Libero di digiunare

artleo.com-6918

Scritto da  Rachele

Si sente tanto parlare di digiuno, di fioretti, di novene varie… senza avere la benché minima idea di cosa sia il sacrificio; dal latino: “sacrificare”, composto da “sacrum” azione sacra e “-ficium, facere” fare, rendere sacro. Oggi certe azione sembrano rientrare nella scaramanzia e fanatismo più totale; il nostro cuore è appiccicoso, si appiccica alle cose e spesso siamo distratti da queste e compiamo certe azioni meccanicamente.
Magari sei una persone che di novena non ne salta una, che digiuna e il venerdì si astiene dalle carni, poi però in famiglia non ti astieni dal mandare a quel paese tua madre, non ti astieni dal giudicare gli amici, non pratichi la pazienza.. a cosa servono i tuoi digiuni? Come abbiamo visto, il verbo sacrificare, significa rendere sacro, questo comporta un pieno coinvolgimento, una piena intenzione di donare qualcosa di noi per Dio. Quando passi del tempo con la persona amata, le doni qualcosa di te, dedicandole un pensiero, un’azione, credi che lei non si accorga della partecipazione del tuo cuore?

E’ così che dobbiamo intendere la relazione con Dio, una storia d’amore, dove ci deve essere uno scambio, e come in ogni rapporto di coppia ci sono quei momenti in cui sentiamo di doverci sacrificare, sentiamo di dover compiere un’azione che sembra andare contro noi stessi, ma lo facciamo per la felicità dell’altro; è esattamente la stessa cosa. Oggi sono poche le persone che si sacrificano per l’altro, le relazioni umane sono profondamente in crisi, vedi l’aumento dei divorzi; non c’è idea di perdono, di umiltà, di digiuno dal proprio orgoglio, tutti pensano a riempirsi la pancia di vizi e piaceri. Il marchese De Sade scriveva “Non c’è altro Dio che il piacere: è solo ai suoi altari che dobbiamo sacrificare”. Il problema è proprio questo, chi vive di piacere è egoisticamente innamorato dei propri sensi, e della tristezza. Piacere e digiuno sono agli antipodi, il primo è schiavo di passioni di ogni genere, di sfrenatezze, cerca sempre di tenere nascosto il proprio cuore per paura di soffrire, il secondo invece preserva i propri sensi, ha pieno controllo del proprio corpo e non cade vittima di sentimenti tormentosi: chi digiuna è libero, compie un atto assolutamente gratuito; chi digiuna lo fa in vista di qualcosa che va al di là di ogni nostra immaginazione: si parla di virtù, di amore, questa è l’ottica in cui devi giocare te stesso, consumarti di vita, consumarti il cuore. E’ la vittoria dello spirito sulla carne. Significa non lasciar appassire quel bellissimo fiore che hai dentro di te.

Si tende a fare come diceva Goethe: “Siamo capaci di fare molti sacrifici nelle cose grandi, ma di rado siamo in grado di sacrificare le piccole”; la verità è che spesso ti ritrovi vittima dei tuoi slanci d’entusiasmo, vittima della sindrome da Re Sole, ti fai idolatrare per quanto elargisci e concedi credendoti vittima di chissà quale martirio, in realtà lo fai per vanto e spirito di adorazione, per il tuo minuscolo ego, per dimostrare non so quale personalità, ma quando uno ti tocca su quelle piccolezze, quelle abitudini alle quali sei aggrappato come un cozza al suo scoglio, lì sì che esci fuori da te stesso, dal tuo piccolo mondo prefabbricato da una finta alternatività. Hai presente la parabola del giovane ricco (Marco 10,17-22)? Tu sei uguale! E’ vero, il venerdì la chiesa consiglia di non mangiare la carne.. poi però ti si ritrova a mangiare il pesce in qualche ristorantino! Scusami, ma non hai un’idea ben chiara di cosa sia il digiuno! Il venerdì inizia a digiunare dalle cose alle quali sei attaccato, inizia a mettere in pratica le virtù, deve essere un allenamento continuo, devi dimostrare a te stesso che sei in grado di amarti così da amare l’altro. Tu sai bene cosa Cristo ha sacrificato per te, dimostra di essere all’altezza della vita che hai ricevuto in dono. Digiuna e sacrificati, questo è il linguaggio dell’amore, sacro, che è l’opposto di egoismo e possesso. Ricorda che “Il digiuno che tutti potete fare è custodire il vostro cuore e i vostri sensi” (San Giovanni Bosco).


Da www.buonanovella.info

Il sacerdote, un uomo innamorato

Ogni volta che la gente viene a sapere che sono in seminario, la prima cosa che mi dicono (sempre che sappiano che cosa è un seminario, dato non trascurabile vista la generale ignoranza sul depositum fidei), ineluttabilmente, è “allora studi per diventare prete?”. Come una sveglia, una bomba ad orologeria, scatta sempre questa frase, spesso come domanda un po’ stupita, a volte come constatazione incredibile meritevole di premio Nobel da quanto l’interlocutore l’abbia ritenuta ardua da realizzare nella propria mente.

Di solito sino ad ora mi limitavo a sorridere e a rispondere di sì, dilungandomi poi a seconda dei casi e delle richieste su questo o su quell’aspetto della vita seminariale (dove si studia, quando, come, che si mangia, dove e quando si prega, che si fa nel tempo libero ecc…). Fino ad oggi, dicevo: perché giusto ieri notte, prima di recitarmi compieta, sono stato fulminato dal pensiero che, in effetti, la “scoperta” di cui sopra è un’enorme, colossale falsità, o meglio un’imprecisione.

Stupiti? Allora vi propongo un quesito: sapervi rispondere riporterebbe la situazione all’inizio annullando la mia obiezione. La domanda è questa: è possibile in qualche modo imparare ad amare? C’è un corso di studio, un tomo universitario, una guida pratica cartacea o multimediale che insegni dalla A alla Z come ci si innamora e cosa si deve fare una volta che ci si è innamorati? La risposta, cari lettori, è banale e rende ridicola l’affermazione ormai famosa. Semplicemente, no, non esiste niente del genere né mai esisterà. La cosa più simile che vi si avvicina è il Vangelo, ma anche lì è ridicolo prenderlo come banale manuale.

Ma cosa c’entra l’innamorarsi, vi chiederete magari? Invece è fondamentale, decisivo, ed è ciò che contraddistingue maggiormente un sacerdote cristiano da un sacerdote taoista o un bonzo tibetano o uno sciamano animista. Costoro infatti per “svolgere il loro mestiere” non necessitano minimamente della carità; al contrario, il prete cattolico (e volendo anche il pastore protestante, ma in misura minore e vedremo tra poco perché) ha un bisogno viscerale della carità e dell’amore.

Mi spiego meglio: sicuramente avrete tutti presente 1Cor 13, 1-13 (altrimenti andate a leggere e poi tornate qui), l’inno alla carità è sicuramente una delle pagine bibliche più toccanti e sublimi e quella che volendo riassume in un’unica parola l’attrazione che noi proviamo verso Cristo e che Cristo prova verso di noi. Di conseguenza, essendo il sacerdote colui che è preposto non solo all’amministrazione dei Sacramenti, quindi al contatto diretto con Dio, ma anche alla cura pastorale delle anime a lui affidate, necessiterà più di ogni altra cosa della vera carità. Come potrebbe, infatti, celebrare pienamente l’eucarestia con il cuore pieno di astio o disperazione? Come consolare un figlio spirituale se attanagliato dallo sconforto? O peggio, come fare tutto ciò se caduti nell’aridità spirituale, nel mancato contatto con Dio nella preghiera?

Nella “Imitazione di Cristo” (IV. 11. 3) leggiamo: “Quale grandezza, quale onore, nell’ufficio dei sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo; di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote, che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del cielo e della terra. È proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2).”

Come non sottoscrivere queste parole? La vita del sacerdote è fatta di questo: essere santi e apostoli della carità; il cosiddetto studio viene dopo, è la conseguenza di tali premesse (l’amore verso gli altri spinge -o dovrebbe spingere- ad aumentare la propria cultura sì che gli altri ne possano beneficiare), non è il centro d’essere sacerdote o aspirante tale. È fondamentale di conseguenza per chiunque intraprenda questa via di vita pregare continuamente e con intensità, affinché il Signore possa concedere con lui “un incontro personale e vivo, ad occhi aperti e cuore palpitante” (Giovanni Paolo II).

Ci aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente, affinché noi che abbiamo ricevuto l’ufficio sacerdotale, possiamo degnamente e devotamente servirti in illibata purità e limpida coscienza. E se non possiamo vivere con quella innocenza di vita che si dovrebbe, concedici almeno di piangere dolorosamente le colpe commesse, e di servirti, da qui in avanti, più fervorosamente, in spirito di umiltà e nel proposito di una buona volontà. Amen. (Imitazione di Cristo, IV. 11. 3)

13 ASSASSINI/ Un viaggio nel Giappone dei Samurai verso la zona oscura dell’uomo

Matteo Contin

mercoledì 29 giugno 2011

13 ASSASSINI/ Un viaggio nel Giappone dei Samurai verso la zona oscura dell’uomo

Prendete un film come Jusan-nin no shikaku di Eiichi Kudo, a torto visto dalla critica come una semplice copia de I sette samurai di Kurosawa, e datelo in mano a quel Takashi Miike capace di girare tre o quattro film all’anno e, nonostante questo, di mantenere – se non (sempre) la qualità – almeno una forte impronta autoriale capace di farlo diventare nel giro di poco tempo uno dei registi nipponici più famosi nel mondo.

Prendete quel film e avrete 13 assassini, ultimo lavoro del folle Miike, capace in un sol colpo di omaggiare il jidai-geki (genere che racconta le storie di samurai e gente semplice del periodo Tokugawa) e di rielaborarlo non solo dal punto di vista cinematografico, ma anche attualizzando il messaggio del film al Giappone moderno.

La storia narra di Shinzaemon Shimada, che viene ingaggiato per assassinare Naritsugo, potente e spietato feudatario che, in pochissimo tempo, è riuscito ad acquisire sempre più potere grazie alla sua crudeltà. La vita di Naritsugo è protetta da un numeroso esercito altrettanto crudele, guidato da Hanbei, avversario di Shinzaemon, che intanto sta pianificando le basi per l’attentato al feudatario: il piano consiste nel trasformare un piccolo villaggio di montagna in una trappola senza via di scampo. Shinzaemon e i suoi dodici compagni, consci di andare contro la morte, faranno di tutto per contrastare la spietata follia di Naritsugo.

Era da tempo che non vedevamo un Takashi Miike così eccezionalmente in forma. La solida regia della pellicola è uno dei tanti esempi di come il regista giapponese sia un grande narratore, capace di creare una struttura apparentemente semplice, ma che rivela un grande lavoro nel delineare le psicologie dei protagonisti in sede di sceneggiatura. Tutto il primo tempo è infatti dedicato all’introduzione dei personaggi e alla preparazione alla battaglia: qui Miike costruisce un film elegante e brutale, che si appoggia alle architetture degli interni e su dialoghi senza sbavature. La seconda parte è invece tutta dedicata allo scontro, uno scontro intenso e umano ambientato in un villaggio fangoso e impervio, scelta che premia il regista per il grande impatto visivo ottenuto e per la descrizione sporca e scivolosa che fa della lotta per la vita.

C’è chi ha individuato in questa netta divisione tra prima e seconda parte il volere di Miike di dimezzare idealmente in due capitoli ben distinti la sua pellicola. La sensazione che si respira è quella della battaglia finale (della durata epica di 60 minuti circa) che sembra divorare minuto dopo minuto il primo tempo, come se volesse erodere frame dopo frame lo spazio lasciato alla parola. Miike orchestra l’ora finale con grande ritmo, ma eliminando l’epica dei samurai, descrivendo queste figure eroiche nella maniera più umana possibile (idea amplificata tra l’altro proprio dall’ambientazione fangosa), dipingendoli addirittura con dei tratti psicotici che demistificano l’aura mitica della loro tipica figura.

Miike continua poi il discorso tutto personale sulla violenza, allontanandosi dalla sua filmografia precedente (anche se la struttura del film ricorda quella di un suo altro capolavoro, Audition) e trasformando il fuori campo nell’area oscura e nascosta in cui avvengono le violenze, ritagliandosi solo pochi momenti di follia puramente miikiana, sempre e comunque coerente con lo spirito del racconto (vedi la donna senza arti).

Sostenuto da una grossa produzione (a capo del progetto c’è lo stesso produttore del Premio Oscar Departures), Miike conferma il suo talento registico con un film sontuoso e oscuro, raffinato e ruvido, arido e fangoso.