Il passaggio 247 dell’ "Evangelii Gaudium" a processo?

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Era lo scorso 28 Novembre quando Padre Paul Kramer,uno dei più importanti studiosi di Fatima, rigetta l’elezione di Francesco al soglio di San Pietro e “proclama ufficialmente”(?)  la sede vacante,precisando anche che «il vero Papa é Benedetto XVI,costretto alle dimissioni».

Appresa la notizia, rimasi sbigottito non solo per il processo pubblico a colui che,nonostante tutto, rimane – per me – il Vicario di Cristo, ma anche per l’assurdità delle accuse rivolte, che stanno ricevendo il plauso di alcuni ambienti della Chiesa. Che Dio mi salvi dall’accusa di superbia: Voltaire docet, «non condivido la tua idea, Ma darei la vita perché tu la possa esprimere»!

Prima di entrare nel cuore dell’argomento su cui voglio porre l’attenzione, é doveroso un appunto allo stesso Kramer: il vero Papa,piaccia o no, é quello Regnante, ossia Jorge Mario Bergoglio; é lui il Vicario di Cristo “legittimo”. Per quanto le dimissioni siano suonate strane per molti, sono un gesto di piena libertà di cui si é avvalso il grande Benedetto XVI. Solo la Storia – speriamo una non tanto lontana! – ci renderà le giuste spiegazioni su questa vicenda dall’odore  “celestiniano”.

Di manifesta eresia si parlava in qualche articolo della stessa Radio Spada. “Cosa avrà mai scritto? Ho forse saltato qualche passaggio decisivo?”,mi chiedevo tra me e me temendo il peggio per la sacrosanta dottrina cattolica. Mi affretto a prendere in mano l’Esortazione Apostolica del Papa e,con trepidazione, raggiungo il passaggio 247.

Leggo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebreo, la cui Alleanza con Dio non è mai stata revocata, perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,16-18). Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea, né includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio (cfr 1 Ts 1,9). Crediamo insieme con loro nell’unico Dio che agisce nella storia, e accogliamo con loro la comune Parola rivelata».

Dove sarebbe la manifesta eresia?

Quello che ci si offre alla vista é un passaggio non eretico, ma di una sconvolgente banalità dal punto di vista teologico: se non fosse stato scritto non sarebbe cambiato nulla! Più e più volte ho espresso la mia riserva sul linguaggio spesso ambiguo del Pontefice,oppure sul Suo desiderio “di riformare il papato”: sono dubbi insoluti che ancora mi preoccupano circa il futuro della Santa Romana Chiesa!  Ma non é bene tramutare questi “temporanei” (speriamo!)dubbi in premesse per eventuali processi canonici di eresia. Vi propongo il mio punto di vista, assistito dalla “sapienza” del Magistero Papale durante i secoli.

Punto Primo:«Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea,nè includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio».

Per amore della Verità e della Giustizia e in nome dell’opera di discernimento in vista della quale la Chiesa ha da sempre voluto ammaestrarci, noi cattolici non possiamo guardare all’Ebraismo con gli stessi occhi con cui potremmo guardare,per esempio, ai buddisti. Come recita il detto, “non è bene far di tutta l’erba un fascio”! Sarebbe ingiusto parlare di “paganesimo”. Il Cristianesimo é,infatti,da considerarsi come il compimento dell’Ebraismo. “Non sono venuto ad abolire,ma a portare compimento” dice il Signore Gesú nel Vangelo.

Credono, dunque, in un falso Dio? No, perché come dice Sant’Agostino d’Ippona:« nell’Antico Testamento é nascosto il Nuovo, mentre nel Nuovo é manifesto il Vecchio».  Pertanto,non devono tornare ad abbandonare gli idoli,come coloro che volsero lo sguardo al vitello d’oro mentre Mosé era sul monte! Credono nel Dio giusto,ma non lo conoscono appieno. Può sembrare strano,ma la fede ,in alcuni casi,può essere accompagnata da una cattiva conoscenza, e ció avviene ogni campo: posso credere che il Sole brilli,ma non sapere in che modo esso brilli o perché. Così é come per Dio: gli ebrei credono nel vero Dio,ma non lo conoscono nella maniera perfetta.

E allora che differenza c’é rispetto al Cristianesimo? Possono salvarsi ugualmente gli ebrei? No, perché hanno rifiutato VOLONTARIAMENTE il Logos, la Parola Eterna  di Dio tramite cui é possibile conoscere davvero il Padre. Essi non possono salvarsi perché,come ricorda Gesù,« nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Me». Il loro peccato é stato ed é quello di una superba volontà di “ignoranza”(senza scusanti!) che li allontana dal Padre. Per questo Innocenzo IV nella Sua bolla ” Impia Judeorum perfidia” afferma che Gesú non riuscì a togliere dal cuore degli ebrei il velo che lí accecava e anzi ha permesso che oggi permanessero nella cecita che compenetra Israele. Oppure Niccolò III, in ” Vineam Sorec”, dice che essi non hanno voluto ricevere la grazia portata da Cristo,ma anzi lo hanno ingiustamente ucciso.

Punto secondo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebraico,la cui Alleanza con Dio non é mai stata revocata».

La Vecchia Alleanza  viene rotta dagli ebrei stessi e ristabilita dalla Nuova ed Eterna Alleanza,ossia il Corpo e il Sangue di Cristo sulla Croce. Appeso a quel legno, come anche ricorda San Paolo,Gesú riconcilia col Padre tutti,ebrei e non. Il peccato degli ebrei é stato lavato dal Sangue di Gesú. Cristo stesso riferí a Pietro(pur rivolgendosi ai pagani!) :” Non chiamare profano ciò che é stato purificato».

Anche gli ebrei potranno salvarsi se e solo se riconosceranno il Cristo come Figlio di Dio.

La Vecchia Alleanza non é stata revocata da Dio per il semplice fatto che essa è stata riassorbita nella Nuova ed Eterna Alleanza,cui gli ebrei RIENTREREBBERO  a pieno titolo. L’Alleanza agli ebrei non è stata revocata;che poi gli ebrei la “rifiutino” è un altro discorso.

Itaque,quid est sub solem novum?

Gianluca Di Pietro


Da QUI

Nota a margine: articoli buoni come questo sono sempre più rari sul sito… Pessima cosa, veramente pessima.

Interpretare le interpretazioni interpretate di Papa Francesco

Ultimamente ha preso piede una moda interna alla cattolicità della quale mi sono lamentato l’altro giorno, consistente nell’interpretare a proprio piacimento le parole del Papa per poterlo denigrare, spesso e volentieri anche con toni offensivi. Il fenomeno merita di essere analizzato e urge trovare una soluzione alla domanda: per quale motivo tali fraintendimenti si verificano costantemente e sistematicamente?

Innanzitutto, posto che il Papa quando parla sia in buona fede (PS: anche solo pensare il contrario è peccato e indice di disonestà intellettuale, ma non perché è il Papa e se non fosse lui potrei fucilare liberamente, semplicemente perché è una persona e pensare ciò di una persona è sbagliato e inficia già in partenza ogni ragionamento costruttivo), vediamo che dice/scrive delle cose, e questo è innegabile (a meno che non stiamo tutti sognando i documenti magisteriali degli ultimi sei mesi). I concetti che esprime sono espressi in un certo linguaggio e con un certo stile, nettamente diversi e per certi versi inferiori a quelli del suo immediato predecessore, e pure questo è innegabile.

Ora, il nodo è questo: quanto questo tipo di linguaggio a tutti gli effetti è utile, serve al suo scopo, ossia condurre alla Salvezza? Perché è questo quello a cui dobbiamo tendere tutti noi, ognuno nei modi che gli sono più appropriati a seconda del proprio essere: San Benedetto non sarebbe divenuto tale se non si fosse reinventato il monachesimo; San Francesco sarebbe rimasto un cavaliere fallito se non avesse abbandonato tutto in cambio della perfetta letizia; San Giovanni della Croce avrebbe vissuto nella disperazione più totale se non si fosse messo a riformare l’ordine carmelitano, ecc… Tutte esperienze molto diverse tra loro, una goccia nel mare in quanto ad esempi, ma che di devono far tenere innanzitutto presente una cosa fondamentale: la porta della salvezza è sì stretta, ma non è esclusivista. Come in autostrada vi sono diversi tipi di caselli, dal telepass al classico biglietto manuale, così è anche per il Regno dei Cieli: la strada è quella ma ognuno è chiamato a sforzarsi di prenderla al meglio delle sue possibilità.

Tornando al problema del linguaggio, in un editoriale recente Don Ariel di Gualdo lamenta le stesse cose (http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/sulla-dialogante-carezza-del-santo-padre-a-eugenio-scalfari/) parlando più specificamente dell’oramai famosa lettera di Papa Francesco a Eugenio Scalfari; il sacerdote fa giustamente notare che alla pubblicazione di questa su Repubblica è seguito tutto un rincorrersi di “articoli di acrobatico commento comparsi sulle varie riviste cattoliche e tutti caratterizzati da un unico comune denominatore: offrire una risposta di spiegazione, di quelle mirate a spiegare la fondatezza e la correttezza delle teorie sull’atomismo espresse da uno scienziato — in questo caso il Santo Padre — che in quanto scienziato ha dato certe cose per scontate e forse non è stato molto chiaro per il grande pubblico, per questo le sue parole necessitano di essere prima spiegate e poi interpretate, a ben considerare che oggi, quella chiarezza che non lascia spazio a equivoci e a possibili fraintendimenti, pare non essere più una necessaria virtù, forse neppure per il magistero pontificio”.

L’affermazione di Don Ariel, ahinoi, è sensata e coglie nel segno: l’unione di 1) un linguaggio poco preciso e chiarificatore; 2) un giornalismo laicista e poco attento a sua volta all’uso di un linguaggio chiaro e distinto; 3) lettori a loro volta -vuoi per limiti intrinseci, vuoi per libera scelta di volontà- distorsori a prescindere delle parole altrui; l’unione di tutto ciò non può che portare ad un pour pourri in cui anche solo la buona volontà di intravedere uno spiraglio di luce può essere schiacciata impietosamente. Tutto qui dunque? Uno deve rassegnarsi a sorbirsi supinamente ciò che viene propinato, gettando al macero qualsivoglia tipologia di spirito critico?

Urge trovare soluzioni con metodo progressivo: il primo step potrebbe essere quello di constatare che le parole del Papa siano rintracciabili, prive di qualunque interpretazione e ritaglio giornalistico, sul sito del Vaticano, di modo che sia possibile leggersi in santa pace ciò che ha detto/scritto senza che il punto 2 crei disturbi e interferenze. Purtroppo però nemmeno così otteniamo l’uovo di Colombo: a creare impiccio resta sempre il punto 1, ossia la mancanza di un linguaggio che sia chiaro e distinto, immediatamente comprensibile ma al contempo profondo e sviscerante l’essenza delle cose, nonché il punto 2, ossia la capacità e la volontà dei singoli di comprendere ciò che è stato scritto.

Come step numero 2, quindi, è bene analizzare il linguaggio in sé, le parole che vengono usate dal Papa: a detta di molti è il punto focale dell’intera faccenda, ma per il sottoscritto tale visione è falsa e si capirà subito il perché. Come ho già detto, se da una parte lo stile ed i toni di papa Francesco sono di tutt’altro tipo rispetto a quelli usati da Papa Benedetto XVI, meno informali e più “di pancia” rispetto a quest’ultimo, è ingiusto d’altra parte affermare tout court che il suo sia un parlare distorto e ambiguo. O meglio: è volutamente ambiguo, ma in senso buono: come non dobbiamo mai dimenticare, Papa Francesco è un gesuita e pure astuto, “si sta rivelando sempre di più un vero “generale” degno dell’Ordine a cui appartiene, dentro il quale si è formato e di cui è ben conosciuta nella storia della Chiesa l’astuzia missionaria o, se preferite, come si dice oggi, “pastorale”.” (http://www.papalepapale.com/develop/come-gatto-francesco-ha-giocato-col-topo-eugenio-sulla-lettera-a-repubblica/). Non è un povero ignorante o affetto da demenza senile, ogni parola è comunque calibrata, vi è riflessione e attenzione su ciò che egli dice e fa, cosa che non è possibile affermare di molte altre persone invero. Se il Papa non parla continuamente come un dizionario non lo fa per ignoranza o per cattiva fede, insomma. Questo non porta alla soluzione, dato che è necessario fare propria o perlomeno comprendere tale impostazione mentale per avere chiaro il discorso e questo non è certamente facile né immediato, ma richiede impegno ed esercizio, fatica.

Purtuttavia, ciò non risolve completamente il primo punto, che è destinato a restare insoluto per la sua intrinseca relazione con il terzo, ossia con la capacità di comprensione e con la volontà di capire delle persone stesse. Riguardo alle doti intellettuali di ognuno, poco da fare: se l’intelletto scarseggia ragionamenti troppo raffinati non verranno mai compresi, per quanto impegno e buona volontà il comunicatore vi impieghi nel discorso in cui si cimenta.

Riguardo alla volontà del singolo, invece, è a mio avviso che ha sede il nodo insoluto e insolubile della questione: il porsi in un certo modo, con una certa forma mentis e certe pregiudiziali, influenza inevitabilmente non il messaggio in sé che viene trasmesso ma la sua comprensione. A titolo di esempio: quando uno è in preda all’ira per delle certe parole a lui rivolte, a nulla valgono i discorsi di coloro che tentano di rabbonirlo, anzi potrebbero addirittura a seconda del carattere far peggiorare la situazione emotiva, contribuendo all’aggravarsi del tutto e all’inasprirsi della tensione. Così è con le parole del Papa: anche se venissero lette da un organo di comunicazione privo di filtri e interpretazioni, ed anche se la forma mentis di papa Francesco venisse non solo compresa ma anche fatta propria, se a ciò non fosse unita una purità delle intenzioni a nulla varrebbe tutto ciò.

Così come io vedo quale offesa una battuta scherzosa rivolta nei miei confronti perché ce l’ho con quella persona, così le parole “Premesso che la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” suoneranno stravolte ai miei occhi se non tengo deliberatamente presente che la coscienza cristiana di cui parla il Papa è una coscienza “ordinata” alla vera conoscenza di Dio e di cosa Dio vuole da ognuno di noi. La frase “chi sono io per giudicare?” verrà presa per un’apertura senza se e senza ma ad ogni tipo di azione, se non faccio lo sforzo in me stesso di comprendere che del giudizio delle intenzioni che lì si parla, giudizio riservato solo a Dio in quanto unico conoscitore del cuore. Se per me Papa Francesco è un offensivo “Ciccio I” o se la Chiesa per me è diventata irrimediabilmente corrotta per colpa del Concilio Vaticano II (che poi che c’entra?), le parole “la verità è una relazione” saranno da me gettate al vento a mio danno, perché non coglierò la profonda dolcezza che v’è dietro. Infine, se scrivo “A Papa Cecco libera nos Domine”, anche con intenti scherzosi, non avrò nemmeno la più pallida idea di cosa abbia voluto significare il Papa con le parole “la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa”.

In conclusione, ancora una volta il problema più grave risiede nel cuore dell’uomo, non nella mente: un cuore grande privo di elevate vette teoretiche ha dato origine a giganti come il Santo curato d’Ars, Santa Giovanna d’Arco, San Francesco d’Assisi, San Filippo Neri, Santa Teresa di Lisieux, Beata Madre Teresa di Calcutta, ecc… Una mente eccelsa ma unita ad un cuore di pietra ha portato a Robespierre e al Terrore, a Lenin e alla Rivoluzione d’Ottobre. Meriterebbe riflettere su queste cose, anziché dare contro per partito preso: l’anima (e l’intelligenza) ci guadagnerebbero.

A proposito del pranzo del Papa…

Scritto da  Stefania

Vogliamo parlarne…? La notizia, ormai ufficiale, del pranzo di Papa Francesco nel nostro Centro di accoglienza in occasione della sua visita in Assisi il 4 ottobre prossimo ci sta interpellando… in qualche modo. Ma mi chiedo a che livello di profondità ci stia raggiungendo questa sua scelta del tutto nuova rispetto ai movimenti dei pontefici precedenti. Mi chiedo con quanta forza tocchi noi questo messaggio perché, sapete, ai “poveri”, in realtà, non importa moltissimo che il Papa pranzi da noi o altrove.

Quando domando a loro, provocatoriamente, se sono contenti di questa notizia, la maggior parte mi fa capire (con l’espressione del volto più che con le parole) che nella loro vita non avverranno particolari mutamenti, il giorno dopo resteranno con gli stessi problemi di prima… Altri, di rimando, mi restituiscono la provocazione, invitando me a riflettere sul senso di questo passaggio.

Allora comprendo che la scelta del Papa non è, in fondo, per i “poveri”, ma è per noi. Il messaggio è un gesto profetico per la Chiesa!

E’ per me che sto al Centro tutti i giorni ed è per chi ad Assisi neanche sa che esistiamo. E’ per il cristiano che vive la sua quotidianità nel mondo ed è per il cardinale chiuso nell’ufficio vaticano. E’ per i frati e le suore che vengono ad aiutarci ed è per quelli che, impegnati altrove, non sono mai passati da noi. E’ per l’ultimo prete di periferia che celebra la Messa con le quattro vecchine del quartiere ed è per il vescovo che ha la cattedrale piena. E’ per i giovani, è per gli anziani, forse anche per i bambini. E’ per tutti…per noi.

Non si tratta della bella novità davanti alla quale complimentarsi con un Papa originale, ma di una parola che interpella la nostra esistenza fin nelle sue radici ed impone una direzione. E’ come se quest’uomo ci rimettesse davanti ciò che Gesù per primo ha compiuto: la logica di Dio non smette di essere l’incarnazione. Abbassarsi. Immergersi nella marginalità. Condividere la tavola con i peccatori (categoria ampia con la quale intendo tutti i segnati in modo estremo dalle ferite della vita). Come se, posto al timone di questa grande barca su cui stiamo viaggiando insieme, Papa Francesco decidesse una traiettoria, un tragitto da seguire per tutto l’equipaggio. E che questa nave andasse dritta dritta verso la periferia non era cosa scontata. Affatto.

Mi hanno molto colpito le raccomandazioni che sono giunte per prime. A me che volevo metter le tovaglie bianche di Natale sui tavoli è stato risposto immediatamente: “No, no, scherzi? Lui vuole mangiare come mangiate voi tutti i giorni, stessa roba per apparecchiare (cioè tovagliette di carta usa e getta), stesso cibo, stesse persone!”. Mi sono commossa, perché ho pensato a Dio. Mi son detta: Dio è così! Si immerge nella mia storia, nelle mie piccolissime cose, si impasta con me… L’intuizione di Israele era vera: Emmanuele, Dio con noi.

Assisi attende il Papa pregando e riflettendo. Così anche noi, tentando sempre di trasformare in sapienza tutto ciò con cui la vita ci viene incontro. E con semplicità saremo contenti di condividere questo pezzo di strada con voi!

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Da www.buonanovella.info

Persino il Pio V che fingono di conoscere li avrebbe spediti all’Inquisizione. Certi “tradizionalisti”…

di Ariel Levi di Gualdo
1. INTERNET E LA PASTORALE EVANGELICA
Per me l’Internet non è un gioco ma un prezioso strumento di nuova evangelizzazione e come tale intendo usarlo. Diversi sono i miei diretti spirituali che mi contattano attraverso la rete telematica per dare avvio a un nuovo discorso, che da lì a poco proseguirà in altra sede, cosa quest’ultima molto importante, perché eliminare il contatto reale con la persona in carne e ossa potrebbe portare a precipitare in una realtà tutta quanta virtuale quindi in un cattolicesimo surreale. La virtualità telematica serve infatti a rafforzare contatti reali, non a creare rapporti virtuali che spesso trascendono nel vero e proprio surreale. Anche alcuni miei penitenti mi hanno contattato più volte tramite posta elettronica, semmai per chiedermi indicazione su come impostare un approfondito esame di coscienza su questioni poi trattate giorni dopo nel confessionale, durante la celebrazione del Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.
Numerose persone, inclusi giovani sacerdoti e seminaristi, dopo avere letto alcuni miei libri o commenti si sono rivolti a me attraverso questo strumento da varie parti d’Italia, per parlarmi di loro problemi. Da questi scambi ne deriva sempre una conoscenza diretta, non più “schermo a schermo” ma “corpo a corpo”, a tu per tu, perché così deve essere nel mondo del reale che si serve degli strumenti telematici, senza che mai gli strumenti telematici facciano sprofondare l’umano in una realtà tutta quanta virtuale.
Come tutte le lame a doppio taglio, l’Internet può essere usato come strumento di evangelizzazione o come strumento per la distruzione dell’essenza evangelica; come strumento di santificazione o come strumento di dannazione.
La lama dell’Internet può fare corretta informazione dando talvolta notizie importanti, sovente taciute dalla stampa nazionale di tutte le più disparate tendenze che deve stare entro i limiti fissati dai rispettivi padroni, che in un modo o nell’altro, su certi delicati temi di natura politica, economica o anche religiosa, filtrano le notizie o impongono proprio di non dare notizie, o perlomeno certe notizie.
2. INTERNET, LA GIURISPRUDENZA E LA TUTELA DELLA DIGNITÀ DELLA PERSONA FISICA E GIURIDICA

Papa Francesco, appena eletto: subito preso di mira su Internet

Ciò che talvolta duole dell’Internet è che non pochi internettari, forti di un certo anonimato, talora dell’anonimato totale, riescono a dare il peggio di se stessi in modo aggressivo e alle volte molto offensivo, dimentichi che la presunta libertà tua non può mai ledere la dignità e l’onorabilità altrui e che la diffamazione rimane un reato di cui la giurisprudenza non ha tardato a occuparsi. La V sezione della Suprema Corte di Cassazione [sentenza n. 4741 del 27/12/2000] ha affermato che utilizzare «un sito internet per la diffusione di immagini o scritti atti ad offendere un soggetto è azione idonea a ledere il bene giuridico dell’onore nonché potenzialmente diretta erga omnes, pertanto integra il reato di diffamazione aggravata», perché «i reati previsti dagli artt. 594 e 595 del Codice Penale possano essere infatti commessi anche per via telematica. Trasmettere via e-mail, o inviare a più persone messaggi atti ad offendere un soggetto, realizza la condotta tipica del delitto di ingiuria, se il destinatario è lo stesso soggetto offeso, o di diffamazione, se i destinatari sono persone diverse».
Nello specifico caso trattato in questo articolo: chi con pubblici scritti, affermazioni, ironie ingiuriose, quindi con la falsa attribuzione di affermazioni mai fatte e di fatti mai avvenuti, colpisce a vario titolo la sacra persona del Romano Pontefice, oltre ad insultare l’augusto soggetto in sé, reca grave offesa alla Chiesa ma soprattutto all’intero corpo dei suoi fedele sparsi a centinaia di milioni ai quattro angoli del mondo.
3. INTERNET E LA COMUNICAZIONE: PRIMA DI PARLARE E RISPONDERE TOLLE LEGE (PRENDI E LEGGI) COME DISSE LA VOCE ANGELICA DI UN BIMBO A SANT’AGOSTINO

A chi dà giudizi affrettati verrebbe da dire “tolle et lege”.

Permettetemi di rifarmi ancora alla mia esperienza personale, sia pastorale sia lavorativa, posto che l’una e l’altra cosa si fondono assieme formando un tutt’uno. Prima di parlare o di scrivere bisogna leggere, studiare, conoscere e approfondire. Come direttore editoriale di una collana teologica è mio compito e responsabilità leggere anzitutto i lavori proposti da vari autori, che in libertà e onestà devo poi approvare o non approvare per la pubblicazione. Se il lavoro è meritevole di pubblicazione, a quel punto devo leggerlo di nuovo con profondo spirito critico, annotare, se ve ne sono, alcune inesattezze, suggerire eventuali integrazioni, consigliare se necessario diversa impostazione narrativa in alcune parti e via dicendo. Essendo di prassi abituato a fare questo genere di meticoloso lavoro, lascio immaginare ai lettori in che modo abbia reagito quando alcune volte, certi esperti tuttologi, leggendo il solo titolo di un libro stampato si sono lasciati andare a giudizi o peggio a impietose stroncature senza neppure avere sfogliato l’indice dell’opera. Ricordo a tal proposito la volta che dovetti sorbirmi dieci minuti ininterrotti di sproloqui da parte di un alto prelato, che ricevuta in mano la copia omaggio di un mio libro, leggendo il solo titolo sulla copertina me ne disse d’ogni mala sorta. Frenando la mia comprensibile irritazione risposi con caustica amabilità: «Seguendo questa stessa logica, se veramente il Santo Padre avesse scritto un’enciclica intitolata Eros ed Ethos [vedere a tal proposito un discorso di Giovanni Paolo II del 1980, qui ] sulla base del solo titolo di copertina, forse lei avrebbe chiesta la condanna del Santo Padre per contenuti osceni, prima di sfogliare l’enciclica e capire che parlava di tutto all’infuori di ciò che lei immaginava».
4. MOLTO PEGGIO DELL’AIDS, LA SUPERFICIALITÀ E LA FOLLIA COLLETTIVA SONO LE DUE PEGGIORI MALATTIE INFETTIVE DEL XXI SECOLO E INTERNET E’ LA GRANDE PIAZZA DI SFOGO DI QUESTI MALATI
Negli anni Ottanta si sviluppò l’AIDS, malattia che prese presto a essere chiamata “peste” o “flagello” del XX secolo. Cosa sulla quale non sono mai stato d’accordo, pur riconoscendo sia la pericolosità sia la gravità di questo terribile virus e delle tante care persone che ha colpito. Due sono infatti i flagelli e le epidemie che precedono l’AIDS e che conferiscono ad esso non il primo e neppure il secondo bensì il terzo posto: la superficialità e la follia collettiva, che rappresentano a mio parere due malattie assai più spaventose che si sono incrementate nel corso del XX secolo e che nel secolo XXI hanno raggiunto l’apice.
Il mondo della comunicazione internetica è un mezzo di diffusione di questi due pericolosi virus e brulica gente che si arrabbia per cose che tu non hai detto ma che loro hanno capito male, perché avevano fermamente bisogno di capire male per dare poi sfogo a mille psicopatologie più o meno represse. Gente che non si premura affatto di esaminare gli scritti, si limita a spulciarli, od a leggere il titolo e poche righe, per poi partire all’attacco come carri armati. E se per caso gli rispondi: «Mio caro, non solo hai capito male, perché se leggi ciò che ho scritto vedrai che non ho mai affermato ciò che mi attribuisci». Allora sì che si arrabbiano di più ancora e insistono a più non posso. Cosa che si guarderebbero bene dal fare in una pubblica aula di conferenze, o durante un qualsiasi dibattito pubblico, salvo essere presi a fischi da tutti i presenti. Ma l’Internet è anche questo: un grande manicomio dove grazie alla apprezzabile ma pur sempre defettibile legge Basaglia, i pazzi sono ormai tutti quanti a piede libero.
5. QUESTA INTRODUZIONE PER GIUNGERE INFINE AD HABEMUS PAPAM: GEORGIUM MARIUM S.R.E. CARDINALEM BERGOGLIO

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio: come Papa, è stato una sorpresa per molti… ma non per tutti.

Il 1° marzo 2013, su un quotidiano brasiliano che mi aveva fatto un’intervista rispondevo che «se fossi stato un elettore dentro la Cappella Sistina avrei dato il mio voto al Cardinale Jorge Mario Bergoglio» e che «auspicavo la sua elezione perché bisognava guardare al grande polmone cattolico dell’America Latina che oggi fa respirare il corpo della Chiesa  [Correio Braziliense – Brasília, sexta-feira, 1º de março de 2013. Vedere qui]. Oggi devo prendere atto che non tanto ci sono state almeno 77 persone che nel Collegio Cardinalizio hanno in qualche modo esaudito quell’auspicio e quella preghiera; è stato lo Spirito Santo di Dio, che ha esaudito quella preghiera, che certo non è stata la sola.
6. DOPO IL PRIMO AFFACCIO ALLA LOGGIA CENTRALE SI È LEVATO UN CORO D’ESTETICHE PREFICHE: «NON HA INDOSSATO LA MOZZETTA ROSSA!»

Sì, era senza mozzetta rossa. Ma convocare un Concilio Vaticano III per questo motivo non sembra proprio il caso…

Da questo momento in poi userò la parola “tradizionalismo” e “tradizionalisti” secondo l’accezione impropria ormai in uso nel linguaggio corrente, nello stesso modo in cui è impropriamente usata la parola “laico”. Ogni buon cattolico dovrebbe infatti essere un tradizionalista, se per tradizione si intende la salvaguardia e la tutela teologica e dogmatica del deposito della fede e della scrittura sulla quale la tradizione si regge e si sviluppa. Così come la parola “laico”, che nel linguaggio ecclesiale indica tutti quei fedeli cattolici e religiosi consacrati che non hanno ricevuto i sacri ordini; parola invece usata nel corrente lessico per indicare impropriamente non cattolici e non credenti.
Certi ultra progressisti che da alcuni decenni scempiano la sacra liturgia con abusi e creatività d’ogni mala sorta e certi cosiddetti tradizionalisti auto elettisi custodi della vera e unica tradizione liturgica, hanno in comune agli opposti antipodi la stessa cosa: il senso di ribellione all’autorità della Chiesa e all’occorrenza al suo Supremo Pastore. Gli uni come gli altri sono mossi da tutte quelle “migliori intenzioni” di cui sono lastricate le vie dell’Inferno. A maggior ragione valga per gli uni e per gli altri, da qui a seguire per tutto lo scritto, la precisazione “certi” e “alcuni” e giammai “tutti”.
Io non sono mai stato contrario al motu proprio circa il Vetus Ordo Missae, ma questo autentico florilegio isterico di persone che in giro per la rete si stanno dando a pianti d’ogni sorta e che in questi giorni hanno toccato l’apice del cattivo gusto in svariati commenti ingiuriosi vergati nel frequentatissimo blog del sito Messa in Latino, [vedere qui], mi stimolano a un certo ripensamento, come spiegherò più avanti. Molti di questi commentatori sono infatti giunti a trascendere nel vero e proprio oltraggio alla sacra persona del Successore di Pietro; e ciò niente di meno che in difesa della tradizione (!?!). Forse sarà il caso di ricordare a questi soggetti non facili da indurre alla ragione che la tradizione cattolica apostolica romana risiede in Pietro, pietra angolare edificante. Una Chiesa senza Pietro non è pensabile, anzi non può esistere proprio, sebbene taluni si siano inventati persino il sedevacantismo, teoria che trascende nella pura idiozia, perché l’eresia ha una sua dignità di pensiero e di conseguenza ce l’hanno gli eretici dotati di intelletto e talento, cosa che i sedevacantisti non hanno, tanto da non poter essere chiamati nemmeno eretici, poiché relegabili senza pena di offesa nell’ambito della demenzialità pseudo teologica e pseudo ecclesiologica.
So bene che citare a certe persone i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II li indurrebbe a reputare il tutto come richiami a “fonti sospette”, per ciò vedrò di accontentarli citando la costituzione dogmatica di un altro concilio ecumenico, la Pastor Aeternus del Vaticano I, promulgata dal Beato Pontefice Pio IX [vedere qui], utile e preziosa per chiarire anche e soprattutto la figura di Pietro, il suo ruolo, il suo alto ufficio la sua infallibilità quanto si esprime ex chatedra su verità di fede.
Anche la fonte giudicata da certi tradizionalisti sospetta, vale a dire il Concilio Ecumenico Vaticano II, non lascia spazio a dubbi e nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, ricalcando la Pastor Aeternus del Vaticano I, al n. 22 scrive: «Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice Romano, successore di Pietro, quale suo capo» [vedere qui]. Tema sul quale ritornerà il Prefetto della Dottrina della fede Cardinale Joseph Ratzinger sempre basandosi sulla Pastor Aeternus e sulla Lumen Gentium [vedere qui].
Ciò detto, casomai Pietro non fosse gradito a certi “cattolici” custodi autentici della vera e sola tradizione, esiste da sempre una via conosciuta e praticata sin dai primi secoli di vita della Chiesa: l’eresia e lo scisma. Come successe con lo stesso Vaticano I, dal quale si scissero dall’alveo cattolico i cosiddetti vetero cattolici, anch’essi custodi della “vera tradizione” [vedere qui], oggi ridotti a fare “pastoralterapia” … “Joga esicastico” e amenità varie [vedere qui]. I vetero cattolici custodi della vera tradizione cattolica oggi “ordinano” le vescovesse lesbiche che a loro volta “ordinano” preti omosessuali che poi celebrano nozze gay, per dire a cosa spesso può portare la difesa della “vera” tradizione cattolica in ribellione a Pietro e a un Concilio Ecumenico della Chiesa [vedere qui]
Se difatti oltre ai canti gregoriani — di cui da sempre sono sia cultore sia esecutore — certi soggetti che da giorni sparano raffiche verso il nuovo Romano Pontefice in nome della difesa della tradizione, conoscessero un minimo di storia della teologia dogmatica, di storia della cristologia e di dogmatica sacramentaria, saprebbero in qual modo i primi otto secoli di vita della Chiesa siano stati corollati incessantemente da eresie e scismi, basati però, grazie a Dio, su cose serie, dinanzi alle quali verrebbe voglia di parafrasare il titolo di un vecchio libro di Mario Capanna: “Formidabili quegli anni” [ed. Rizzoli, 1980]. Sì, formidabili quei primo otto secoli turbolenti, perché da sempre la Chiesa teme molto più l’idiozia, che non la raffinata eresia portata avanti da figure di talento e di alta cultura come Ario e Pelagio. Dalle eresie ariane e pelagiane combattute da Padri della Chiesa come Atanasio e Agostino, è nata e si è solidificata la nostra migliore teologia, mentre dall’idiozia è nata solo e di prassi sempre altra idiozia, mai la migliore teologia, tanto meno la vera difesa della tradizione cattolica.
7. LA MOZZETTA ROSSA PONTIFICIA È FORSE UN ELEMENTO DOGMATICO DELLA FEDE CATTOLICA?
Francesco I – che più lo guardo e più mi ricorda l’immagine espressiva di un Pio XII con qualche chilo in più addosso – non si è presentato con un paio di pantaloni da minatore e una calabaza de mate in mano da gaucho della pampa argentina, si è presentato con la veste del romano pontefice e ci ha abbracciati con la sua apostolica benedizione.
Il fatto che il Romano Pontefice non abbia messo la mozzetta rossa ha suscitato nelle frange di certi tradizionalisti internetici un caso che ha indotto taluni a richiamare persino elementi apocalittici, sino a tirare in ballo madonne, veggenti, mistici …  ovviamente tutti quanti a sproposito.
Dico, forse la mozzetta con la pelliccetta di ermellino è un elemento fondante del deposito dogmatico della fede cattolica e le scarpe rosse  dimostrano il mistero del Verbo Incarnato, in assenza delle quali cade l’intero mistero dell’incarnazione?
E non venite a replicarmi “ma, la dignità della Chiesa …” ve ne prego! Perché la dignità della Chiesa comincia da una stalla, finisce su una croce di legno e tocca il proprio apice dinanzi alla pietra rovesciate del sepolcro di Cristo risorto. Questa è la nostra fede cattolica, apostolica romana; e chi ritiene che questa fede possa essere compromessa da una mozzetta rossa rifiutata, è pregato di argomentarlo in modo teologico e dogmatico, non certo supportandosi su mere isterie estetiche.
8. LO SCANDALO DELL’IGNORANZA: «IL ROMANO PONTEFICE SI È PRESENTATO COME IL VESCOVO DI ROMA E HA PARLATO DEI POVERI E DI UNA CHIESA POVERA».

S. Pietro. Anche lui si considerava un primus inter pares: vogliamo processare anche lui?

È stato poi lamentato da una certa frangia di tradizionalisti, con allarme non meno apocalittico, che il Santo Padre si è presentato come il Vescovo di Roma e che ha insistito sulla figura del Vescovo. Cos’altro rispondere: anziché studiare l’arte e la corretta tessitura di chiroteche e di cappe magne, andate a studiarvi un po’ di Storia della Chiesa, di sana patrologia e di altrettanta sana ecclesiologia, se ignorate che il Vescovo di Roma è il Romano Pontefice e che nessuno, se non il Romano Pontefice, può essere Vescovo di Roma. È lo stesso Pietro, che si dichiara primus inter pares scrivendo: «Esorto gli anziani (presbytèrous) che sono tra voi, quale anziano come loro (sympresbýteros)… pascete il gregge di Dio che vi è affidato» [I, Pt. 5, 1-4]. Dunque Pietro —pietra edificante della Chiesa — è vescovo tra i vescovi, ma al tempo stesso è il primo dei vescovi e il supremo capo del Collegio Episcopale. Chi sta gridando allo scandalo perché il Santo Padre si è presentato come Vescovo di Roma e ha insistito su questo suo ruolo, conoscerà indubbiamente piviali e dalmatiche, ma di certo mostra di non conoscere il Vangelo, l’ecclesiologia e infine, non ultimo, anche il diritto canonico. Vediamo allora cosa recita il primo degli articoli del Codice di Diritto Canonico che tratta la figura del Romano Pontefice: «Il Vescovo di Roma in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro … » [can. 331]. È Chiaro o qualcuno ha bisogno di “sottotitoli per non udenti”? Ebbene sottolineiamo anche per i “non udenti”: La legge codificata della Chiesa, nella parte in cui tratta la Suprema Autorità della Chiesa, non si apre citando il Romano Pontefice ma il Vescovo di Roma «nel quale permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro. Altrettanto recitava il precedente Codice di Diritto Canonico del 1917.
Il Santo Padre ha parlato dei poveri, forse è un pauperista? Ha messo una croce non d’oro, vuole forse spogliare la Chiesa dei suoi onori?
A prescindere dal fatto che dei poveri ha sempre parlato per primo e anzitutto Nostro Signore Gesù Cristo che scelse a ragion veduta Pietro come pietra per edificare la propria Chiesa. Perché mai il Santo Padre non dovrebbe rivolgersi a quelle grandi sacche di poveri del mondo che nella sua esperienza pastorale in Argentina ha assistito per tutta la vita? Fino a un paio di settimane fa, l’Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires prendeva la metropolitana e il pullman per andare sia nelle villas de la mìseria suburbane (note col termine portoghese di favelas) sia per andare nella sua chiesa cattedrale. A questo andrebbe poi aggiunto un richiamo al più cristiano e pastorale buonsenso, o miei estetici tradizionalisti assisi all’ombra del quieto campanile italico intorno al quale nasce, vive e muore l’intera orbe cattolica. Sapete che cosa vorrebbe dire, ma soprattutto quale immagine devastante darebbe, un vescovo in visita pastorale alla parrocchia di una favela costruita in lamiera e prefabbricato che giungesse con una berlina Mercedes e che durante la sacra liturgia indossasse una preziosissima mitria gemmata, in mezzo a gente dove ancora diversi bambini camminano per le strade a piedi nudi con le fogne a cielo aperto?
Cosa pretendono da lui questi quattro esteti che frignano di sito in sito e di blog in blog, forse che tirasse fuori la sedia gestatoria, la tiara, che rimettesse in processione la nobiltà nera coi flaubelli, che andasse a celebrare una Messa al Pantheon in rito antico per il meglio della nobiltà immorale, godereccia, pluri divorziata e bancarottiera, ed infine reclamasse i territori dello Stato Pontificio basandosi sulla autenticità della Donazione Costantiniana? È forse questo l’onore della Chiesa? O forse, senza una mozzetta rossa con la pelliccetta di ermellino, Pietro non è veramente Pietro e la sua elezione non è valida?
9. UNA FEDE IMMATURA CHE PRETENDE DI RIVENDICARE LA “VERA TRADIZIONE” IGNORANDO CHE LA CHIESA E’ UN CORPO IN EVOLUZIONE

Anacronismi?

La Chiesa è un corpo in cammino che si muove e che deve necessariamente muoversi al passo coi tempi. Ciò che non muta e che mai deve mutare è la sostanza di fondo: il mistero della rivelazione e il suo messaggio di salvezza immutabile sino alla parusia. O come diceva il Dottore della Chiesa Santa Teresa d’Avila: «Dios no se muda jamas», Dio non cambia mai, ma tutto il resto cambia e muta proprio per sostenere la eterna immutabilità di Dio. A mutare in modo sempre appropriato e adeguato coi tempi è la forma dell’annuncio. Pertanto oggi Nostro Signore Gesù Cristo scriverebbe sui giornali, si farebbe intervistare dai giornalisti, andrebbe a dibattere coi moderni scribi e farisei ai più seguiti talk show e pubblicherebbe best seller. Nella Gerusalemme contemporanea non farebbe ingresso a cavallo di un asino ma con una automobile, che sicuramente non sarebbe targata né C.D (Corpo Diplomatico) né S.C.V (Stato Città del Vaticano), forse sarebbe targata V.C.F.E (Verbum Caro Factum Est).
La fede è racchiusa nella tradizione cattolica apostolica romana basata sul deposito dogmatico della divina rivelazione. Mai si mutino però in fede o peggio in dogmi di fede gli strumenti che servono a questo divino annuncio, perché in tal caso siamo di fronte alla più sfrenata idolatria agnostica.
Con l’ironia che talvolta mi fuoriesce dissi un giorno: oggi si passa direttamente dai preti in perizoma rosso ai preti vestiti con abiti ottocenteschi. Sia chiaro a chi non mi conosce di persona: io porto con decoro la talare quando devo portare la talare, soprattutto per celebrare il Sacrificio Eucaristico, amministrare sacramenti e sacramentali, ed il clergyman col collo romano quando è consentito portare il clergyman. Non sopporto i preti a la page in maglione o quelli con la camicia a mezze maniche sbottonata sotto il collo, perché un sacerdote deve essere sempre riconoscibile e mai sciatto. Semplice se vuole, ma sempre con grande decoro e dignità, mai con le pezze addosso. Permettetemi però di sorridere a malincuore dinanzi a giovani preti col mantello, lo zucchetto nero e il saturno in testa con tanto di nappa, perché sono anacronismi belli e buoni ostentati sia per insana estetica sia per insana ideologia.
Il problema è che diverse di queste persone, che oggi si dichiarano variamente impaurite … smarrite … preoccupate … si ostinano a concentrarsi in modo quasi ossessivo su una dimensione in parte politica e in parte estetico-esteriore. Cosa che denota non solo una fede infantile ma peggio il dramma di fondo di uno spirito di chiusura all’azione di grazia dello Spirito Santo di Dio.
Mi duole che di fondo questi “smarriti” manifestino una idea di Chiesa legata a criteri monarchici mondani, oserei dire quasi imperiali. Nell’economia della salvezza c’è un tempo per Pio IX, un tempo per Pio X, un tempo per Pio XII e un tempo per Francesco. E tutti sono risultati a loro modo dei santi uomini giusti al momento storico giusto, per grazia di Dio e per il supremo bene del Corpo Mistico della sua Chiesa.
10. POPULORUM PROGRESSIO: TENTARE DI FERMARE IL TEMPO È COSA ANTI EVANGELICA LESIVA ALLA CHIESA E  AL POPOLO DI DIO 

L’attenzione per la liturgia è importante, ma non deve diventare l’unico criterio con cui guardare ad un Papa.

Come si può pretendere di fermare il tempo quando è il Cristo stesso che a partire dalla discesa dello Spirito Santo nel cenacolo ci ha proiettati nel tempo? O forse qualcuno dimentica il Vangelo della Trasfigurazione, quando l’immancabile, fanciullesco e passionale Pietro dice al Signore: «Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e un’altra per Elia» [Mt. 17, 4]. Pietro voleva fermare quella immagine, quel tempo così bello, renderlo immobile, statico per sempre. Ma non era questa la missione del Verbo Incarnato né la missione dallo stesso affidata ai suoi discepoli e alla sua Chiesa pellegrina sulla terra, proiettata dal presente al continuo movimento verso il futuro.
Non ci si può dichiarare cattolici duri e puri e poi reagire all’elezione del nuovo pontefice in modi così sconvenienti e viepiù per cose futili. La Chiesa non è un fenomeno in parte politico e in parte estetico, non nasce e non muore sotto il campanile italico e meno che mai nell’italietta degli anni Cinquanta, secondo lo stile di quei poveretti che prima di dire “si” o prima di dire “no” si guardano intorno e non sospirano, fino a quando non hanno individuato il carro del vincitore su cui saltare.
La Chiesa è un fenomeno universale col quale molti, troppi provinciali non riescono a fare i conti. E con che cosa difendono la loro chiusura alla grazia di Dio e il loro provincialismo mirato al rifiuto della universalità e del concetto di Populorum Progressio [vedere qui]   sul quale il Sommo Pontefice Paolo VI dette vita nel 1967 a una enciclica che anticiperà certi eventi infausti di un trentennio? Si difendono con la tradizione. Sì, ma quale tradizione?
11. SONO FORSE QUESTI I RISULTATI DEL MOTU PROPRIO: DISGREGARE ANZICHÈ UNIRE?

Il Motu Proprio Summorum Pontificum è stato un dono per la Chiesa. Ma non si può brandire come un’arma…

Se per taluni i risultati del motu proprio fossero davvero questi, ebbene comincerò a pregare affinché sia revocato prima possibile, perché nessuno ha il diritto di usare la liturgia per scopi puramente ideologici, perché non è questa la divina funzione dell’Eucaristia e della liturgia che è centro di unità della Chiesa, non di divisioni; meno che mai di divisioni rette su effimeri criteri estetici e politici, creando in tal modo rottura anziché quella unità del corpo della Chiesa di cui la liturgia sia del vecchio sia del nuovo ordinamento è elemento principe.
Taluni che fino a ieri hanno militato nei partiti di ispirazione marxista e dopo la caduta del Muro di Berlino sono rimasti orfani e hanno avuto bisogno di traslare la loro ideologica militanza in altre ideologie dure e pure, si scelga uno dei tanti partiti politici esistenti di estrema destra o di estrema sinistra e si sfoghino quanto più e quanto meglio loro aggrada, ma non usino e non abusino della Santa Chiesa di Dio e della sacra liturgia centro e motore cristologico di unità della Chiesa universale, per certi scopi e manifestazioni perniciosamente disgreganti.
12. QUEI CERTI TRADIZIONALISTI E LA POESIA DEL PASSERO CANTATA A LESBIA DA CATULLO MUTATA IN UNA LAUDE PASQUALE DEL XII SECOLO

Amori profani: basta non conoscere bene il latino.

Leggendo certi piagnistei di sito in sito e di blog in blog, spicca evidente questa fede estetico-infantile che pare reggersi davvero su quel latinorum che peraltro certi tradizionalisti non conoscono. Lo dico perché l’ho sperimentato: una volta, a un gruppetto di costoro — notare bene erano presenti anche un paio di preti — mi misi a cantare la poesia erotica del passero dedicata da Catullo a Lesbia usando un metro gregoriano, poi chiesi a tutti se piaceva loro quella laude del XII secolo della liturgia pasquale. Tutti, ahimè preti inclusi, mi dissero di sì, ciò dopo che ebbi cantato loro: «Passer, deliciae meae puellae, quicum ludere, quem in sinu tenere, cui primum digitum dare appetenti et acris solet incitare morsus» (Passero, delizia della mia donna, con il quale suole giocare e tenerlo in grembo, e a cui è solita dare la punta del dito quando la cerca e di cui suole provocare le pungenti beccate).
Una fede santa, cattolica e apostolica non può edificarsi sui paramenti del Beato Pontefice Pio IX rispolverati dal museo della sacrestia vaticana e via dicendo, perché in nessun meandro del sacro deposito della fede è scritto che solo il tripudio barocco sia in grado di dare una non meglio precisata dignità alla Chiesa, ma soprattutto unica validità agli atti sacramentali, salvo trascendere nella follia singola o collettiva o finanche nel neopaganesimo.
Tra l’altro, quei paramenti oggi considerati antichi, tali non sono affatto, perché il paramento antico è la casula, il paramento moderno è la attuale pianeta nata solo sul finire del recente XVI secolo. E quando nel XVIII secolo furono prodotte e adottate quelle pianete barocche oggi considerate antiche, alla loro uscita molti gridarono allo scandalo e altri si rifiutarono di usarle, considerata la loro audace modernità troppo simile ai decori da sartoria secolare in voga all’epoca. In una sua lettera indirizzata al vescovo della diocesi nel marzo 1769, l’arcidiacono del capitolo della cattedrale di Reims, Françoise Marie Brison, paragonava quelle pianete moderne, in tessuti e decori, ai vestiti delle dame della corte di Versailles e tosto dichiarava che lui non le avrebbe mai indossate e come lui molti altri presbiteri, diaconi e suddiaconi.
Storia della Chiesa, cari tradizionalisti duri e puri … studiatevi la sana e preziosa Storia della Chiesa, perché dal primo all’ultimo vi ci ritroverete quanti dentro con le vostre istanze, le vostre paure e le vostre odierne lamentale. E se queste mie parole vi suonano come uno schiaffo, fermatevi un attimo a riflettere sul leggero bruciore, perché potrebbe esservi stato donato un atto di vera carità cristiana che implica un preciso invito: tolle lege … perché le cose del passato non stanno affatto come ve le immaginate né come ve le state ostinatamente creando tutte quante a posteriori. Il passato è molto diverso nella sua realtà da come lo immaginate al presente, perché spesso vi create un passato che nella Storia della Chiesa non è mai esistito, ed è la storia che ve lo dimostra, non certo io, che pure un po’ l’ho studiata e un po’ ho cercato di conoscerla.
13. QUANDO IN QUELLA SACRESTIA SBOTTAI: «IO NON INDOSSO BIANCHERIA INTIMA FEMMINILE!»
In modo non diverso dall’arcidiacono della Cattedrale di Reims, a distanza di oltre due secoli e mezzo, quando nella sacrestia di una casa di religiosi dalle voci un po’ troppo stridule per i miei gusti, mi venne presentato un camice plissettato traboccante trine e merletti, risposi: «Non ho mai indossato in vita mia biancherie intime femminili e non avendolo mai fatto da secolare, meno che mai intendo farlo da prete. E pochi minuti dopo celebrai in comunione e in devota obbedienza con la Chiesa universale una Eucaristia assolutamente valida, sulla cui validità certi tradizionalisti avrebbero seri dubbi, avendo io rifiutato un camice da demoiselle che mi ricordava tanto un babydoll e una guepiere. Non ho nulla contro i camici plissettati, ma con pizzi e merletti addosso io non mi sento a mio agio né come uomo né come prete, gli altri facciano come vogliono, in piena e insindacabile libertà.
14. CERTI TRADIZIONALISTI “SMARRITI” CHE VANTANO LA CUSTODIA DELLA TRADIZIONE MA CHE MOSTRANO DI NON CONOSCERE LA STORIA DELLA CHIESA DOVREBBERO CONOSCERE LA VERA FACCIA DEL LORO BENEAMATO SAN PIO V, CHE SENZA ESITARE OGGI LI PRENDEREBBE A SOLENNI BASTONATE

San Pio v: non c’è tradizionalista che non lo citi. Ma chi, tra loro, può dire di conoscerlo bene?

Se c’è un Pontefice che molti tradizionalisti portano più sulla bocca che nel cuore questi è sicuramente San Pio V, il cui nome è legato anche all’omonimo Missale Romano. Anzitutto San Pio V fu sempre bendisposto con gli umili, paterno con la gente semplice e povera, ma duro e severo con tutti coloro che nuocevano all’unità della Chiesa. Tanto da non esitare a scomunicare e a decretare la destituzione della regina d’Inghilterra Elisabetta I, ben sapendo a quali conseguenze tragiche avrebbe esposto i cattolici inglesi.
Per quando riguarda l’idea di povertà, San Pio V si spinse parecchio oltre in quel delicato XVI secolo, osando ciò che nessun suo predecessore avrebbe mai osato, tanto erano radicate in seno alla Chiesa certe insane “tradizioni”. Anzitutto Pio V fu un pontefice terribilmente scomodo, come tali sono sempre stati tutti i riformatori dei costumi. Non esitò a debellare sotto il suo pontificato la piaga purulenta della simonia dalla curia romana e di conseguenza il nepotismo. Quando accorsero al suo soglio vari parenti sperando o chiedendo qualche privilegio, egli rispose lapidario: «Un parente del Romano Pontefice può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce la povertà».
Tra le riforme in campo pastorale promosse da Pio V in fedele applicazione ai canoni del Concilio di Trento, si ricordano l’obbligo di residenza per i vescovi, la clausura dei religiosi, il celibato e la santità di vita dei sacerdoti, le visite pastorali dei vescovi, l’incremento delle missioni, la correzione dei libri liturgici in cui erano finiti codificati veri e propri abusi, la censura sulle pubblicazioni eterodosse. E tutti gli avversi o i ribelli dell’epoca, se andiamo a studiare le cronache di quei tempi, si appellavano, a partire da taluni vescovi, a una non meglio precisata “tradizione”, sostenendo che ormai era prassi e “tradizione” che il vescovo potesse vivere in altra sede fuori dalla propria diocesi, lasciando l’amministrazione della stessa ad altri, che di prassi erano quasi sempre dei famelici secolari legati al vescovo da amicizia, parentela o peggio da intrallazzi politici o finanziari.
San Pio V ordinò alla Chiesa quella sobrietà e quella rigida disciplina che il Santo Padre impose sempre a se stesso come religioso, sacerdote, vescovo, cardinale e poi come Romano Pontefice. Nella sua vita di pontefice visse in tutto e per tutto seguendo l’ideale ascetico del frate mendicante, schivo a qualsiasi pompa solenne e teso alla essenzialità, anche e soprattutto liturgica. Il Messale di San Pio V tanto celebrato e tanto poco conosciuto nella sua storia da certi tradizionalisti, fu in quegli anni una innovazione strepitosa mirata soprattutto alla semplificazione di riti spesso arbitrari, che sovente trasformavano il sacro mistero in un vero e proprio spettacolo, non ultimo di secolare potenza. Il Messale dato da San Pio V alla Chiesa poneva al centro il Sacrificio Eucaristico, bandendo ogni arbitrio e abuso. Ma se è per questo anche il Messale di Paolo VI, seguì gli stessi identici criteri, basterebbe andare a leggere il suo ordinamento generale. Se poi certi preti fanno del Messale ciò che vogliono e come vogliono, questo non è colpa né della riforma liturgica né del concilio né di Paolo VI, ma della scelleratezza di quei preti ai quali non è chiaro che sono servi dei sacri misteri, non primi attori, perchè la liturgia, sospiro dietro sospiro appartiene alla Chiesa, non al celebrante, non a Kiko Arguello, non a Carmen Hernandez … nessuno può rendere la sacra liturgia instabile con creatività personali o con autentiche stravaganze.
15. OGGI CERTI “TRADIZIONALISTI” AVREBBERO GRIDATO ALLO SCANDALO PER LO STESSO PIO V E BASANDOSI SULLE MEDESIME RAGIONI IN BASE ALLE QUALI HANNO CRITICATO FRANCESCO I APPENA ELETTO

Nel Papa, in ogni Papa, c’è il Successore di Pietro. Non idolatriamo la persona: amiamo quello che rappresenta.

Fino a Pio V, i pontefici vestivano il cosiddetto rosso imperiale, anticamente usato dai re e dagli imperatori romani. Provenendo dall’Ordine Mendicante dei Frati Predicatori, i domenicani, alla sua elezione Pio V abolì quelle vesti e seguitò a usare l’abito bianco domenicano, che non intese abbandonare, perché segno del carisma delle sua vocazione. Questo creò sconcerto e vero e proprio scandalo all’interno di quella che all’epoca era una vera e propria corte. Proprio così: San Pio V eletto pontefice seguitò a vestire gli abiti del frate mendicante. Altro che mozzetta rossa bordata d’ermellino prontamente rifiutata, o la croce di metallo al posto di quella d’oro. Pio V fece molto di peggio e molto di più, peraltro in anni nei quali, certi simboli, erano sentiti più fortemente ancora.
Dopo la sua vita vissuta in fama di riconosciuta santità, il successivo pontefice e quelli ancora successivi non osarono cambiare il colore dell’abito per tornare al porpora regale e imperiale. Il suo successore, Gregorio XIII, fece solo una modifica: l’abito domenicano venne fatto uguale all’abito dei cardinali, ma di colore bianco anziché rosso cardinalizio.
Se non si conosce la storia della Chiesa è bene non parlare di tradizione, ma soprattutto, chiunque rivendichi di essere un vero e un buon cattolico, non deve mai perdere di vista un elemento fondante della nostra fede, che è un dogma basato su precise parole pronunciate dalla bocca del Verbo Incarnato:
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa, a te darò le chiavi del Regno dei Cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli …  [Mt. 16, 18-19]
E detto questo il discorso è chiuso. Se poi qualcuno intende aprirlo per mettere in discussione questo fondamento basandosi peraltro su risibili futilità, non può farlo dentro la Chiesa Cattolica, ma solo fuori, come hanno fatto molti, come nel tempo hanno seguitato a fare tanti altri, rivendicando sempre e di prassi di essere i più puri difensori della vera tradizione, dimenticandosi che la tradizione può essere basata solo sulla sacra scrittura e che la sacra scrittura è chiara senza pena di equivoco nel dire per bocca del Redentore: «Tu es Petrus».
16. LA PRUDENTE ATTESA, POI CAPIREMO QUALCHE COSA E SICURAMENTE RENDEREMO GRAZIE A DIO PER FRANCESCO I.

Dopo pochi giorni è già amato da tanti fedeli.

Tra non molto tempo, il Santo Padre, dovrà provvedere a nominare diversi capi dei dicasteri giunti alla soglia dei 75 anni, alcuni hanno già superato quella soglia, qualcuno si avvicina ormai agli ottant’anni, per esempio l’attuale segretario di Stato. Sarà da quello che capiremo, se non tutto, almeno quanto basta, non da una mozzetta rifiutata o da una croce pettorale di metallo.
Oso infine azzardare una piccola profezia: Francesco I, in popolarità e per il grande amore che il popolo di Dio riverserà su di lui, molto probabilmente passerà avanti al Beato Giovanni XXIII e al Beato Giovanni Paolo II, che è tutto dire.
Vedendolo, vedo dinanzi a me in carne e ossa quel Pontefice del futuro di cui mi auspicavo in un mio libro nel quale anni addietro scrissi: « … oggi non basterebbe un uomo di grande autorità che sappia imporsi, perché se privo di certe qualità e di doni molto speciali dello Spirito Santo, potrebbe indurre per reazione la piovra a stritolare tutto, lui per primo, creando guerre e divisioni drammatiche e insanabili; creando veri e propri scismi. Per essere veramente magno è necessario che questo futuro Successore di Pietro sia una figura carismatica appoggiata e protetta dal Popolo di Dio. Esiste infatti una cosa dinanzi alla quale le peggiori aspidi dell’antica corte sanno di non poter osare: la volontà del Popolo di Dio. Nel corso della storia le pie vipere hanno dato vita a tutto, lo dimostra rigo dietro rigo, secolo dietro secolo l’intera letteratura dei Padri della Chiesa. Una cosa sola è a loro impossibile da realizzare: una Chiesa senza Popolo, ossia una Chiesa senza Cristo, che equivale a dire una Chiesa senza corpo. Il Popolo di Dio è quel corpo senza il quale Cristo non avrebbe dove poggiare il suo capo. E per quanto vuoto, il suo sepolcro sarebbe rimasto vuoto per niente, soprattutto per la salvezza di nessuno». [vedere qui]
Ebbene credo sia arrivato come donum Dei altissimi alla Chiesa il Pontefice che sognavo, nei giorni in cui scrivevo queste righe tra il 2008 e il 2010, stampate poi nel dicembre 2011 nel mio libro E Satana si fece Trino.
Lunga vita al Romano Pontefice !


Da papalepapale.com

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI MEMBRI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

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Sala dei Papi
Venerdì, 12 aprile 2013

Eminenza,
Venerato Fratello,
cari Membri della Pontificia Commissione Biblica,

sono lieto di accogliervi al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il Presidente, Arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, per l’indirizzo di saluto e la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel corso dei vostri lavori. Vi siete radunati nuovamente per approfondire un argomento molto importante: l’ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto il singolo credente, ma la Chiesa intera, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana.

Come sappiamo, le Sacre Scritture sono la testimonianza in forma scritta della Parola divina, il memoriale canonico che attesta l’evento della Rivelazione. La Parola di Dio, dunque, precede ed eccede la Bibbia. E’ per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne. Proprio perché l’orizzonte della Parola divina abbraccia e si estende oltre la Scrittura, per comprenderla adeguatamente è necessaria la costante presenza dello Spirito Santo che «guida a tutta la verità» (Gv 16,13). Occorre collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto l’assistenza dello Spirito Santo e la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti canonici come Parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con grande chiarezza nella Costituzione dogmatica Dei Verbum : «Tutto quanto concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio» (n. 12).

Come ci ricorda ancora la menzionata Costituzione conciliare, esiste un’inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza» (ibid., 9).

Ne consegue pertanto che l’esegeta dev’essere attento a percepire la Parola di Dio presente nei testi biblici collocandoli all’interno della stessa fede della Chiesa. L’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Questa norma è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l’esegesi e il Magistero della Chiesa. I testi ispirati da Dio sono stati affidati alla Comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa natura profonda delle Scritture condiziona la stessa validità e l’efficacia dell’ermeneutica biblica. Ciò comporta l’insufficienza di ogni interpretazione soggettiva o semplicemente limitata ad un’analisi incapace di accogliere in sé quel senso globale che nel corso dei secoli ha costituito la Tradizione dell’intero Popolo di Dio, che «in credendo falli nequit» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost dogm. Lumen gentium, 12).

Cari Fratelli, desidero concludere il mio intervento formulando a tutti voi i miei ringraziamenti e incoraggiandovi nel vostro prezioso lavoro. Il Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e divino Maestro che ha aperto la mente e il cuore dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scritture (cfr Lc 24,45), guidi e sostenga sempre la vostra attività. La Vergine Maria, modello di docilità e obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere pienamente la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura non soltanto attraverso la ricerca intellettuale, ma nella preghiera e in tutta la vostra vita di credenti, soprattutto in quest’Anno della fede, affinché il vostro lavoro contribuisca a far risplendere la luce della Sacra Scrittura nel cuore dei fedeli. E augurandovi un fruttuoso proseguimento delle vostre attività, invoco su di voi la luce dello Spirito Santo e imparto a tutti voi la mia Benedizione.

Papa sì, Papa no

Papa sì o Papa no? È lui o non è lui? Indubbiamente, questo è uno degli aspetti più curiosi del pontificato di Papa Francesco, il non essersi ancora dichiarato esplicitamente e fuori da ogni dubbio come “Papa della Chiesa Cattolica” è un evento che ha intimorito alcuni, incuriosito altri e messo fine alla permanenza all’interno della cattolicità (=apostasia) per altri ancora. Lungi da me il voler parlare di queste singole persone, vorrei soltanto vedere come, in base a ciò che ci è dato, si possa o meno parlare propriamente di “Papa Francesco”, ossia se Giorgio Maria Bergoglio sia effettivamente il 266° Papa della Chiesa Cattolica, o se non lo sia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto, dobbiamo partire da quell’atto con cui, la sera del 13 marzo 2013, i Cardinali riuniti in Conclave hanno eletto Giorgio Maria Bergoglio ad una certa carica, ma quale esattamente? Per che cosa i 115 elettori hanno votato il Cardinale argentino?

A dare una risposta a questa domanda, prescindendo da ogni considerazione teologica del fatto in sé, sono le costituzioni apostoliche volte a disciplinare proprio l’elezione del Romano Pontefice; le ultime redatte a tale riguardo sono la Universi Dominici Gregis di Giovanni Paolo II e la De aliquibus mutationibus in normis de electione romani pontificis di Benedetto XVI, nonché sempre di quest’ultimo il motu proprio Normas Nonnullas. In questi documenti, a parte le specifiche tecniche del caso che non ci interessano, viene ribadita la tradizione iniziata da Niccolo II che il Romano Pontefice venga eletto da i Padri Cardinali riuniti in conclave, durante il quale verranno messi ai voti i nomi dei candidati alla carica di Romano Pontefice sino ad elezione avvenuta.

Per chi avesse voglia di andarsi a consultare i testi (Universi Dominici Gregis; Normas Nonnullas) risulterà immediatamente chiaro che chi viene eletto in tal modo non è nominato direttore di una ONG o presidente di una multinazionale, ma il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica. Non un vescovo qualsiasi, non un primus inter pares, ma proprio lui, il Papa.

Quanto detto, nel frattempo, dovrebbe già aver almeno parzialmente rassicurato gli incerti e inferto una stoccata ai neo-sede vacantisti: quello che hanno rifiutato esplicitamente con deliberato consenso è il 266° successore di Pietro. Urge da parte di questi un approfondito esame di coscienza per evitare di peggiorare la loro già tragica situazione.

Un secondo aspetto da considerare è il Codex Iuris Canonicis, il Codice di Diritto Canonico (per gli amici CIC); esso, nei canoni 330-335, disciplina l’esercizio e la nomina del Romano Pontefice. In particolare, il canone decisivo ai nostri fini è il 331, dove a chiare lettere viene scritto: “Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente”.

Il Vescovo della Chiesa di Roma: le stesse esatte parole pronunciate da Papa Francesco al momento della sua elezione nonché, curiosamente, dallo stesso Giovanni Paolo II (“gli eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo Vescovo di Roma”, nemmeno lui si definì Papa sin dalle prime battute, ); essendo troppo giovane non ho idea però se le notizia a suo tempo fece altrettanto clamore. Tutto comunque si può dire del Beato Giovanni Paolo II, tranne che non si sia mai comportato e mostrato come Papa. Inoltre, a voler essere puntigliosi sino alla fine, nemmeno Benedetto XVI appena eletto esordì con un “sono Papa!”, quasi che a non dirlo ad alta voce come una formula magica il tutto non si avveri.

Abbiamo visto come anche un punto di vista strettamente legalista e giuridico fughi ogni dubbio, soddisfacendo anche i più curiosi e rassicurando quelli ancora preda del timore, nonché seppellendo definitivamente nella loro miseria i neo-sede vacantisti.

Infine v’è un ultimo aspetto da considerare interessante per i timorosi e i curiosoni, nonostante non sia un’altra dimostrazione di quanto detto sopra, quanto piuttosto una derivante da tale ragionamento. Non utilizzando mai la parola Papa, ma sottintendendola (come visto sopra), Papa Francesco ogni volta che si presenta per parlare al mondo è come desse uno schiaffo al relativismo, sottolineando a caratteri di fuoco la frase di nannettiana memoria “le parole sono importanti!”.

Il suo definirsi semplicemente “Vescovo di Roma” riassume in sé il primato petrino del Romano Pontefice, colui che presiede alla carità: con questo sottile gioco di parole del detto-non-detto costringe chi lo ascolta a riflettere, a ragionare, ad indagare la propria fede, ed è per questo a mio avviso che alcuni alla sua elezioni si sono discostati dalla Chiesa, adducendo come scusa ufficiale il mancato rispetto di chissà quali norme liturgico-celebrative. A tal proposito, un piccolo sassolino dalla scarpa: la mozzetta d’ermellino in quanto tale è perfettamente inutile, serve solo a “fare scena”, mentre la stola se non si è “liturgisti della domenica” si sa perfettamente che va indossata per l’atto liturgico in sé, in tal caso la benedizione urbi et orbi, non prima e non dopo; in tal senso, ad indossarla sin da subito appena eletto senza dare subito la benedizione ma parlando alla folla, Benedetto XVI SBAGLIÒ (ebbene sì, sbagliò liturgicamente! Ullallà!).

Come ha scritto giustamente Filippazzi nel suo editoriale per Campari e De Maistre, “l’espressione “Romano Pontefice” altro non è che un sinonimo di “Vescovo di Roma”, stante ad indicare l’inscindibile legame tra il ruolo pontificale e la titolarità della diocesi di Roma. Allo stesso modo, il termine “Papa” non indica un ufficio ulteriore, ma è ancora uno dei titoli propri, anzi il titolo per eccellenza, del Vescovo di Roma, che non può essere tale senza essere Papa e viceversa.” (http://www.campariedemaistre.com/2013/03/lo-strano-caso-dei-due-papi.html).

In conclusione, Giorgio Maria Bergoglio è a tutti gli effetti il 266 Papa in quanto Vescovo di Roma, ma questo a ben vedere lo sapevamo già da circa 2000 anni senza ombra di dubbio: non furono dette a caso le parole “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), faremmo meglio a ricordarcene più spesso anziché imbastire castelli per aria o fare questioni di lana caprina.

UDIENZA AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDEO

Sala Regia
Venerdì, 22 marzo 2013

[Video]

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Eccellenze,
Signore e Signori,

Ringrazio di cuore il vostro Decano, Ambasciatore Jean-Claude Michel, per le belle parole che mi ha rivolto a nome di tutti e con gioia vi accolgo per questo scambio di saluti, semplice ma nello stesso tempo intenso, che vuole essere idealmente l’abbraccio del Papa al mondo. Attraverso di voi, infatti, incontro i vostri popoli, e così posso, in un certo senso, raggiungere ciascuno dei vostri concittadini, con le sue gioie, i suoi drammi, le sue attese, i suoi desideri.

La vostra numerosa presenza è anche un segno che le relazioni che i vostri Paesi intrattengono con la Santa Sede sono proficue, sono davvero un’occasione di bene per l’umanità. È questo, infatti, che sta a cuore alla Santa Sede: il bene di ogni uomo su questa terra! Ed è proprio con questo intendimento che il Vescovo di Roma inizia il suo ministero, sapendo di poter contare sull’amicizia e sull’affetto dei Paesi che voi rappresentate, e nella certezza che condividete tale proposito. Allo stesso tempo, spero sia anche l’occasione per intraprendere un cammino con quei pochi Paesi che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede, alcuni dei quali – li ringrazio di cuore –  hanno voluto essere presenti alla Messa per l’inizio del mio ministero, o hanno inviato messaggi come gesto di vicinanza.

Come sapete, ci sono vari motivi per cui ho scelto il mio nome pensando a Francesco di Assisi, una personalità che è ben nota al di là dei confini dell’Italia e dell’Europa e anche tra coloro che non professano la fede cattolica. Uno dei primi è l’amore che Francesco aveva per i poveri. Quanti poveri ci sono ancora nel mondo! E quanta sofferenza incontrano queste persone! Sull’esempio di Francesco d’Assisi, la Chiesa ha sempre cercato di avere cura, di custodire, in ogni angolo della Terra, chi soffre per l’indigenza e penso che in molti dei vostri Paesi possiate constatare la generosa opera di quei cristiani che si adoperano per aiutare i malati, gli orfani, i senzatetto e tutti coloro che sono emarginati, e che così lavorano per edificare società più umane e più giuste.

Ma c’è anche un’altra povertà! È la povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi. È quanto il mio Predecessore, il caro e venerato Benedetto XVI, chiama la “dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini. E così giungo ad una seconda ragione del mio nome. Francesco d’Assisi ci dice: lavorate per edificare la pace! Ma non vi è vera pace senza verità! Non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra.

Uno dei titoli del Vescovo di Roma è Pontefice, cioè colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini. Desidero proprio che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere ed abbracciare! Le mie stesse origini poi mi spingono a lavorare per edificare ponti. Infatti, come sapete la mia famiglia è di origini italiane; e così in me è sempre vivo questo dialogo tra luoghi e culture fra loro distanti, tra un capo del mondo e l’altro, oggi sempre più vicini, interdipendenti, bisognosi di incontrarsi e di creare spazi reali di autentica fraternità.

In quest’opera è fondamentale anche il ruolo della religione. Non si possono, infatti, costruire ponti tra gli uomini, dimenticando Dio. Ma vale anche il contrario: non si possono vivere legami veri con Dio, ignorando gli altri. Per questo è importante intensificare il dialogo fra le varie religioni, penso anzitutto a quello con l’Islam, e ho molto apprezzato la presenza, durante la Messa d’inizio del mio ministero, di tante Autorità civili e religiose del mondo islamico. Ed è pure importante intensificare il confronto con i non credenti, affinché non prevalgano mai le differenze che separano e feriscono, ma, pur nella diversità, vinca il desiderio di costruire legami veri di amicizia tra tutti i popoli.

Lottare contro la povertà sia materiale, sia spirituale; edificare la pace e costruire ponti. Sono come i punti di riferimento di un cammino al quale desidero invitare a prendere parte ciascuno dei Paesi che rappresentate. Un cammino difficile però, se non impariamo sempre più ad amare questa nostra Terra. Anche in questo caso mi è di aiuto pensare al nome di Francesco, che insegna un profondo rispetto per tutto il creato, il custodire questo nostro ambiente, che troppo spesso non usiamo per il bene, ma sfruttiamo avidamente a danno l’uno dell’altro.

Cari Ambasciatori,
Signore e Signori,

grazie ancora per tutto il lavoro che svolgete, insieme alla Segreteria di Stato, per costruire la pace ed edificare ponti di amicizia e di fraternità. Attraverso di voi, desidero rinnovare ai vostri Governi il mio grazie per la loro partecipazione alle celebrazioni in occasione della mia elezione, con l’auspicio di un fruttuoso lavoro comune. Il Signore Onnipotente ricolmi dei suoi doni ciascuno di voi, le vostre famiglie e i popoli che rappresentate. Grazie!

 

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