Il passaggio 247 dell’ "Evangelii Gaudium" a processo?

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Era lo scorso 28 Novembre quando Padre Paul Kramer,uno dei più importanti studiosi di Fatima, rigetta l’elezione di Francesco al soglio di San Pietro e “proclama ufficialmente”(?)  la sede vacante,precisando anche che «il vero Papa é Benedetto XVI,costretto alle dimissioni».

Appresa la notizia, rimasi sbigottito non solo per il processo pubblico a colui che,nonostante tutto, rimane – per me – il Vicario di Cristo, ma anche per l’assurdità delle accuse rivolte, che stanno ricevendo il plauso di alcuni ambienti della Chiesa. Che Dio mi salvi dall’accusa di superbia: Voltaire docet, «non condivido la tua idea, Ma darei la vita perché tu la possa esprimere»!

Prima di entrare nel cuore dell’argomento su cui voglio porre l’attenzione, é doveroso un appunto allo stesso Kramer: il vero Papa,piaccia o no, é quello Regnante, ossia Jorge Mario Bergoglio; é lui il Vicario di Cristo “legittimo”. Per quanto le dimissioni siano suonate strane per molti, sono un gesto di piena libertà di cui si é avvalso il grande Benedetto XVI. Solo la Storia – speriamo una non tanto lontana! – ci renderà le giuste spiegazioni su questa vicenda dall’odore  “celestiniano”.

Di manifesta eresia si parlava in qualche articolo della stessa Radio Spada. “Cosa avrà mai scritto? Ho forse saltato qualche passaggio decisivo?”,mi chiedevo tra me e me temendo il peggio per la sacrosanta dottrina cattolica. Mi affretto a prendere in mano l’Esortazione Apostolica del Papa e,con trepidazione, raggiungo il passaggio 247.

Leggo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebreo, la cui Alleanza con Dio non è mai stata revocata, perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,16-18). Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea, né includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio (cfr 1 Ts 1,9). Crediamo insieme con loro nell’unico Dio che agisce nella storia, e accogliamo con loro la comune Parola rivelata».

Dove sarebbe la manifesta eresia?

Quello che ci si offre alla vista é un passaggio non eretico, ma di una sconvolgente banalità dal punto di vista teologico: se non fosse stato scritto non sarebbe cambiato nulla! Più e più volte ho espresso la mia riserva sul linguaggio spesso ambiguo del Pontefice,oppure sul Suo desiderio “di riformare il papato”: sono dubbi insoluti che ancora mi preoccupano circa il futuro della Santa Romana Chiesa!  Ma non é bene tramutare questi “temporanei” (speriamo!)dubbi in premesse per eventuali processi canonici di eresia. Vi propongo il mio punto di vista, assistito dalla “sapienza” del Magistero Papale durante i secoli.

Punto Primo:«Come cristiani non possiamo considerare l’Ebraismo come una religione estranea,nè includiamo gli ebrei tra quanti sono chiamati ad abbandonare gli idoli per convertirsi al vero Dio».

Per amore della Verità e della Giustizia e in nome dell’opera di discernimento in vista della quale la Chiesa ha da sempre voluto ammaestrarci, noi cattolici non possiamo guardare all’Ebraismo con gli stessi occhi con cui potremmo guardare,per esempio, ai buddisti. Come recita il detto, “non è bene far di tutta l’erba un fascio”! Sarebbe ingiusto parlare di “paganesimo”. Il Cristianesimo é,infatti,da considerarsi come il compimento dell’Ebraismo. “Non sono venuto ad abolire,ma a portare compimento” dice il Signore Gesú nel Vangelo.

Credono, dunque, in un falso Dio? No, perché come dice Sant’Agostino d’Ippona:« nell’Antico Testamento é nascosto il Nuovo, mentre nel Nuovo é manifesto il Vecchio».  Pertanto,non devono tornare ad abbandonare gli idoli,come coloro che volsero lo sguardo al vitello d’oro mentre Mosé era sul monte! Credono nel Dio giusto,ma non lo conoscono appieno. Può sembrare strano,ma la fede ,in alcuni casi,può essere accompagnata da una cattiva conoscenza, e ció avviene ogni campo: posso credere che il Sole brilli,ma non sapere in che modo esso brilli o perché. Così é come per Dio: gli ebrei credono nel vero Dio,ma non lo conoscono nella maniera perfetta.

E allora che differenza c’é rispetto al Cristianesimo? Possono salvarsi ugualmente gli ebrei? No, perché hanno rifiutato VOLONTARIAMENTE il Logos, la Parola Eterna  di Dio tramite cui é possibile conoscere davvero il Padre. Essi non possono salvarsi perché,come ricorda Gesù,« nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Me». Il loro peccato é stato ed é quello di una superba volontà di “ignoranza”(senza scusanti!) che li allontana dal Padre. Per questo Innocenzo IV nella Sua bolla ” Impia Judeorum perfidia” afferma che Gesú non riuscì a togliere dal cuore degli ebrei il velo che lí accecava e anzi ha permesso che oggi permanessero nella cecita che compenetra Israele. Oppure Niccolò III, in ” Vineam Sorec”, dice che essi non hanno voluto ricevere la grazia portata da Cristo,ma anzi lo hanno ingiustamente ucciso.

Punto secondo: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebraico,la cui Alleanza con Dio non é mai stata revocata».

La Vecchia Alleanza  viene rotta dagli ebrei stessi e ristabilita dalla Nuova ed Eterna Alleanza,ossia il Corpo e il Sangue di Cristo sulla Croce. Appeso a quel legno, come anche ricorda San Paolo,Gesú riconcilia col Padre tutti,ebrei e non. Il peccato degli ebrei é stato lavato dal Sangue di Gesú. Cristo stesso riferí a Pietro(pur rivolgendosi ai pagani!) :” Non chiamare profano ciò che é stato purificato».

Anche gli ebrei potranno salvarsi se e solo se riconosceranno il Cristo come Figlio di Dio.

La Vecchia Alleanza non é stata revocata da Dio per il semplice fatto che essa è stata riassorbita nella Nuova ed Eterna Alleanza,cui gli ebrei RIENTREREBBERO  a pieno titolo. L’Alleanza agli ebrei non è stata revocata;che poi gli ebrei la “rifiutino” è un altro discorso.

Itaque,quid est sub solem novum?

Gianluca Di Pietro


Da QUI

Nota a margine: articoli buoni come questo sono sempre più rari sul sito… Pessima cosa, veramente pessima.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI MEMBRI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

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Sala dei Papi
Venerdì, 12 aprile 2013

Eminenza,
Venerato Fratello,
cari Membri della Pontificia Commissione Biblica,

sono lieto di accogliervi al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il Presidente, Arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, per l’indirizzo di saluto e la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel corso dei vostri lavori. Vi siete radunati nuovamente per approfondire un argomento molto importante: l’ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto il singolo credente, ma la Chiesa intera, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana.

Come sappiamo, le Sacre Scritture sono la testimonianza in forma scritta della Parola divina, il memoriale canonico che attesta l’evento della Rivelazione. La Parola di Dio, dunque, precede ed eccede la Bibbia. E’ per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne. Proprio perché l’orizzonte della Parola divina abbraccia e si estende oltre la Scrittura, per comprenderla adeguatamente è necessaria la costante presenza dello Spirito Santo che «guida a tutta la verità» (Gv 16,13). Occorre collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto l’assistenza dello Spirito Santo e la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti canonici come Parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con grande chiarezza nella Costituzione dogmatica Dei Verbum : «Tutto quanto concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio» (n. 12).

Come ci ricorda ancora la menzionata Costituzione conciliare, esiste un’inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza» (ibid., 9).

Ne consegue pertanto che l’esegeta dev’essere attento a percepire la Parola di Dio presente nei testi biblici collocandoli all’interno della stessa fede della Chiesa. L’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Questa norma è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l’esegesi e il Magistero della Chiesa. I testi ispirati da Dio sono stati affidati alla Comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa natura profonda delle Scritture condiziona la stessa validità e l’efficacia dell’ermeneutica biblica. Ciò comporta l’insufficienza di ogni interpretazione soggettiva o semplicemente limitata ad un’analisi incapace di accogliere in sé quel senso globale che nel corso dei secoli ha costituito la Tradizione dell’intero Popolo di Dio, che «in credendo falli nequit» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost dogm. Lumen gentium, 12).

Cari Fratelli, desidero concludere il mio intervento formulando a tutti voi i miei ringraziamenti e incoraggiandovi nel vostro prezioso lavoro. Il Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e divino Maestro che ha aperto la mente e il cuore dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scritture (cfr Lc 24,45), guidi e sostenga sempre la vostra attività. La Vergine Maria, modello di docilità e obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere pienamente la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura non soltanto attraverso la ricerca intellettuale, ma nella preghiera e in tutta la vostra vita di credenti, soprattutto in quest’Anno della fede, affinché il vostro lavoro contribuisca a far risplendere la luce della Sacra Scrittura nel cuore dei fedeli. E augurandovi un fruttuoso proseguimento delle vostre attività, invoco su di voi la luce dello Spirito Santo e imparto a tutti voi la mia Benedizione.

Papa sì, Papa no

Papa sì o Papa no? È lui o non è lui? Indubbiamente, questo è uno degli aspetti più curiosi del pontificato di Papa Francesco, il non essersi ancora dichiarato esplicitamente e fuori da ogni dubbio come “Papa della Chiesa Cattolica” è un evento che ha intimorito alcuni, incuriosito altri e messo fine alla permanenza all’interno della cattolicità (=apostasia) per altri ancora. Lungi da me il voler parlare di queste singole persone, vorrei soltanto vedere come, in base a ciò che ci è dato, si possa o meno parlare propriamente di “Papa Francesco”, ossia se Giorgio Maria Bergoglio sia effettivamente il 266° Papa della Chiesa Cattolica, o se non lo sia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto, dobbiamo partire da quell’atto con cui, la sera del 13 marzo 2013, i Cardinali riuniti in Conclave hanno eletto Giorgio Maria Bergoglio ad una certa carica, ma quale esattamente? Per che cosa i 115 elettori hanno votato il Cardinale argentino?

A dare una risposta a questa domanda, prescindendo da ogni considerazione teologica del fatto in sé, sono le costituzioni apostoliche volte a disciplinare proprio l’elezione del Romano Pontefice; le ultime redatte a tale riguardo sono la Universi Dominici Gregis di Giovanni Paolo II e la De aliquibus mutationibus in normis de electione romani pontificis di Benedetto XVI, nonché sempre di quest’ultimo il motu proprio Normas Nonnullas. In questi documenti, a parte le specifiche tecniche del caso che non ci interessano, viene ribadita la tradizione iniziata da Niccolo II che il Romano Pontefice venga eletto da i Padri Cardinali riuniti in conclave, durante il quale verranno messi ai voti i nomi dei candidati alla carica di Romano Pontefice sino ad elezione avvenuta.

Per chi avesse voglia di andarsi a consultare i testi (Universi Dominici Gregis; Normas Nonnullas) risulterà immediatamente chiaro che chi viene eletto in tal modo non è nominato direttore di una ONG o presidente di una multinazionale, ma il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica. Non un vescovo qualsiasi, non un primus inter pares, ma proprio lui, il Papa.

Quanto detto, nel frattempo, dovrebbe già aver almeno parzialmente rassicurato gli incerti e inferto una stoccata ai neo-sede vacantisti: quello che hanno rifiutato esplicitamente con deliberato consenso è il 266° successore di Pietro. Urge da parte di questi un approfondito esame di coscienza per evitare di peggiorare la loro già tragica situazione.

Un secondo aspetto da considerare è il Codex Iuris Canonicis, il Codice di Diritto Canonico (per gli amici CIC); esso, nei canoni 330-335, disciplina l’esercizio e la nomina del Romano Pontefice. In particolare, il canone decisivo ai nostri fini è il 331, dove a chiare lettere viene scritto: “Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente”.

Il Vescovo della Chiesa di Roma: le stesse esatte parole pronunciate da Papa Francesco al momento della sua elezione nonché, curiosamente, dallo stesso Giovanni Paolo II (“gli eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo Vescovo di Roma”, nemmeno lui si definì Papa sin dalle prime battute, ); essendo troppo giovane non ho idea però se le notizia a suo tempo fece altrettanto clamore. Tutto comunque si può dire del Beato Giovanni Paolo II, tranne che non si sia mai comportato e mostrato come Papa. Inoltre, a voler essere puntigliosi sino alla fine, nemmeno Benedetto XVI appena eletto esordì con un “sono Papa!”, quasi che a non dirlo ad alta voce come una formula magica il tutto non si avveri.

Abbiamo visto come anche un punto di vista strettamente legalista e giuridico fughi ogni dubbio, soddisfacendo anche i più curiosi e rassicurando quelli ancora preda del timore, nonché seppellendo definitivamente nella loro miseria i neo-sede vacantisti.

Infine v’è un ultimo aspetto da considerare interessante per i timorosi e i curiosoni, nonostante non sia un’altra dimostrazione di quanto detto sopra, quanto piuttosto una derivante da tale ragionamento. Non utilizzando mai la parola Papa, ma sottintendendola (come visto sopra), Papa Francesco ogni volta che si presenta per parlare al mondo è come desse uno schiaffo al relativismo, sottolineando a caratteri di fuoco la frase di nannettiana memoria “le parole sono importanti!”.

Il suo definirsi semplicemente “Vescovo di Roma” riassume in sé il primato petrino del Romano Pontefice, colui che presiede alla carità: con questo sottile gioco di parole del detto-non-detto costringe chi lo ascolta a riflettere, a ragionare, ad indagare la propria fede, ed è per questo a mio avviso che alcuni alla sua elezioni si sono discostati dalla Chiesa, adducendo come scusa ufficiale il mancato rispetto di chissà quali norme liturgico-celebrative. A tal proposito, un piccolo sassolino dalla scarpa: la mozzetta d’ermellino in quanto tale è perfettamente inutile, serve solo a “fare scena”, mentre la stola se non si è “liturgisti della domenica” si sa perfettamente che va indossata per l’atto liturgico in sé, in tal caso la benedizione urbi et orbi, non prima e non dopo; in tal senso, ad indossarla sin da subito appena eletto senza dare subito la benedizione ma parlando alla folla, Benedetto XVI SBAGLIÒ (ebbene sì, sbagliò liturgicamente! Ullallà!).

Come ha scritto giustamente Filippazzi nel suo editoriale per Campari e De Maistre, “l’espressione “Romano Pontefice” altro non è che un sinonimo di “Vescovo di Roma”, stante ad indicare l’inscindibile legame tra il ruolo pontificale e la titolarità della diocesi di Roma. Allo stesso modo, il termine “Papa” non indica un ufficio ulteriore, ma è ancora uno dei titoli propri, anzi il titolo per eccellenza, del Vescovo di Roma, che non può essere tale senza essere Papa e viceversa.” (http://www.campariedemaistre.com/2013/03/lo-strano-caso-dei-due-papi.html).

In conclusione, Giorgio Maria Bergoglio è a tutti gli effetti il 266 Papa in quanto Vescovo di Roma, ma questo a ben vedere lo sapevamo già da circa 2000 anni senza ombra di dubbio: non furono dette a caso le parole “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), faremmo meglio a ricordarcene più spesso anziché imbastire castelli per aria o fare questioni di lana caprina.

UDIENZA AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDEO

Sala Regia
Venerdì, 22 marzo 2013

[Video]

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Eccellenze,
Signore e Signori,

Ringrazio di cuore il vostro Decano, Ambasciatore Jean-Claude Michel, per le belle parole che mi ha rivolto a nome di tutti e con gioia vi accolgo per questo scambio di saluti, semplice ma nello stesso tempo intenso, che vuole essere idealmente l’abbraccio del Papa al mondo. Attraverso di voi, infatti, incontro i vostri popoli, e così posso, in un certo senso, raggiungere ciascuno dei vostri concittadini, con le sue gioie, i suoi drammi, le sue attese, i suoi desideri.

La vostra numerosa presenza è anche un segno che le relazioni che i vostri Paesi intrattengono con la Santa Sede sono proficue, sono davvero un’occasione di bene per l’umanità. È questo, infatti, che sta a cuore alla Santa Sede: il bene di ogni uomo su questa terra! Ed è proprio con questo intendimento che il Vescovo di Roma inizia il suo ministero, sapendo di poter contare sull’amicizia e sull’affetto dei Paesi che voi rappresentate, e nella certezza che condividete tale proposito. Allo stesso tempo, spero sia anche l’occasione per intraprendere un cammino con quei pochi Paesi che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede, alcuni dei quali – li ringrazio di cuore –  hanno voluto essere presenti alla Messa per l’inizio del mio ministero, o hanno inviato messaggi come gesto di vicinanza.

Come sapete, ci sono vari motivi per cui ho scelto il mio nome pensando a Francesco di Assisi, una personalità che è ben nota al di là dei confini dell’Italia e dell’Europa e anche tra coloro che non professano la fede cattolica. Uno dei primi è l’amore che Francesco aveva per i poveri. Quanti poveri ci sono ancora nel mondo! E quanta sofferenza incontrano queste persone! Sull’esempio di Francesco d’Assisi, la Chiesa ha sempre cercato di avere cura, di custodire, in ogni angolo della Terra, chi soffre per l’indigenza e penso che in molti dei vostri Paesi possiate constatare la generosa opera di quei cristiani che si adoperano per aiutare i malati, gli orfani, i senzatetto e tutti coloro che sono emarginati, e che così lavorano per edificare società più umane e più giuste.

Ma c’è anche un’altra povertà! È la povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi. È quanto il mio Predecessore, il caro e venerato Benedetto XVI, chiama la “dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini. E così giungo ad una seconda ragione del mio nome. Francesco d’Assisi ci dice: lavorate per edificare la pace! Ma non vi è vera pace senza verità! Non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra.

Uno dei titoli del Vescovo di Roma è Pontefice, cioè colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini. Desidero proprio che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere ed abbracciare! Le mie stesse origini poi mi spingono a lavorare per edificare ponti. Infatti, come sapete la mia famiglia è di origini italiane; e così in me è sempre vivo questo dialogo tra luoghi e culture fra loro distanti, tra un capo del mondo e l’altro, oggi sempre più vicini, interdipendenti, bisognosi di incontrarsi e di creare spazi reali di autentica fraternità.

In quest’opera è fondamentale anche il ruolo della religione. Non si possono, infatti, costruire ponti tra gli uomini, dimenticando Dio. Ma vale anche il contrario: non si possono vivere legami veri con Dio, ignorando gli altri. Per questo è importante intensificare il dialogo fra le varie religioni, penso anzitutto a quello con l’Islam, e ho molto apprezzato la presenza, durante la Messa d’inizio del mio ministero, di tante Autorità civili e religiose del mondo islamico. Ed è pure importante intensificare il confronto con i non credenti, affinché non prevalgano mai le differenze che separano e feriscono, ma, pur nella diversità, vinca il desiderio di costruire legami veri di amicizia tra tutti i popoli.

Lottare contro la povertà sia materiale, sia spirituale; edificare la pace e costruire ponti. Sono come i punti di riferimento di un cammino al quale desidero invitare a prendere parte ciascuno dei Paesi che rappresentate. Un cammino difficile però, se non impariamo sempre più ad amare questa nostra Terra. Anche in questo caso mi è di aiuto pensare al nome di Francesco, che insegna un profondo rispetto per tutto il creato, il custodire questo nostro ambiente, che troppo spesso non usiamo per il bene, ma sfruttiamo avidamente a danno l’uno dell’altro.

Cari Ambasciatori,
Signore e Signori,

grazie ancora per tutto il lavoro che svolgete, insieme alla Segreteria di Stato, per costruire la pace ed edificare ponti di amicizia e di fraternità. Attraverso di voi, desidero rinnovare ai vostri Governi il mio grazie per la loro partecipazione alle celebrazioni in occasione della mia elezione, con l’auspicio di un fruttuoso lavoro comune. Il Signore Onnipotente ricolmi dei suoi doni ciascuno di voi, le vostre famiglie e i popoli che rappresentate. Grazie!

 

© Copyright 2013 – Libreria Editrice Vaticana

Manuale di autodifesa per "papisti" ignoranti e sessualmente repressi

di Marco Mancini

“La Chiesa è intransigente sui princìpi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui princìpi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano” (R. Garrigou-Lagrange)

Siete papisti? Avete l’imperdonabile colpa di non discostarvi nel vostro pensiero da quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica? Bene, allora sarete sicuramente fragili e insicuri, fissati sulle nozioni che vi hanno inculcato da bambini, ignoranti e incapaci di approfondimento intellettuale. Non a caso, siete tutti di destra e pronti a subire il richiamo di populismi e totalitarismi. Insomma, siete fascisti. Ma non basta: essendo clericali e bigotti, siete pure ipocriti, insoddisfatti e sessualmente repressi. A dirla tutta, non è neanche tanto sicuro che voi siate veramente cristiani.

Quante volte vi sarà capitato di ascoltare certe scempiaggini? Finché a vomitarle sono gli Odifreddi di turno, uno fa una scrollatina di spalle e passa oltre. Come ha scritto Gómez Dávila, “ciò che si pensa contro la Chiesa è privo di interesse, se non lo si pensa da dentro la Chiesa”. Quando, però, ad affermare le enormità di cui sopra sono certi catto-progressisti, come capita ultimamente, bisogna fermarsi un attimo a riflettere. Leggendo le parole di questi “cattolici democratici”, prendendo atto dell’astio con cui vengono vergate, si può anzitutto avere un saggio di ciò che essi intendano con quella “carità evangelica” di cui si riempiono continuamente la bocca. Non che non conoscessimo, d’altra parte, il trattamento di cui sono vittime sacerdoti e fedeli “tradizionalisti”, cioè semplicemente di sana dottrina, nelle diocesi guidate dai loro caporioni. Ma non abbandoniamoci al vittimismo e procediamo oltre.

Noi “papisti”, dunque, saremmo chiusi, intolleranti, vincolati a un legalismo fanatico e ipocrita: infatti – è la classica accusa – non siamo stati realmente toccati dalla grazia di Cristo, né illuminati dallo Spirito (viene da pensare che a certa gente troppa “illuminazione” abbia forse fulminato il cervello…). La testolina di questi censori non viene neanche sfiorata dal pensiero che nella storia i “papisti” siano stati accusati, ad esempio da un certo puritanesimo di stampo calvinista, anche dell’esatto contrario, cioè di essere eccessivamente tolleranti, corrivi, condiscendenti. Insomma, decidetevi: siamo troppo rigidi o troppo indulgenti?

Il punto è che chi muove queste critiche è lontano anni luce dalla Weltanschauung cattolica, non riesce a cogliere il senso di quella sintesi grandiosa che supera il dualismo degli opposti e che costituisce, come scrisse Chesterton, “il luogo in cui tutte le verità si danno appuntamento”. Ho sentito di recente una frase che mi ha molto colpito: chi non ha compreso veramente il dogma (Concilio di Calcedonia, anno 451) dell’unione ipostatica delle due nature di Cristo, vero Dio e vero uomo, ha compreso poco o nulla del Cristianesimo. Ecco, ho l’impressione che molti di questi cattolici “adulti” abbiano un problema con i fondamentali della Fede, con la cristologia, e per questo fatichino poi a farsi un’idea del resto, vagando nella confusione. Torna attualissima, a riguardo, una delle opere più argute di quel grande cattolico che fu Robert H. Benson, vale a dire i “Paradossi del Cattolicesimo”. Lo so, saggi come questi non escono in omaggio con Famiglia Cristiana (meglio Gandhi, o il Dalai Lama), quindi si può capire che i nostri “cattolici adulti” non li abbiano letti. Scrive dunque Benson che “il Paradosso dell’Incarnazione da solo compendia tutti i fenomeni contenuti nel Vangelo; […] questo supremo Paradosso è la chiave di tutto il resto”.

Sul filo di questo paradosso ci muoviamo noi “papisti”. Noi non ci avventiamo contro il peccatore, non scagliamo la prima pietra, semplicemente perché siamo coscienti di non essere a nostra volta senza peccato. Non ci perdiamo in una precettistica di stampo farisaico, come accade in certe agghiaccianti pagine talmudiche o in certe prescrizioni coraniche, perché sappiamo che “il sabato è stato fatto per l’uomo” (Mc 2, 27) e non viceversa e che “la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (2Cor 3,6). Ma sappiamo anche, al tempo stesso, che Cristo ha detto di essere venuto non a cancellare la legge, ma a darle pieno compimento (Mt 5, 17-19). La sua Grazia ci ha liberato dalla schiavitù della legge e del peccato, ma questo non significa che non esistano più né legge né peccato.

Questo è il più grande dramma del mondo moderno, come aveva già compreso Papa Pio XII: aver perso il senso del peccato. E pare che sia il dramma anche di questi catto-progressisti, quando scambiano la “libertà dei figli di Dio” di cui parla San Paolo con l’anomia. Quando invitano a “ridiscutere” le norme della Chiesa, ad esempio quelle sulla morale sessuale (gira gira, sempre lì si va a parare…) perché “non più sostenibili”. Quando invitano, in perfetto stile maoista, a sparare sul quartier generale, invece di difenderlo. Quando alimentano lo scisma silenzioso che ormai sta attraversando la Chiesa, invece di combattere per essa.

Ci accusano spesso di non essere addentro alla “realtà ecclesiale”, ma di invadere il dibattito pubblico e il web con la nostra intollerante presenza: verissimo, molti di noi sono “cani sciolti” e ne sono fieri. C’è da disperarsi al pensiero dello stato in cui è ridotto l’associazionismo cattolico, divenuto ormai una fucina di apostati, a volte silenziosi, troppo spesso rumorosissimi. Burocrati che continuano a parlarsi addosso nel chiuso delle sagrestie, invece di essere sale della terra e luce del mondo. Che si sentono in diritto di mettere in discussione punti essenziali del Magistero, perché tanto nulla è “definitivo”, a parte – ovviamente – il Concilio Vaticano II: lì, invece, subentra una qualche forma di feticismo.

Non siamo noi “papisti”, ma la Congregazione per la dottrina della Fede a dire che, per esempio, la dottrina cattolica sulla morale sessuale rientra in quel nucleo di verità al quale il fedele cattolico è tenuto a prestare “il suo assenso fermo e definitivo […]. Chi le negasse, assumerebbe una posizione di rifiuto di verità della dottrina cattolica e pertanto non sarebbe più in piena comunione con la Chiesa cattolica”. E noi, da “papisti”, il nostro assenso lo prestiamo consapevolmente, perché sappiamo che non si tratta di moralismo fine a se stesso, ma di qualcosa che ha a che fare con il vero senso dell’essere uomo. Anche se conosciamo perfettamente la nostra debolezza, anche se sappiamo che è difficile resistere alla tentazione e che spesso siamo noi stessi a cadere: ma “laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20). In questo, come in tanti altri campi, nessuno di noi è un santo (o magari qualcuno sì…), ma non facciamo della nostra colpa un vanto. Quanto ai nostri amici progressisti, sono liberissimi di costruirsi una morale a proprio uso e consumo: comincino però a chiedersi se possano ancora dirsi pienamente cattolici.


Da www.campariedemaistre.com

Noi Per Benedetto

È arrivata l’ora in cui noi cattolici facciamo un passo decisivo.
Da spettatori passivi a persone attive, in grado di far sentire la propria voce sopra i continui attacchi che mostrano sempre e soltanto il lato peggiore delle situazioni, ponendolo sotto una lente d’ingrandimento che amplifica le vicende fino a trasformare in voragini senza fondo quelli che in realtà altro non sono che piccoli punti neri.

 SIA BEN CHIARO: delle vicende varie ed eventuali a noi non interessa, non siamo qui per parlare di questo e non vogliamo nemmeno discuterne. A noi interessa soltanto che si smetta di attaccare la Chiesa come comunità, composta da centinaia di milioni di fedeli nel mondo, che ben altro hanno a cuore.

Siamo stanchi di vedere il nostro Pastore, il Vicario di Gesù Cristo, continuamente vilipeso sull’onda di attacchi demagogici. La politica è allo sbando, e non avendo più nessuno da “distruggere” sembra che l’attenzione si sia spostata sulla nostra Chiesa.
Siamo stanchi di sentire le solite fesserie sull’ICI e le tasse, sull’anello del Papa che risolverebbe da solo la fame nel mondo, sui preti che sono tutti pedofili già per il fatto stesso di esser preti e su tutte le mille fesserie che sono bravi a far circolare.
Siamo stanchi di vedere puntualmente dimenticate (o ignorate?) tutte le opere di bene che, giustamente, sono fatte nel silenzio, perché così deve assolutamente essere (altrimenti sarebbe esibizionismo), ma che nel calcolo dei pesi non vengono mai prese in considerazione.
Siamo stanchi di leggere ed ascoltare le notizie che ormai sembrano tutte alla “Dawn Brown”, dove quasi tutti i media ignorano il bello per dare soltanto spazio al brutto, ingigantendolo.
Siamo stanchi di non poter esprimere i nostri valori perché i valori altrui devono essere affermati, poco importa se calpestando i nostri. E così la famiglia, il sentimento religioso, il rispetto per le figure sacre, la dignità umana e l’onorabilità delle persone che operano quotidianamente nella nostra realtà e le libertà di agire secondo i propri valori diventano fonte di discriminazione al rovescio.
Siamo stanchi di sentirci costantemente aggrediti per il fatto stesso di essere cattolici e passare il nostro tempo a difenderci, rimanendo in silenzio di fronte a forze ostili, note ed occulte.
Siamo stanchi di vedere la nostra Chiesa passare continuamente come capro espiatorio dei mali della società, come se tutto dipendesse dagli errori umani delle persone che operano in essa, che essendo umani possono anche sbagliare.
Siamo stanchi di essere considerati ingenue persone disposte a subire ogni genere di gratuito pregiudizio.
Forse non siamo stati chiari…. SIAMO STANCHI.
Bisogna uscire fuori dalle nuove “catacombe” dove al momento siamo rintanati e mostrare il nostro orgoglio cattolico. Perchè anche noi abbiamo diritto ad essere cattolici, a vivere la nostra fede in serenità, ad evangelizzare e professare pubblicamente i nostri valori, ed a vivere tutto ciò nella gioia del Padre, di Gesù e dello Spirito Santo in serena comunione con il nostro Pastore che è il Santo Padre Benedetto XVI!

PER QUESTI MOTIVI E PER MOLTI ALTRI ANCORA IL 29 GIUGNO 2012 SAREMO IN PIAZZA SAN PIETRO DURANTE ANGELUS DEL PAPA, L’ULTIMO A ROMA PRIMA DELLA PAUSA ESTIVA A GASTEL GANDOLFO, A MANIFESTARE IL NOSTRO AMORE AL SANTO PADRE, CON LA VICINANZA E CON LA NOSTRA PRESENZA.
COME LUI STESSO CI RICORDO’ NELLA SUA PRIMA OMELIA DA PONTEFICE “Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge (…). Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”.
SANTO PADRE IL TUO “GREGGE” TI AMA, È AL TUO FIANCO, TUO SOSTEGNO NELLA PREGHIERA E NELL’AMORE ATTRAVERSO LE DIFFICOLTA’.


E TU? COSA FAI?
IL 29 GIUGNO SCENDI IN PIAZZA CON NOI!

 

 

La comunità dei fedeli si stringe intorno al Suo Papa.
Il cristianesimo è costantemente sotto attacco e giorno dopo giorno professarsi pubblicamente cristiani diventa sempre più quasi una colpa che un dono. Ad aggravare la situazione si aggiunge il periodo di certo poco felice.
E’ arrivato il momento di dimostrare un po’ di amore al Santo Padre Benedetto XVI e ricordargli che i cattolici sono con lui nonostante le difficoltà ed i problemi.
La Chiesa, comunità e corpo di Cristo, non abbandona il suo Pastore, e nel momento del bisogno lo sostiene con la preghiera e con l’amore concreto.
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#NoiPerBXVI
E… teniamoci pronti! il 29, TUTTI IN PIAZZA!


Fonte: http://www.noixbenedetto.it/