Ma ci voleva un comico per farci sentire un popolo?

Roberto Benigni merita un grande “grazie!”. Certo, alcune baggianate le ha dette nella sua performance al festival di Sanremo.

Per esempio, se ho ben capito (perché affastellava argomenti con un eloquio sovraeccitato) ha detto che fu Mazzini, nel 1830, a inventare il Tricolore. E’ una sciocchezza.

Chissà come gli è venuta in mente: il Tricolore fu concepito da Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis, a Bologna nel 1794 (l’ho raccontato di recente su queste colonne). E fu poi ripreso – come tutti sanno – dalla Repubblica Cispadana nel 1797. Mazzini non era neanche nato.

Suggestivo è il riferimento benignesco alle origini del Tricolore dalla Divina Commedia (Purg. XXX, 30-33), ma purtroppo l’attore toscano ignora che i colori bianco, rosso e verde del vestito di Beatrice indicano le tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità e così il riferimento dantesco rimane monco.

Qualcuno poi dovrà spiegare a Bossi e alla Lega che il Tricolore nasce dallo stendardo della Lega lombarda (la croce rossa in campo bianco che proveniva dalle crociate) e che l’unità d’Italia è in gran parte un’ “impresa padana”. 

Ma chissà se ascolteranno.

Per tornare a Benigni, ci sono poi le gaffe dovute all’ingarbugliamento verbale del comico, come quando ha detto che la cultura italiana esisteva prima della nazione: una cosa senza senso, chissà perché rilanciata dai tg come una geniale idea.

In realtà intendeva dire che la nazione e la cultura italiane esistevano prima dello Stato unitario (che è sorto appunto nel 1861).

Era uno spunto bello – quello della cultura italiana che precede lo Stato – che sarebbe stato da approfondire. Peccato che l’abbia lasciato cadere.

E peccato che l’orazione civile di Benigni abbia celebrato un Risorgimento da scuola elementare di cento anni fa.

E’ stato un alluvione di retorica da piccola vedetta lombarda. Ha narrato una favoletta piena di eroi giovani e forti (che sono morti) assai lontana dalla realtà dei fatti.

Non c’è stato nemmeno il sentore delle zone d’ombra, degli errori e pure degli orrori della “conquista piemontese”.

Detto questo credo che Benigni sia stato grande e abbia fatto comunque una grande cosa.

Prima di tutto per la sua emozione e la sua commozione che ci hanno toccato il cuore e che ci hanno fatto sentire come nostro perfino un inno nazionale improbabile e per certi aspetti imbarazzante.

Il caso Benigni è emblematico. Nessuno ha riflettuto su quanto sia singolare che a un comico sia di fatto affidata l’unica vera celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia (in effetti la performance di Benigni a Sanremo era più attesa dei discorsi ufficiali del presidente Napolitano).

In realtà c’è una ragione profonda. E’ data dal fatto che, dopo il fascismo, che ridusse l’amor di patria a una macchietta comica prima e tragica poi (per il nazionalismo, il colonialismo e la catastrofe bellica), le sole due modalità che gli italiani, nel cinquantennio repubblicano, si sono concessi per essere patriottici sono state il calcio (lo stadio, dove giocava la Nazionale, è diventato l’unico posto dove sventolavamo il Tricolore) e la comicità (vedi “La grande guerra” interpretata da Gassman e Sordi, per fare un esempio).

Il registro comico ci permette infatti di dirci che siamo fieri di essere italiani (specie col mito “italiani brava gente”), ma con un sorriso rassicurante, col sottinteso cioè che non ci prendiamo troppo sul serio e nessuno si sogna più di emulare la Roma imperiale: infatti gli italiani possono essere solo “eroi involontari”, proprio come Gassman e Sordi in quel capolavoro di Monicelli.

Anche il palcoscenico della celebrazione di Benigni era emblematico: il festival di Sanremo e la Tv.

Emblematico perché (primo) Festival e Tv sono il tempio del sentimento nazional-popolare, (secondo) perché rientrano perfettamente nello stereotipo più diffuso e banale – gli italiani spaghetti e mandolino – e (terzo) perché confermano perfino lo stereotipo colto per il quale – in fin dei conti – la nostra arte e la nostra cultura ci fanno da duemila anni il cuore del mondo (del resto  il Festival si vanta di essere “la musica italiana”).

C’è un’altra piccola rivoluzione memorabile compiuta da Benigni: per un cinquantennio la parola “patria” è stata un tabù per la Sinistra comunista e per la cultura ufficiale. Bastava pronunciarla per essere accusati di fascismo.

Non solo. I comunisti avevano certamente dato un grandissimo contributo alla liberazione del Paese dal nazifascismo, nella guerra partigiana, però il Pci era asservito a Stalin, a una potenza straniera minacciosa e nemica dell’Italia.

Per capire cosa significa ciò bisogna ricordare che nel momento più drammatico dello scontro fra mondo libero e Urss, attorno al 1948-1949, quando l’Armata Rossa si stava divorando mezza Europa, asservendo decine di Stati dell’Est europeo e arrivando fino a Trieste con mire fameliche e aggressive, uno come Enrico Berlinguer – il migliore di quel campo (a quel tempo leader della Fgci) – affermava che in caso di guerra i giovani non avrebbero combattuto contro l’Armata Rossa.

Fece indignare lo stesso De Gasperi che gli rispose di persona, con un suo duro discorso (il legame del Pci con l’Urss è durato a lungo: perfino i finanziamenti sovietici sono arrivati fino alla fine degli anni Settanta).

Ancora negli anni Ottanta – nella decisiva vicenda degli euromissili (che poi porterà tali cambiamenti a Mosca da provocare il crollo del comunismo) – il Pci, anziché schierarsi con la Nato per far fronte alla minaccia dei missili sovietici puntati sull’Europa, scelse un “pacifismo” che di fatto significava non difendere gli interessi nazionali e avvantaggiare l’Urss (chissà se il presidente Napolitano ricorda…).

Ciò detto che oggi si possa parlare di “patria” senza più i tabù ideologici del passato, come ha fatto Benigni, è una gran bella cosa. Che tutti insieme ci si possa riconoscere nel nostro passato e nel nostro Paese, come una sola famiglia è meraviglioso.

Tanto più in questo anniversario dei 150 anni dell’unità nazionale, nel quale il Paese sembra dilaniato dagli odi e il disprezzo reciproco quasi rende impossibile riconoscersi come un solo popolo.

Benigni si è trovato a svolgere un ruolo che non dovrebbe essere affidato a un attore, specialmente a un attore comico, ma ha trovato nella propria religiosità il modo per cantare un inno che ci ha unito e che nessuno avrebbe potuto restituire con eguale semplicità. Per qualche minuto sugli odi e sul disprezzo reciproco ha prevalso in tutti la sensazione di essere un popolo. E ha prevalso l’amore per quella cosa bellissima che si chiama Italia.

Antonio Socci

Da Libero, 19 febbraio 2011


Da QUI.

Milosz: “Viva Maritain”

Viva Maritain – da “Avvenire” del 13/02/2011

di Czeslaw Milosz

Ho preso in mano uno dei quindici volumi di scritti di Jacques e Raïssa Maritain. Per me Maritain è un grande nome, ma quanti la pensano ancora così? Jacques Maritain aveva studiato filosofia alla Sorbona prima della Grande Guerra, e seguito i corsi di Bergson, fatto, questo, che si dimostrò decisivo. Allora era di fede protestante. La sua conversione al cattolicesimo coincise con l’interesse per la filosofia medioevale e con il proposito di riaffermare, in pieno Novecento, la centralità del tomismo. Il matrimonio con Raïssa, ebrea russa convertita al cattolicesimo, diede frutti nel lungo lavoro comune di questi due pensatori al servizio della Chiesa. Forse un giorno verranno addirittura canonizzati.

Non penso di rinnovare la mia consuetudine con gli scritti di Maritain, anche se il suo tentativo di risuscitare il tomismo sembrerebbe riuscito. Lui e Raïssa hanno scritto molto anche di poesia e venivano letti negli ambienti artistici del ventennio fra le due guerre. Ma nella rinascita del tomismo s’insinuano anche motivazioni politiche. San Tommaso d’Aquino era il filosofo preferito dei gruppi inmtegralisti cattolici, di coloro cioè che contrapponevano lo Stato corporativo (Mussolini, Salazar) agli obbrobri della democrazia liberale e del bolscevismo. In Polonia il nome di san Tommaso compariva spesso a sostegno di articoli che approvavano l’uso della forza in politica. Maritain tuttavia non si immischiava nelle controversie politiche (come un altro neotomista, lo storico del Medioevo Étienne Gilson), e i suoi trattati che adattavano l’Aquinate ai bisogni del Novecento non avallavano in alcun modo i metodi violenti in voga. Egli si pronunciò anche chiaramente contro la collaborazione con Hitler nel suo libro À travers le désastre .

Il gruppetto di cattolici polacchi riunito intorno alla rivista Verbum e all’istituto per bambini non vedenti di Laski si richiamava a Maritain in opposizione alla maggioranza del clero che tradiva inclinazioni nazionalistiche e spendeva molte energie nella propaganda antisemita. Su invito di Verbum , Maritain visitò Varsavia, non so se da solo o con Raïssa. L’influsso che egli allora esercitò su almeno un esponente della cerchia di Verbum era destinato ad avere effetti duraturi: Jerzy Turowicz avrebbe poi diretto Tygodnik Powszechny (Settimanale universale) nello spirito degli scritti di Maritain. Altri piccoli gruppi in Polonia leggevano Maritain. Si trattava di giovani letterati il più talentuoso dei quali era il critico Ludwik Fryde, morto durante la guerra.

Io personalmente devo in larga misura a Maritain (come anche a Oscar Milosz) la mia diffidenza verso la ‘poesia pura’. La cosiddetta modernità imponeva di escludere dalla poesia tutto ciò che è ‘prosa’, preservando unicamente l’essenza lirica. Il corrispettivo dell’avanguardia in campo pittorico era rappresentato dalla teoria della ‘forma pura’ di Witkacy. Maritain ricorda da qualche parte l’opinione di Boccaccio, secondo il quale – come scrive nel suo commentario a Dante ­«la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire». Più che teologia, per Maritain la poesia è ontologia, sapere che riguarda l’essere. Ad ogni modo, essa non può sostituire la religione e essere fatta oggetto di idolatrica adorazione. Forse le mie letture religiose di allora non mi sono servite granché a capire me stesso, ma riconoscere il modesto posto del poeta, a dispetto di ogni ‘sacerdozio dell’arte’ (perpetuato sotto altro nome dall’avanguardia), è da considerare un vantaggio.

Maritain ha avuto successo nel suo tentativo di rinnovare il pensiero di san Tommaso? È ancora troppo presto per poter rispondere a questa domanda. Oggi persino i seminari religiosi sono entrati nell’orbita di Nietzsche e Heidegger. Leggere i sottili distinguo di questo sapiente del Medioevo, anche se filtrati da un suo perspicace discepolo, è molto difficile. Non so quanto il mio amico Thomas Merton abbia preso dal tomismo (Maritain gli fece visita nel monastero del Getsemani in Kentucky). Merton affermava di essere affezionato a un altro filosofo medioevale, Duns Scoto.

© 1997 Czeslaw Milosz per Abecadlo Milosza (All rights reserved) © 1998 Czeslaw Milosz per Inne Abecadlo (All rights reserved) © 2010 Adelphi edizioni Milano