Santità e sacerdozio

Santità e sacerdozio

La santità sola ci rende quali ci richiede la nostra vocazione divina, uomini cioè crocifissi al mondo, e ai quali il mondo è crocifisso; uomini che camminano “vivendo nuova vita” (Rm 4,4), i quali, secondo l’avviso di san Paolo (2 Cor 6,5-7) nelle fatiche, “nelle vigilie, nei digiuni, con la castità, con la scienza, con la mansuetudine, con la soavità, con lo Spirito Santo, con la carità non simulata; con le parole di verità”, si manifestino veri ministri di Dio: che unicamente tendano alle cose celesti e si studino con ogni zelo di rivolgere al cielo le anime degli altri. (San Pio XHaerent animo)

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Ma perché l’opera vostra sia davvero benedetta da Dio e copiosi ne siano i frutti, è necessario ch’essa sia fondata nella santità della vita. Questa è… la prima e più importante dote del sacerdote cattolico: senza questa, le altre doti poco valgono; con questa, anche se le altre doti non sono in grado eminente, si possono compiere meraviglie.

Il sacerdote è ministro di Gesù Cristo; è dunque strumento nelle mani del divin Redentore per la continuazione dell’opera sua redentrice in tutta la sua mondiale universalità e divina efficacia, per la continuazione di quell’opera mirabile che trasformò il mondo; anzi il sacerdote, come ben a ragione si suol dire, è davvero alter Christus perché continua in qualche modo Gesù Cristo stesso.

(Pio XIAd catholici Sacerdotii)

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Per esercitare convenientemente il ministero dell’Ordine, non è richiesta solamente una virtù qualunque, bensì una virtù eminente. Coloro che ricevono il sacramento dell’ordine sono, per questo, istituiti al di sopra del popolo; devono quindi anche essere i primi per merito e santità. (San Tommaso d’AquinoSumma theologiae, Suppl. q. 35, a. 1, ad 3)

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Quando vedete, all’altare, il ministro consacrato elevare al Cielo la sacra offerta, non crediate che quell’uomo sia il vero sacerdote, ma rivolgendo i vostri pensieri al di sopra di quello che colpisce i sensi, considerate la mano di Gesù Cristo distesa in modo invisibile. (San Giovanni CrisostomoOmelia LX al popolo di Antiochia)

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Preghiamo Nostro Signore Gesù Cristo per i suoi servitori (…); che doni loro il suo Santo Spirito, per far loro conservare sempre l’abito clericale e difendere il proprio cuore dalle preoccupazioni del secolo e dai desideri mondani; affinché con questo cambiamento esteriore la sua mano divina dia loro un aumento di virtù, conservi i loro occhi da ogni accecamento dello spirito e della carne, e conceda loro la luce dell’eterna grazia. (Pontificale romanum, prima orazione della tonsura)

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Ma sì eccelsa dignità esige dai Sacerdoti che corrispondano con fedeltà somma al loro altissimo officio. Destinati a procurare la gloria di Dio in terra, ad alimentare ed accrescere il Corpo Mistico di Cristo, è assolutamente necessario che così eccellano per santità di costumi, che attraverso di essi si diffonda dovunque il “buon profumo di Cristo” (2 Cor 2, 15).

Il Sacerdote deve dunque studiarsi di riprodurre nella sua anima tutto ciò che avviene sull’Altare. Come Gesù Cristo immola se stesso, così il suo Ministro deve immolarsi con Lui; come Gesù espia i peccati degli uomini, così egli, seguendo l’arduo cammino dell’ascetica cristiana, deve pervenire alla propria ed altrui purificazione.

(Pio XIIMenti nostrae)

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La talare, che è un abito nero, indica la prima disposizione che deve albergare nel clero, e la prima parte della religione del santo clero, che è di essere morto ad ogni amore e ad ogni stima del secolo. (…) La talare contrassegna la religione della terra che consiste nell’essere umiliati, nel portare la propria Croce, nel sacrificarsi senza posa per Dio con Gesù Cristo con una mortificazione continua. (Mons. Jean-Jacques Olier P.S.S., Traité des saints ordres)

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Se si vuol riflettere un istante sulla grandezza del sacerdozio, non ci si stupirà più che la Chiesa abbia sempre ostentato una gran pompa per le ordinazioni… Principalmente per aumentare nel futuro sacerdote la purezza di cuore e la santità dei costumi, e renderlo così meno indegno di offrire alla temibile maestà di Dio il Santo sacrificio della messa. (R.P. Martin de Cochem O.F.M., Explication du saint sacrifice de la Messe)

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Il sacerdote lo capiremo bene solo in Cielo. Se lo comprendessimo sulla terra, ne moriremmo non di spavento, ma d’amore. (Santo Curato d’Ars)

A cura di Marco Massignan

In foto, il messaggio: “La missione del prete: indicare la strada per il Cielo


Da radiospada.org

A titolo personale aggiungo anche il decreto PRESBYTERORUM ORDINIS redatto dal Concilio Vaticano II

AAA Cercasi sacerdote

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Leggere l’ultimo articolo proposto dai Nipoti di Maritain – Che tipo di prete vogliamo? – è un po’ come esser catapultati in una pubblicità del Mulino bianco (ricordate la suadente voce femminile che diceva «nel mulino che vorrei…»?), in cui, però, il mulino è stato sostituito da Santa Madre Chiesa. Che tipo di prete vogliamo? Come se ci fossero dei gusti in materia di preti. Ci possono essere preferenze, certo. Io, personalmente, mi trovo meglio con quelli che mi bastonano in confessionale, ma questo è un altro discorso. L’ideale di prete è uno solo: Gesù Cristo. E ogni sacerdote che voglia prendere seriamente il suo mestiere deve cercare di uniformarsi al Divin Maestro (dici poco…). I nipoti, nel loro identikit, hanno proposto una figura di sacerdote che riesce persino a superare a sinistra Lutero e i suoi seguaci. Prendiamo il punto numero uno: «Non vogliamo qualcuno che si senta una vocazione sacerdotale, che si senta chiamato da Dio». E qui io mi son posto una domanda: se non vogliono uno con la vocazione, come verranno selezionati i preti? Verranno fatte delle elezioni? Ci sarà una sorta di Grande Fratello in cui, attraverso eliminazioni per nomination, rimarrà soltanto un candidato al sacerdozio che verrà poi ordinato in prima serata? Oppure: i vari candidati dovranno sfidarsi in prove di ballo, canto e recitazione come in Amici? Attendiamo risposta. Per ora, quello che è certo, è che quando Marilyn Manson ha saputo che si cercavano sacerdoti senza vocazione, si è subito proposto come direttore spirituale dei Nipoti. «Non vogliamo un prete che non sia rappresentativo della comunità. Contiamo la proporzione maschio/femmina tra i banchi delle chiese e finiamola con la discriminazione». E una volta che si è fatta la conta ed è uscito pure il numero Jolly che si fa? Si chiama un prete maschio se la comunità abbonda di donne, oppure si sceglie una suora mancata – baffo munita e di clergy vestita – quando ci sono un po’ troppi maschietti? «Non vogliamo un prete che “sa tutto”.Il prete deve essere allievo per tutta la sua vita, capace di unirsi alla comunità come il capo famiglia in Matteo 13, che trova «cose antiche e cose nuove» nella riserva del Regno di Dio». Praticamente, i nipoti sono alla ricerca di un Socrate, magari senza barba per non offendere i diversamente barbuti o le donne (quelle, che, ovviamente, nel mondo progressista non sono dotate di barba), che passi la vita a dire di «sapere di non sapere». Ma, mentre ci inchiniamo di fronte al genio di Socrate, lui sì in sincera ricerca della verità, dobbiamo anche dire che un cattolico sa qual è la verità. Sa che la verità è il Cristo, il Cristo crocefisso. «Non vogliamo qualcuno che si veda come alter Christus. Questa arroganza eleva il prete al di sopra del popolo di Dio, corpo di Cristo. Il prete presiede all’altare come rappresentante della comunità ed è quest’ultima a celebrare». Il sacerdote che è immagine di Cristo non è affatto arrogante. Io, che di certo non manco di superbia, tremo al solo pensiero di poter essere un altro Cristo (fortunatamente Dio ha scelto per me altre vie). Arroganti sono coloro che, eterni sagrestani o perpetui, vedono nel prete l’immagine della “Kasta” da abbattere e della borghesia da annientare (ogni riferimento alle frustrazioni dei progressisti, sempre preti mancati, è voluta). L’errore dei Nipoti, in definitiva, è quello di volere una Chiesa fatta a loro immagine e somiglianza, «ma quello che ci occorre è una religione che sia nel giusto quando noi abbiamo torto. Attualmente il problema non è se la religione ci consenta di essere liberi, bensì (nel migliore dei casi) se la libertà ci consenta di essere religiosi» (GKC).

Matteo Carnieletto


Rirpeso da radiospada.org. L’originale dei Nipoti lo trovate QUI. Non spaventatevi se per caso riconoscerete la mia foto: non vi scrivo più da molto e essendo intenzionato a diventare Sacerdote, dopo questo, non credo proprio che presterò più parte al blog. A breve, o almeno spero, una mia analisi del caso.

Anche oggi il prete è un “altro Cristo”

Di Padre P. Gheddo

Il 5 giugno sono andato a Vercelli per celebrare, in una giornata di fraternità sacerdotale, le ricorrenze dei confratelli diocesani con 60-50-40-25 anni di sacerdozio. Dopo la conferenza di don Armando Aufiero sul recente Beato mons. Luigi Novarese, fondatore dei “Silenziosi Operai della Croce”, nella grande chiesa del Seminario l’arcivescovo mons. Enrico Masseroni (50 anni di ordinazione) ha celebrato la Messa con omelia sul sacerdozio e alla fine ha invitato me (60 anni) a dire due parole ai confratelli vercellesi. Avevo il cuore pieno di gioia e ho espresso due pensieri:

     1) Ringraziamo il Signore che ci ha scelti, ci ha guidati, consolati, illuminati, perdonati (più e più volte) e ha portato ciascuno di noi ad essere “un altro Cristo” come si diceva una volta. Ma lo siamo anche oggi! Io sono, come Gesù, mediatore fra Dio e gli uomini. L’errore più funesto per un prete è di avere un mediocre concetto della sua dignità e missione, di considerarsi un funzionario, un impiegato a servizio della Chiesa, della parrocchia. Non è così. Non esiste al mondo altro personaggio più importante e indispensabile del sacerdote di Cristo. Il mondo non ci crede, ma la fede ci dice che è così. La nonna Anna era una santa donna che aveva allevato ed educato dieci figli e noi tre nipoti. Era semi-analfabeta (solo la prima elementare), ma con una saggezza evangelica che la rendeva gradita a tutti. La chiamavano quando  c’era un ammalato o un morto per andare a pregare, a consolare, a dire una buona parola a tutti. Nell’estate 1949, morì poco dopo a 84 anni, ero seduto vicino a lei e pregavamo assieme. Mi chiede quanti anni mi mancano per diventare sacerdote. Quattro, le rispondo. Lei dice: “Io non ci sarò più, ma ricordati, Piero, che quel giorno tu sarai diventato più grande e più importante di De Gasperi e di Togliatti, di Truman e di Stalin, perché dirai le parole della consacrazione, chiamerai il Signore sull’altare e Lui verrà. Avrai Gesù nelle tue mani e potrai darlo a tutti. Non c’è nulla di più importante in questo mondo”. Quando celebro la S.Messa, chiedo sempre al Signore la grazia di avere la fede della nonna Anna e di commuovermi quando consacro l’ostia e il vino e mi nutro del Corpo e Sangue di Cristo.

     2) Il prete dev’essere un uomo innamorato di Gesù Cristo, per dare al mondo l’immagine dell’unico Salvatore dell’uomo. Solo quando Gesù è l’unico amore della nostra  vita, riusciamo ad amare tutto il prossimo, anche quelli che non ci vogliono bene; a comunicare in modo efficace la Parola di Dio e portare frutti di vita eterna. Come diceva San Paolo: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che fa crescere” (1 Cor. 3,6). Perché solo Dio conosce a fondo le anime e le attira a sé, le converte. Non basta che predichiamo Gesù Cristo, non basta che lo studiamo e preghiamo, dobbiamo amarlo con passione, metterlo sempre al primo posto nelle nostre scelte esistenziali. Innamorarsi di Cristo è un dono di Dio che dobbiamo chiedere ma anche prepararci a riceverlo con una vita trasparente totalmente orientata a Dio, alle realtà spirituali e soprannaturali, distaccandoci a poco a poco da tutti gli affetti e gli ostacoli terreni che impediscono la totale consacrazione a Cristo. Non ci riusciremo mai del tutto, è una via di purificazione che dura tutta la vita e che ci ringiovanisce ogni giorno.

     Il prete è efficace nel suo ministero solo se segue il consiglio di Gesù: “Rimanete uniti a me e io rimarrò unito a voi” (Giov. 15, 4). Questo vale per tutti, cari sacerdoti, ma soprattutto per noi che siamo chiamati ad essere per la gente “un altro Cristo”. Del grande missionario mons. Aristide Pirovano, fondatore e vescovo di Macapà in Amazzonia, un suo confratello di missione mi ha detto: “Era tutto di Dio e tutto degli uomini”.  Don Primo Mazzolari, la “tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana” come diceva Giovanni XXIII, ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

      Ma per comunicare Cristo bisogna averlo nel cuore. Nel 1964 in India mi sono fermato tre giorni col padre Giorgio Bonazzoli a Benares, la città santa dell’induismo. Giorgio aveva studiato la lingua sacra dell’India, il sanscrito e lo insegnava nella “Hindu University”, traducendo anche i Purana (testi sacri indu) dal sanscrito all’hindi e all’inglese. Mandato dal Pime per iniziare il dialogo con i monaci indù, viveva con loro e come loro, nella piccola cella di un monastero in una povertà commovente. Dormiva su una plancia di legno sostenuta da due appoggi, sul duro legno coperto da una stuoia di paglia, con una coperta e un tarello di legno come cuscino. Mangiava vegetariano come i monaci indù, riso bollito condito con sale e peperoncino, verdure e qualche frutto locale. Insegnava all’università e seguiva la regola dei monaci, dialogando con loro. C’è rimasto per 25 anni. Allora in Benares (oggi Varanasi), la presenza cristiana era minima, padre Giorgio viveva proprio isolato nel mondo indù. Ho visto il suo isolamento in un mondo pagano, i pericoli che correva e gli ho detto: “Giorgio, ti ammiro perché tu fai una vita eroica, ma non dimenticarti che sei un prete di Gesù Cristo e devi testimoniarlo con la tua vita”. Mi ha portato nella sua cella e mi ha mostrato la cassetta di ferro con lo specchio davanti che c’è sopra il lavandino, dove in genere si mette il materiale per la barba. Giorgio apre lo sportello e dice: “Vedi, Piero, qui c’è Gesù! Quando sono stanco e tentato anche in modi che tu nemmeno immagini, vengo qui, apro il mio tabernacolo, mi inginocchio e prego. Gesù è sempre con me”. Ha detto queste parole con un accento così appassionato, che mi ha commosso e rassicurato. Il mio caro Giorgio, mi sono detto, a Gesù ci crede e lo ama davvero.


Da gheddo.missionline.org

Per tutti i giorni della mia vita

Il sacerdote non ha alcun motivo per volersi sposare.

Alt! Prima di prendermi a sassate dandomi dell’oscurantista retrogrado, provate a seguire le poche righe che ho stilato qui sotto: penso proprio che vi ricrederete.

La consapevolezza di tale affermazione mi è sorta subito dopo la terminata lettura di un manga, Evangelion re-take, in cui [OCCHIO SPOILER!] i due protagonisti, Shinji e Asuka, finiscono finalmente a convolare a nozze e metter su famiglia [FINE SPOILER]: abbiamo così finalmente un possibile finale strutturato e non lacunoso della serie (chi anni fa seguì la serie animata e i relativi film sa a che mi riferisco), in cui non guasta ovviamente il lieto fine. Tuttavia non voglio parlare qui del fumetto (si tratta di Neon Genesis Evangelion: basta il nome), dei suoi personaggi o degli intrecci sentimentali e psicologici che vengono descritti in questo spin-off della serie. Essa semplicemente mi serve come trampolino di lancio per proporre la riflessione di cui sopra.

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Finendo di leggerlo, sono rimasto commosso dalla tenerezza dei sentimenti mostrati vicendevolmente tra i due protagonisti: nel momento della crisi, entrambi non rinunciarono addirittura a mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare l’amato/a (come prima, non sto a raccontare la trama: chi la conosce sa dei vari problemi che hanno da affrontare, chi non la conosce si informi). Constatando che in ogni caso il tipo di sentimento lì descritto non era una pura finzione letteraria, avendo sotto i miei stessi occhi esempi nel mondo reale che lo ricalcano, mi sono chiesto dal mio punto di vista: dato questo nobile sentimento che i coniugi riescono a sviluppare l’uno nei confronti dell’altro, non sarebbe di conseguenza più utile anche a noi sacerdoti avere moglie? Confesso che per un momento l’idea mi è svolazzata in testa…

Sino a quando ho capito di star vedendo le cose da una prospettiva totalmente sballata: infatti, credevo che l’amore coniugale, quello che vede come “speciale” il proprio partner nei confronti di qualsiasi altra persona, fosse prerogativa esclusiva di due coniugi appunto, e che per ottenerlo fosse necessario entrare in un’ottica di matrimonio. Invece, riflettendo più accuratamente, mi sono reso conto dell’enorme abbaglio: ragionando in tal senso, infatti, sarebbe stato arduo, se non impossibile, giustificare quel che hanno fatto dei santi recentemente ricordati nel calendario romano, ossia Santa Cecilia, San Clemente e i Santi Andrea Dung-Lac e compagni.

Costoro infatti furono tutti martiri, morendo per amore di Cristo e amando i loro stessi persecutori, come del resto Gesù stesso aveva fatto; come giustificare tutto ciò, dando per scontato che le vittime non fossero coniugate con i loro carnefici? Semplice: invertendo la prospettiva del nostro sguardo. Non più “l’amore coniugale è un tipo d’amore unico e esperibile solo nel matrimonio”, ma “il matrimonio sigilla l’amore tra due persone configurandolo come amore coniugale”: non si tratta di due tipi diversi di amore, ma di due modi diversi di viverli. Marito e moglie lo vivono l’uno nei confronti dell’altro, mentre Cristo e i martiri citati sopra (così come le altre legioni di santi non ricordati per semplice brevità) lo vivono nei confronti di ogni uomo: io che scrivo, te che leggi, tutti insomma.

E questo ci riporta al punto iniziale: la questione se il sacerdote possa o meno sposarsi, quindi, non si pone neppure perché l’amore che egli deve esercitare nei confronti di ciascuno (dal proprio vescovo al fedele più impenitente) può già ottenerlo guardando a Cristo, cercando di imitarlo in tutto il suo essere e per tutti i giorni della propria vita.

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Il sacerdote, un uomo innamorato

Ogni volta che la gente viene a sapere che sono in seminario, la prima cosa che mi dicono (sempre che sappiano che cosa è un seminario, dato non trascurabile vista la generale ignoranza sul depositum fidei), ineluttabilmente, è “allora studi per diventare prete?”. Come una sveglia, una bomba ad orologeria, scatta sempre questa frase, spesso come domanda un po’ stupita, a volte come constatazione incredibile meritevole di premio Nobel da quanto l’interlocutore l’abbia ritenuta ardua da realizzare nella propria mente.

Di solito sino ad ora mi limitavo a sorridere e a rispondere di sì, dilungandomi poi a seconda dei casi e delle richieste su questo o su quell’aspetto della vita seminariale (dove si studia, quando, come, che si mangia, dove e quando si prega, che si fa nel tempo libero ecc…). Fino ad oggi, dicevo: perché giusto ieri notte, prima di recitarmi compieta, sono stato fulminato dal pensiero che, in effetti, la “scoperta” di cui sopra è un’enorme, colossale falsità, o meglio un’imprecisione.

Stupiti? Allora vi propongo un quesito: sapervi rispondere riporterebbe la situazione all’inizio annullando la mia obiezione. La domanda è questa: è possibile in qualche modo imparare ad amare? C’è un corso di studio, un tomo universitario, una guida pratica cartacea o multimediale che insegni dalla A alla Z come ci si innamora e cosa si deve fare una volta che ci si è innamorati? La risposta, cari lettori, è banale e rende ridicola l’affermazione ormai famosa. Semplicemente, no, non esiste niente del genere né mai esisterà. La cosa più simile che vi si avvicina è il Vangelo, ma anche lì è ridicolo prenderlo come banale manuale.

Ma cosa c’entra l’innamorarsi, vi chiederete magari? Invece è fondamentale, decisivo, ed è ciò che contraddistingue maggiormente un sacerdote cristiano da un sacerdote taoista o un bonzo tibetano o uno sciamano animista. Costoro infatti per “svolgere il loro mestiere” non necessitano minimamente della carità; al contrario, il prete cattolico (e volendo anche il pastore protestante, ma in misura minore e vedremo tra poco perché) ha un bisogno viscerale della carità e dell’amore.

Mi spiego meglio: sicuramente avrete tutti presente 1Cor 13, 1-13 (altrimenti andate a leggere e poi tornate qui), l’inno alla carità è sicuramente una delle pagine bibliche più toccanti e sublimi e quella che volendo riassume in un’unica parola l’attrazione che noi proviamo verso Cristo e che Cristo prova verso di noi. Di conseguenza, essendo il sacerdote colui che è preposto non solo all’amministrazione dei Sacramenti, quindi al contatto diretto con Dio, ma anche alla cura pastorale delle anime a lui affidate, necessiterà più di ogni altra cosa della vera carità. Come potrebbe, infatti, celebrare pienamente l’eucarestia con il cuore pieno di astio o disperazione? Come consolare un figlio spirituale se attanagliato dallo sconforto? O peggio, come fare tutto ciò se caduti nell’aridità spirituale, nel mancato contatto con Dio nella preghiera?

Nella “Imitazione di Cristo” (IV. 11. 3) leggiamo: “Quale grandezza, quale onore, nell’ufficio dei sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo; di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote, che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del cielo e della terra. È proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2).”

Come non sottoscrivere queste parole? La vita del sacerdote è fatta di questo: essere santi e apostoli della carità; il cosiddetto studio viene dopo, è la conseguenza di tali premesse (l’amore verso gli altri spinge -o dovrebbe spingere- ad aumentare la propria cultura sì che gli altri ne possano beneficiare), non è il centro d’essere sacerdote o aspirante tale. È fondamentale di conseguenza per chiunque intraprenda questa via di vita pregare continuamente e con intensità, affinché il Signore possa concedere con lui “un incontro personale e vivo, ad occhi aperti e cuore palpitante” (Giovanni Paolo II).

Ci aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente, affinché noi che abbiamo ricevuto l’ufficio sacerdotale, possiamo degnamente e devotamente servirti in illibata purità e limpida coscienza. E se non possiamo vivere con quella innocenza di vita che si dovrebbe, concedici almeno di piangere dolorosamente le colpe commesse, e di servirti, da qui in avanti, più fervorosamente, in spirito di umiltà e nel proposito di una buona volontà. Amen. (Imitazione di Cristo, IV. 11. 3)