Le condizioni dell’infallibilità

«cum Petrus senescente mundo non senescat, sed sicut aquila renovetur virtus eius»«mentre il mondo invecchia, Pietro non invecchia, bensì rinnova i suoi poteri come l’aquila» “Oh hai sentito l’ultima del Papa?”“No che ha detto?”“Ha detto che” [qualsiasi cosa su qualsiasi argomento in qualsiasi forma a qualsiasi destinatario]“Ma che davvero?”“Eh già proprio così.”“Ma insomma cioè a […]

Le condizioni dell’infallibilità

SEDEVACANTISMO. Un pericolo gravissimo per la salvezza delle anime

Ripropongo qui di seguito un testo di Don Curzio Nitoglia che illustra brevemente ma con precisione il grave errore dottrinale del sedevacantismo. Nella presente versione ho eliminato frasi decontestualizzate che invece davano contro al Concilio Vaticano II, de facto inutili alla comprensione globale del testo; chi fosse comunque interessato può trovare il link alla versione integrale a fondo pagina.


Intitolare questo brevissimo articolo con questo allarme lo impone il fatto che il SEDEVACANTISMO […] è l’elaborazione di una teoria profondamente erronea che si nutre dell’ignoranza di coloro che la predicano e la seguono, […].

La certezza dell’errore di questa tesi è confermata dalla natura stessa della Chiesa e del ministero Petrino in correlazione all’indefettibilità della giurisdizione, quale elemento fondante e perpetuo della stessa Chiesa così emerge dalla tradizione e dalla Costituzione Apostolica “Pastor AEternus” promulgata nel Concilio Vaticano I dal Sommo Pontefice Pio IX.

Infatti nella stessa è scritto:

 

Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. LEO M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui]. E poiché le porte dell’inferno si accaniscono sempre più contro il suo fondamento, voluto da Dio, quasi volessero, se fosse possibile, distruggere la Chiesa, Noi riteniamo necessario, per la custodia, l’incolumità e la crescita del gregge cattolico, con l’approvazione del Sacro Concilio, proporre la dottrina relativa all’istituzione, alla perennità e alla natura del sacro Primato Apostolico, sul quale si fondano la forza e la solidità di tutta la Chiesa, come verità di fede da abbracciare e da difendere da parte di tutti i fedeli, secondo l’antica e costante credenza della Chiesa universale, e respingere e condannare gli errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.

 

Già in questo paragrafo sono affermati alcuni principi da abbracciare e difendere come verità di fede da parte di tutti i fedeli e sono:

  1. Nel Beato Apostolo Pietro è fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento dell’unità della Chiesa. Leggiamo con attenzione le parole “intramontabile e visibile” legate a Pietro come fondamento dell’unità della Chiesa che per definizione è UNA, santa, cattolica e apostolica. Il carattere dell’unità è intrinseco alla Chiesa stessa ed è garantita dalla persona visibile del Papa.
  2. Il Sacro Concilio propone la dottrina relativa alla PERENNITA’ del sacro Primato Apostolico. Infatti la sede apostolica durante la vacanza che deriva dalla morte di un Papa è retta dalla giurisdizione dei cardinali ed in questo mantiene la sua perennità. Il sedevacantismo nega che vi siano veri cardinali essendo questi stati nominati tutti da falsi Papi. Quindi falsi Papi, falsi cardinali cioè fine della perennità del primato apostolico: chiaro scostamento dalla dottrina cattolica.

Inoltre:

 

Proclamiamo dunque ed affermiamo, sulla scorta delle testimonianze del Vangelo, che il primato di giurisdizione sull’intera Chiesa di Dio è stato promesso e conferito al beato Apostolo Pietro da Cristo Signore in modo immediato e diretto…E al solo Simon Pietro, dopo la sua risurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e di guida su tutto il suo ovile con le parole: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17). A questa chiara dottrina delle sacre Scritture, come è sempre stata interpretata dalla Chiesa cattolica, si oppongono senza mezzi termini le malvagie opinioni di coloro che, stravolgendo la forma di governo decisa da Cristo Signore nella sua Chiesa…

 

Analizzando questo paragrafo si nota come la forma di governo della Chiesa, che non è una realtà pneumatica ma  un’istituzione visibile così voluta da Gesù Cristo, è connaturata al potere di giurisdizione del Sommo Pontefice. Il sedevacantismo contraddice in modo pertinace la natura stessa della Chiesa a cui Cristo conferì il carattere dell’istituzione basata sulla giurisdizione del Papa, stravolgendo così la forma di governo voluta da Cristo Signore ed inaugurando alla stregua dei protestanti una Chiesa pneumatica, invisibile, non istituzionale basata solo sull’adesione intima della fede.

Continuiamo:

 

Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema.

 

Qui nel condannare l’errore modernista del primato di onore, il Concilio Vaticano I introduce in modo chiaro ed esplicito il concetto che la Chiesa ha un capo visibile, tesi contraddetta dai sedevacantisti in netta opposizione alla dottrina cattolica. Ma è proprio nel capitolo II intitolato PERPETUITA’ DEL PRIMATO DEL BEATO PIETRO NEI ROMANI PONTEFICI, che riluce tutta la splendida dottrina sulla natura del primato petrino, totalmente ignorata dal sedevacantismo.

Leggiamo:

 

Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. EPHESINI CONCILII, Act. III]. Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. LEO M., Serm. III al. II, cap. 3]. È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. IREN., Adv. haer., I, III, c. 3 et CONC. AQUILEI. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI] .

Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.

 

Questo paragrafo è talmente chiaro che chiunque voglia professare le tesi sedevacantiste deve farlo ignorando la “Pastor Aeternus” e quindi il Concilio Vaticano I. E spieghiamo perché:

  1. E’ affermato chiaramente e senza ombra di dubbio che ciò che Cristo ha istituito nel beato Apostolo Pietro duri per sempre nella Chiesa fino alla consumazione dei secoli, per esplicito volere di Cristo stesso che l’ha istituita. Di fatti il Sommo Pontefice è colonna della Chiesa anche dal punto di vista istituzionale quale capo visibile. Egli è infatti definito fondamento della Chiesa Cattolica: una casa senza fondamenta è già crollata; questo è impossibile per la promessa di Gesù Cristo circa le porte degli inferi che non prevarranno mai. Anzi è proprio in forza di questa visibile istituzione fondata sulla giurisdizione di Pietro che siamo certi dell’indefettibilità della Chiesa visibile. Allo stesso modo di come noi contempliamo una Chiesa visibile sfigurata dal modernismo, il discepolo prediletto, contemplava sulla Croce il Cristo morente, pur sapendolo Dio e quindi per definizione immortale. Fu per mezzo della fede nella divinità invincibile di Dio che Giovanni contemplava un Dio morto sulla croce.
  2. Il secondo punto forse è anche più importante del primo perché è scritto che  chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Il Sommo Pontefice ottiene il primato su tutta la Chiesa non in forza della sua retta dottrina, o della sua non adesione al pensiero modernista ma in forza dell’istituzione dello stesso Cristo. Questo dovrebbe far molto riflettere chi abbandona la barca di Pietro gettandosi nelle fauci dell’intellettualismo.

NON TRAMONTA DUNQUE CIO’ CHE LA VERITA’ HA DISPOSTO
e questo vale per tutti, […].


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Quando la Madonna indossò il Tricolore…

Gli italiani sono “gli azzurri”. Nessuno sa che con i 150 anni dell’Italia unita, si festeggiano anche i 100 anni dell’ “azzurro” come colore nazionale. Viene dall’iconografia mariana e la dinastia sabauda ne fece un suo simbolo.

Scrive Luigi Cibrario, storico della monarchia: “quel colore di cielo consacrato a Maria è l’origine del nostro color nazionale”

Tutto cominciò il 21 giugno 1366. Amedeo VI di Savoia salpa da Venezia per la Terra Santa, per la crociata voluta da papa Urbano V e sulla sua nave ammiraglia – accanto al vessillo dei Savoia – fa sventolare uno stendardo azzurro con una corona di stelle attorno all’ immagine della Madonna, per invocare “Maria Santissima, aiuto dei cristiani”.

L’azzurro di quel vessillo mariano fu ripreso da alcuni cavalieri sabaudi che, in onore alla Santa Vergine, cinsero delle sciarpe azzurre sull’uniforme.

Ne nacque una tradizione, fra gli ufficiali savoiardi. L’azzurro entrò a far parte dei simboli dinastici e il 10 gennaio 1572, con Emanuele Filiberto, la sciarpa azzurra diventò ufficialmente parte dell’uniforme. E poi dell’araldica del Regno d’Italia.

Pare che sia diventato il nostro colore ufficiale nelle competizioni sportive, per la prima volta, a Milano, il 6 gennaio 1911, per la partita di calcio Italia-Ungheria: quindi cento anni fa.

La piccola storia di questo simbolo fa capire che la tradizione cattolica impregna totalmente la storia italiana. D’altra parte il Regno dei Savoia è sempre stato cattolicissimo.

Con la restaurazione fu l’unico regno italiano, insieme allo Stato pontificio, ad abolire il Codice napoleonico: “la dinastia sabauda” scrive De Leonardis “aveva dato alla Chiesa cinque beati e vantava titoli di fedeltà al Cattolicesimo che fino al 1848  erano forse superiori a quelli dei Borbone e degli Asburgo; a differenza di questi ultimi i sovrani sabaudi non si erano compromessi con le idee illuministe e massoniche”.

Sarà l’ultimo re d’Italia infine a donare alla Chiesa la più preziosa delle reliquie: la Sindone.

Che l’unificazione d’Italia sotto il re sabaudo – con Cavour – abbia preso la forma di un conflitto contro la Chiesa è una di quelle tragedie storiche che probabilmente nessuno volle in maniera deliberata.

Basti pensare che il Regno sabaudo nel suo Statuto proclamava il Cattolicesimo come sua religione ufficiale. E poi c’è anche il cattolicesimo di molti patrioti (come il Pellico) e infine il fatto che lo stesso Pio IX era un entusiastico sostenitore dell’unificazione nazionale (per via federale).

Non solo quando fu eletto, con il Motu proprio “Benedite, Gran Dio, l’Italia”, quando il nome del Pontefice veniva invocato dai patrioti (ed erroneamente costoro pretesero di trascinare il Papa a far la guerra all’Austria: da qui il no e la rottura).

Pio IX restò legato all’ideale dell’Italia sempre, anche nel pieno del conflitto risorgimentale. E questo è un aspetto quasi sconosciuto.

Come i cattolicissimi Savoia, anche il Papa visse un drammatico conflitto interiore fra il dovere di difendere la Chiesa – che veniva aggredita e spogliata dal nuovo Stato – e la sua personale simpatia per la causa nazionale.

Un giorno un conte germanico in visita al Santo Padre gli manifestò il suo sdegno per l’aggressione in corso ai danni dello Stato Pontificio e della Chiesa, e, dopo averlo ascoltato, Pio IX mormorò ai suoi: “Questo bestione tedesco non capisce la grandezza e la bellezza dell’idea nazionale italiana”.

Errori tragici ve ne furono da entrambe le parti. E certamente l’idea di unificare l’Italia non per via pacifica e federale come prospettava il Papa, ma per via militare e sotto una sola dinastia fu devastante anche per il meridione d’Italia, dove da secoli governava una monarchia legittima quanto quella sabauda.

Ben ventidue anni fa, nel 1988, quando ancora non era emersa la Lega Nord, scrissi un libro di denuncia contro il Risorgimento come “conquista piemontese” e – curiosamente – fu pubblicato dalla Sugarco di Massimo Pini, un editore molto vicino al garibaldino Bettino Craxi. Il libro – riedito sei anni fa col titolo “La dittatura anticattolica” uscì quando nessuno metteva in discussione il Risorgimento.

Oggi che – al contrario – è diventata una moda, vorrei sommessamente dire il mio “Viva l’Italia!” e penso che si debba festeggiare il 17 marzo.

Per noi cattolici c’è comunque qualcosa di provvidenziale nel Risorgimento italiano (anche nella fine del potere temporale dei papi, come ebbe a dire Paolo VI), perché Dio sa scrivere diritto anche sulle righe storte degli uomini.

E infine ha fatto salvare l’indipendenza, l’unità e la libertà dell’Italia proprio ai cattolici e al Papa, il 18 aprile 1948, a cento anni esatti dalla preghiera per l’Italia di Pio IX.

Del resto il cattolicesimo era il solo cemento degli italiani. Infatti cosa li univa nell’Ottocento? La lingua no.

Nel 1861 gli italiofoni erano solo il 2,5 per cento della popolazione, perlopiù toscani (gli stessi Savoia a corte parlavano francese).

Nemmeno l’economia li univa: la Sicilia era più integrata economicamente all’Inghilterra che alla Lombardia e il Piemonte più alla Francia che alla Sicilia.

Ciò che univa il Paese erano Roma e le tradizioni cattoliche. Tanto è vero che il poema della risorgente nazione italiana fu il poema della Provvidenza, “I promessi sposi” del cattolicissimo Manzoni.

E fu deciso “a tavolino” che la lingua italiana fosse, da allora, quella della Divina Commedia dantesca, cioè il più grande poema mistico e addirittura liturgico della storia della Chiesa.

Perfino il tricolore adottato dai Savoia – nato apparentemente ghibellino – è intriso di tradizione cattolica.

Lo studente bolognese Luigi Zamboni, che col De Rolandis lo concepì nel settembre 1794, nell’entusiastica attesa dell’arrivo napoleonico che avrebbe liberato dal giogo dello Stato pontificio, partì dallo stemma di Bologna, quella croce rossa in campo bianco che viene dalle crociate e dalla Lega lombarda (a cui Bologna appartenne). Al bianco e rosso lui aggiunse “il verde”, che – disse – era “segno della speranza”.

In effetti simboleggiava la speranza nella tradizione cattolica, come virtù teologale, insieme alla fede, che aveva come simbolo il bianco, e alla carità (il rosso).

Non a caso il primo “bianco, rosso e verde” lo troviamo proprio nella Divina Commedia, sono i vestiti delle tre fanciulle che, nel Paradiso terrestre, accompagnano Beatrice e che simboleggiano appunto le virtù teologali (Purg. XXX, 30-33).

Lo stesso “mangiapreti” Carducci, che certo non era ignaro di Dante, né di dottrina cattolica, nel suo discorso ufficiale per il primo centenario della nascita del Tricolore, a Reggio Emilia, dà, a quei tre colori, proprio il significato della Divina Commedia (fede, speranza e amore, sia pure in senso laico).

E’ ovvio che la Chiesa sia intimamente legata a questa terra “onde Cristo è romano” e pare evidente la missione religiosa dell’Italia (sembra che la parola I-t-a-l-y-a in ebraico significhi “isola della rugiada divina”).

Nessuno però sa che è stata addirittura la Madonna in persona a “consacrare” il tricolore nell’importante apparizione del 12 aprile 1947 a Roma, alle Tre Fontane, a Bruno Cornacchiola (il mangiapreti che si convertì).

Era un fanciulla di sfolgorante bellezza e indossava un lungo abito bianco, con una fascia rossa in vita e un mantello verde.

Consegnò al Cornacchiola un importante messaggio per il Santo Padre. E poi alla mistica Maria Valtorta spiegò che apparve “vestita dei colori della tua Patria, che sono anche quelli delle tre virtù teologali, perché virtù e patria sono troppo disamate, trascurate, calpestate, ed io vengo a ricordare, con questa mia veste inusitata, per me, che occorre tornare all’amore, alle Virtù e alla Patria, al vero Amore”.

Aggiunse che era apparsa a Roma perché “sede del papato e il Papa avrà tanto e sempre più a soffrire, questo, e i futuri, per le forze d’Inferno scagliate sempre più contro la S. Chiesa”.

Aggiunse che apparve per la terribile minaccia del “Comunismo, la spada più pungente infissa nel mio Cuore, quella che mi fa cadere queste lacrime”.

Essa è “la piovra orrenda, veleno satanico” che “stringe e avvelena e si estende a far sempre nuove prede”, una minaccia “mondiale, che abbranca e trascina al naufragio totale: di corpi, anime, nazioni”.

Era in effetti il 1947. L’Armata Rossa stava marciando su mezza Europa, fino a Trieste. E l’Italia il 18 aprile 1948 si salvò solo per l’impegno del papa e della Chiesa, da cui venne alla patria uno statista come De Gasperi, che salvò la libertà e così compì davvero il Risorgimento.

Antonio Socci

Da “Libero”, 13 febbraio 2011


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