Se Dio è onnipotente, l’uomo è libero

di Giacomo Samek Lodovici

22-01-2011

In un passaggio molto significativo dell’omelia pronunciata il giorno dell’Epifania, Benedetto XVI ha affrontato un tema metafisico che ha una straordinaria valenza esistenziale: quello del rapporto di compatibilità/incompatibilità tra l’esistenza di Dio e la libertà umana.

Riflettendo a partire dalla figura di Erode, il Papa ha allargato il discorso a molti esseri umani che la pensano più o meno come il crudele re di Gerusalemme. Infatti, a Erode Dio appare come un rivale «anzi, un rivale particolarmente pericoloso, che vorrebbe privare gli uomini del loro spazio vitale, della loro autonomia, del loro potere; un rivale che indica la strada da percorrere nella vita e impedisce, così, di fare tutto ciò che si vuole». Certo, come ha aggiunto il Papa, «Erode è un personaggio che non ci è simpatico e che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale?».


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Dinamis ed Energheia

Riprendo qui un post molto interessante scritto da Pubblicano. L’articolo lo trovate QUI.


Quello che scrivo è un mio pensiero, che ho sviluppato da solo, senza sapere se altri lo abbiano già espresso in passato (tra parentesi, non sarebbe per me la prima volta che quello che ritengo una mia scoperta originale sia già stata scoperta da altri).

Come tutti saprete, per Aristotele il “movimento” di un ente ad un altro ente è dato dal passaggio da “potenza” (dinamis) ad “atto” (energheia). Da ciò si deduce che la “potenza” è una proprietà di un ente, una sua capacità di passare da qualcosa a qualcos’altro. Se l’ente non avesse tale potenza, non diverrebbe “atto”. Per esempio, io sono uomo in atto, e cadavere in potenza, ossia posso diventare cadavere. Ma non sono, per esempio, cane in potenza, poiché in nessun caso potrei diventare un cane. Quindi la potenza di essere cane non mi appartiene, perciò non potrò mai esserlo. La materia ha la potenza di diventare energia, e viceversa. Dunque c’è una trasformazione solo con conservazione di qualche propria essenza, di qualche proprietà intrinseca. Per questo motivo ritengo che nulla potrà mai diventare qualcosa con cui non ha alcuna essenza in comune. Insomma, qualcosa diventa solo qualcosa di simile a sé stesso, per quanto la parola “simile” non va intesa in senso quantitativo, ma qualitativo.

Ora, la potenza “nulla” non esiste, poiché il nulla non ha caratteristiche, non ha alcuna proprietà, e perciò non appartiene a nessun ente, poiché nessun ente ha proprietà di diventare nulla assoluto; anche perché il nulla non può essere assoluto, perché il nulla, semplicemente, non è, per definizione. Da ciò ritengo che l’io non possa nientificarsi, e non possa diventare null’altro che sé stesso. L’io, ossia la coscienza, non può diventare una non coscienza, perché sarebbe per lei un diventare un “di meno” rispetto a sé stessa, non un qualcosa di equivalente, e quindi verrebbe da chiedersi che fine fa la coscienza se essa scompare, visto che non esiste nulla di equivalente ad essa. A mio avviso dunque, dai semplici concetti di potenza ed atto deriva necessariamente l’immortalità dell’anima.

“Fate i buoni”, come il programma

Leggendo il libro di Robert Axelrod, Giochi di reciprocità, Feltrinelli (1985) ci si imbatte in un curioso aspetto derivato dal funzionamento di un programma elettronico; il libro in particolare tratta della Teoria dei giochi, una branca della matematica che ricerca i modelli di comportamento tra due o più soggetti che interagiscono tra loro (in gioco appunto). Axelrod si chiede se, al contrario di quanto afferma il classico “Dilemma del prigioniero”, non sia invece la cooperazione tra le parti, anziché il conflitto, la via migliore per ottenere i risultati più soddisfacenti.

 

Per verificare la sua tesi, sfruttò un concorso tra programmatori: essi avrebbero dovuto creare dei programmi in grado di interagire a due a due tra loro o cooperando (non accusando) o defezionando (accusando) con l’altro giocatore. A seconda dei risultati, i giocatori avrebbero ottenuto le seguenti ricompense:

– R, mutua operazione = 3 punti.

– S, io coopero ma l’altro defeziona = o punti.

– T, io defeziono e l’altro coopera = 5 punti.

– P, mutua defezione = 1 punto.

Un ultimo parametrio da tenere in considerazione è il peso “w”: altro non è che l’importanza della prossima mossa rispetto all’attuale; è una sorta di “parametro di sconto”.

Vince la partita chi al termine della manche totalizza più punti; vince il gioco in generale chi totalizza in complesso più punti rispetto agli altri.

 

A prima vista, potrebbe sembrare che la tecnica vincente sia quella di ricondurre sempre e comunque le possibilità alla scelta T o, in alternativa, alla scelta P; la scelta S dovrebbe invece essere evitata come la peste, mentre la R appare come puro miraggio.

Ebbene, questa NON è la situazione migliore per ottenere la vittoria. Vediamo come mai.

 

Il vincitore assoluto è risultato essere il programma nominato TIT FOR TAT, che potremmo tradurre come “colpo su colpo”; ma quali sono le caratteristiche di tale programma, che gli hanno permesso di risultare come vincitore globale (sebbene da molte manche sia uscito sconfitto)?

Il suo funzionamento è elementare: dato un certo imput, il programma si avvierà con una scelta predefinita (nel nostro caso “non defezionare”), per poi copiare nella sua mossa successiva l’azione precedentemente intrapresa dall’avversario. Esso si basa su 4 assunti:

– Bontà: questa proprietà impedisce al programma di scegliere come mossa iniziale l’azione “defezionare”; in tal modo esso non apparirà ostile all’altro giocatore, che potrà essere indotto in qualche modo a “fidarsi” di lui.

– Clemenza: questa proprietà indica la capacità del programma di “perdonare”, di “dimenticarsi” certe volte del fatto che l’altro programma abbia defezionato contro di lui; ciò però non è a conteggio infinito, e ciò ci porta alla terza proprietà.

– Provocabilità: questa proprietà indica la capacità del programma di reagire in tempi rapidi alla sfida lanciata dall’altro programma; essa limita la proprietà precedente, imponendo un numero limitato di volte in cui il programma “passa sopra” alle cattiverie dell’avversario.

– Trasparenza: questa proprietà indica la capacità del programma di essere facilmente intelligibile dal proprio avversario che, non notando in tal modo aspetti oscuri o poco chiari che potrebbero nuocergli, dovrebbe essere spinto a cooperare con TFT.

 

Eseguendo varie prove e terminando molteplici sfide, TFT non ha dato prova di essere il migliore spesso e volentieri nelle singole sfide; eppure, a conti fatti, al termine della gara è risultato avere il maggior punteggio assoluto, ben più di programmi “cattivi” che avevano seguito in sostanza l’ipotesi iniziale.

Perché è avvenuto questo? Semplice: TFT, nonostante non fosse in grado di vincere contro programmi che adottavano strategia complicate volte a ricadere il più possibile nell’opzione T elencata all’inizio, grazie ai suoi parametri (soprattutto ai primi due) dava prova di essere disposto alla cooperazione se anche dall’altra parte v’era la medesima intenzione, incatenando così una serie positiva di R molto più proficua d’un continuo risolversi in P.

 

Da questi dati, Axelrod ne ricava quattro leggi comportamentali:

Non essere invidiosi nei confronti dell’altro, non dando così pretesti per un’apertura di possibili scontri.

Non essere mai i primi a defezionare, onde non “partire con il piede sbagliato”, generando così un’innata antipatia nell’altro che potrebbe portare anche qui allo scoppio di conflitti.

– Ricambiare sempre sia la defezione che la cooperazione, secondo il principio di reciprocità: porgere sempre ed incondizionatamente l’altra guancia provocherà soltanto danni a noi stessi, mentre accanirsi in modo sadico ci bollerà come esseri malvagi.

Non esagerare in astuzia, bensì cercare di essere i più trasparenti possibili, onde non dare come si è detto motivo di sospetto nei propri confronti da parte dell’altro.

 

Come si vede, “fare i buoni” paga molto di più che non comportarsi egoisticamente. Matematica docet.

 

«La solidarietà dunque è la condizione nella quale l’uomo raggiunge il massimo grado di sicurezza e di benessere; e perciò l’egoismo stesso, cioè la considerazione esclusiva del proprio interesse, spinge l’uomo e le società umane verso la solidarietà». Errico Malatesta

Insegnamento

Segnalo qui un interessantissimo post redatto da Ago86; il post originale potete trovarlo QUI


Insegnare A è non insegnare non-A.

Qualunque cosa venga insegnata, crea abito mentale; ma anche non insegnare una cosa crea un modo di porsi nei suoi confronti. Se ti insegnano che A è vero, crederai per forza che non-A è falso, anche se non te lo dicono.

In definitiva ogni insegnamento è di parte, perché non dice “tutto”, ma “tace” alcune cose. Non possiamo credere che si possa essere imparziali, perché qualunque pensiero è già una presa di posizione.

Anche la Verità è qualcosa di parte, nel senso che ti pone fuori dalla falsità. L’imparzialità dunque non può essere intesa in questo senso. E non pensate che questo sia un discorso astratto: ci sono argomenti importantissimi, come la morale, l’etica, il modo di vivere, che non possono essere ignorati relegandoli nel soggettivo, perché una cosa del genere ha implicazioni pubbliche enormi (con buona pace degli atei). In questi argomenti ognuno si crea una propria idea a riguardo, ma se entra in collisione con quelle delle altre, che si fa? Nessun laico sa rispondere a questa domanda. Per questo ritengo che queste cose debbano essere insegnate nelle scuole, visto che sono esse il fondamento della civiltà, non le nozioni.