Grazie alla vita

Scritto da  Suor Maria Giovanna

È tempo di una precisazione: potremmo avere la tentazione di considerare le virtù come qualcosa di a-storico, di non condizionato dalla cultura o dalla vita materiale.

È invece vero il contrario: lo svolgersi concreto della vita umana in un contesto e in un momento dati, le possibilità tecniche e le risorse a disposizione, plasmano il modo in cui incarniamo questi atteggiamenti e valori e la priorità che attribuiamo ad alcuni di essi.

Pensiamo alla nostra vita: usiamo macchine e ci aspettiamo (con ragione, dati i costi!) che funzionino a puntino; premiamo un bottone o inseriamo una card e riceviamo una prestazione, esattamente quella prevista (se non succede, proviamo disappunto); molti dei rapporti quotidiani con altre persone sono rapporti di scambio, in cui le prestazioni reciproche sono regolate da profili di ruolo, contratti, accordi, mansionari. È sempre più raro sperimentare, nel rapporto con oggetti e persone, l’esistenza di possibilità. Così tende ad estendersi a tutti i rapporti quello che è già accaduto in relazione all’universo fisico: più ne conosciamo le leggi più ci aspettiamo che tutto avvenga secondo la categoria della necessità: dev’essere così, non può essere altrimenti.

C’è il pericolo che questo modello meccanico si imponga come misura delle relazioni umane: e che sia sempre più difficile sperimentare spazi di libertà nel dare e nel ricevere, di gratuità e di gratitudine. Un piccolo esempio sotto gli occhi di tutti: è cresciuta a dismisura la prassi del regalo di Natale quasi-obbligato, dietro cui si muove una sorta di organizzazione del dono che alimenta la pressione ai consumi. Chi di noi non ha avvertito almeno qualche volta come una fastidiosa costrizione quest’abitudine dilagante? E quanto resta in molti di questi regali dell’autentica esperienza del fare o ricevere un dono?

La virtù della riconoscenza ha a che fare con tutto questo.

Tre condizioni la rendono possibile. Prima di tutto: «si può ringraziare soltanto una persona: un grazie e un prego sono possibili soltanto fra un io e un tu». Non si ringrazia un potere impersonale, una macchina o un ente che erogano una prestazione. In secondo luogo: «la riconoscenza è possibile soltanto nello spazio della libertà»: non si ringrazia per il realizzarsi di una legge di natura o per il riconoscimento di un diritto. Anzi, come osserva Guardini, «quanto più il sentimento per i fenomeni umani si trasforma in quello di un generale funzionalismo, tanto minore rimane lo spazio per quel libero schiudersi del cuore che dice: Ti ringrazio. Dove cessa la libertà sparisce la gratitudine». La terza condizione per la riconoscenza è che chi dona lo faccia con rispetto verso colui che riceve: tante forme di aiuto sono soltanto l’esibizione del potere e della superiorità di chi aiuta. «Merita di essere chiamato aiuto solo quello che rende possibile la riconoscenza».

Ci sono poi delle esperienze di riconoscenza particolarmente intense, anche se non si traducono in un grazie detto a parole: talvolta vorremmo ringraziare qualcuno semplicemente perché esiste, non perché ha fatto questo o quello; oppure di fronte alla bellezza di uno scenario della natura, di una musica, di un’opera d’arte, ci sentiamo talvolta colmi di gratitudine.

La riconoscenza nella forma di questa «gratitudine circa l’essere» ci conduce al cuore dell’autentica esperienza religiosa: sentire il bisogno di ringraziare indica che il mondo e noi stessi non siamo natura ma “opera”, azione di Dio. Tutto ciò che è, esiste in quanto pensato e voluto; io esisto in quanto pensato e voluto, potrei non esserci. Il mondo è continuo dono di Dio a noi; anche il fatto che io sono è un continuo dono fatto a me stesso; l’uno e l’altro doni capaci di suscitare meraviglia e di far sgorgare la lode (ne sono eloquente testimonianza tante pagine della Scrittura e in particolare i salmi). “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa” ripetiamo ogni domenica nel Gloria.

Ricevere con riconoscenza nei rapporti interpersonali diventa dunque educarci ad una posizione adeguata nei confronti di Dio. E forse possiamo sperimentare quanto potente sia il ringraziare come fonte di guarigione del cuore, quando siamo in stallo o ci perdiamo nei nostri meandri.

Infine: non sarà preziosa questa esperienza se Dio stesso ha voluto farla propria, diventando in Gesù piccolo e bisognoso di tutto, mettendosi quindi nella condizione di ricevere?

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Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell’articolo citato.


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La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco (finale)

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RIASSUNTO ITINERARIO

“Il cuore dell’uomo è un abisso”, chi potrà raggiungere le sue profondità per mettere in luce la verità del suo mistero?

Solo la dolorosa e faticosa zavorra delle nostre fragilità e povertà possono aiutarci ad entrare nel nostro abisso per trovare in esso la via della vita. E’ questo, in sintesi, il grande messaggio che sembra comparire dai testi più conosciuti ed emblematici prodotti da Francesco di Assisi. Al meccanismo di svelamento della verità per giungere alla vita descritto dal Santo in diversi passaggi delle Ammonizioni, si è voluto aggiungere la lettura di tre famosi testi nei quali la proposta sapienziale diventa modo di organizzare e vivere le difficili e contraddittorie relazioni sociali. Sia nel racconto autobiografico della conversione fatto all’inizio del Testamento, che nella lettera ad un ministro ed nella parabola della perfetta letizia, si hanno complementari verifiche della preziosità delle esperienze di fragilità e povertà quali vie privilegiate alla verità e alla vita manifestatasi in pienezza nel mistero di Cristo.

Le “Puntate” precedenti:

La Fragilità nelle Ammonizioni  PARTE I

La Fragilità negli Scritti di San Francesco PARTE II

La Fragilità nella “Lettera ad un Ministro” PARTE III

La Fragilità nel racconto della “Perfetta Letizia”   PARTE IV

Conclusioni  PARTE V

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Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell’articolo citato.


Da www.buonanovella.info

Parte I e II QUI; parte III, IV e V QUI

La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco (III, IV e V)

La lettera inviata da Francesco ad un ministro anonimo costituisce, a mio avviso, uno dei testi più belli e sconvolgenti non solo della produzione del Santo di Assisi, ma dell’intera letteratura cristiana del medioevo.

In essa infatti la logica evangelica scoperta e vissuta da Francesco con i lebbrosi diventa il metro di misura e lo strumento risolutivo per risolvere lo scandalo delle fragilità morali di coloro che ci vivono accanto e dei quali siamo chiamati a prenderci cura. Non è possibile qui prendere in esame dettagliato un testo tanto ricco e impegnativo. Anche in questo caso tenteremo semplicemente di evidenziare la preziosità assegnata da Francesco alle situazioni difficili e contraddittorie che possono crearsi in una comunità di “servi di Dio”. Il peccato, quale manifestazione suprema di fragilità, costituisce, in una tale comunità, un incontro più difficile e scandaloso di quello del male fisico, in quanto emerge e si manifesta in persone tese alla perfezione. La risposta di Francesco – è qui la grande intuizione del Santo nella quale applica quanto vissuto con i lebbrosi – non ha come primo obbiettivo dare al ministro dei suggerimenti o ordini per superare lo scandalo della fragilità, ma vuole innanzitutto aiutarlo nel trasformare quell’esperienza di fragilità in occasione personale di crescita per la sua anima. Per il ministro l’incontro/scontro con la fragilità dei suoi fratelli deve diventare occasione di misericordia, cioè di vita evangelica, unica via, poi, per superare la fragilità che regnava nella sua comunità. Il primo aspetto da rilevare e che accomuna la situazione vissuta dal ministro a quella sperimentata da Francesco con i lebbrosi, riguarda la natura imprevista e non voluta dello scandalo della fragilità. Non sappiamo bene quali fossero le condizioni lamentate dal ministro nei confronti di uno o più frati “peccatori”; in ogni caso anche per lui fu un impatto difficile e sconcertante quello dell’incontro con dei frati “lebbrosi/peccatori”. Al pari di Francesco con i lebbrosi, anche quel ministro rimase sconcertato da quell’esperienza: egli era entrato in convento per vivere una santità piena del rapporto con Dio e aveva sognato di vivere tale perfezione in un eremo, lontano dalla fragilità del quotidiano; e invece si viene a trovare nello scandalo del peccato, in una condizione che gli impediva violentemente e ingiustamente di realizzare quel sogno. Che fare? Intervenire duramente per eliminare quell’ostacolo o fuggire per rifugiarsi nel suo eremo? Nella lettera alla quale Francesco stava rispondendo, il ministro, dopo essersi lamentato dell’incredibilità di quanto stava vivendo in convento con quei frati peccatori ed espressa la delusione irata dello scandalo della fragilità morale di alcuni suoi fratelli, avrà anche chiesto al Santo quale delle due soluzioni dovesse applicare: stroncare il peccato o rifugiarsi nell’eremo. La sorpresa del ministro nel leggere la risposta del Santo sarà stata forse più grande di quella che stava vivendo nelle difficoltà incontrate con alcuni suoi frati. Al centro della risposta di Francesco non vi era, infatti, il problema lamentato dal ministro, cioè il peccato dei fratelli, ma l’anima del ministro: questo era il vero problema del quale Francesco voleva occuparsi.

“A frate N… ministro. Il Signore ti benedica!
Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia.”

Di fronte ad un ostacolo, ad un impedimento, allo scandalo di una fragilità del fratello (fisica e morale) innanzitutto non devi chiederti, sembra dirgli Francesco, come posso fare per risolvere il problema, ma quale grazia Dio mi sta donando. Tale deve essere infatti per Francesco la certezza che deve illuminare tutto il processo di incontro con quello scandalo: “il Signore stesso” mi sta conducendo dentro questo impedimento perché vuole farmi grazia. Non vi è dubbio che in questo presupposto teologico annunciato al ministro, quale unica possibilità di poter affrontare correttamente la questione del peccato dei fratelli, Francesco ripensava a quanto vissuto con lo scandalo dei lebbrosi: io capii alla fine che quell’incontro, da me non cercato né voluto, fu un atto di grazia donatomi da Dio; tu, caro ministro, devi esserne cosciente fin dall’inizio e questa certezza accompagni il tuo sforzo nel capire cosa fare nei confronti dei tuoi “lebbrosi”. Forse il ministro non avrebbe risolto o eliminato per sempre lo scandalo del peccato tra i suoi fratelli, ma in ogni caso avrebbe ricevuto una doppia grande grazia dal Signore: conoscere meglio la sua anima con i suoi sentimenti più profondi e radicarla nello stile di vita con più profondità nella logica del vangelo. Lo scandalo del peccato, infatti, avrebbe concesso al ministro un primo dono: la verità su se stesso. Puoi salvare il mondo intero, ma se poi perdi la tua anima a che ti giova? La difficoltà che stava vivendo con i suoi frati diventava una preziosa occasione per conoscere se veramente amava il Signore. In quell’ostacolo, nello scandalo della fragilità, il ministro avrebbe potuto verificare se realmente stava camminando verso il Signore, se stava cercando solo lui o invece erano solo pie intenzioni che nascondevano uno spirito da cavaliere o da proprietario. Fino a quando i frati vivevano nella fedeltà alla loro vocazione e dunque liberi dallo scandalo del peccato, egli non avrebbe potuto mai appurare la verità del suo cuore; al contrario, adesso che i suoi frati non gli davano quella soddisfazione che avrebbero dovuto, egli poteva capire quanta pazienza e umiltà aveva nel cuore, cioè quanto veramente fosse servo di Dio e non ripieno di altri sentimenti. Mi sembra che qui risuoni l’altra ammonizione di Francesco, un testo al quale avrà in qualche modo ripensato il ministro nel leggere la risposta del Santo:

“Sono molti che, applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortificazioni corporali, ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta, scandalizzati, tosto si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è veramente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono nella guancia.”

Per il ministro era giunto il momento di verificare la verità del suo cuore: questa era la prima e fondamentale grazia che Dio gli stava donando, facendolo incontrare con lo scandalo della fragilità. L’ostacolo rappresenta per il ministro una parola di obbedienza che gli rivolge il Signore attraverso Francesco stesso: ama la fragilità che è di fronte a te. Nell’amore agli impedimenti, agli ostacoli, cioè ai nemici vi è la sintesi per Francesco dell’obbedienza a Dio, perché in essa vi è la realizzazione definitiva dell’unica vocazione a cui era chiamato il ministro: amare i nemici, cioè amare la fragilità che si opponeva alla sua esistenza, impedendogli apparentemente di realizzare il suo itinerario di santità. In un’altra ammonizione Francesco aveva precisato cosa significhi amare i nemici quale sintesi della vocazione cristiana:

“Ama veramente il suo nemico colui che non si duole dell’ingiuria che l’altro gli fa, ma spinto dall’amore di Dio brucia a motivo del peccato dell’anima di lui. E mostri con le opere il suo amore.”

Nella lettera tale ardore dell’amore al nemico è tradotto da due precisi atteggiamenti suggeriti da Francesco al ministro. Il primo identifica l’amore da donare al nemico con la gratuità assoluta. Se l’amore pretendesse qualcosa negherebbe di conseguenza la sua stessa natura e cadrebbe immancabilmente nell’ira di non essere “soddisfatto” nelle sue pretese. E l’ira, il turbamento sarebbero la chiara testimonianza che nel cuore del ministro non vi è lo spirito del Signore e lui non è un servo di Dio ma un padrone che si adira per quanto non gli è stato dato. Non si tratta di giustificare o di permettere il peccato: esso è motivo di dolore e di dispiacere. Ma il peccato del fratello non potrà mai condurre all’ira, perché essa nega la carità, in quanto rivela un cuore non di fratello e di servo libero da ogni possedimento, ma uno spirito da proprietario che si turba se la sua proprietà è stata toccata o deturpata.
Il secondo atteggiamento che verifica e traduce l’amore verso l’ostacolo, verso la fragilità quale via della vita è rappresentato dalla parola magica di Francesco: la misericordia o tenerezza.

“E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto poteva peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, mai se ne vada senza la tua misericordia, se egli chiede la misericordia; e se non chiedesse la misericordia, chiedi tu a lui se vuole la misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.”

Mentre precedentemente la prova dell’autenticità del desiderio di santità quale amore di Dio era identificato nell’amore gratuito nei confronti della fragilità morale dei fratelli, adesso Francesco introduce una seconda modalità di verificare e vivere l’umiltà e la pazienza dell’amore: la misericordia degli occhi quale traduzione della misericordia del cuore.
Il linguaggio paradossale utilizzato dal Santo nei confronti del peccato dei fratelli contiene una importante verità. Un frate che abbia peccato “quanto poteva peccare” e che “mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi” è nella stessa condizione di un lebbroso: egli, come quello, non può liberarsi dal suo male, dalla sua radicale fragilità che lo umilia e lo tiene schiavo. E la sua condizione, con le sue ferite aperte, sono tanto dolorose e ributtanti quanto quelle del lebbroso. La domanda posta in qualche modo da Francesco al ministro riprendeva quanto da lui vissuto con i lebbrosi: qual è la tua reazione davanti a questo spettacolo? Con quali occhi guarderai alle loro ferite? Avrai la capacità di avere occhi di misericordia o ti girerai dall’altra parte scandalizzato e irato per quella povertà? La fragilità del fratello di fatto obbliga il ministro ad interrogarsi sui suoi occhi: mostrano l’ira e il turbamento o la tenerezza e la misericordia? Sono occhi di un padrone irato o di una madre tenera? Le piaghe morali del fratello chiedono al ministro di vivere fino in fondo la sua vocazione di ministro e servo, di madre e fratello in uno stile di vita guidato dalla pazienza e dall’umiltà.
Per aver occhi di misericordia occorre, secondo Francesco applicare una precisa tecnica, che potremmo chiamare la sua regola d’oro, quella che unica può garantire un vero atteggiamento di misericordia. Essa è suggerita al ministro poco più avanti nella lettera:

“Lo stesso custode provveda misericordiosamente a lui (al peccatore), come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile.”

Per abbracciare con misericordia la fragilità degli altri occorre entrare in quella fragilità e condividerne la situazione. La possibilità, dunque, di “avere occhi di misericordia” è legata da Francesco ad un processo minoritico di sostituzione-identificazione, nel quale si deve prima diventare come l’altro, entrare nel suo stato minore, ascoltare i suoi sentimenti, e così poter, infine, assumere gli atteggiamenti più adeguati alla situazione e agire in suo favore. Un uomo che vive questo meccanismo di misericordia è giudicato da Francesco beato:

“Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile.”

La misericordia non è, dunque, per Francesco l’atteggiamento del cuore di chi con benignità e benevolenza si abbassa umilmente e pazientemente verso il misero, facendo, però, in tal modo risaltare ancor più la differenza “superba” con il bisognoso. Pur restando la diversità/differenza tra il sano e il malato, tra il ministro e il peccatore, un agire guidato veramente dalla misericordia, cioè dal cuore donato al misero, è possibile, secondo Francesco, solo se si compie un viaggio di spoliazione verso il basso, ossia un processo di sostituzione, dove il “ricco” prende il posto del “povero”, il sano diventa come il malato, il virtuoso come il peccatore. La misericordia è possibile, sembrerebbe dire Francesco, solo nella condivisione della necessità. Solo allora sgorgheranno sentimenti adeguati, guidati dall’umiltà e dalla pazienza. La fragilità accolta rende il cuore dell’uomo misericordioso, cioè tenero e capace di relazioni nuove e rinnovanti.

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L’ultimo testo racconta una specie di parabola che però si aggancia e rinvia ad una situazione esistenziale vissuta effettivamente dal Santo verso la fine della sua vita. Il testo è costruito sulla struttura dell’ammonizione 13, quella con cui abbiamo aperto questo itinerario.

La vera letizia è raggiungibile solo quando l’uomo possiede con pienezza la vera pazienza e umiltà, quando cioè ha trasformato la sua anima liberandola da ogni atteggiamento di possesso e arroganza. Ed è per questo che non potrà mai essere nella vera letizia fino a quando Francesco sarà un dominante vittorioso, come è raccontato nella prima parte della parabola. La validità di quanto nato da lui è confermata a tre successivi livelli: i grandi della terra (vescovi, maestri di università e principi) entrano nel “suo” Ordine, i “suoi” frati vanno tra gli infedeli e li convertono, lui stesso compie prodigi e meraviglie. La struttura narrativa è a forma di imbuto: tutto il mondo, i miei frati, “io”, un ordine nel quale tutto conduce alla sua persona quale principio positivo da cui è nato un grande albero pieno di frutti. E Francesco poteva considerarsi a buon diritto pienamente “soddisfatto” e “gratificato” del lavoro fatto e confermato dal successo della sua opera. Eppure, conclude Francesco: “Scrivi frate Leone, qui non vi è la perfetta letizia”, perché, sembrerebbe subito dopo aggiungere il Santo, “tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene e in esse non ti puoi glorificare per niente”. Per Francesco questi risultati di grande successo non solo non possono essere considerate fonti di vera letizia, ma costituiscono situazioni di grave rischio. L’imporsi della fama dell’Ordine in tutto l’Occidente cristiano, l’efficacia missionaria dei suoi numerosi frati, la santità ormai da tutti riconosciuta della sua persona potevano forse diventare per Francesco degli impedimenti sia per conoscere fino in fondo la verità profonda della sua persona, sia per percorrere in pienezza la via del Vangelo. Una domanda si ergeva di fronte a questa gloria del “suo” Ordine: i sentimenti di pazienza e umiltà vissuti dal Francesco vincitore erano frutto di una vera “virtù”, cioè, di una sua adesione al mistero di Cristo o nascevano dal piacere soddisfatto dei risultati? Inoltre il Francesco riconosciuto e acclamato non rischiava di rientrare in quella autocentratura del cavaliere vincitore o del proprietario arrogante, con la conseguenza di vivere di sé e per sé e non più come dono gratuito e misericordioso?

I risultati raccontati da Francesco potevano essere considerati “letizia”, ma non “vera e perfetta letizia”. Essi erano legati al mistero di Cristo quale fonte di letizia, ma non era sicuro che in lui si trovasse il “vero e perfetto”, unico motivo di letizia. Al contrario, le gravi difficoltà sorte alla fine della vita tra Francesco e i suoi frati, quelle a cui rinvia Francesco nel racconto della seconda parte, erano più preziose e importanti dei grandi risultati, perché solo in esse Francesco trovava una “vera e perfetta” opportunità di verità e di rinnovamento della vita. La seconda parte della parabola racconta proprio questa dinamica di vita che passa attraverso la contraddizione e la fragilità della condizione umana.

«Ma quale è la vera letizia?».
«Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: «Chi è?». Io rispondo: «Frate Francesco». E quegli dice: «Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai». E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: «Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te». E io sempre resto davanti alla porta e dico: «Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte». E quegli risponde: «Non lo farò. Vattene al luogo dei crociferi e chiedi là».
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima».

Al Francesco cavaliere e proprietario viene sostituito un Francesco dominato da una doppia fragilità: quella di essere pellegrino e di diventare poi forestiero.
In quella notte di inverno, tornando da Perugia al convento della Porziuncola, Francesco sperimenta con brutale evidenza e per l’ennesima volta la fatica della fragilità fisica. Come gli altri poveri e pellegrini, in quel tragitto di 15 km era stato sopraffatto dall’urgenza dei bisogni primari: la fame, il freddo e la stanchezza. Ed è difficile per un pellegrino vivere nella letizia e resistere a lungo quando entra in balia di quelle fragilità che pretendono subito di essere soddisfatte. Tuttavia, contrariamente a molti altri poveri, Francesco in quelle difficoltà aveva una certezza che sosteneva il suo cammino e lo rendeva meno penoso: quando arrivo al convento sarò “soddisfatto” in tutti i miei bisogni fisici insieme ad una calda e gioiosa accoglienza dei “miei” frati. Torno a casa e smetto di essere un pellegrino! Gli avvenimenti però lo sorprendono e lo obbligano non solo a restare pellegrino ma a diventare anche forestiero. Ciò che lo stava aspettando avrebbe aggiunto alla sofferenza del corpo il travaglio dell’anima, chiedendo al Santo di verificare quale fosse la verità del suo cuore ed abbracciare di nuovo la vita vera del vangelo.
Nel dialogo tra Francesco e il frate portinaio vi è una sorta di crescente tensione dominata dal rifiuto ingiusto e violento, al quale il Santo oppone una serie di nuovi e disperati argomenti che gli evitino di diventare un forestiero senza più casa e famiglia. In tre riprese Francesco tenta di farsi aprire la porta. Innanzitutto proclama il suo nome “frate Francesco”, quel famoso nome da cui tutto era nato e che tutti conoscevano: era sicuro che sarebbe stata la chiave per aprire senza difficoltà quella porta chiusa della Porziuncola. Alle obbiezioni del portinaio, però, egli “insiste” tentando di far valere i suoi diritti e di far ragionare il frate: non era possibile né accettabile una tale situazione e dunque incalza per cambiarla e ottenere quanto gli spettava. Tutto inutile! Il frate non voleva aprire; di fronte a tale ostinazione, Francesco utilizza l’ultimo strumento che nel medioevo apriva ogni casa ad un pellegrino che bussava: “Per amor di Dio”. A questa progressiva “umiliazione” a cui è obbligato il Santo, che da “frate Francesco” diventa “un povero pellegrino”, corrisponde la durezza ingiusta del portinaio, il quale dopo un tentativo di nascondere il vero motivo del rifiuto, adducendo vaghi motivi morali (“non è ora decente questa”), gli rivela la vera causa della chiusura: “tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. In queste parole era condensato il nucleo delle tante tensioni finali tra i frati dotti e la sua persona: tra di essi non vi era più un accordo ideale, le differenze di vedute erano sempre più evidenti e laceranti. Stava avvenendo una sorta di marginalizzazione del Santo, non solo perché egli non era più conosciuto personalmente da molti frati della seconda generazione ma anche perché avvertito come scomodo e d’impedimento per gli sviluppi di un Ordine che si stava espandendo e imponendo nella Chiesa. Negli ultimi anni Francesco stava vivendo un po’ come davanti ad una porta chiusa. In quella notte invernale era giunto il momento in cui coloro che dovevano dargli soddisfazione nel corpo e nell’anima gli si ponevano contro, obbligandolo a diventare un forestiero e un reietto, cioè a sperimentare fino in fondo la fragilità della sua condizione. Quella porta restata chiusa e le parole del portinaio, che con disprezzo gli suggeriva di andare dai crociferi, costituivano per Francesco una domanda imprevista e violenta riguardo alla verità del suo cuore: “sei tu veramente frate Francesco?”. Denudato di ogni suo possesso e gloria Francesco deve sperimentare nuovamente la sua fragilità per verificare definitivamente quali siano le logiche che guidano il suo cuore e dunque quale sia la sua identità.
I lebbrosi ospitati nella casa dei crociferi gli avevano messo in luce la verità del suo cuore ancora dominato dal desiderio di potere e vittoria, per rimetterlo nella sequela di Cristo nudo e povero. La situazione di contraddizione, di ingiustizia, di povertà, cioè la situazione di fragilità nella quale Francesco si viene a trovare diventa un passaggio di grazia per la sua anima, per la sua identità vocazionale. Tramite essa il Santo riesce a far luce sul suo cuore scoprendo la tanta fatica che ancora faceva nell’accettare di essere un pellegrino e forestiero; nello stesso tempo, lasciandosi abbracciare da quella povertà, giunge alla riconsegna autentica di sé al mistero di Dio e dei fratelli. Nel disprezzo del frate che lo invitava ad andare ai crociferi, vi era una verità importante per Francesco: se vuoi sapere chi sei e cosa devi fare, ritorna dai lebbrosi ed essi ti ricorderanno qual è il senso della vita che è apparsa in tutta la sua bellezza e forza nel Cristo crocifisso.
La vera letizia del cuore dell’uomo non è la conquista del mondo intero, ma neppure la difesa delle grandi e sante strutture che vengono messe in forse dall’infedeltà degli altri, la vera letizia non è il ristabilimento di un ordine e di una verità negata ingiustamente dai prepotenti. La vera letizia è assomigliare a colui che fu ingiustamente crocifisso senza ribellarsi. E nella sua sequela, in questa fedeltà personale ad uno stile di vita misericordioso, che accoglie la fragilità del mondo per amarla da di dentro, vi è la prova di una autentica “virtù” cioè di una vera forza spirituale dell’uomo. Nel fuoco delle contraddizioni e degli ostacoli che si prova l’oro di uno spirito. La somiglianza al Cristo crocifisso è infine l’unica possibilità per Francesco di salvare la sua anima, cioè la sua identità e il mistero della sua persona. Quando si era presentato alla porta del convento aveva proclamato di essere “frate Francesco”, ma la possibilità di dirlo in pienezza e in verità, cioè di vivere la sua identità, scelta all’inizio come dolcezza della sua anima, era legata a quell’ulteriore viaggio in cui sarebbe stato spogliato di tutto per restare “senza nulla di proprio”. Solo nell’incontro doloroso e deludente del mistero della fragilità, Francesco riesce a giungere allo smascheramento dei suoi sentimenti, forse ancora impastati di desiderio di supremazia e potere, e riconquistare la sua anima per vivere in pienezza la nudità del Cristo Crocifisso.

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Di fronte alla fragilità e alla povertà della condizione umana, che spesso si erge violenta e inarrestabile stravolgendo la vita dell’uomo, quale giudizio e atteggiamento si deve avere? Hanno un valore o sono solo fallimenti causati da uno stato di fragilità e debolezza?

La risposta data da Francesco nasce da un presupposto preciso: dipende da chi si pone di fronte a questa situazione. Solo un “servo di Dio” può riconoscere negli ostacoli e nelle fragilità una grazia e un dono. Indubbiamente anche a livello antropologico, senza includere l’esperienza di fede, le difficoltà sono riconoscibili come fonte di maturazione. Tuttavia, solo un “servo di Dio”, che ha incontrato il “Servo di Jahvè”, colui cioè che è entrato nella fragilità umana per amarla e così mostrare il cuore misericordioso di Dio che cambia la storia del peccato in evento di gloria, può riconoscere nello scandalo della fragilità fisica e morale l’ultimo e più importante motivo per abbracciare con fiducia quelle povertà. La logica affermata da Francesco è compresa e affermata da un “servo di Dio” ed è proposta a “servi di Dio”, altrimenti in molti suoi passaggi diventa molto difficile da capire e accettare. Eppure essa non contraddice o si oppone ad una attenta lettura della vita umana, la quale fiorisce in umanità solo mediante dinamiche di accoglienza e accettazione delle nostre fragilità. Nella fede questa umanità trova un motivo in più, quello definitivo, per guardare alla fragilità senza entrare nella guerra e nella violenza di morte.
Nello stesso tempo una seconda conclusione va subito tirata da quanto letto in Francesco. Non si cercano né si debbono volere le fragilità fisiche e morali: la malattia, la fame, la nudità, come la discordia, la sopraffazione, l’ingiustizia sono mali da rifiutare e vincere, e dei quali un giorno saremo liberati definitivamente. Mi sembra che in nessun passo Francesco lodi come positive queste situazioni, anzi nella “Perfetta letizia” tenta in più modi di evitare la sofferenza della fragilità fisica e morale. Sono esse a venirci incontro obbligandoci alla sofferenza e al dolore, e dunque ad entrare in dinamiche spirituali nelle quali incontriamo la profondità del mistero della nostra esistenza, molto di più che quando viviamo la superficialità delle nostre vittorie.
Quando vengono e ci prendono per mano, sconvolgendo il nostro vissuto, che fare? E’ qui che si inserisce la risposta evangelica di Francesco. Non fuggire nell’ira o nella ribellione, ma guardando a Cristo abbraccia con misericordia la tua fragilità nelle fragilità dei tuoi fratelli. Le contraddizioni laceranti e offensive della nostra vita, i momenti di nudità e fallimento, l’esperienza di fragilità sono momenti preziosi per giungere alla verità della nostra umanità, lasciando emergere, secondo quanto visto nei testi di Francesco, due stili di vita: l’ira e il turbamento del cavaliere e del proprietario o la pazienza e l’umiltà del fratello e madre. Solo in quei momenti l’uomo conosce fino in fondo se stesso ed è obbligato a scegliere se lasciarsi condurre da uno spirito di possesso e dunque di violenza, o da uno spirito di accoglienza e dunque di misericordia. Solo nelle fragilità il “servo di Dio”, l’uomo evangelico, cioè l’uomo vero proclama e vive la dinamica della vita donata, della misericordia gratuita nella sequela forte e coraggiosa di colui che è diventato amore crocifisso e risorto.
Un terzo importante elemento sottolineato da Francesco nei testi che abbiamo letto riguarda il fine di questo processo di misericordia nelle situazioni di fragilità. L’accettazione umile e paziente degli ostacoli, quali eventi di grazia per l’anima del singolo, non mira ad ottenere meriti mediante un meccanismo di espiazione: “soffrire” per “scontare” i peccati in modo da attendere poi una ricompensa da parte di un Dio altrimenti irato nei nostri confronti. La misericordia del cuore, vissuta nell’accettazione del travaglio della fragilità, è in sé già un evento di vita, un processo nel quale si difende la propria vita, facendola crescere e approdare alla dolcezza e alla vera letizia. Forse l’impegno per un mondo liberato dalle sue fragilità non condurrà sempre e comunque ad una sua effettiva trasformazione, tuttavia il travaglio vissuto da colui che si rende povero di spirito, afflitto, mite, assetato e affamato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato a causa della giustizia, donerà ogni volta al “servo di Dio” la vera “beatitudine”.
Ogni volta che Francesco si è spogliato delle sue vesti di cavaliere e di proprietario o si è lasciato spogliare dalle situazioni di ingiustizia e di violenza, proclamando la sua fragilità e accogliendo nella pazienza e nell’umiltà la fragilità degli altri è entrato nella vita vera. E nell’ultimo atto della sua esistenza, quando la sua fragilità venne messa pienamente e radicalmente a nudo volle spogliarsi per l’ennesima e definitiva volta:
Quando mi vedrete ridotto all’estremo, deponetemi nudo sulla terra e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio .
Il racconto di Tommaso da Celano che mette in bocca a Francesco questa richiesta, ultima prima della morte, rivolta ai suoi frati, si pone in continuità e conferma l’intuizione evangelica della vita incontrata con i lebbrosi e riproclamata tante volte nella sua esistenza. Per entrare nella vita occorre riconoscere e accettare nell’umiltà e nella pazienza di essere nudi, senza nulla di proprio, e tale riconoscimento avviene soltanto nell’incontro misericordioso con le fragilità dell’altro, che ti chiede di entrare nella sua povertà. La ricchezza di Francesco era stato lo spogliamento delle sue vesti da cavaliere e di proprietario per diventare libero e generoso nel donare misericordia a tutti i nudi, ed essere così ricoperto e rivestito dell’amore di Dio manifestato e proclamato da colui che nudo pendeva sulla croce.

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Parte I e II QUI; Parte finale QUI

Costruttori di vita

388647 633906933291267 1189824432 nScritto da  Rachele

Spesso mi chiedo se noi cristiani siamo consapevoli della nostra identità, o semplicemente ci lasciamo trasportare dal tempo che passa senza troppi punti interrogativi; ebbene, a cosa siamo chiamati? Che cosa significa essere cristiani in questa società della morte e del relativismo?

Innanzitutto dobbiamo comprendere che il nostro obiettivo principale è quello di costruire: tutti abbiamo nel cuore un desiderio di felicità, di un luogo dove tornare, un luogo rassicurante e amorevole che ci protegga dai problemi e dalle preoccupazioni.. noi siamo costruttori di vita, siamo costruttori di una nuova civiltà, quella dell’amore. Benedetto XVI scrisse che “costruire su Cristo e con Cristo significa costruire su un fondamento che si chiama amore crocifisso”.

Noi siamo “eredi di Dio e coeredi di Cristo”, ciò ci ricorda che siamo pellegrini sulla terra in cammino verso la vera patria, verso Gerusalemme; in questo tragitto sta a noi scegliere di essere figli e ascoltare lo Spirito che abbiamo nel cuore che grida Abbà, oppure essere schiavi del mondo, del peccato, della corruzione. Se scegliamo di essere figli di Dio, dobbiamo ricercare in ogni istante la comunione di vita con Lui, questo significa che la nostra fede non riguarda discorsi vani e teorici, ma abbraccia tutta la nostra esistenza e diventa viva e visibile; non sarà rilegata alla santa messa o negli attimi di preghiera, ma in ogni ambito che ci riguarda: nel lavoro, nello studio, nelle amicizie, in famiglia… tutti devono vedere che non apparteniamo al mondo, tutti si devono accorgere di quella luce che abbiamo negli occhi, non dobbiamo aver paura di andare controcorrente, di non uniformarci alle mode del momento, al contrario andare avanti con umiltà ma con l’integrità della nostra fede che non si piega in atteggiamenti di saccenteria, egocentrismo o illusione di onnipotenza. Credere in Dio ci fa uscire da noi stessi, perché ci fa accogliere quello Spirito di Verità nel quale siamo innestati da secoli di tradizione nella vita della Santa Chiesa, significa fidarsi di un “Tu” e abbandonarci completamente, avere la certezza che Dio compirà le sue promesse. Avere fede significa mettere Cristo al centro di ogni tua azione e scelta, essa porta a un’infinita passione per l’esistenza.

L’amore crocifisso è la meta di ogni cristiano, l’esempio che Cristo ci ha lasciato, con il quale ci ha riscattati dalla morte in un atto di bene supremo, ecco che siamo diventati insieme a lui eredi di un tesoro prezioso che dobbiamo condividere con quante più persone possibili; l’amore crocifisso è gratuito e senza nessun calcolo, e tutti siamo chiamati ad amare con gratuità senza aspettarci una qualche ricompensa; è crocifisso perché sceglie di amare incondizionatamente in uno stato di estrema povertà e nudità, disarmato e senza nascondimenti, ma trova la sua potenza dalla verità e da quella sorgente di vita in cui si rigenera e risorge, una crocifissione che spezza la conchiglia per trovare la perla. Nella croce non c’è inganno o imbroglio: che inganno può nascondere uno che muore d’amore e di dolore per te? Uno così, se arrivi a conoscerlo non lo lasci più.

La civiltà dell’amore, una società che si trasforma e costruisce la propria identità sulla “pietra angolare”. Noi siamo chiamati a costruire, portare pietre buone, così che tutti possano iniziare la propria costruzione, la propria casa, la propria risurrezione del cuore: “Sappiamo che per la Bibbia il cuore è la sede dei pensieri, delle decisioni, il luogo da cui provengono le intenzioni buone e quelle peccaminose” (padre Umberto Occhialini). Per entrare in comunione con Dio è necessario avere un cuore puro, leale, sincero. Il cristiano è l’uomo finalmente promosso a uomo, che sulla luce dei suoi amori stende una luce più grande.

“Il cristiano non è figlio di una sottrazione, ma di un’addizione, di un di più. Non siamo uomini e donne diminuiti, ma accresciuti: di più amore, più libertà, più consapevolezza” (padre Enzo Mesolella).

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La fragilità fonte di verità e vita in San Francesco (I e II)

La Fragilità fonte di Verità e di vita secondo San Francesco    -PARTE I

Scritto da  P.Pietro Maranesi

1. Introduzione

” Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più “

In questa famosa ammonizione Francesco di Assisi ripropone uno degli aspetti fondamentali della sua intuizione spirituale: la verità del cuore dell’uomo è raggiunta solo attraverso l’esperienza di povertà e fragilità.

L’affermazione, spesso ricorrente nella serie delle 28 ammonizioni, acquista nel testo sopra proposto una chiarezza e forza di assoluto valore. Anche in questo caso Francesco utilizza la figura letteraria della doppia via alla verità/vita, proponendo il ribaltamento dell’apparente logica presente nelle due possibilità: la vita “soddisfatta”/”forte” è un ostacolo alla verità, mentre la vita “insoddisfatta”/”fragile” rappresenta la vera possibilità per raggiungere la verità e la vita.
Nel primo caso, fino a quando riceve soddisfazione, il servo di Dio, afferma Francesco, non può conoscere “quanta pazienza e umiltà abbia in sé”. La soddisfazione di cui parla il Santo riguarda tutti quegli atteggiamenti o situazioni che in qualche modo sono dovute e necessarie a colui che le riceve. Un altro frammento dalle ammonizioni di Francesco mi sembra chiaro nell’illustrare quanto presuppone il termine nel nostro caso:

” Però, in caso di estrema necessità, lo possono affidare (il frate malato) a qualche persona che debba provvedere (debeat satisfacere) adeguatamente alla sua infermità “

Il brano si trova nel capitolo della Regola non bollata dedicato ai frati malati, dove si ordina di non abbandonarli mai, ma ognuno si prenda cura di essi; solo nei casi di estrema necessità, quando non possono occuparsi di essi, debbono preoccuparsi di affidarli a qualche persona che prenda il loro posto nel “soddisfarli nella loro infermità”, cioè nel dare loro tutto ciò che è necessario per la loro salute. La soddisfazione, dunque, a cui rinvia Francesco nell’ammonizione riguarda tutti quegli atteggiamenti legati al rispetto e alla stima che i frati debbono darsi reciprocamente; la soddisfazione è il nutrimento dell’anima e del corpo che deve essere amministrato e ricevuto perché la propria vita sia dignitosa e sana, cioè perché sia una esistenza soddisfatta. In questa situazione di “giustizia” che dà a ciascuno quanto gli spetta, vi è il rischio, però, per Francesco, di non poter giungere alla verità di se stessi, o meglio al rischio di illudersi o di ingannarsi di essere “servi di Dio”. E’ quanto ricorda Francesco nell’altra ammonizione, dove vuole smascherare una falsa verità che potrebbe emergere quando tutto va bene, quando la vita è soddisfatta e sicura:

“Ugualmente, se anche tu fossi il più bello e il più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e non sono di tua pertinenza, ed in esse non ti puoi gloriare per niente”

In una vita “soddisfatta” vi è il rischio di una menzogna fondamentale: appropriarsi di quanto sta avvenendo, credendo che sia nostro merito. Francesco non solo ricorda che tutto ciò che facciamo di bene, tanto da essere soddisfatti, non è di nostra “pertinenza”, cioè non è nostra proprietà, ma anche ammonisce che potrebbe diventare un serio “ostacolo” qualora impedisse una conoscenza vera di sé. Dunque, una vita soddisfatta dei grandi successi è rischiosa per due motivi: perché fa diventare proprietari di quanto compiuto, e perché mostra una pazienza e umiltà, cioè una quiete e una serenità dell’anima, non del tutto provata e autentica.

Al contrario, il servo di Dio può giungere alla sua verità più profonda, solo quando dovrà patire la non soddisfazione della vita, cioè l’ingiustizia di non ricevere quanto sarebbe stato necessario e dovuto. Interessante la strutturazione della seconda parte della prima ammonizione citatavi, dove consapevolmente Francesco evidenzia quale sia il momento più tragico e difficile dell’esistenza di un uomo: quando “coloro che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro”. Il momento più lacerante e sconvolgente della vita coincide con l’ingiustizia del non amore e del tradimento ricevuti da coloro che “dovrebbero” darci un tale nutrimento. L’ordine della vita, il dovuto dell’esistenza non solo si interrompe ma si ribalta, mostrando tutta la sua fragilità e contraddittorietà. In questo tradimento esistenziale l’uomo sperimenta fino in fondo la sua “povertà” strutturale, il suo bisogno assoluto dell’altro e dunque la sua fragilità di dipendere dalla gratuità e amore (infedele) dell’altro. Solo in questa situazione di povertà e fragilità il servo di Dio può veramente capire e misurare la verità del suo cuore, la verità supposta della sua pazienza e della sua umiltà. Dopo la lunga serie di affermazioni negative sulle situazioni di falsa gloria, alla fine dell’Ammonizione 5 Francesco offre la soluzione su quale sia il luogo dove incontrare la vera gloria:

” ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo “

La vera gloria del servo di Dio sta proprio nelle sue infermità e fragilità. In esse infatti si realizza una doppia operazione, che costituisce la doppia faccia della moneta preziosa ottenuta attraverso la via della fragilità. Da una parte il servo di Dio incontra la verità del proprio cuore liberato da ogni falsa apparenza e appropriazione indebita: la nudità della fragilità è la condizione per vedere oltre i vestiti del successo e giungere a quella carne “povera” ma autentica. Dall’altra, attraverso la povertà crocifissa, nella quale “per ingiustizia” si è cacciati, si può entrare nella via alla vita, perché tramite essa si prende su di sé “la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo”: nudi per unirsi al nudo. La fragilità violenta, sperimentata per ingiustizia, costituisce per Francesco il momento della verità e della vita, solo in quel momento infatti il servo di Dio potrà capire e vivere la sua umiltà e pazienza, cioè la sua unità e somiglianza a Cristo diventando così un uomo perfetto.

Il testo che può essere ritenuto fondamentale per la comprensione dell’esperienza di Francesco è, a mio avviso, il breve ma preziosissimo racconto autobiografico della sua conversione.

“Il signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.”

A guardare bene il testo, partendo dal nostro punto di vista, sembrerebbe che vi siano due contesti dominati e caratterizzati dal tema della fragilità: l’amarezza provata da Francesco e definita da lui “essere nei peccati” quale fragilità soggettiva, e la situazione di povertà e infermità dei lebbrosi quale fragilità oggettiva. Di fatto nel racconto i due momenti sono tra loro connessi in due serie di incontri avuti dal giovane con quei reietti dove si ribaltano i sentimenti e le relazioni di Francesco nei loro confronti. Più di una volta egli si era imbattuto con la fragilità scandalosa e ripugnante dei lebbrosi la cui vista faceva scattare in lui un senso di amarezza e forse anche rabbia per il fastidio subito da quelle presenze. Ma in quell’amarezza non vi era solo ribrezzo per quella orribile malattia, ma, credo, anche una sorta di rimprovero che inconsciamente o esplicitamente percepiva Francesco: la gloria della tua situazione, il benessere economico con le possibilità che ti dona nel realizzare il tuo sogno di diventare cavaliere non ti sono dovuti. In qualche modo in quei fortuiti incontri essi si ponevano “contro di lui” negandogli dal di dentro la “soddisfazione”, fortemente e costantemente ricercata dal giovane, della gloria di diventare un grande cavaliere. L’incontro casuale e violento con quelle povertà metteva in mostra nell’animo del giovane la sua povertà e fragilità di vivere una vita apparente e fondata sulla non verità. Nell’amarezza che i lebbrosi facevano scatenare in Francesco vi era lo smascheramento di una verità più profonda altrimenti non raggiungibile: io ero nei peccati, cioè in una vita non “soddisfacente”. Questo primo modo di incontrarsi con la fragilità, sebbene costituisse fonte di verità, non era anche motivo di vita. La fuga costituiva la risposta che nasceva dal cuore di Francesco dall’impatto amaro con ciò che negava le aspirazioni e le soddisfazioni verso cui tendeva la sua vita. La fragilità scandalosa dei lebbrosi non sembrava poter essere fonte di vita.
La trasformazione della fragilità in motivo di crescita e rinnovamento dell’esistenza del giovane avviene nel secondo tipo di incontro tra Francesco e i lebbrosi: “e il Signore stesso mi condusse tra di essi e io feci misericordia con essi”. In questo breve racconto, totalmente vago circa gli eventi specifici dell’accadimento, ma assolutamente ricco nell’interpretazione teologica ed esistenziale dell’incontro, Francesco ricorda i due aspetti costitutivi che trasformarono l’impatto con la fragilità scandalosa dei lebbrosi in evento di vita.
L’incontro con la fragilità non è scelta ma accolta e accettata: questa mi sembra essere la prima considerazione da trarre dal racconto, un rilievo che verrà confermato anche negli altri testi che prenderemo in esame. Francesco non dice di aver scelto di andare tra i lebbrosi per far penitenza o per una decisione caritativa, ma ricorda con grande stupore che “il Signore stesso” lo condusse tra di essi. In questa memoria si risente quanto notano concordemente i tre vangeli sinottici nell’aprire il racconto delle tentazioni di Gesù: “fu condotto dallo Spirito nel deserto”.
Non tutte le fragilità, però, sono riconosciute comunque luogo teologico, perché non sempre vi è il coraggio umile e paziente dell’incontro. Francesco riconosce la conduzione di Dio perché ebbe il coraggio di “fare misericordia con essi”. Il termine è di essenziale valore nel linguaggio di Francesco. La misericordia è il dono del cuore al misero, cioè l’entrata radicale nella sua situazione, per condividere dal di dentro la condizione di fragilità di colui che si incontra.
L’atto di verità con la propria fragilità, donato a Francesco dal suo incontro misericordioso con la fragilità dei lebbrosi, si trasforma in via per una vita nuova e finalmente soddisfatta. “E tornando via da essi, quello che mi sembrava amaro si trasformò in dolcezza dell’anima e del corpo”. La prima considerazione che sorge da questa prima conclusione della vicenda riguarda un elemento essenziale della relazione instaurata da Francesco con la fragilità degli altri. L’incontro di misericordia avuto con essi non ha cambiato la loro condizione, l’abbraccio dato dal giovane a quella povertà non ha prodotto un superamento sociale ed economico della fragilità e povertà di quei reietti. I lebbrosi restano lebbrosi. Dunque il fare misericordia non aveva come intenzione né ha prodotto come frutti una trasformazione effettiva della situazione emarginata e sostanzialmente ingiusta vissuta da quei miseri. In ogni caso non è questo l’elemento essenziale ricordato da Francesco. La situazione disperata dei lebbrosi era più grande delle possibilità di intervenire efficacemente da parte di Francesco: egli era una goccia di speranza in un deserto di disperazione, né il suo obbiettivo era cambiare il mondo. Quanto influì sulla loro vita, quanti di quei poveri riottennero la salute, o riebbero la dignità e la speranza? Francesco non dice nulla di tutto questo! Sicuramente non era l’elemento più importante che conservava nella memoria e che volle trasmettere nel suo Testamento. Ciò che invece si impresse indelebilmente nel suo cuore fu la trasformazione avvenuta sulla sua persona: l’incontro misericordioso con la fragilità degli altri aveva prodotto una novità assoluta sulla sua fragilità umana, regalandogli una reale conversione del modo di sentire e vivere la propria esistenza.
La struttura narrativa scelta da Francesco nel raccontare l’evento di svolta della sua esistenza è costruita su di una specie di paradosso: quando viveva nell’autocentratura del cavaliere la sua esistenza era dominata da un sapore amaro, insoddisfatto, incompleto, nel momento invece che si era regalato agli ultimi entrando con umiltà e pazienza nella loro fragilità ebbe in dono il gusto della vita, la dolcezza che rendeva finalmente “soddisfatto” la sua anima e il suo corpo. Nelle parole di Francesco si risente ancora la sorpresa che colse il giovane in quell’apparente contraddittorietà prodotta dall’incontro con i lebbrosi: ottenne la dolcezza dell’anima e del corpo, cioè dell’intera sua esistenza proprio quando smise di cercarla per entrare nella fragilità degli altri. Trovò la vita quando accettò di perderla. Si liberò della sua fragilità angosciata, quando abbracciò la fragilità degli altri. Tutti i concetti centrali dell’identità francescana quali minorità, povertà, semplicità non sono altro che la traduzione di questa esperienza iniziale, dalla quale Francesco ottenne la verità sulla sua persona e la via per raggiunger la vita vera. E’ la scoperta del tesoro nascosto nella povertà del suo terreno: non doveva fuggire la terra ma scavare in essa per trovarvi la perla preziosa.

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Parte III, IV e V QUI; Parte finale QUI

Pensate a questo semplice comma…

Vorrei lanciare un appello da queste colonne, non come giornalista o intellettuale cattolico, ma come padre di Caterina che tanti hanno conosciuto per la dolorosa vicenda che si trova a vivere.

Il mio è un appello a tutti i parlamentari, di tutti gli schieramenti, al di là delle divisioni ideologiche, politiche o culturali. Chiedo di approvare subito la legge sulla (cosiddetta) “Dichiarazione anticipata di trattamento” e approvarla così com’è.

Ci sono molti motivi per i quali personalmente giudico questa legge necessaria. Non si tratta solo di evitare che si verifichino casi analoghi a quello di Eluana Englaro. Ci sono molte altre ragioni.

Io però voglio qui spiegarne una sola, di puro buon senso e di salute pubblica, tale che può essere condivisa perfino dai più accesi fautori dell’eutanasia.

La materia in questione è trattata al comma 6 dell’articolo 4. Che recita testualmente: “In condizioni di urgenza o quando il soggetto versa in pericolo di vita immediato, la dichiarazione anticipata di trattamento non si applica”.

E’ un aspetto che è passato finora inosservato. Ma per me è essenziale perché mi sono trovato a vivere la circostanza terribile dell’emergenza e del “pericolo di vita” imminente di una figlia.

E’ una situazione vissuta ogni giorno da tanti nostri concittadini.

Basterebbe questo semplice comma per fare di questa legge una preziosa barriera (a difesa della vita) da erigere al più presto.

Mi spiego.

Come si sa il più diffuso problema sanitario della nostra popolazione concerne le malattie cardiocircolatorie: infarto, ictus ischemico, arresto cardiaco (che da solo provoca 60 mila morti all’anno in Italia).

A questo tipo di eventi, che si manifestano come drammi improvvisi, dobbiamo aggiungere altre situazioni analoghe come l’ictus cerebrale, o il caso delle vittime di incidenti stradali. Sono tanti.

Il sistema sanitario cerca di organizzarsi sempre meglio per correre tempestivamente in soccorso di ognuno e salvargli la vita: nei centri urbani più efficienti sono riusciti a far sì che il 118 raggiunga in meno 8 minuti qualunque punto della città.

Infatti è sempre una lotta drammatica contro il tempo, perché in una manciata di minuti si gioca il destino di figli, di padri, madri, amici. Basta poco tempo e la persona che più ami al mondo è spacciata, è morta.

Ebbene, quel comma 6, dell’articolo 4 della legge, è preziosissimo. Anzitutto perché mette al riparo tutti i soccorritori. Dice loro: fate di tutto per salvare questa vita in pericolo, questo è il vostro dovere e non pensate ad altro.

E dice al sistema sanitario di organizzarsi sempre meglio, attrezzandosi con le tecniche di rianimazione più avanzate, per salvare vite umane.

Qualora non venisse approvata questa legge con questo articolo, qualora cioè si restasse nell’attuale vuoto legislativo, che sembra preferibile anche a persone sicuramente “pro life”, come il mio amico Giuliano Ferrara, cosa accadrebbe?

Secondo me lo scenario è questo. Senza una legge la sola cosa che resta sulla scena sono i cosiddetti albi di biotestamenti istituiti da diversi Comuni italiani che al momento non hanno alcun valore giuridico, ma che – si può facilmente prevedere – qualora saltasse la legge fornirebbero materia alla giurisprudenza per accogliere altre richieste analoghe al caso Englaro o al caso Welby.

Così la legge finirebbe per essere scritta dalle sentenze della magistratura anziché dal Parlamento.

E’ facilmente prevedibile che qualcuno – per paura di riportare danni permanenti e invalidanti – possa scrivere nel suo biotestamento “non rianimatemi”, secondo la formula che oggi è diventata uno slogan negli Stati Uniti.

E si può prevedere che prima o poi qualcuno potrà fare causa a un medico soccorritore perché ha rianimato un malcapitato che – pur salvandosi – così ha riportato danni più o meno gravi, conseguenti – per esempio – a un arresto cardiaco. Qualcuno che aveva scritto nel biotestamento “non rianimatemi”.

E’ noto che i medici oggi sono terrorizzati dalle cause civili intentate da pazienti o dai loro familiari.

Alla prima sentenza che dovesse riconoscere il diritto al risarcimento di questa persona, rianimata malgrado il dettato del biotestamento,  si creerebbe una situazione drammatica, perché qualunque ambulanza del 118 e qualunque medico davanti a uno che versa in  pericolo di vita – prima di soccorrerlo e rianimarlo – dovrebbe cercare di sapere se costui ha fatto un testamento biologico e cosa precisamente ha scritto.

Un’operazione difficilissima da espletare e che ovviamente finirebbe per far saltare tutti i tempi delle cure di emergenza. Di fatto diventerebbe impossibile prestare soccorso urgente e salvare vite.

Faccio un esempio concreto e personale. Mia figlia, al momento dell’arresto cardiaco, è stata letteralmente salvata da tre amici che le hanno dato un soccorso immediato su indicazioni telefoniche del 118 e poi dall’arrivo tempestivo del 118 stesso.

Era una questione di secondi. Ma se avessero dovuto prima informarsi sul suo testamento biologico sarebbe trascorso il tempo della possibile salvezza. E tutto sarebbe stato perduto.

Qualcuno obietterà: “ma no, è uno scenario assurdo, in casi di emergenza il soccorso resterebbe comunque obbligatorio”.

Ne siete sicuri? Chi lo dice?

Una volta che la legge saltasse, nel vuoto normativo, riconosciuto il diritto assoluto all’autodeterminazione (che è la strada già intrapresa dalla giurisprudenza), tramite testamento biologico chiunque potrà scrivere “non rianimatemi” e aver diritto a veder riconosciuta questa sua richiesta quando dovesse aver bisogno di rianimazione.

A quel punto la frittata è fatta. E il problema riguarderebbe tutti, non solo l’interessato: anche me e voi, anche coloro che non hanno fatto testamento biologico o che hanno espresso la volontà di essere rianimati e curati. Perché tutta la catena del soccorso d’emergenza, allestita dal sistema sanitario, andrebbe a ingolfarsi lì, sull’accertamento delle volontà. 

Finora i sostenitori del “Testamento biologico” hanno accusato gli avversari di non essere liberali e di voler imporre a tutti le convinzioni loro proprie. Ma in realtà, riflettendo sulla situazione, mi pare che si rischi l’opposto.

Non è forse vero che se non verrà approvata questa legge con quell’articolo 4 (e presto, perché c’è chi gioca al rinvio per farla pian piano decadere), tutti, anche coloro che non fanno il testamento biologico, potrebbero incappare nei problemi (e nel collasso) del soccorso d’emergenza provocati dai “testamenti biologici”?

A me pare di sì. Questa è una delle tante ragioni per cui chiedo accoratamente l’approvazione della legge. Ed è – come si vede – una ragione pratica, non certo ideologica.

Una ragione su cui tutti possono convenire, qualunque cosa pensino. Persino i sostenitori dell’eutanasia. Perché salvaguarda il diritto di tutti ad avere il soccorso d’emergenza più efficiente.

Antonio Socci

Da “Libero”, 5 marzo 2011

Da QUI.