia con rispetto verso colui che riceve: tante forme di aiuto sono soltanto l’esibizione del potere e della superiorità di chi aiuta. «Merita di essere chiamato aiuto solo quello che rende possibile la riconoscenza».

Ci sono poi delle esperienze di riconoscenza particolarmente intense, anche se non si traducono in un grazie detto a parole: talvolta vorremmo ringraziare qualcuno semplicemente perché esiste, non perché ha fatto questo o quello; oppure di fronte alla bellezza di uno scenario della natura, di una musica, di un’opera d’arte, ci sentiamo talvolta colmi di gratitudine.

La riconoscenza nella forma di questa «gratitudine circa l’essere» ci conduce al cuore dell’autentica esperienza religiosa: sentire il bisogno di ringraziare indica che il mondo e noi stessi non siamo natura ma “opera”, azione di Dio. Tutto ciò che è, esiste in quanto pensato e voluto; io esisto in quanto pensato e voluto, potrei non esserci. Il mondo è continuo dono di Dio a noi; anche il fatto che io sono è un continuo dono fatto a me stesso; l’uno e l’altro doni capaci di suscitare meraviglia e di far sgorgare la lode (ne sono eloquente testimonianza tante pagine della Scrittura e in particolare i salmi). “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa” ripetiamo ogni domenica nel Gloria.

Ricevere con riconoscenza nei rapporti interpersonali diventa dunque educarci ad una posizione adeguata nei confronti di Dio. E forse possiamo sperimentare quanto potente sia il ringraziare come fonte di guarigione del cuore, quando siamo in stallo o ci perdiamo nei nostri meandri.

Infine: non sarà preziosa questa esperienza se Dio stesso ha voluto farla propria, diventando in Gesù piccolo e bisognoso di tutto, mettendosi quindi nella condizione di ricevere?

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13 ASSASSINI/ Un viaggio nel Giappone dei Samurai verso la zona oscura dell’uomo

Matteo Contin

mercoledì 29 giugno 2011

13 ASSASSINI/ Un viaggio nel Giappone dei Samurai verso la zona oscura dell’uomo

Prendete un film come Jusan-nin no shikaku di Eiichi Kudo, a torto visto dalla critica come una semplice copia de I sette samurai di Kurosawa, e datelo in mano a quel Takashi Miike capace di girare tre o quattro film all’anno e, nonostante questo, di mantenere – se non (sempre) la qualità – almeno una forte impronta autoriale capace di farlo diventare nel giro di poco tempo uno dei registi nipponici più famosi nel mondo.

Prendete quel film e avrete 13 assassini, ultimo lavoro del folle Miike, capace in un sol colpo di omaggiare il jidai-geki (genere che racconta le storie di samurai e gente semplice del periodo Tokugawa) e di rielaborarlo non solo dal punto di vista cinematografico, ma anche attualizzando il messaggio del film al Giappone moderno.

La storia narra di Shinzaemon Shimada, che viene ingaggiato per assassinare Naritsugo, potente e spietato feudatario che, in pochissimo tempo, è riuscito ad acquisire sempre più potere grazie alla sua crudeltà. La vita di Naritsugo è protetta da un numeroso esercito altrettanto crudele, guidato da Hanbei, avversario di Shinzaemon, che intanto sta pianificando le basi per l’attentato al feudatario: il piano consiste nel trasformare un piccolo villaggio di montagna in una trappola senza via di scampo. Shinzaemon e i suoi dodici compagni, consci di andare contro la morte, faranno di tutto per contrastare la spietata follia di Naritsugo.

Era da tempo che non vedevamo un Takashi Miike così eccezionalmente in forma. La solida regia della pellicola è uno dei tanti esempi di come il regista giapponese sia un grande narratore, capace di creare una struttura apparentemente semplice, ma che rivela un grande lavoro nel delineare le psicologie dei protagonisti in sede di sceneggiatura. Tutto il primo tempo è infatti dedicato all’introduzione dei personaggi e alla preparazione alla battaglia: qui Miike costruisce un film elegante e brutale, che si appoggia alle architetture degli interni e su dialoghi senza sbavature. La seconda parte è invece tutta dedicata allo scontro, uno scontro intenso e umano ambientato in un villaggio fangoso e impervio, scelta che premia il regista per il grande impatto visivo ottenuto e per la descrizione sporca e scivolosa che fa della lotta per la vita.

C’è chi ha individuato in questa netta divisione tra prima e seconda parte il volere di Miike di dimezzare idealmente in due capitoli ben distinti la sua pellicola. La sensazione che si respira è quella della battaglia finale (della durata epica di 60 minuti circa) che sembra divorare minuto dopo minuto il primo tempo, come se volesse erodere frame dopo frame lo spazio lasciato alla parola. Miike orchestra l’ora finale con grande ritmo, ma eliminando l’epica dei samurai, descrivendo queste figure eroiche nella maniera più umana possibile (idea amplificata tra l’altro proprio dall’ambientazione fangosa), dipingendoli addirittura con dei tratti psicotici che demistificano l’aura mitica della loro tipica figura.

Miike continua poi il discorso tutto personale sulla violenza, allontanandosi dalla sua filmografia precedente (anche se la struttura del film ricorda quella di un suo altro capolavoro, Audition) e trasformando il fuori campo nell’area oscura e nascosta in cui avvengono le violenze, ritagliandosi solo pochi momenti di follia puramente miikiana, sempre e comunque coerente con lo spirito del racconto (vedi la donna senza arti).

Sostenuto da una grossa produzione (a capo del progetto c’è lo stesso produttore del Premio Oscar Departures), Miike conferma il suo talento registico con un film sontuoso e oscuro, raffinato e ruvido, arido e fangoso.

Per la Repubblica dei puritani il corpo di Sara Tommasi è senza diritti

Azionisticamente parlando, se ne fregano. Sbandierano maniacalmente un principio di legalità e un comportamento virtuoso che vorrebbero imporre fin dentro quel santuario della libertà del corpo di ciascuno che è la camera da letto. Ma se amori, sentimenti, ambizioni frustrate, rancori e debolezze di una donna vengono brutalmente sequestrati, triturati e dati in pasto al pubblico guardone, loro di solito così garruli, così pronti al rimbrotto professorale, non dicono nulla. Azionisticamente parlando, tacciono. Sara Tommasi dunque è corpo senza diritti, nome senza volto, insignificante danno collaterale.

Eppure ha i suoi 29 anni, è visibilmente a disagio nel mondo in cui ha vissuto, l’effimera notorietà non l’ha gratificata, pare anzi che l’abbia ferita. Se la bellezza non è ancora reato, lei non ha commesso reati. Comunque la si guardi, è una vittima. Finita però in un’informativa di polizia, da qui nei faldoni di una procura, da qui sui giornali. Insieme con altri, perché cane chiama cane: innocenti, indagati, indagandi, tutti inconsapevoli, tutti indebitamente macchiati. Nessuno si indigna per questo, nessuno protesta. Non ci sono severi moniti, nemmeno una bacchettata sulla manina che ha passato le carte ai giornali, nemmeno un esposto al Csm su quei pm che eufemisticamente non hanno quanto meno saputo vegliare.

Pare normale che la deriva abbia forza di legge, che l’eccezione si faccia regola, che pm non si sa più se istigatori e complici o semplicemente incapaci oltrepassino il limite della decenza. Da anni le notizie fuggono, da anni nessuno paga, né dentro né fuori i palazzi di giustizia, semmai paga qualche giornalista, spesso a sproposito. E questo azionisticamente parlando è uno stato di diritto. In cui si insorge contro qualsiasi legge che disciplini, circoscriva le intercettazioni perché senza pare sia impossibile fare indagini, e sempre di più se ne vorrebbero perché  forte deve sempre essere la mano della giustizia. Questa è l’idea di libertà individuale secondo uomini temerari pronti a pubblicare tutto e sempre perché credono di essere contropotere al servizio del pubblico e quindi sacro e non semplici giornalisti.

In un’Italia così, in questo paese una Sara Tommasi non ha diritti e di certo non potrà mai avere giustizia. Lo sento il tam tam del contropotere che fibrilla e si dà di gomito, in fondo è una sottovelina, ennesima frequentatrice di Arcore, a che serve farsi dei problemi se non se li fa lei quando si è spogliata in pubblico e magari a pagamento. Azionisticamente parlando, questa è sharia. Gentile Tommasi, siccome quando si entra nell’ingranaggio anche per caso non se ne esce più, pare che le abbiano perquisito casa e sequestrato oggetti utili come si dice allo sviluppo delle indagini. Pare che stia a Dubai. Un consiglio: ci resti, almeno lì non c’è la nostra sharia.

© – FOGLIO QUOTIDIANO – 13 febbraio 2011 – Da QUI