Interpretare le interpretazioni interpretate di Papa Francesco

Ultimamente ha preso piede una moda interna alla cattolicità della quale mi sono lamentato l’altro giorno, consistente nell’interpretare a proprio piacimento le parole del Papa per poterlo denigrare, spesso e volentieri anche con toni offensivi. Il fenomeno merita di essere analizzato e urge trovare una soluzione alla domanda: per quale motivo tali fraintendimenti si verificano costantemente e sistematicamente?

Innanzitutto, posto che il Papa quando parla sia in buona fede (PS: anche solo pensare il contrario è peccato e indice di disonestà intellettuale, ma non perché è il Papa e se non fosse lui potrei fucilare liberamente, semplicemente perché è una persona e pensare ciò di una persona è sbagliato e inficia già in partenza ogni ragionamento costruttivo), vediamo che dice/scrive delle cose, e questo è innegabile (a meno che non stiamo tutti sognando i documenti magisteriali degli ultimi sei mesi). I concetti che esprime sono espressi in un certo linguaggio e con un certo stile, nettamente diversi e per certi versi inferiori a quelli del suo immediato predecessore, e pure questo è innegabile.

Ora, il nodo è questo: quanto questo tipo di linguaggio a tutti gli effetti è utile, serve al suo scopo, ossia condurre alla Salvezza? Perché è questo quello a cui dobbiamo tendere tutti noi, ognuno nei modi che gli sono più appropriati a seconda del proprio essere: San Benedetto non sarebbe divenuto tale se non si fosse reinventato il monachesimo; San Francesco sarebbe rimasto un cavaliere fallito se non avesse abbandonato tutto in cambio della perfetta letizia; San Giovanni della Croce avrebbe vissuto nella disperazione più totale se non si fosse messo a riformare l’ordine carmelitano, ecc… Tutte esperienze molto diverse tra loro, una goccia nel mare in quanto ad esempi, ma che di devono far tenere innanzitutto presente una cosa fondamentale: la porta della salvezza è sì stretta, ma non è esclusivista. Come in autostrada vi sono diversi tipi di caselli, dal telepass al classico biglietto manuale, così è anche per il Regno dei Cieli: la strada è quella ma ognuno è chiamato a sforzarsi di prenderla al meglio delle sue possibilità.

Tornando al problema del linguaggio, in un editoriale recente Don Ariel di Gualdo lamenta le stesse cose (http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/sulla-dialogante-carezza-del-santo-padre-a-eugenio-scalfari/) parlando più specificamente dell’oramai famosa lettera di Papa Francesco a Eugenio Scalfari; il sacerdote fa giustamente notare che alla pubblicazione di questa su Repubblica è seguito tutto un rincorrersi di “articoli di acrobatico commento comparsi sulle varie riviste cattoliche e tutti caratterizzati da un unico comune denominatore: offrire una risposta di spiegazione, di quelle mirate a spiegare la fondatezza e la correttezza delle teorie sull’atomismo espresse da uno scienziato — in questo caso il Santo Padre — che in quanto scienziato ha dato certe cose per scontate e forse non è stato molto chiaro per il grande pubblico, per questo le sue parole necessitano di essere prima spiegate e poi interpretate, a ben considerare che oggi, quella chiarezza che non lascia spazio a equivoci e a possibili fraintendimenti, pare non essere più una necessaria virtù, forse neppure per il magistero pontificio”.

L’affermazione di Don Ariel, ahinoi, è sensata e coglie nel segno: l’unione di 1) un linguaggio poco preciso e chiarificatore; 2) un giornalismo laicista e poco attento a sua volta all’uso di un linguaggio chiaro e distinto; 3) lettori a loro volta -vuoi per limiti intrinseci, vuoi per libera scelta di volontà- distorsori a prescindere delle parole altrui; l’unione di tutto ciò non può che portare ad un pour pourri in cui anche solo la buona volontà di intravedere uno spiraglio di luce può essere schiacciata impietosamente. Tutto qui dunque? Uno deve rassegnarsi a sorbirsi supinamente ciò che viene propinato, gettando al macero qualsivoglia tipologia di spirito critico?

Urge trovare soluzioni con metodo progressivo: il primo step potrebbe essere quello di constatare che le parole del Papa siano rintracciabili, prive di qualunque interpretazione e ritaglio giornalistico, sul sito del Vaticano, di modo che sia possibile leggersi in santa pace ciò che ha detto/scritto senza che il punto 2 crei disturbi e interferenze. Purtroppo però nemmeno così otteniamo l’uovo di Colombo: a creare impiccio resta sempre il punto 1, ossia la mancanza di un linguaggio che sia chiaro e distinto, immediatamente comprensibile ma al contempo profondo e sviscerante l’essenza delle cose, nonché il punto 2, ossia la capacità e la volontà dei singoli di comprendere ciò che è stato scritto.

Come step numero 2, quindi, è bene analizzare il linguaggio in sé, le parole che vengono usate dal Papa: a detta di molti è il punto focale dell’intera faccenda, ma per il sottoscritto tale visione è falsa e si capirà subito il perché. Come ho già detto, se da una parte lo stile ed i toni di papa Francesco sono di tutt’altro tipo rispetto a quelli usati da Papa Benedetto XVI, meno informali e più “di pancia” rispetto a quest’ultimo, è ingiusto d’altra parte affermare tout court che il suo sia un parlare distorto e ambiguo. O meglio: è volutamente ambiguo, ma in senso buono: come non dobbiamo mai dimenticare, Papa Francesco è un gesuita e pure astuto, “si sta rivelando sempre di più un vero “generale” degno dell’Ordine a cui appartiene, dentro il quale si è formato e di cui è ben conosciuta nella storia della Chiesa l’astuzia missionaria o, se preferite, come si dice oggi, “pastorale”.” (http://www.papalepapale.com/develop/come-gatto-francesco-ha-giocato-col-topo-eugenio-sulla-lettera-a-repubblica/). Non è un povero ignorante o affetto da demenza senile, ogni parola è comunque calibrata, vi è riflessione e attenzione su ciò che egli dice e fa, cosa che non è possibile affermare di molte altre persone invero. Se il Papa non parla continuamente come un dizionario non lo fa per ignoranza o per cattiva fede, insomma. Questo non porta alla soluzione, dato che è necessario fare propria o perlomeno comprendere tale impostazione mentale per avere chiaro il discorso e questo non è certamente facile né immediato, ma richiede impegno ed esercizio, fatica.

Purtuttavia, ciò non risolve completamente il primo punto, che è destinato a restare insoluto per la sua intrinseca relazione con il terzo, ossia con la capacità di comprensione e con la volontà di capire delle persone stesse. Riguardo alle doti intellettuali di ognuno, poco da fare: se l’intelletto scarseggia ragionamenti troppo raffinati non verranno mai compresi, per quanto impegno e buona volontà il comunicatore vi impieghi nel discorso in cui si cimenta.

Riguardo alla volontà del singolo, invece, è a mio avviso che ha sede il nodo insoluto e insolubile della questione: il porsi in un certo modo, con una certa forma mentis e certe pregiudiziali, influenza inevitabilmente non il messaggio in sé che viene trasmesso ma la sua comprensione. A titolo di esempio: quando uno è in preda all’ira per delle certe parole a lui rivolte, a nulla valgono i discorsi di coloro che tentano di rabbonirlo, anzi potrebbero addirittura a seconda del carattere far peggiorare la situazione emotiva, contribuendo all’aggravarsi del tutto e all’inasprirsi della tensione. Così è con le parole del Papa: anche se venissero lette da un organo di comunicazione privo di filtri e interpretazioni, ed anche se la forma mentis di papa Francesco venisse non solo compresa ma anche fatta propria, se a ciò non fosse unita una purità delle intenzioni a nulla varrebbe tutto ciò.

Così come io vedo quale offesa una battuta scherzosa rivolta nei miei confronti perché ce l’ho con quella persona, così le parole “Premesso che la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” suoneranno stravolte ai miei occhi se non tengo deliberatamente presente che la coscienza cristiana di cui parla il Papa è una coscienza “ordinata” alla vera conoscenza di Dio e di cosa Dio vuole da ognuno di noi. La frase “chi sono io per giudicare?” verrà presa per un’apertura senza se e senza ma ad ogni tipo di azione, se non faccio lo sforzo in me stesso di comprendere che del giudizio delle intenzioni che lì si parla, giudizio riservato solo a Dio in quanto unico conoscitore del cuore. Se per me Papa Francesco è un offensivo “Ciccio I” o se la Chiesa per me è diventata irrimediabilmente corrotta per colpa del Concilio Vaticano II (che poi che c’entra?), le parole “la verità è una relazione” saranno da me gettate al vento a mio danno, perché non coglierò la profonda dolcezza che v’è dietro. Infine, se scrivo “A Papa Cecco libera nos Domine”, anche con intenti scherzosi, non avrò nemmeno la più pallida idea di cosa abbia voluto significare il Papa con le parole “la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa”.

In conclusione, ancora una volta il problema più grave risiede nel cuore dell’uomo, non nella mente: un cuore grande privo di elevate vette teoretiche ha dato origine a giganti come il Santo curato d’Ars, Santa Giovanna d’Arco, San Francesco d’Assisi, San Filippo Neri, Santa Teresa di Lisieux, Beata Madre Teresa di Calcutta, ecc… Una mente eccelsa ma unita ad un cuore di pietra ha portato a Robespierre e al Terrore, a Lenin e alla Rivoluzione d’Ottobre. Meriterebbe riflettere su queste cose, anziché dare contro per partito preso: l’anima (e l’intelligenza) ci guadagnerebbero.

Il mistero del linguaggio, ovvero: perché Gesù non ha scritto nulla?

Di Andrea Moro

martedì 13 settembre 2011

DIBATTITO/ Il mistero del linguaggio, ovvero: perché Gesù non ha scritto nulla?

Foto: Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)

Osservare che il linguaggio è misterioso è come notare che un tramonto è struggente: vero, ma non basta. Occorre essere in grado di individuare le ragioni che ci portano a formulare questo giudizio così intuitivamente evidente.

Certo, la questione del rapporto tra linguaggio e certezza è troppo vasta perché se ne possa parlare sinteticamente, tuttavia, pur senza la pretesa di suggerire risposte, ci offre l’occasione per notare come ci siano almeno due modi diversi per intendere il rapporto tra linguaggio e certezza, due modi che vanno distinti ma che convergono entrambi necessariamente verso il mistero: la certezza che viene dal linguaggio (come elemento strutturante ed esclusivo della mente e del pensiero umano); la certezza che abbiamo sul linguaggio (come risultato delle nostre osservazioni razionali su un fenomeno della realtà). A questo proposito due fatti ci provocano e ci stupiscono costantemente.

È certo che il linguaggio serve per comunicare certezze, ma come si veicola la certezza con il linguaggio? Esiste a riguardo del linguaggio almeno una partizione che chiunque condividerebbe: da una parte, le parole (archivio di certezze condivise); dall’altra, le frasi (elementi formati di volta in volta: nessuno, salvo per scopi pratici banali, potrebbe pensare ad un dizionario di frasi). La certezza ovviamente si lega alla possibilità di dare un giudizio di verità, e questa si applica solo alle frasi: non si può dire se albero è vero ma se quest’albero è fiorito sì. Il punto si riduce dunque alla seguente domanda: come fa una frase a veicolare certezza? Sappiamo dalla tradizione analitica classica e poi dalle elaborazioni medievali che certe sequenze di frasi conducono necessariamente a giudizi certi. Si tratta di quelle macchine della verità fatte di parole che chiamiamo “sillogismi”. Se ad esempio dico tutti gli uccelli depongono uova e la gallina è un uccello, non posso non concludere che la gallina depone uova.

Questo meccanismo esaurisce la nostra domanda su come faccia il linguaggio a generare certezze? Nient’affatto e lo sanno bene i filosofi del linguaggio, che discutono da sempre sul valore euristico dei sillogismi; e lo sanno anche gli studiosi di acquisizione del linguaggio nei bambini che cercano di capire come faccia un bambino ad assegnare nomi a oggetti fisicamente differenti e cogliere certe analogie tra essi; infine, lo sa anche chi guarda il linguaggio dal punto di vista neuropsicologico, perché osserva che i circuiti cerebrali che portano alla costruzione di un sillogismo che parla del mondo si attivano anche se parlo di cose che non so. Se vi dico che il gulco è un opramma e che tutti gli oprammi gianigiano le brale non potete non concludere che anche il gulco gianigia le brale, sebbene non abbiate – come me, del resto – la più pallida idea di cosa sia un gulco, un opramma, le brale e il gianigiare.

Siamo di fronte alla prima porta verso il mistero. Sappiamo usare il linguaggio per veicolare la certezza, ma non sappiamo affatto come questo sia possibile. Lo stupore che la struttura del linguaggio umano e la sua aderenza alla realtà ci provocano non è in questo differente da quella che prova il fisico quando si accorge che una funzione matematica è in grado di descrivere un fatto del mondo. Si possono opporre molte “attentuanti” (inclusa quella classica che in fondo noi proiettiamo sul mondo quello che la nostra mente ci permette di riconoscere), ma questo non fa che accrescere il mistero: la certezza che viene dal linguaggio non la genera il linguaggio. Verrebbe voglia di parlare di “effetto Münchausen”, dal celebre racconto: come non ci si riesce a tirare fuori dall’acqua afferrandosi da soli per i capelli, così se basiamo la certezza che viene dal linguaggio sul linguaggio stesso non riusciamo a spiegare niente. Ma questa è solo la prima porta.

Cosa sappiamo di certo sul linguaggio? Dalla seconda metà dell’Otto­cen­to, sulla base essenzialmente di osservazioni di tipo clinico, sappiamo che il linguaggio è controllato da una rete specifica del cervello. Oggi la sfida è cresciuta di livello e la posta in gioco è diventata cruciale per comprendere l’origine della nostra mente e in definitiva della nostra specie: infatti non ci si chiede più solo se il linguaggio dipende dal cervello ma se la struttura del linguaggio (quel codice che comunemente chiamiamo “grammatica”) dipenda da esso. Solo cinquant’anni fa questa domanda era considerata sconveniente: su base pura­mente “ideologica” si sosteneva che la struttura della grammatica di una lingua fosse del tutto convenzionale, dunque, come non avrebbe senso andare a caccia della rete neurologica che ci fa fermare in macchina al colore rosso del semaforo (potrebbe benissimo essere blu) così sembrava folle cercare una rete neurologica che portasse a identificare le regole del linguaggio come espressione del cervello. Questo faceva gioco ad almeno due gruppi di ricerca e agli interessi economici e culturali cui erano connessi: a chi pensava che tra gli esseri umani e gli altri animali non ci fossero distinzioni qualitative rispetto al codice di comunicazione, e a chi cercava di simulare con una macchina le capacità computazionali di una mente umana (e con questo di coglierne il funzionamento reale).

A guastare la festa, verso la fine degli anni cinquanta del secolo scorso vennero degli studi sulla struttura logica del linguaggio che mostrarono come ridurre il codice di comunicazione umana solo a meccanismi di tipo statistico era impossibile: le grammatiche contengono nel loro nucleo la capacità potenziale di produrre strutture infinite (capacità in questo per certi versi comune alla matematica e alla musica). Inoltre, la comparsa dell’infinito non ammette gradualità, esclude cioè che esistano negli altri esseri viventi “precursori” di questa capacità: certamente gli animali comunicano, ma non lo fanno utilizzando meccanismi capaci di “costruire” l’infinito. Noam Chomsky, capostipite di questi studi, collegò questa complessità, l’universalità di alcuni principi delle grammatiche e l’apprendimento spontaneo del linguaggio nel bambino in una visione unitaria arrivando a dichiarare che “gli esseri umani siano in qualche modo progettati in modo speciale con una capacità di natura e complessità sconosciuta”.

Oggi sappiamo dagli studi di neuroimmagine che questi circuiti che generano strutture infinite sono profondamente ancorati nel nostro cervello, nella nostra carne, anzi ne sono espressione diretta. Dunque, i “confini di Babele” esistono e nessuna ideologia può pensare di dissolverli. Perché le cose stiano così non ci è dato di saperlo: il mondo poteva essere diverso, potevamo avere tutti la stessa lingua, o capirci senza limiti eppure ciò non accade. E non abbiamo nemmeno una spiegazione condivisa e chiara in termini evolutivi di come mai tutto ciò sia capitato solo a noi esseri umani, ma non si deve trattare di un fatto marginale, come invece per altri tratti esclusivi di certe specie, visto che proprio la specie umana è l’unica che vive l’esperienza del progresso. Se un bambino non rifà da capo la storia dell’umanità quando nasce scoprendo la ruota a tre anni, il fuoco a cinque e via di seguito, mentre un ragno, per esempio, riparte da zero, questo non può non dipendere in ultima analisi che dalla struttura particolare del linguaggio.

Resta, almeno per chi scrive, un altro mistero legato al linguaggio e alla certezza, un mistero per certi versi struggente che chiama in causa ancora una volta tutti noi. Alla nostra specie è dato, anche in questo caso come dotazione neurobiologica specifica, la capacità di trasferire sulla materia inerte le espressioni del linguaggio: cioè sappiamo scrivere. Se la scrittura fissa in modo certo ciò che è espresso nel linguaggio, perché Cristo che certamente sapeva leggere – e non abbiamo motivo di pensare non sapesse anche scrivere (malgrado, come mette bene in luce John Paul Meier, l’unica testimonianza inequivocabile è l’episodio della scrittura sulla sabbia durante la lapidazione dell’adultera) – perché Cristo, dunque, non ci ha lasciato nulla di scritto? Se sia un mistero o se questo fatto si presti invece all’interpretazione di un segno che sta a indicare che senza il coinvolgimento personale di un incontro non esiste via, questo lo lascio a tutti noi come domanda.


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